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Risultati da 61 a 70 di 77

Discussione: Per Non Dimenticare

  1. #61
    TREMENDISTA
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    Citazione Originariamente Scritto da Gallo Senone
    E dei DUEMILIARDI del grande Bocchino partenopeo che ne dici? Vedo che la coerenza non è il tuo forte.


    Scusa ma a questo punto o ci fai o ci sei.
    Come ti ho gia' risposto in privato, non è questione di coerenza, ti ho scritto che è una scelta di campo poiche' sia a dx che a sx c' e' del marcio tanto che ognuno di noi sciegliera' quello che reputera' il male minore.



    Ps un domani non essendoci le estreme nei due schieramenti potrei essere anche un potenziale elettore della Margherita ( o partito Democratico, ma epurato dai vari D' Alema fassino violante insomma vecchia guardia pci ds)

    OPs ho dimenticato il pesce piuì grande PRODI

  2. #62
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    Citazione Originariamente Scritto da Capitancoraggio
    Scusa ma a questo punto o ci fai o ci sei.
    Come ti ho gia' risposto in privato, non è questione di coerenza, ti ho scritto che è una scelta di campo poiche' sia a dx che a sx c' e' del marcio tanto che ognuno di noi sciegliera' quello che reputera' il male minore.



    Ps un domani non essendoci le estreme nei due schieramenti potrei essere anche un potenziale elettore della Margherita ( o partito Democratico, ma epurato dai vari D' Alema fassino violante insomma vecchia guardia pci ds)

    OPs ho dimenticato il pesce piuì grande PRODI

    Premesso che hai cavato fuori tu Telekom Serbia e, come al solito, quando ti si ricorda il costosissimo Bocchino napoletano, ti rifiuti di rispondere. Voglio solo ricordarti che se riconduci il dibattito al bene ed al male,diventa impossibile discutere di politica e se questo è il tuo modo di intendere il confronto politico, smettila di postare i copia incolla, gestiti come fai tu non servono a nulla, almeno per quanto mi concerne.

  3. #63
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    scusa perche tu cosa fai ?
    io ti ho dato la mia motivazione perche' ho scelto il cdx

    Ps la storia di Bocchino non la conosco, adesso mi documento e poi ti scrivero' la mia opinione al riguardo.

  4. #64
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    Predefinito Per Non Dimenticare

    http://www.indicius.it/Politica/dalema_unipol.htm



    Ps sembra che ci sia stato un errore di trascrizione nell' intercettazione di FASSINO con CONSORTE.
    Il Piero chiedeva se avevano una BARCA e non BANCA
    volevano far concorrenza a D' ALEMA


  5. #65
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    tanto per abbaiare
    _____________________________________________
    25 nov.99 - 12

    _____________________________________________


    "Generale...?" Il generale Cucchi è il consigliere militare di Massimo
    D'Alema. "Dica Presidente..." "E' arrivato un fax dai pacifisti..." "I
    soliti..." "Già, ma qui dicono che noi abbiamo fatto un errore di
    matematica, anzi due...".
    Non è una barzelletta ma una storia vera, che si è conclusa con un fax
    del generale Cucchi all'Osservatorio sul Commercio delle Armi di
    Firenze, in cui alla fine si ammettevano gli errori "contabili e di
    trascrizione". D'Alema aveva presentato al Parlamento la relazione
    annuale sull'esportazione di armi italiane per il 1998.
    Da tale relazione risultava un calo del 6% nella consegna di armi
    italiane. Ma D'Alema - o chi per lui - aveva commesso due errori di
    aritmetiica: aveva scambiato, negli addendi di un'addizion, miliardi per
    milioni e si era dimenticato di convertire i marchi in lire. Nessuno se
    n'era accorto. Fino a quando due ricercatori collegati al movimento
    pacifista hanno rifatto i conti e hanno visto che le cifre non
    quadravano. Dai conti rifatti è emerso che - contrariamente a quanto
    dichiarato nella relazione di D'Alema - le armi esportare e consegnate
    dall'Italia non erano diminuite del 6% ma erano aumentate del 30%.

    Così ora sappiamo ufficialmente che le esportazioni italiane di armi nel
    1998, in termini di consegne effettive, non sono calate ma aumentare. E
    sappiamo inoltre che - in contraddizione con una precisa legge legge ?
    queste armi le vendiamo a nazioni poco presentabili, come la Cina o la
    Turchia. Continuiamo a vendere le armi alla Colombia, dove "centinaia di
    persone sono state uccise dalle forze di sicurezza e dai gruppi
    paramilitari che operano con il sostegno di queste e dove la maggior
    parte delle vittime sono stete torturate prima di essere uccise" (fonte:
    Amnesty International). Ma Amnesty International non è una fonte
    ufficiale degna di fiducia per il governo, che sta continuando
    nell'opera dei governi precedenti: aggirare la legge 185/90 che impone
    all'Italia di non vendere armi ai paesi che violano i diritti umani. Ma
    - e qui sta la furbizia - le uniche fonti uffficiali valide per il
    governo italiano sono i rapporti Onu, in cui, per chiari giochi
    politici, Cuba è considerata "nazione che viola i diritti umani" e la
    Cina o la Colombia o la Turchia no. Questo svuotamento è avvenuto non
    tramite atti legislativi del Parlamento ma per mezzo di normative
    ministeriali (scritte da qualche generale?) che sfuggono sia ai
    parlamentari sia ai cittadini.
    Alessandro Marescotti (sintesi)

    http://lists.peacelink.it/news/msg00020.html

  6. #66
    Ardito86
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    quando dicono di essere contro la guerra i compagni è come se stalin dicesse di amare gli usa...

  7. #67
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    Predefinito Chi Protegge I Terroristi ??????

    «Ho viaggiato con Ocalan»
    Ramon Mantovani racconta l'arrivo a Roma con il comandante Apo
    Liberazione 26 novembre 1998
    D'Alema: «Il leader kurdo non mi sembra persona che si fa portare». Gravi insinuazioni del guardasigilli Diliberto
    Giornata storica, forse, per il popolo kurdo, non certo per la politica italiana: che ha mostrato, a tratti, un'immagine di sé davvero di basso profilo. Per tutto il giorno, si è cercato di montare lo scandalo contro Rifondazione comunista e i suoi rapporti con il viaggio di Ocalan a Roma -- in serata, l'imprenditrice Salomon ha chiesto, nientemeno, che provvedimenti disciplinari contro Ramon Mantovani, reo di aver accompagnato in aereo un "criminale". Per tutto il giorno, è ritornato il giallo "che non c'era", e dagli angoli piú riposti di Montecitorio sono partiti squallidi boatos e manovre di piccolo cabotaggio. Tentativi falliti, in tutta evidenza. Se è vero che il presidente del Consiglio, D'Alema, ha ribadito che la questione Ocalan non è stata affrontata con la semplice applicazione dei nostri principi costituzionali -- e che comunque «Ocalan non è il tipo da essere portato a Roma da qualcuno». Se è vero, anche, che solidarietà alla causa kurda è venuta dai popolari, mentre il leader Ds Veltroni non ha resistito alla tentazione di criticare il Prc. Ma andiamo alla cronaca.
    In mattinata, si sparge la notizia, battuta da tutte le agenzie di stampa, secondo la quale, sull'aereo che ha portato il leader del Pkk lo scorso 13 novembre da Mosca a Roma, c'erano «alcuni deputati comunisti» -- un greco e due italiani, non meglio identificati. Ne nascono subito un'eccitazione e un chiacchiericcio diffuso: chi erano questi "comunisti", indebiti viaggiatori? Per conto di chi hanno svolto la loro "missione"? Che cosa ne sapevano i servizi? Nella confusione, nessuno pensa alla cosa piú semplice: controllare l'elenco dei passeggeri che erano sul volo del 14 novembre. Qualcuno, invece, pensa di interrogare il neoministro della Giustizia, Oliviero Diliberto: il quale spiega di non sapere nulla di quel viaggio. Ma aggiunge anche: «Accadevano cose strane in Rifondazione comunista, ed è anche per questo che ce ne siamo andati». Una frase che fa andare su tutte le furie Fausto Bertinotti: il segretario di Rifondazione giudica l'espressione «diffamatoria» e invita Diliberto «a dire, formalmente, tutto quello che sa sulle stranezze, cosí le impariamo anche noi». Nella gara delle sciocchezze, si piazzerà bene anche l'on. Rizzo. Ai Comunisti italiani interessa piú l'insulto meschino a Rifondazione comunista che non la causa dei kurdi.
    Alla fine della mattinata, Ramon Mantovani dichiara che sí, ha viaggiato su quell'aereo con Abdullah Ocalan, e convoca una conferenza stampa per il pomeriggio. A Montecitorio, appunto, in una sala stampa affollatissima, Mantovani spiega, anzitutto, che la decisione di Ocalan di venire a Roma «è stata un'iniziativa sua, né sollecitata né proposta nemmeno nei contatti precedenti tra Prc e Pkk». Men che mai, dunque, il governo italiano ne era informato, mentre, ovviamente, lo sapevano Bertinotti e la segreteria nazionale del Prc. Il deputato comunista ha quindi raccontato di aver appreso, per telefono, l'11 novembre, l'intenzione di Ocalan di venire in Italia, il paese che, per ragioni politiche e giuridiche, gli sembrava piú opportuno per la sua missione di pace. «A Mosca» prosegue il racconto «sono stato accompagnato da funzionari dei servizi di sicurezza russi in un locale dell'aeroporto, dove ho incontrato Ocalan. Partimmo subito per Roma, con il primo volo dell'Alitalia. A Fiumicino il leader kurdo si consegnò alle autorità italiane, io tornai a Roma con l'on. De Cesaris che mi aspettava in macchina». Perché tutta la riservatezza fin qui tenuta? «Per impedire che tutto questo finisse in propaganda politica per il mio partito, e per non intralciare la discussione politica dell'Italia». Insomma, «nessun giallo, e il viaggio si è svolto alla luce del sole: con il mio passaporto, il mio nome e un aereo di linea».


    http://www.geocities.com/CapitolHill...gioconapo.html

  8. #68
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    Predefinito Per non dimenticare

    La sentenza Sme-Cirio e l’assoluzione di Prodi
    Postato il Lunedì, 30 gennaio @ 00:00:00 CET di Peppone

    Caso Cirio, tutte le anomalie dell’assoluzione del Professore
    Pm trasferiti e minacciati, escamotage per evitare conflitti di interessi all’allora manager. E quella perizia della Procura che lo chiama in causa





    Prodi assolto perché il fatto non sussiste? La sentenza che lo riguarda (Sme-Cirio) dice effettivamente così, ma i fatti che riguardano la sua vicenda processuale vanno raccontati per bene perché la storia della privatizzazione del colosso agroalimentare Sme-Sidalm - gestita dal Professore - è costata allo Stato italiano ben 7.344 miliardi di vecchie lire. Cifra enorme, che incidentalmente trova conforto nella perizia depositata a Milano dall’ingegner Carlo De Benedetti (a cui Prodi provò a cedere l’intera Sme per 497 miliardi rispetto agli oltre 3mila miliardi stimati) che pretendeva da Berlusconi un risarcimento di 4 milioni e mezzo di euro.
    A proposito della sentenza oggetto di accese discussioni, Romano Prodi si è affidato a una nota scritta per difendersi dall’accusa di aver beneficiato di una legge «ad personam» che sotto il suo governo, e durante il corso del suo giudizio innanzi la procura di Roma, di fatto stravolse e ridimensionò la pena prevista dall’articolo 323 del codice penale (l’abuso d’ufficio), proprio il reato di cui era chiamato a rispondere il Professore. «La riforma dell’abuso d’ufficio - si legge nel testo divulgato dallo staff del leader del centrosinistra - era prevista nei programmi di tutte le forze politiche presentatesi alle elezioni del 1996. Il lavoro era infatti già stato avviato da diversi gruppi parlamentari e dal governo Dini. Il provvedimento nasceva quindi non per iniziativa governativa ma per iniziativa parlamentare». Fabrizio Cicchitto di Forza Italia, non ha perso tempo e gli ha risposto così: «Sulla sua assoluzione, Prodi mente sapendo di mentire: è stato assolto perché il fatto non sussiste solo per la modifica legislativa dell’abuso d’ufficio». Sia come sia, il ridimensionamento di quello specifico reato, in quel particolare momento storico, consentì al gip Landi di applicare la nuova norma in favore dell’imputato Romano Prodi. Che uscì indenne dal processo.
    Eppure, a seguito di svariate denunce dell’imprenditore campano Giovanni Fimiani (vincitore di fatto della gara per la Sme, poi affossata dall’Iri di Prodi) erano stati evidenziati ben altri fatti consumati nell’intera privatizzazione del pacchetto Cirio-De Rica-Bertolli. Una serie di anomalie su cui non si è fatta mai luce nonostante le indagini avviate dalla Procura di Salerno che per prima indagò su Prodi e che poi fu costretta a girare il fascicolo a Perugia per competenza territoriale (dove l’inchiesta si è arenata). Per la cronaca, un esposto-denuncia di Fimiani sulla Sme-Cirio nel quale si chiede la riapertura del caso, pende ancora presso la Procura generale della Corte d’appello di Roma.
    Tornando all’inchiesta di Salerno forse non tutti sanno che il pm Raffaele Donnarumma venne trasferito in un tribunale all’epoca ancora inesistente (Castellammare di Stabia) mentre stava per chiedere il rinvio a giudizio proprio di Romano Prodi. Nella sua relazione del 19 ottobre 1999 indirizzata ai colleghi umbri rivelava dettagli inquietanti in merito a più «circostanze e comportamenti raffiguranti numerosi reati»: dalle attività di svendita della «CDB» ceduta alla «Fisvi» di Cragnotti per 310 miliardi di lire (a fronte di un valore che la procura stimava in oltre 1.070 miliardi) alla svendita della «Italgel» ceduta alla «Nestlè» per 437 miliardi (a fronte di un valore minimo di 1.000 miliardi). Per non parlare della cessione di «Gs-Autogrill» al gruppo Benetton per 691 miliardi (quando - secondo stime - valeva minimo dieci volte tanto) ad altre vicende legate alla compravendita di marchi minori per favorire il gruppo Cragnotti, come «Latte Sud», «Torrimpietra latte», «Solac», marchio «Castellino». Il magistrato campano non ha più potuto seguire la pratica confezionata grazie agli accertamenti (14mila pagine) del consulente tecnico Renato Castaldo che - stando a un reportage del Daily Telegraph - nel bel mezzo del caso Sme alcuni loschi figuri avrebbero provato ad ammazzare sull’autostrada. Il nome di Castaldo torna anche nella perizia dell’inchiesta romana sulla vendita della Cirio che il 24 febbraio 1996 coinvolse ancora Prodi, impegnato in campagna elettorale: l’accusa del pm romano Giuseppa Geremia puntava sull’abuso d’ufficio. Le indagini durarono nove mesi, dopodiché venne partorita la richiesta di rinvio a giudizio per il Professore e per cinque componenti del Cda dell’Iri accusati di aver avvantaggiato la società Fisvi di Lamiranda che si aggiudicherà il colosso «CDB» per poi rivenderla a Cragnotti. In questo giochetto - secondo la Procura - spiccava il ruolo di Prodi che dal 1990 era anche advisor director della Unilever, gruppo che stando alle indagini aveva gestito le trattative attraverso quella Fisvi che pur non avendo i mezzi per realizzare l’operazione acquistò egualmente la Cirio-Bertolli-De Rica. A quale fine? Consentire all’Unilever di mettere le mani sul ramo olio (Bertolli) per 235 miliardi «senza sopportare gli obblighi di natura finanziaria - come annota Ferdinando Imposimato nel libro Corruzione ad alta velocità edito da Koinè - derivanti dalla stipula del contratto di acquisto direttamente dall’Iri». Un escamotage per evitare da un lato, a Romano Prodi, problemi di conflitti di interessi (advisor Unilever, presidente Iri) e dall’altro per consentire la modifica delle condizioni di schema di contratto col risultato che si favorì l’acquirente (Unilever) senza alcun vantaggio per il venditore (l’Iri).
    Con la richiesta di processare Prodi, per la Geremia iniziarono i problemi: minacce di morte, intimidazioni su utenze riservate. Il periodo coincise con un’altra sua inchiesta, quella sull’Alta velocità, dove suo malgrado il Pm si ritrovò fra i piedi la società di consulenza Nomisma. Il 7 novembre il Pm denunciò alla polizia le intimidazioni mirate, informò il procuratore capo Michele Coiro che le aveva affidato l’inchiesta e che suo malgrado finì nel tritacarne giudiziario per i rapporti (legittimi) col capo dei gip Squillante: Coiro venne tagliato fuori dopo un’inchiesta disciplinare promossa dal ministro Gian Maria Flick, avvocato e prodiano doc. La richiesta per Prodi, nel frattempo, venne stoppata dal gip Landi che giudicò insufficiente la perizia Castaldo e diede incarico a cinque esperti di stabilire quanto alla Geremia non interessava: ovvero, stabilire il prezzo del gruppo Cirio, Bertolli, De Rica. Il risultato fu che a fine ’97 il Gip assolse tutti «perché il fatto non sussiste». La sentenza, però, non venne depositata entro la data stabilita (23 gennaio 1998) cosicché la Geremia non potè impugnarla. Dice Cicchitto: «A differenza di Prodi, Berlusconi non solo non ebbe bisogno di alcuna modifica legislativa di un reato, ma non ebbe la “fortuna” che ebbe Prodi di un Gip che depositasse in ritardo le motivazioni del proscioglimento in udienza preliminare, due giorni dopo il trasferimento a Cagliari del Pm che condusse l’inchiesta. Fortuna doppia dal momento che, trasferito quel Pm, nessuno della procura pensò poi di presentare appello». Quando fu possibile leggere le 48 pagine delle motivazioni, saltò agli occhi il passaggio relativo alla «nuova ipotesi di abuso» che alla luce delle modifiche legislative finisce per essere - scrive il Gip - «più favorevole all’imputato». Nel caso specifico, a Romano Prodi.

    di Gian Marco Chiocci
    Il Giornale 25 gennaio 2006


    http://www.fattisentire.net/modules....ticle&sid=1727

  9. #69
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    Scandalo a macchia d'olio (29/09/1999)

    di Massimo Pini

    Massimo Pini è stato membro del Consiglio di presidenza dell'Iri fra il 1986 e il 1992. Sulla storia dell'istituto ha scritto un libro di prossima pubblicazione intitolato I boiardi. Anticipiamo brani del capitolo dedicato alle privatizzazioni.
    Ma la privatizzazione che doveva suscitare le più intense polemiche fu quella della Cirio-Bertolli-De Rica (Cdb): la finanziaria lucana Fisvi di Saverio Lamiranda, che aveva offerto 310 miliardi e 708 milioni per il 62,12% delle azioni possedute dall'Iri, era controllata per il 60% da cooperative agricole del Mezzogiorno, mentre tra gli altri soci spiccavano il Banco di Napoli e l'imprenditore Giuseppe Gravante, il quale godeva di una liquidità di 100 miliardi ricavata dalla vendita delle sue attività nella produzione del latte, precedentemente cedute alla Sme (il gigante alimentare Iri smembrato e privatizzato negli anni Novanta - ndr). 'La voce insistente -faceva sapere il Corriere della Sera, 13 ottobre 1993- è che la finanziaria abbia l'appoggio di potentati politici, più esattamente della sinistra democristiana campana'. Fin dall'inizio la Fisvi non appariva in grado né di pagare le rate all'Iri, né di provvedere poi all'Opa sul resto delle azioni della Cdb, calcolata in altri 200 miliardi.

    Come ti manometto lo statuto sociale Il 2 marzo 1993 l'Iri, ancora presieduta da Franco Nobili, decise di vendere con asta pubblica la Cdb; il 15 marzo il Credito Italiano effettuò una valutazione tra i 900 e i 1.350 miliardi. Mentre il 29 luglio il Consiglio di amministrazione dell'Iri si apprestava a deliberare sul terzo punto all'ordine del giorno, 'Sme: cessione del settore industriale', il presidente Prodi sospese la riunione per convocare un'assemblea straordinaria che nel corso di trenta minuti, dalle 12 e 10 alle 12 e 40, modificò dieci articoli dello statuto sociale. Alla ripresa dei lavori, il Consiglio decise di abbandonare la strada dell'asta e di procedere invece per trattativa privata.

    Evidentemente il metodo dell'asta competitiva, che Nobili aveva già sperimentato con successo e con unanimi riconoscimenti al tempo della privatizzazione della Cementir, non era considerato altrettanto trasparente quanto la trattativa privata: Franco Nobili, a quel tempo incarcerato, non era in grado di illustrare i vantaggi per le casse dello Stato. Per parte sua, il Consiglio di amministrazione dell'Istituto volle conferire tutti i poteri per l'amministrazione al presidente Romano Prodi il 7 ottobre, con la facoltà 'di compiere gli atti riferentisi ad operazioni, attive e passive, a breve e a medio/lungo termine, di importo non superiore a lire miliardi 500'.

    Quando i particolari della vendita di Cdb alla Fisvi trapelarono, le polemiche fioccarono: Pietro Larizza, segretario generale della Uil, la definì 'operazione da supermercato: compri tre per tenerne due'. 'C'è una società che acquista e non ha ancora i soldi per pagare; per formare il capitale necessario, vende una parte di ciò che ha comprato; per la parte che rimane cerca ancora i soci finanziatori per completare l'acquisto. Con questo metodo a dir poco discutibile -concludeva Larizza- non servono imprenditori acquirenti, basta essere un buon mediatore di affari'.

    Fisvi: il nano che si mangia il gigante A metà novembre la Fisvi non aveva ancora pagato il pattuito: era ancora in itinere l'aumento di capitale, mentre soci come il Banco di Napoli prendevano le distanze. Nel frattempo il parlamentare comunista di Napoli Antonio Bassolino, che pochi mesi dopo sarebbe divenuto sindaco della città, scriveva una lettera al presidente del Consiglio Ciampi, allegando una 'dettagliata nota sulle modalità di vendita della Cdb alla Fisvi e sil profilo 'imprenditoriale' degli acquirenti. 'E' infatti evidente -concludeva Bassolino- il pericolo che privatizzazioni fatte a questo modo espongano pezzi strategici del nostro apparato produttivo alle mire speculative e affaristiche'. In una conferenza stampa tenuta A Napoli il 16 ottobre Bassolino così definiva l'operazione: 'E' come se dei nani decidessero di impadronirsi di un gigante'. Alla lettera a Ciampi era allegato il testo di una denuncia alla Procura della Repubblica di Napoli presentata dall'avvocato Giovanni Bisogni il 23 ottobre.

    Si apre così un procedimento penale nei confronti di Prodi e dei componenti del Consiglio di amministrazione dell'Iri, spostato poi a Roma per competenza: qui il sostituto procuratore Giuseppa Geremia affidò al perito Renato Castaldo una consulenza tecnica. Il perito rilevò come Prodi fin dal 1990 fosse advisory director (direttore consulente) della multinazionale Unilever di Amsterdam, incarico dal quale egli si era dimesso al momento del suo ritorno al vertice dell'Istituto. Risultava comunque 'innegabile e certamente singolare il ruolo svolto dalla Unilever nell'intero affare inerente la cessione Cbd, tale da potersi definire di 'regia generale', così come risulta dalla lettura dei documenti... E' innegabile e documentato che la Unilever S.A. e la Unilit spa (consociata italiana della Unilever - ndr) hanno inviato offerte, condotto trattative dirette e indirette con l'Iri e gestito l'acquisto del settore 'olio' in epoca precedente alla stipula del contratto di gestione definitivo tra Fisvi ed Iri, predisponendo anche clausole contrattuali da inserire nel contratto...'.

    E l'Iri incassa 400 miliardi in meno La Fisvi, che 'non possedeva le necessarie risorse finanziarie per sostenere le operazioni di acquisizione', aveva predisposto, prima ancora di diventare proprietaria della Cdb, la vendita del settore olio della Cdb (la Bertolli) alla Unilit, 'con il consenso del Cda dell'Iri, per la somma di lire 253 miliardi così procurandosi il denaro per pagare il prezzo...'. Addirittura la Fisvi, che non fu in grado di presentare la fideiussione di 50 miliardi richiesta dal bando d'asta del 5 marzo, ma ne presentò una per soli 5 miliardi, avrebbe dovuto essere esclusa dal novero degli aspiranti concorrenti. Se la Granarolo aveva offerto all'Iri per il solo settore del latte 200 miliardi, se il settore olio era stato ceduto dalla Fisvi alla Unilit/Unilever per 253 miliardi, se a questa cifra si aggiungeva il settore del vino, venduto per 40 miliardi, e quello delle conserve e pomodoro, del valore di 200, secondo il perito si raggiungeva la cifra di 693 miliardi, a fronte della quale l'Iri ne aveva incassati solo 310. Bisognava aggiungere a ciò la violazione dell'articolo 6 del contratto, che impegnava l'acquirente ad 'assicurare la continuità produttiva' delle aziende del gruppo Cbd: secondo il perito, l'Iri aveva consentito 'che l'acquirente 'fantasma' Fisvi smembrasse l'azienda Cirio-Bertolli-De Rica prima ancora di acquistarla e pagarla, e la vendesse a pezzi consentendo a vari soggetti di trarne ingenti profitti', con chiaro riferimento a Sergio Cragnotti nelle cui mani caddero infine le aziende del latte e delle conserve.

    Tuttavia il pubblico ministero non volle contestare agli imputati la congruità del prezzo: 'Se la valutazione l'avessi fatta fare a sessanta periti avrei avuto sessanta risultati diversi', dichiarò ad una giornalista. Il fronte aperto dall'accusa, quello del conflitto di interessi tra l'unico advisory director italiano della Unilever e il presidente della società venditrice, nonché i quesiti sul perché di un acquirente squattrinato e di fatto passacarte di acquisti altrui, non trovarono spazio presso il giudice per le indagini preliminari Edoardo Landi, il quale il 22 dicembre 1997 non concesse il rinvio a giudizio dell'allora Presidente del Consiglio'.


    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=87

  10. #70
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    Predefinito Scurdammoce o passato simme e napule paisa'

    libro di Ferdinando Imposimato riserva ancora altre sorprese sullo scandalo del super treno
    I convegni di Necci e l’imbarazzo di Prodi
    di Giampiero Carbone
    (SESTA PUNTATA)
    Dopo il primo rapporto dello Sco, il reparto speciale della polizia che si occupa di indagini
    societarie, il 17 ottobre 1995 Imposimato riceve il secondo, integrazione del precedente dossier.
    Anche questo documento conferma la presenza di imprese poco pulite tra le assegnatarie dei
    lavori per l’Alta Velocità nella linea Roma - Napoli.
    “Tutto ciò è stato possibile poiché gli strumenti di controllo sulle grandi opere sono ampiamente
    insufficienti”, scrive l’ex magistrato, allora in veste di deputato alla Camera nelle file del Pds.
    Ma intanto, nella Commissione parlamentare antimafia, presso la quale Imposimato è relatore
    sulla criminalità in Campania, il parlamentare si trova sempre più isolato, tanto che anche i suoi
    compagni di gruppo, quali Violante, Ayala e Bargone si dimostrano disinteressati al suo lavoro.
    Nel settembre 1996, la presidente di quella Commissione, l’on. Tiziana Parenti di Forza Italia,
    rilascerà un’intervista al giornale salernitano “La Città”, nella quale accusa il Pds di aver coperto lo
    scandalo isolando Imposimato.
    Sempre nel settembre del 1995, Imposimato incontra l’amministratore delegato delle Fs, Lorenzo
    Necci che afferma di condividere il lavoro fatto in Commissione e che riesce a convincere l’autore
    del libro “Corruzione ad Alta Velocità” a partecipare ad un convegno dal titolo “Mezzogiorno di
    ordinario sviluppo. Crescere con il Sud”, partecipazione che lo stesso Imposimato definisce
    “un’enorme ingenuità”.
    “Necci pensava a 300mila miliardi”
    Durante il convegno, Necci fa riferimento ai 300.000 miliardi di lire che lo stato tedesco sta allora
    investendo per realizzare l’unificazione tra Est e Ovest, e Imposimato scrive: “Incredibile! Il salto
    da 26.000 a 140.000 miliardi non bastava a Necci. Egli pensava a 300.000 miliardi”.
    Il 26 gennaio 1996, Imposimato illustra alla Commissione la relazione finale, in un’indifferenza
    ormai impalpabile.
    Inoltre, le audizioni in aula dell’ex amministratore della Condotte spa (società assegnataria dei
    lavori, in odore di Camorra) nonché presidente del consorzio Iricav Uno (il consorzio di imprese
    referente dell’Iri) Luciano Berarducci, e dei responsabili della Calcestruzzi (società del gruppo
    Ferruzzi) e della Icla (altra impresa in odor di camorra) fanno capire che “dalle società che
    operavano sull’Alta Velocità non era possibile cavare un ragno dal buco.
    Mezze ammissioni, difese d’ufficio, molte chiacchiere, il facile riparo sotto l’ala lunga della
    burocrazia e delle sue pastoie”.
    La relazione di Imposimato non verrà neppure messa in discussione e tantomeno votata.
    Intanto, il 23 marzo 1996, le Camere saranno sciolte dal presidente Scalfaro, e con esse la
    commissione antimafia.
    L’ex magistrato viene ricandidato dalla coalizione dell’Ulivo per le elezioni politiche del 21 aprile
    1996, sempre nel suo collegio Caserta - Maddaloni - Marcianise.
    Un maresciallo della guardia di finanza informa Imposimato che la Camorra lo vuole eliminare,
    poiché ritenuto responsabile di aver causato la revoca della concessione dei lavori per alcune
    società subappaltatrici campane nell’Alta Velocità.
    Page 2
    16 marzo 2002 - I convegni di Necci e l’imbarazzo di Prodi - di Giampiero Carbone - pag. 2 di 2
    Alla fine, Imposimato lascia il suo paese, Maddaloni, e la Camorra si accontenta di non farlo
    eleggere.
    Dopo le politiche, vittoriose per l’Ulivo, l’ormai ex senatore decide di recarsi dal nuovo presidente
    del consiglio dei ministri, Romano Prodi, per riferirgli tutto quanto sa sull’Alta Velocità; “ignoravo gli
    insabbiamenti dell’inchiesta romana da parte di un pm, poi arrestato, e che Prodi era indagato”,
    anche se Imposimato ricorda che il suo nome era già emerso durante le audizioni alla
    Commissione antimafia.
    A questo punto, l’autore fa un dettagliato resoconto dell’incontro, durante il quale l’ex presidente
    dell’Iri non apre bocca, mentre Imposimato espone il suo lavoro. Solo l’arrivo nell’ufficio del
    presidente del ministro della difesa Beniamino Andreatta smuove Prodi dall’imbarazzo in cui è
    stato gettato dalle parole di Imposimato, il quale viene cortesemente salutato senza aver concluso.
    “Solo molto tempo dopo sarei venuto a conoscenza del fatto che Prodi, fino al 1993, anno della
    nomina alla presidenza dell’Iri, era stato garante dei lavori dell’Alta Velocità, cioè uno dei
    controllori di quello scandalo. E anche che, secondo il magistrato romano Giuseppa Geremia,
    Prodi aveva fatto sì che una società da lui stesso creata, la Nomisma, potesse beneficiare di
    consulenze miliardarie proprio sull’AltaVelocità”.
    Sciacallaggio mediatico
    Nell’ottobre dello stesso anno, Imposimato parla delle mancate indagini su questo scandalo alla
    stampa; al Corriere afferma che “la Commissione antimafia aprì un’inchiesta ma non si volle
    andare avanti”, e fa i nomi di Violante, Bargone e Prodi per indicare coloro che avrebbero
    occultato la vicenda.
    Quest’ultimo arriva a negare di essere stato, all’epoca delle assegnazioni dei lavori per l’Alta
    Velocità alle imprese “sporche”, presidente dell’Iri.
    La stessa Tiziana Parenti, ex presidente della Commissione antimafia, ricorda al Corriere come
    Imposimato venne isolato “all’interno del suo stesso partito, per tenere l’inchiesta sotto tono”.
    E ricorda all’allora sottosegretario al Lavori Pubblici Bargone, che venne fatto il nome di Prodi
    durante le audizioni della Commissione.
    Secondo la Parenti, “Imposimato subì l’isolamento dal suo stesso partito anche perché
    quell’inchiesta si intrecciava con quella delle Coop rosse”.
    Guardacaso, poche settimane dopo, il settimanale “Panorama” pubblica un articolo dove vengono
    riportate alcune intercettazioni in cui Imposimato viene descritto come colui che avrebbe “montato
    tutto quel pandemonio per estromettere dai lavori alcune imprese della Camorra per piazzare le
    sue”, senza fare però il nome delle imprese eventualmente appartenenti all’ex magistrato.
    Questo tentativo di sciacallaggio mediatico non porta a nulla.
    La prossima puntata parleremo dell’inchiesta della magistratura di La Spezia che, indagando su
    tutt’altra roba, svela la trama gigantesca sotto la quale si nasconde l’imbroglio dell’Alta Velocità.
    (6 - CONTINUA)
    Giampiero Carbone
    http://72.14.207.104/search?q=cache:...&ct=clnk&cd=11

 

 
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