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    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    PANDALIANE (Il Calibano)

    9 marzo 2004

    Nel 1792 Mary Wollstonecraft scrisse “I diritti delle donne”, il primo manifesto dell'emancipazione femminile. Un anno dopo, uscì il libello satirico di un altro filosofo, intitolato “I diritti dei bruti”, in cui si sosteneva che, se le donne avevano dei diritti, allora si doveva riconoscerne alcuni anche agli animali, "perché donne e animali non sono altro che natura, esseri irrazionali, privi di anima…”. Dopo aver condannato, senza se e senza ma, la razzista e maschilista affermazione del filosofo misogino, bisogna convenire che l’immaginario erotico degli uomini è popolato di gattine, giaguare, tigri, pitonesse, capinere, verghiane lupe e pitigrilliani mammiferi, tanto sconosciuti quanto lussuosi. Un bestiario che ben si presta alle scorribande venatorie perché, si sa, l’uomo, come Atteone, è cacciatore. Un cacciatore un po’ particolare. Avveniva che, una volta venuto in possesso dell’oggetto dei suoi desideri, si affrettasse a mutarne le peculiarità e, trapiantandole due alate appendici e il Verhalten materno, trasformava la ferina preda in un rassicurante “Angelo del focolare”. Il mansionario dell’angelo del focolare è presto detto: occuparsi dei vecchi genitori del cacciatore, tenere pulita e in ordine la sua caverna, e passare la giornata davanti ai fornelli. Ah, dimenticavo! Tra un risotto ed una fricassea deve partorire per, a seconda dei momenti storici e delle necessità, offrire braccia alla terra o soldati alla Patria. Chi per la patria muor, vissuto è assai! Sarà pur vero, ma dopo Caporetto mancano braccia, e gli angeli devono abbandonare il focolare e i fornelli per industriarsi con spolette e granate. “Hestia, per i Greci, è il focolare circolare, fissato nel suolo, è l'ombelico attorno al quale la casa si radica nella terra. Essa, nota Jean-Pierre Vernant, è simbolo e pegno di fissità, di immutabilità, di permanenza. Ed è in quanto centro fermo a partire dal quale lo spazio umano si orienta e si organizza, che Hestia, per i poeti e i filosofi antichi, potrà identificarsi con la terra, immobile al centro del cosmo. La terra intera, casa degli uomini, sarà il focolare fisso del mondo”. Panta rei! Tutto scorre! Ed una volta spezzato l’incantesimo del circolo virtuoso che incatenava l’angelo al focolare, cadono, ad uno ad uno, tutti i capisaldi dell’asse Dio-Patria-Famiglia. Per un ventennio si tenta di conciliare l’angelo con il focolare, la fabbrica e la necessità di riempire le culle, ma –non si trattien lo strale quando dall’arco uscì-. La famiglia è la prima vittima. I nomi che designavano, aritmeticamente, il numero dei figli spariscono. Spariscono dagli appelli scolastici i Quinto, i Settimo, gli speranzosi Ultimo e, per le femminucce, avvizziscono e cadono come foglie morte, le Orientale, Letizia, Decima, Italia, Adua. Anche il maschio, inevitabilmente, dolorosamente muta e si trasforma da indomito cacciatore in domo telespettatore che, al posto del coltello di ossidiana, impugna il telecomando, ultimo simbolo fallico continuamente insidiatogli dall’ex angelo del focolare. Il tasso di natalità varia da 7,3 nati per mille abitanti in Liguria a 11,4 in Campania, rispetto ad una media nazionale di 9,4 per mille. Tra le regioni del Nord-ovest il tasso di natalità più elevato si registra in Lombardia (9,6 per mille). Nelle regioni del Nord-est registrano un tasso di natalità superiore alla media nazionale il Trentino-Alto Adige (10,9 nati per mille abitanti) e il Veneto (9,5 per mille). Le regioni del Centro presentano tutte, tranne il Lazio (9,5 per mille), un tasso di natalità con valori inferiori alla media nazionale. Nelle regioni del Sud, i tassi di natalità più elevati sono quelli di Campania e Puglia (11,4 e 10,0 per mille). Infine, la Sicilia presenta un tasso di natalità superiore alla media nazionale (10,3 per mille) mentre la Sardegna ha un valore pari appena all'8,0 per mille. Ci si avvia, inesorabilmente, ad avere mezzo figlio a testa che, come Trilussa insegna, vuol dire che qualche coppia ha due figli altre niente. Il calo di desiderio del cacciatore, ridotto a furtivo bracconiere in stimolanti Sex Shop o a innocuo uccellatore di formose Veline, sommato alla stressante personalità dell’ex angelo del focolare, trasformatosi in una arrembante amazzone in carriera, contribuiscono a rendere i giovani Italiani più rari del muflone sardo o dell’orso marsicano. È un bene? È un male? Stando a ciò che dice l’ONU è sicuramente un bene. L’ONU ha stimato in 30.000.000 la popolazione ideale per il bel Paese, visto che gli Italiani stanno sfiorando i 60.000.000 non dovremmo preoccuparci eccessivamente, ma c’è chi si preoccupa. Woytila, Ciampi, Socci, Pampers e Chicco hanno dichiarato guerra alle Pandaliane (le Italiane che si riproducono meno dei panda) è al grido di –riempite le culle!- si apprestano a lanciare un “Baby storm” riproduttivo. Se la guerra al figlio unico avrà successo, cosa ne faremo dei 4/7 figli che benediranno ogni coppia? Mah, a qualche cosa serviranno! Ad esempio, nelle campagne fuori Padova, a San Giacomo di Albignasego, la scuola elementare stava per chiudere perché non c'erano più alunni. L' hanno salvata Raffaella Mascherin e Giuseppe Butturini, felicemente sposi, lui professore di storia della Chiesa all'ateneo patavino. «Sì, coi nostri bambini e con quelli di una coppia di nostri amici, 19 in tutto. Per adesso».Di figli i coniugi Butturini ne hanno già otto. Più uno in arrivo. Quindi i nuovi nati serviranno a salvare la scuola ed incrementare il numero dei docenti. Interessa a qualcuno sapere che l’Italia ha quasi la stessa densità di abitanti per chilometro quadrato della Cina? Vabbè, speriamo che le donne restino Pandaliane e non accettino di tramutarsi in Conigliane per far piacere a Woytila, Ciampi, Socci, Pampers e Chicco e…agli insegnanti disoccupati.



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    Piergiorgio Welby

  2. #282
    io e basta
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    COMINCIAMO BENE(Il Calibano)

    11 marzo 2004

    Al suo quinto anno di programmazione il mattino di Raitre propone ai telespettatori un'offerta ancora più completa e articolata: un lungo appuntamento di quattro ore con l'attualità, l'informazione, la cultura e lo spettacolo. Oggi, giovedì 11 marzo 2004, uno dei temi trattati è di un’attualità più ineludibile che incalzante: “Curarsi: un diritto o un dovere?”. Prima ancora di ascoltare gli ospiti e le domande dei conduttori, Corrado Tedeschi ed Elsa Di Gati, il pensiero va alle due “Marie”, una deceduta per non essersi voluta sottoporre all’amputazione di un piede e l’altra –obbligata- all’intervento chirurgico dai congiunti. Certo che scegliere le 10,05 per informare i telespettatori sul diritto di sottrarsi a cure ritenute inutili ha un non-so-che di ipocrita reticenza. La maggior parte dei televisori sono spenti e, davanti a quelli accesi sonnecchia un gatto, padrone indisturbato della poltrona buona o starnuta un bambino vittima del raffreddore. La televisione che, in cucina, domina i fornelli dall’alto della mensola ha certamente più spettatrici, quanto attente non si può dire perché, tra il ragù che si –attacca- i testimoni di Geova che ti portano la buona novella della fine del mondo prossima ventura, la lavatrice che ha finito il risciacquo, e un’occhiata, ogni tanto, all’orologio per non costringere il bambino a scuola a fare la fine di Pollicino, il teleschermo e le immagini che lo animano diventano come il rumore del mare: te ne accorgi solo se niente ti distrae. Il primo a parlare è Beppino Englaro, padre di Eluana, in coma vegetativo permanente da ormai 12 anni. I ragù bruciano, i testimoni di Geova suonano invano, la lavatrice è spenta, il bambino segue il tracciato delle mollichine, previdentemente seminate al mattino. Sosteneva Chaplin che la vita è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo. La vicenda di Englaro, da qualsiasi punto di vista la si osservi, è una tragedia. Una di quelle tragedie che, una volta iniziate, abbandonano l’illogicità del –caso- che le determina, per addentrarsi nei kafkiani labirinti delle impersonali burocrazie che riproducono l’alienante ambiguità dei responsi della Sibilla. La domanda di Englaro può essere riassunta così: perché mia figlia, già morta, deve restare qui a morire? Non gli rispondono i medici che hanno applicato i “protocolli di rianimazione”, non ha risposto il Tribunale di Lecco e la corte d'Appello di Milano, non gli risponde Ciampi, non gli risponde la politica che preferisce smarcarsi elegantemente da tutte quelle situazioni definite “questioni di coscienza”. Prova a rispondere, anzi, a non rispondere, il Prof. Francesco D'Agostino, presidente del Comitato di Bioetica. Ecco, di fronte ad un uomo che, nonostante da dodici anni sia costretto a confrontarsi con un dolore incomunicabile, conserva una lucidità, una misura ed una coerenza che non presta il fianco ad accuse o sospetti di meschini secondi fini, il presidente del CNB non trova di meglio che affermare: “la vita è un valore!” e “anche una persona in stato vegetativo permanente potrebbe, forse, chissà –risvegliarsi-“. Il Prof. Armando Santoro, direttore del Dipartimento di Scienze onco-ematologiche dell'Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Mi), introduce il tema delle cure palliative. Anche in questo caso il Prof. D’Agostino dimostra di essere “L’uomo del monte dei dubbi”: “ ci vuole cautela con la morfina, una dose doppia potrebbe mettere il medico nei guai”. La verità è che D’Agostino non crede nel living will, è contrario ad ogni forma di eutanasia, sia attiva che passiva, e, forse, non crede nemmeno all’utilità dello stesso CNB. In che cosa crede? Crede, parole sue, nel giuramento di Ippocrate. Un dinosauro vecchio di 2464 anni, nato quando i macchinari biomedicali e gli SVP non ponevano ai medici gli interrogativi che pone oggi Englaro.Una risposta viene dal Prof. Maurizio Mori, docente di Bioetica presso l'Università di Torino. Il problema va affrontato, “dopo due anni da una diagnosi di stato vegetativo permanente non ci può essere un ritorno in vita”. Le posizioni del Prof. Mori e del collega Prof. D’Agostino, sono inconciliabili, ma è inaccettabile che di questa inconciliabilità ne paghino le conseguenze i 1500 SVP e i loro familiari. Al Parlamento sonnecchiano, dormono (speriamo che non siano in stato vegetativo permanente) due progetti di legge: la legalizzazione del living will e la depenalizzazione dell’eutanasia. Questi problemi devono passare dai talk show all’aula di Montecitorio. Pochi minuti dopo la fine di “Cominciamo bene” il Tg dà questa notizia: “Un malato terminale di cancro, P.P. di 58 anni, si e' tolto la vita questa mattina sparandosi un colpo di pistola in bocca nella stanza del policlinico di Tor Vergata di Roma, dove era ricoverato da una ventina di giorni. L'uomo, un imprenditore edile di origine veneziana, e' morto sul colpo”. La possibilità di ricorrere all’eutanasia potrebbe rendere il percorso dei malati inguaribili e incurabili meno solitario e disperante.

    Piergiorgio Welby

  3. #283
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    MERLI SAGGI (Il Calibano)

    20 marzo 2004

    MERLI SAGGI


    Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses? (Tib. 1, 10). Albio Tibullo, 2020 anni fa, si poneva questa angosciante domanda: “ma chi cavolo ha inventato le armi e la guerra?” e, grazie ad una diplomatica indisposizione, lasciava che il suo amico, Messalla Corvino, andasse a menar le mani mentre lui restava a Corcira in preda a dubbi amletici e huysmanniane melanconie. Che c’entra Zapatero e l’Europa? Niente! Coincidenze fortuite, similitudini inconsistenti, improponibili paragoni. Il nostro Albio s'accontentava di un' "aurea mediocritas", che gli permettesse una vita moderatamente agiata e soprattutto tranquilla, nel segno di un profondo e desiderato "disimpegno". E, mentre seguiva la pista che lo avrebbe portato a scoprire il primo guerrafondaio, passava il tempo a saltabeccare dagli abbracci della fedifraga Delia, alle voluttà consolatrici di Nemesi "saeva, dura puella", una professionista del Sado&Maso, una squillo sensuale ed avida di denaro. Insomma, ma chi cavolo ha inventato le armi e la guerra? L’uomo di fede risponderebbe (gli uomini di fede hanno sempre una risposta), che Caino levò per primo la mano omicida, e Jahvè, l’ONU del tempo, fece la prima inchiesta per genocidio: “Dov'è tuo fratello Abele?". Egli rispose: Non lo so; sono io forse il custode di mio fratello?". L’antropologo, disincantato ragioniere dei comportamenti umani, annota che: “Per fare una guerra bisogna avere a disposizione squadre di com*battenti armati. Neanche una delle uccisioni ricordate da Richard Lee si era verificata nel corso di incursioni armate e non costitui*va quindi un atto di guerra. Soltanto due fra tutti gli informatori di Lee raccontarono che un tempo, prima dell'arrivo nel loro ter*ritorio della polizia del Protettorato di Bechuanaland, c'erano squa*dre di guerrieri che compivano scorrerie”. Insomma, alla faccia del buon selvaggio di Rousseau, accoppare il prossimo è sport antichissimo e molto praticato che può essere limitato o interrotto solo dall’intervento della “polizia”. Chi disdegni l’opinione dell’uomo di fede e dell’antropologo può cercare una risposta o nel gozzaniano e rassicurante – salotto buono – dove Vespa-Felicita intrattiene i Loreti impagliati o affidarsi all’-ultima cena- di Socci dove i commensali s’abbandonano in solipsistici monologhi. Sarà soddisfatta la domanda che, come un pruno, molestava la mente di Tibullo? No, ma in questo incipit di violenta e sanguinosa primavera, dove s’aggirano per l’Europa lo spirito di Monaco e lo spirito di San Francesco, ambedue insidiati dallo spirito di Agramente, potrà dire di aver ascoltato il canto delle colombe della pace e dei galli da combattimento. All’appello canoro mancano i merli. Gli ornitologi (cosa sarebbe di noi senza gli esperti!) accusano l’inverno e l'improvvisa escursione termica di questi giorni, ma la verità è che i merli non cantano perché non c’è nessun motivo per cantare. “Merli saggi”, è questo l’inquietante ossimoro che ci regala madre natura.


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    Piergiorgio Welby

  4. #284
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    BROBDINGNAG (Il Calibano)

    28 marzo 2004

    BROBDINGNAG



    "C'è il rischio, per non dire la certezza, di uno scontro laici-cattolici come quello in corso sulla procreazione assistita. Da noi trattare certi temi è evidentemente più difficile che in altri paesi. Non vedo però perché nazioni come la Svizzera o l'Olanda possano avere affrontato civilmente la questione dell'eutanasia mentre noi dovremmo rimanerne fuori, quasi fossimo immaturi".

    Correva il 18 di giugno dell’anno 2000, e il Professor Veronesi esprimeva i suoi dubbi sulla possibilità che anche in Italia si affrontassero alcune tematiche, concernenti l’inizio e la fine della vita, prendendo come modello la scienza senza chiederle di confrontarsi con alcuna genesi religiosa. Sono passati quattro anni e il dibattito sulla procreazione medicalmente assistita si è concluso con una legge-mostro giudicata contraddittoria e inapplicabile anche da una parte dei parlamentari che l’hanno votata. Questa legge è stata auspicata, sostenuta, voluta, ottenuta da chi aspirava ad impedire la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali. No, non è questo che –il popolo sovrano- si aspettava. Un sondaggio dell’Eos Gallup Europe rileva che in Italia i favorevoli alla clonazione terapeutica sono il 65%. Ma era ciò che si prefiggeva la Pontificia Accademia per la Vita che afferma: ”Nessun fine ritenuto buono, quale l'utilizzazione delle cellule staminali embrionali che se ne potrebbero ottenere per la preparazione di altre cellule differenziate in vista di procedimenti terapeutici di grande aspettativa, può giustificare tale intervento. Un fine buono non rende buona un'azione in se stessa cattiva”. Chiuso il discorso, ricerca scientifica sulle staminali embrionali, ricorrendo alla manichea contrapposizione di buono/cattivo, resta da affrontare il secondo corno del dilemma al quale Veronesi appendeva il cappello dell’eutanasia. L’eutanasia non è un monolite sotto cui seppellire e nascondere il termine della vita, è più simile alla sabbia e, come la sabbia, è composta da infiniti –granelli tragedie- tutti eguali, perché la morte di un uomo è il doloroso morire di un frammento di umanità, eppure tutte differenti, perché noi siamo unici, come unica è la nostra vita e la nostra morte. Veronesi, parlando dell’eutanasia, si riferiva al caso Englaro. Eluana Englaro giace in una clinica, alimentata con un sondino nasogastrico. Immobile, gli arti irrigiditi e deformati, senza speranza di riprendere coscienza. Si trova così dal 18 gennaio del 1992, quando verso le quattro del mattino la sua auto si è schiantata contro un muro nei pressi di Lecco. Nel dicembre 1999 la Corte d'appello di Milano ha respinto la richiesta del padre-tutore, Beppino, di sospendere la alimentazione artificiale che la tiene in vita. Oggi, i genitori di Eluana rivolgono questo appello a Carlo Azeglio Ciampi: “Ci auguriamo che lei signor presidente voglia trovare gli atti opportuni per dare uno sbocco alla vicenda di nostra figlia”. Ciampi non ha ancora risposto. I genitori di Eluana dovranno accontentarsi della risposta di Giovanni Paolo II: “Il malato anche se in stato vegetativo resta una persona e ha diritto a un'alimentazione e a terapie antidolore. Scriveva Tolstoj che il tempo e la pazienza sono gli attributi più grandi di tutti i guerrieri. Tempo e pazienza, dodici anni passati a fare domande, dodici anni passati ad attendere risposte. A nessun guerriero può essere chiesto tanto. Eppure i coniugi Englaro non hanno voluto percorrere le ipocrite scorciatoie che, silenziosamente, percorrono molti famigliari di persone in stato vegetativo persistente. Loro cercano una risposta istituzionale. Una risposta non impossibile, come dimostrano i casi, simili a quello di Eluana e risolti dalla legge, di Nancy Cruzan (Stati Uniti), Karen Quinlan (Stati Uniti), Anthony Bland (Gran Bretagna). Anche il Prof. Veronesi si poneva una domanda: “Non vedo però perché nazioni come la Svizzera o l'Olanda possano avere affrontato civilmente la questione dell'eutanasia mentre noi dovremmo rimanerne fuori, quasi fossimo immaturi". Non so se, dopo quattro anni, si sia data una risposta, ma non credo che gli Italiani siano immaturi. Il 53 per cento degli intervistati dalla Doxa si è detto d'accordo a consentire per legge l'eutanasia. Il 38 per cento si è dichiarato contrario, sempre e comunque, ed un 9 per cento ha risposto "non so". Non siamo immaturi, siamo dei Gulliver nella terra di Brobdingnag, dove vivono giganti, insensibili e distratti, che ci schiacciano senza rendersene conto.

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    Piergiorgio Welby

  5. #285
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    LE MUTANDE DI PRIAMO (Il Calibano)

    2 aprile 2004

    Priamo, re di Troia, sposò Ecuba, figlia di Dimante. Forse suggestionato dalla patriottica esortazione a riempire le culle del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, o irretito dalla biblica invocazione a crescere e moltiplicarsi del presidente della Conferenza episcopale italiana, Cardinale Emilio Ruini, o, più prosaicamente ed erroneamente, convinto dalla lucrosa taglia di mille –euri- per ogni infante messo al mondo, si rimboccò le mutan…ehm, le maniche ed ebbe cinquanta figli maschi e dodici femminucce. Ecuba vinse il premio di “Fattrice dell’anno”. Priamo costruì una Milano 2 per dare un tetto all’esuberante figliolanza. Omero annota che: « […] alla meravigliosa casa di Priamo, ricca di portici costruiti ad arte, e c'erano, affiancate le une alle altre le cinquanta stanze dei figli costruite in pietra ben levigata; lì in vero dormivano i cinquanta figli di Priamo vicino alle spose; dall'altra parte, nell'atrio, si affacciavano, sotto lo stesso tetto, affiancate, le dodici stanze delle figlie: lì dormivano i generi di Priamo presso le virtuose spose». (Iliade, VI, 242-250). Vissero felici e contenti? Felici no! Ecuba finì a fare la colf in casa di Ulisse e Priamo, sempre a causa di Ulisse, perse un regno e i due hobbies preferiti: pescare trote nello Scamandro e…beh, l’altro lo potete immaginare. Come ammonisce un noto adagio -Il sesso è la cosa che richiede la minor quantità di tempo e provoca la maggior quantità di guai-. Uno dei figli, Paride, un tipo vacuo e narcisetto che, stanco di fare il pastore, volle imitare Frizzi e fece il giudice in un concorso di bellezza, invece di assegnare la fascia di Miss a Giunone o Minerva, ottima casalinga la prima e saggia studentessa la seconda, si fece corrompere da Venere, una cubista procace e nota alle cronache rosa per le sue scappatelle con Efesto, Ares, Anchise, Bute, Adone. Questa scelta fu causa di orrende sciagure e della distruzione di Troia, invano eroicamente difesa dall'altro figlio, prode e generoso, Ettore. Morale: cinquanta figli sono ineducabili! Se Priamo si fosse fermato a uno avrebbe ancora il suo regno. Volete la controprova? Il prolifico Priamo fu sconfitto da Ulisse, l’astuto, un anticipatore del controllo delle nascite che preferiva alzare le vele e non abbassare, compulsivamente, le mutande, che di figli ne aveva uno, Telemaco. Anche l’astuto Ulisse dovette pagare il fio dei suoi coiti interrotti e la dantesca “longa manus” della Chiesa lo punì…mandandolo all’inferno: “…non vogliate negar l’esperienza/di retro al sol, del mondo sanza gente/Considerate la vostra semenza:/fatti non foste per viver come bruti/ma per seguir virtute e conoscenza." (Inferno di Dante, XXVI, 116-120). L'esperienza è una grande scuola di vita, ma lo stupido impara in un'altra scuola. L’umanità è indubbiamente stupida. Invece di seguire le orme dell’inclito e previdente laerziade ha preferito gareggiare con Priamo per strappargli la palma del Guinnes riproduttivo. Non tutti sono stupidi. Un certo Malthus, 250 e passa anni fa, lanciò l’allarme con il suo scritto Essay on Population, nel quale sviluppò l’idea secondo cui la popolazione mondiale cresce più velocemente della produzione dei mezzi di sussistenza. Aveva ragione? Aveva torto? Beh, non aveva previsto il miracolo della tecnologia che è riuscita a sfamare, o quasi, 6 miliardi di commensali, e, a detta di qualcuno, riuscirà a riempire gli stomaci dei10 miliardi di affamati che rallegreranno il pianeta tra una cinquantina d'anni. Senza voler innalzare l’anacronistico vessillo del misoneismo, non si possono ignorare gli economisti che ammoniscono: “non esiste un pasto gratis!". Infatti, il pasto che la tecnologia ci offre, con prodigalità, lo paghiamo, salatamente, con un surplus di inquinamento sempre più difficilmente contrastabile. Il Worldwatch prevede che, entro il 2030, la popolazione aumenterà di 3,6 miliardi di persone e che la maggior parte delle nascite avverrà nel Terzo Mondo. La Banca Mondiale avverte che soddisfare la richiesta globale di cibo diverrà sempre più difficile. Avremo sempre più –circenses- e meno –panem- e, quando la richiesta di pane e companatico salirà di tono, i governanti risponderanno come il Nerone di Petrolini: “Domani... domani... domani... quanti ne abbiamo... domani ne abbiamo... saranno fatte grandi distribuzioni di vino, di olio, di pane”. Dite che malthusianeggio? Forse sì! Ma la colpa è della notizia di una curiosa invenzione. Dalla Germania arrivano le mutande con il ventilatore che dovrebbero aiutare il concepimento. Il particolare indumento è già stato sperimentato con buoni risultati.Il congegno di ventilazione è in grado di raffreddare i testicoli e di conseguenza, di migliorare le capacità riproduttive. Il primario andrologo della clinica universitaria di Berlino, Andreas Jung, ha reso noto che in 20 soggetti che hanno indossato le straordinarie mutande durante la notte per un periodo di dodici settimane sono stati riscontrati buoni risultati, a livello di produzione e di mobilità degli spermatozoi. Le mutande in questione sono provviste di un miniventilatore azionato a batteria, disposto all'altezza della cintura. Dei tubicini di plastica convogliano il flusso di aria così raffreddata su un sistema di piccoli ugelli disposti sui due lati dei testicoli, riuscendo ad abbassare di un grado la temperatura di questi ultimi rispetto a quella corporea. Finalmente tutti gli aspiranti Priamo, grazie al tecnologico e corroborante zefiro generato dal notturno giramento di…pale, potranno sperare di mettere al mondo una cinquantina di figli che, adeguatamente refrigerati, smetteranno di riprodursi quando, su questo autobus chiamato Gea, ci saranno soltanto posti in piedi. Ogni anno, la popolazione umana aumenta di 90 /100 milioni di persone. Nel Novecento la popolazione mondiale è aumentata di 3,75 volte. Asia e Africa insieme avevano quattro miliardi e mezzo di abitanti nel 2000, ma fra cinquant’anni, secondo proiezioni dell’Onu, supereranno i sette miliardi. Più che raffreddare i testicoli bisognerebbe raffreddare le teste.


    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

  6. #286
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    SCIMMIA SARA’ LEI!!! (Il Calibano)

    13 aprile 2004



    L' Omo disse a la Scimmia:/-Sei brutta , dispettosa:/ma come sei ridicola!/ma quanto sei curiosa!/Quann' io te vedo, rido:/rido nun se sa quanto!.../La Scimmia disse : - Sfido!/T' arissomijo tanto! (Trilussa).
    Vabbè, già era imbarazzante l’affinità morfologica che, maliziosamente, ci accomunava a questi ipertricotici quadrumani che, quando Charles Darwin, nel 1859, pubblicò il suo capolavoro "L'origine delle specie", obbligandoci a scendere dall’orgoglioso piedestallo da dove dominavamo, in stilitica solitudine, l’orbe terraqueo, per consegnarci alla cespugliosa storia evolutiva della vita sulla Terra, l’imbarazzo si è trasformato in malcelata vergogna, e la vergogna in rabbia, per una parentela, francamente, indesiderata e degradante. Ritrovarsi sul comò, tra la foto del bisnonno Agenore, col cappello da alpino, e della bisnonna Sofonisba, col manicotto di petit-gris, uno scimpanzé spelacchiato e sorridente e dover ammettere, solo con noi stessi…s’intende, che gli occhi dell’ingombrante –parente acquisito- sono illuminati da un lampo di intelligente ironia che è totalmente assente nella fissità ottusa dello sguardo dei nonni…è un trauma peggiore che trovare la nostra amata consorte a letto con King Kong! Eh, la vita! Si passa da una delusione all’altra. E, la domenica allo Zoo, che tragedia dover ascoltare i commenti dei nostri figli davanti alla gabbia dei gorilla –papà, guarda! Sembra zio Pino!- e allora –zitto, cretino! Non si manca di rispetto al…gorilla!-, lapsus freudiano? Chissà! Certo che dover prendere atto di non essere altro che un –incidente- evolutivo sulla strada che va dalla Pikaia gracilis a Bruno Vespa, non aiuta la sanità mentale. Ridere e sognare sono il segreto per vivere meglio. Visto che Darwin si è preso la briga di toglierci la voglia di ridere, non ci resta che sognare il naufragio del Beagle, il vascello con cui l’antropoclasta scienziato esplorò soprattutto le coste sudamericane. I sogni, a volte, si avverano. La mina vagante che si è incaricata di esaudire il nostro piratesco desiderio, ha un nome –Letizia- un cognome –Moratti- e una carica “esplosiva” di tutto rispetto: “Ministro della Pubblica Istruzione”. I ben informati (formula pilatesca, cara ai giornalisti prudenti) affermano che la corazzata del Consiglio dei Ministri ha approvato un documento, stilato da C.E.I. e Governo, il cui risultato sarà quello di mandare a picco l’evoluzionismo nei nuovi programmi della scuola media. A parte le –voci- i fatti sono questi: con la circolare n. 29 del 5/3/04, il ministro Letizia Moratti ha dato le necessarie indicazioni affinché, già dal prossimo anno scolastico 2004/2005, si comincino ad adottare i nuovi programmi per i primi otto anni di scuola (dai 6 ai 14 anni). Nei vecchi programmi, nei primi cinque anni non si parlava esplicitamente di evoluzione, ma se ne parlava solo nei tre successivi ("Scuola Media Inferiore"), dove nel programma di "Scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali", era prevista la trattazione della "Evoluzione della Terra" con al suo interno l'argomento "Comparsa della vita sulla Terra". In un'altra sezione era prevista la trattazione del tema "Struttura, funzione ed evoluzione dei viventi" con all'interno l'argomento "Origine ed evoluzione biologica e culturale della specie umana", che fa venire subito in mente i supposti antenati scimmieschi dell'uomo. Nei nuovi programmi di tutto questo non c'è più traccia e l'argomento delle origini è sfiorato solo nei programmi per il 2° e 3° anno della "Scuola Primaria", come introduzione alla successiva trattazione della Storia. La formulazione è la seguente:

    - La terra prima dell'uomo e le esperienze umane preistoriche: la comparsa dell'uomo, i cacciatori delle epoche glaciali, la rivoluzione neolitica e l'agricoltura, lo sviluppo dell'artigianato e dei primi commerci.
    - Passaggio dall'uomo preistorico all'uomo storico nelle civiltà antiche.
    - Miti e leggende delle origini.

    È chiaro che questi argomenti potranno ancora essere trattati in modo evoluzionista, ma ciò non è affatto obbligatorio perché, per esempio, si parla di "comparsa dell'uomo", non di "evoluzione dell'uomo".
    Il programma poi termina con l'argomento "Miti e leggende delle origini" e aprirebbe la strada alla trattazione del Genesi. D’altronde, un paio di siluri contro il Beagle, li avevano già sparati due pezzi da 90 del mondo scientifico. Antonino Zichichi, Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati (World Federation of Scientist, con il suo libro “Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo” e Giuseppe Sermonti, genetista e collaboratore della Accademia Pontificia delle Scienze, con il libro “Dimenticare Darwin”.
    Le guerre si sa dove iniziano, ma non si sa mai dove finiscono. Affondato il Beagle con il suo scomodo passeggero, si farà avanti qualcuno che nel suo zaino nasconde il bastone di maresciallo e, gasato dalle imprese del piccolo-grande Corso, si imbarcherà in una campagna contro la paleontologia, l'embriologia, e la biochimica che hanno corroborato le teorie del perfido Charles? Eh, il passato è passato! Il profetico Herman Melville, papà di Moby Dick, sospirava: “Il povero vecchio Passato, / Schiavo del Futuro”. Nell’attesa della riabilitazione del sistema tolemaico contro il copernicanesimo, godiamoci questa ritrovata nobiltà che ristabilisce le dovute distanze tra –noi- e –loro-. Noi chi? Oh, niente scherzi! Noi siamo i destinatari del: "Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra, e incutete paura e terrore a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del cielo [...] Tutto ciò che si muove e che ha vita vi sarà di cibo". (Genesi IX, 1-5). Allora, niente indugi e togliamo dalla cornice la foto del presunto scimmiesco antenato e mettiamo al suo posto una Moratti 18x24. Qualche dubbio? Vi eravate affezionati a Cita? Beh, celiando un po’, la differenza non è poi così abissale! Anche Teilhard de Chardin, scienziato e credente, aveva accettato la scomoda parentela, ma…tant’è. Che succede? Avete dei rimorsi? Vi sentite in colpa quando vedete vostra moglie che si –sbarba- le gambe con la vostra lametta o vostra figlia che fa la ceretta o vostro figlio che si depila il torace? Vi sembrano dei rei che si sbarazzano di prove ingombranti? Non vi do torto! Ma, pensate alla soddisfazione che proverete a sbattere la porta in faccia al dryopithecus, al lipotyla, e a quello scostumato dell’anthropoides lipocerca che Haeckel ci aveva messo in casa. Eppure una nuance melanconica ci colora i pensieri: l’universo, le galassie, i pianeti sono solo corollari della nostra solitudine? E la Terra, come ha potuto tirare avanti per miliardi di anni in attesa che un mamozzo di fango, cioè noi, ne prendesse possesso? E se in qualche sperduto angolo della foresta amazzonica o in uno sconosciuto pollaio cinese dovesse venire alla luce un virus letale, capace di sterminare il genere umano, che ne sarà di questo pascoliano –atomo opaco- creato per noi? I tramonti si alterneranno alle albe anche se non ci sarà nessun poeta a cantarle in versi. Tutte le nostre teogonie, cosmogonie, cosmologie, filosofie scivoleranno, come gocce di rugiada, sulla chitinosa corazza delle blatte, unici e inconsapevoli vessilliferi della VITA. L’evoluzionismo è un salutare antidoto ad un creazionismo sospetto, sospetto di adularci e rassicurarci nella convinzione che in noi non può esserci nulla che ci accomuni agli animali e che il mondo è stato creato per noi e finirà con noi. Umiltà, cavolaccio! Un po’ di umiltà! “Noi siamo figli della storia, e dobbiamo seguire il nostro cammino in questo, che è il più diverso e interessante degli universi concepibili: un universo che è indifferente alla nostra sofferenza, e che ci offre quindi la massima libertà di avere successo, o di fallire”. (S. J. Gould).

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    CHI HA MANGIATO LA MELA? (Il Calibano)

    17 aprile 2004

    CHI HA MANGIATO LA MELA?



    Bertrand Russell sosteneva che se Adamo si fosse accontentato di pesche, uva, pere e ananassi, oggi vivremmo nel Paradiso Terrestre. Forse Russell aveva ragione, o forse no, ma un Paradiso Terrestre dove è vietato mangiare una renetta e dove non ti accorgi che Eva è nuda…può essere ancora chiamato Paradiso Terrestre? È meglio vivere una vita da –Adami- lobotomizzati, però senza guai, o una vita da –Vaschi-, spericolata e piena di guai? Albrecht von Haller, poeta e anatomista citato da Kant, non ha dubbi: “Die Welt mit ihren Mängeln / ist besser als ein Reich von willenlosen Engeln” (il mondo con le sue mancanze / è meglio di un regno di angeli senza volontà). Se Adamo ed Eva mangiarono la –mela-, non fu certamente colpa loro, né del biscione che aveva il monopolio della pubblicità. La colpa fu del Legislatore che promulgò una legge palesemente vessatoria e inutilmente punitiva. Ecco i due articoli della legge in questione: Genesi - Capitolo 2; [16] Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, [17] ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”. Un divieto così categorico e immotivato, sembra fatto apposta per essere violato, è un po’ come quella vecchia minaccia che le mamme apprensive rivolgevano al figlioletto precoce: “se ti tocchi, ti casca!”. Poi il bimbetto vede gli amichetti che, pur toccandosi, conservano integro e ben saldo l’oggetto dei toccamenti e si domanda: ”e perché io no?”. Si tocca, non gli casca e…buonanotte alla legge. Per Adamo successe la stessa cosa. Vedeva che tutti gli animali si –abboffavano- di mele e non morivano e allora pensò: ”e perché io no?”. Il resto è cosa nota. Morale: la legge illiberale, non fa bene, anzi fa male”. Poteva Adamo evitare quel popò di maledizione che stiamo ancora scontando? Ebbene, sì! Poteva evitarla raccogliendo le firme per un referendum abrogativo: a votare andavano lui ed Eva ed ecco raggiunto il quorum ed evitati i guai. Eh, le mele sono una tentazione troppo forte! Ecco cosa ne pensa Faust: “ballando con la giovane / Una volta ho fatto un sogno bello,/ in cui vedevo un albero di mele,/ con due belle mele luccicanti;/ mi fecero gola e montai su”, (Goethe, Faust (Notte di Valpurga). Le mele! Metafora, allegoria, per qualche feticista, metonimia. Le mele vanno toccate, assaporate, mangiate, e la storia dell’uomo è la storia delle mele che ha mangiato e della conoscenza e della libertà che il sapido pomo gli ha procurato. Adesso, il Parlamento ha promulgato una legge sulla fecondazione medicalmente assistita che, in alcuni punti, ripropone il categorico –non mangiate le mele!-. Non mangiate la mela della diagnosi preimpianto, dell’eterologa, ma, soprattutto, non mangiate la mela della ricerca sulle cellule staminali embrionali, una ricerca che potrebbe fornire la chiave di volta per guarire numerose e gravissime patologie. Questa volta gli -Adami e le Eve- non dovranno violare la legge e sottostare alle relative punizioni. Questa volta basterà una firma e la legge, oscurantista e vessatoria, cadrà come i mille divieti inutili che l’hanno preceduta, come il divorzio, l’aborto. Ecco gli esempi di alcuni mangiatori di mele che hanno contribuito al sapere, alla scienza, ad alleviare i disagi, in una parola, che molti detestano, al progresso. -Il medico inglese John Hunter nel 1776 inseminò artificialmente una donna il cui marito era affetto da una deformazione che rendeva impossibile la fecondazione, e il francese Michel Augustin Thouret che pochi anni dopo fece lo stesso sulla propria moglie ne parlò solo in un opuscolo anonimo. All'epoca l'inseminazione artificiale non era stata ancora neppure sperimentata sull'animale: lo farà solo dopo pochi anni il nostro Spallanzani. Nel 1866, il ginecologo americano James Marion Sims pubblicò il primo trattato medico sulla sterilità e rese nota la sua casistica di fecondazioni artificiali e venne sommerso dall'unanime riprovazione dei colleghi. Un suo emulo francese, il dottor De Lajatre, nel 1883 venne addirittura condannato dal tribunale civile di Bordeaux, mentre, due anni dopo, la facoltà di medicina di Parigi impedì a Jiules Gerard di discutere una tesi di laurea sulla fecondazione artificiale e la fece bruciare. Ma è un dato di fatto che a partire dai primi anni dell' 800, la pratica si era diffusa clandestinamente tanto che nel 1887 Paolo Mantegazza effettuò in Italia la prima inseminazione artificiale eterologa (con sperma di donatore). Si faceva clandestinamente ciò che pubblicamente tutti riprovavano. In seguito all'enorme sviluppo dell'inseminazione artificiale in zootecnia, promossa dagli studi del russo Ilia Ivanov, l'operazione da inquietante che era, cominciò ad essere considerata routine e nessuno si scandalizzò più quando, nel 1943 venne tentata, con successo, la fecondazione a distanza delle mogli dei militari americani con seme congelato. La fecondazione artificiale divenne allora una realtà moralmente accettata e legalmente regolata tanto che nel 1953 furono create le prime banche del seme. Ma al passaggio successivo: la fecondazione in provetta, il copione si ripeté. Vi fu una levata di scudi e proteste morali che sommersero in Italia l'attività di Daniele Petrucci, pioniere della fecondazione in vitro, finché nel 1978 non nacque Louise Brown, la prima figlia della provetta alla quale seguirono, dieci anni dopo, le prime nascite da embrione congelato, da utero in affitto e da donazione di ovulo. Anche in questo caso la morale e la legge hanno finito per adeguarsi-. Come sempre la morale e la legge si adeguano…anche se, molto spesso, hanno bisogno di una –spintarella- referendaria.



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  8. #288
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    L’IRA DEI GIUSTI (Il Calibano)

    23 aprile 2004


    Konrad Lorenz, il famoso etologo padre della teoria dell'imprinting, osservando il gatto giocare con la sua bambina, giunse alla conclusione che in ogni gatto si nasconde una tigre. Un’altra inquietante coabitazione è quella che vede in ogni uomo celarsi un Bronson- Callaghan, pronto a disfarsi degli abiti del Monsieur Travet, per indossare la fondina ascellare della 44 magnum. La metamorfosi non avviene casualmente, ma è scatenata da un fatto di cronaca che fa riemergere il dibattito sulla legittima difesa. Dibattito serio e reale ma che sembra obbedire a leggi misteriose e imprevedibili, forse, le stesse che regolano le invasioni delle cavallette. Ecco allora scarmigliati padri/ madri di famiglia e eleganti signore/signori, posseduti dallo spirito di Bronson&C., invocare dagli schermi TV: “dateci un’arma!”. Questo è un paese dove ci si divide in due schiere, –l’un contro l’altro armati-, su tutto, ed alla schiera dei Bronson-Callaghan si oppone la pattuglia evangelica dei Porgete-l’altra-guancia. I primi terrorizzati dagli extracomunitari magri e dai grassi saturi, i secondi terrorizzati dal Far West e dal Grinta. Non tutto li divide: ambedue gli schieramenti sono vittime del pensiero magico, -Durkheim interpreta le credenze magiche come “ricette tecniche” estratte dal sapere religioso-. I primi vedono nella pistola un mezzo per esorcizzare il male, l’insicurezza, l’inadeguatezza del singolo a prevedere l’imprevedibile e la pistola entra a pieno titolo nella panoplia apotropaica di cui si circondano: il San Cristoforo sul cruscotto, il santino i Padre Pio nel portafoglio, il ferro di cavallo capovolto dietro la porta. I secondi attribuiscono all’arma poteri diabolici, incontrollabili, la ritengono evocatrice di oscure e crudeli pulsioni, e vorrebbero nasconderla in un vaso di Pandora ben sigillato. Ma, nell’ottica della legittima difesa, l’arma è, o dovrebbe essere, null’altro che l’ultima ed estrema risorsa per tutelare la nostra vita, la nostra casa i nostri affetti. Crocifiggere Castelli, perché, in quel di Lodi, ha dichiarato: “chi si trova in casa propria va considerato aggredito a priori e si possa ritenere legittimamente in pericolo di vita”, non mi sembra un motivo valido. Castelli andrebbe flagellato e crocifisso, stile Gibson. per ben altre cose. Scriveva Plinio il Vecchio che la casa è dove si trova il cuore. Il cuore è vita e la vita è sacra. E la vita dell’aggressore è sacra? “Ma la "legittima difesa" è un concetto intricato. Per l'Editoriale de "La civiltà cattolica", […] è lecita soltanto come "pura difesa in presenza di un'aggressione in atto". Se l'aggressione non è in atto non c'è legittima difesa. Mi sembra il punto debole di questa posizione. Se qualcuno sapesse che un suo nemico è proprio deciso a ucciderlo, costi quel che costi, dovrebbe aspettare che venga a sparargli (cioè l'"aggressione in atto"), affinché la sua difesa sia legittima? Se è legittimo uccidere chi sta uccidendoci, sembra che lo sia anche uccidere chi sappiamo con certezza che è deciso a ucciderci. A chi replica che non potremo mai saperlo con certezza, va risposto che questa certezza non c'è nemmeno quando uno punta contro di noi la pistola: l'arma potrebbe incepparsi; chi la impugna potrebbe avere soltanto l'intenzione di spaventarci, ecc.” (Emanuele Severino,Pensieri sul Cristianesimo). Il 22 aprile 2004, la commissione Giustizia del Senato ha approvato a maggioranza il disegno di legge che modifica la normativa vigente sulla legittima difesa e consente l'uso di armi nelle abitazioni private e negli esercizi commerciali per difendere non solo l'incolumità delle persone ma anche i beni. La realtà e la percezione che ne abbiamo non sempre coincidono, e la sensazione di insicurezza è reale. L’oceano della globalizzazione lambisce le soglie delle case e le strade e, sempre più spesso scopriamo, come Robinson Crosuè, impressa sulla sabbia un’orma inquietante. Sembra lontanissimo il tempo in cui si lasciava la porta socchiusa e la chiave nella fessura tra i mattoni. La gente esclama: -Non se ne può più! Ogni giorno qui da noi viene ammazzato qualcuno! Non parliamo di quel che accade appena fuori dei confini e di tutte le guerre che stanno divampando nel mondo! Bisogna fare qualcosa!.Qualcosa è stato fatto: una legge. Ed ora non ci resta che aspettare, aspettare… « - Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza? - Stanno per arrivare i Barbari oggi. - Perché un tale marasma al Senato? Perché i Senatori restano senza legiferare? - E' che i barbari arrivano oggi. Che leggi voterebbero i Senatori? Quando verranno, i Barbari faranno la legge. - Perché il nostro Imperatore, levatosi sin dall'aurora, siede su un baldacchino alle porte della città, solenne e con la corona in testa? - E' che i Barbari arrivano oggi. L'Imperatore si appresta a ricevere il loro capo. Egli ha perfino fatto preparare una pergamena che gli concede appellazioni onorifiche e titoli. - Perché i nostri due consoli e i nostri pretori sfoggiano la loro rossa toga ricamata? Perché si adornano di braccialetti d'ametista e di anelli scintillanti di brillanti? Perché portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati? - E' che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari. - Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza? - E' che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi né i lunghi discorsi. - E perché, all'improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento? Come sono divenuti gravi i volti! Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta e perché rientrano tutti a casa con un'aria così triste? - E' che è scesa la notte e i Barbari non arrivano. E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari... E ora, che sarà di noi senza Barbari? Loro erano comunque una soluzione». (Konstantinos Kavafis, Aspettando i barbari ).


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    I LUMBARD E LE MEZZE STAGIONI (Il Calibano)

    29 aprile 2004


    L'invenzione della tortura, se crediamo a Remus e a Gian-Lodovico Vives, dovrebbe attribuirsi all'ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo, a Masenzio ed a Falaride; convien lodare il criminalista Remus, poiché almeno giudiziosamente ha trascelti tre notissimi tiranni per far cadere sopra tre tiranni l'obbrobrio di così inumana invenzione. Sappiamo però che al tempo de' tiranni Falaride, Nearco e Gerolamo furono posti alla tortura i più rispettabili filosofi de' loro tempi, Zenone Eleate e Teodoro; e il filosofo Anassarco fu crudelmente torturato per ordine del tiranno Nicocreonte. (Pietro Verri, Osservazioni sulla tortura).

    Lasciamo il “lumbard” Pietro Verri alle sue dotte e dettagliate dissertazioni sulla paternità della tortura e, con un volo, pindarico-temporale, di 276 anni, atterriamo nel Parlamento italiano, giusto in tempo per ascoltare altri “lumbard” occuparsi di tortura, anche se in un modo che sconcerterebbe il Verri. Ecco: addì 22 aprile 2004, la Camera approva un emendamento della Lega secondo il quale per esserci il reato di tortura, le violenze o le minacce devono essere reiterate. Chissà perché mi è venuta in mente quella ragazza che affermava di essere –quasi- vergine. Ci sono cose che o si fanno o non si fanno, non esiste una via di mezzo e la tortura è una di queste. Forse i “lumbard” sono diventati come le mezze stagioni: non ci sono più quelle di una volta! I pronipoti del Verri e del Beccaria, i cui concetti espressi in “Dei delitti e delle pene” si ritroveranno esposti nella “Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino”, votata dall’Assemblea costituente francese nel 1789, hanno infranto un tabù, hanno evocato una parola che nell’immaginario collettivo, plagiato dai cineasti hollywoodiani, è associata ad un non ben definito medioevo dove, in segrete buie ed inquietanti, corpi ignudi vengono sottoposti a tormenti inumani. Beh, proprio inumani no…anzi, a ben vedere, umanissimi! Perché, se c’è una cosa in cui gli uomini hanno dimostrato tutta la loro multiforme e malsana fantasia, è proprio nell’arte di inventare supplizi. La “briglia delle comari” era una maschera di ferro che veniva applicata sul volto di donne accusate di maldicenza e calunnia, la “Vergine di Norimberga”, il collare spinato, la sedia di tortura, detta “ungherese”, rappresentano solo un assaggio degli innumerevoli strumenti inquisitori utilizzati nei secoli XVI e XVII per ottenere la confessione di donne accusate di stregoneria. La tortura non viaggia mai da sola, la sua ancella inseparabile è la schiavitù perché, come si afferma nel Diritto Romano (questo è un aggettivo che a molti dà l’orticaria verde): “liber homo tortus, non ut liber, sed ut servus existimatur” [L'uomo libero torturato è considerato non libero ma schiavo], (L. 27. L. Jul. de adult. § 5). Per torturare un uomo bisogna privarlo di ogni diritto, di ogni volontà, bisogna renderlo schiavo. Come si associa la tortura al medioevo, così, sempre grazie ai maghi della celluloide, si associa la schiavitù all’antico Egitto e alle teorie di omini emaciati che trascinano enormi cubi di arenaria. Collocare tortura e schiavitù in tempi lontani e quasi fantastici può tranquillizzarci, ma non rispecchia la realtà. La realtà è che noi conviviamo con questa inconfessabile e tragica altra faccia della moneta che è la giustizia. Secondo i dati raccolti da Amnesty negli ultimi tre anni in oltre 150 paesi la polizia commette torture e maltrattamenti e in più di 80 questi hanno provocato decessi. In 50 paesi nel mondo vengono torturati i minori. La tortura avviene anche laddove vige la democrazia, é praticata nelle carceri come nelle abitazioni private e colpisce persone di tutte le estrazioni sociali. Il diritto internazionale la considera illegale e 119 paesi hanno ratificato il principale trattato che la mette al bando. Vittime della tortura sono presunti criminali e prigionieri politici, dissidenti ed emarginati, persone perseguitate per il loro credo o per le proprie opinioni. I torturatori sono, invece, poliziotti, soldati, agenti segreti, guardie carcerarie o altri funzionari che agiscono impuniti "in nome dello Stato". Le condizioni carcerarie descrivibili come "trattamento crudele, disumano e degradante" sono state segnalate in 90 paesi e sono comuni in più di 50. Dietro le mura delle prigioni di molti paesi una condanna a prigionia può diventare una vera tortura: sovraffollamento, mancanza di cibo e cure mediche, igiene inadeguata, violenza, punizioni arbitrarie e mancanza di contatti con la famiglia.

    “Visto che le parole sono soltanto nomi di cose, sareb*be assai più comodo che ognuno portasse con sé le cose che gli servono per esprimere le faccende di cui intende parlare [... ]”. (Leibniz, Lettera, 1679). Se l’auspicio di Leibniz divenisse realtà, la tortura sparirebbe dalla faccia della terra perché nessuno avrebbe il cinismo di mostrare gli oggetti, le “cose”, che rappresentano il concetto di tortura e, contemporaneamente, guardare negli occhi l’interlocutore senza vergognarsi di ciò che mostra. Purtroppo le parole possono essere manipolate, il loro significato attenuato o amplificato facendole seguire o precedere da termini adatti, e, grazie a questi artifici, la tortura “non reiterata”, per alchemica magia, non è più –tortura-, è qualcosa di accettabile, una escrescenza tumorale, ma non maligna, che deturpa, ma non distrugge il corpo della Giustizia, un effetto collaterale ed accettabile che si accompagna all’esercizio della tutela di quella sicurezza a cui tutti aspiriamo, un pedaggio da pagare nell’interesse pubblico. Non è così, questa è una menzogna foriera di imprevedibili eccessi e prevedibili tragedie, gli apprendisti stregoni che oggi credono di poter –usare- la parola “tortura” domani potrebbero essere loro stessi, come tutti noi, vittime, più o meno innocenti, di questa mostruosità dura a morire.

  10. #290
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    ETERNI, COME I VERMI (Il Calibano)

    7 maggio 2004

    ETERNI, COME I VERMI





    Dostoevskij, in “Delitto e castigo”, scriveva: «dove posso mai aver letto di quel condannato a morte che, un'ora prima dell'esecuzione, dice o pensa che se potesse vivere in cima a uno scoglio, su una piattaforma così stretta da poterci tenere soltanto i due piedi, con intorno l'abisso, l'oceano, la tenebra eterna, la solitudine eterna e l'eterna procella, e rimanersene immobile su quello spazio di un metro quadrato per tutta la vita, per mille anni, per l'eternità, ebbene, preferirebbe vivere così piuttosto che morire in quell'istante? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!”.

    È vero, pochi, anzi pochissimi, vorrebbero morire e, questo sparuto drappello di prometei incatenati alla rupe della vita, non già da uno Zeus vendicativo, ma dalla mancanza di una legge sull’eutanasia, è condannato a vivere. Al contrario, la quasi totalità dei mortali sarebbe disposta a far di tutto per nuotare, in saecula saeculorum, in questa piscina che abbiamo battezzato “valle di lacrime”. Esempi non ne mancano: Sisifo, con i suoi inganni, riuscì a rimandare l’ ingresso nell'Ade, Gilgamesh affidò il suo desiderio di eternità ad una pianta, Faust, in una specie di Porta a Porta, cercò l’immortalità firmando, col sangue, un patto, non con gli Italiani, ma con Mefistofele, Dorian Gray si affidò all’alchimia pittorica di Basil. Soltanto Ulisse, non a caso soprannominato –l’astuto-, rifiutò l’immortalità che gli veniva offerta da una Wanna Marchi ante litteram, Calypso. Friedrich Nietzsche sosteneva che l'immortalità si paga cara: bisogna morire diverse volte mentre si è ancora in vita. A conferma dell’intuizione del baffuto filosofo, come ognuno sa, tutti gli stratagemmi messi in atto dai nostri eroi per superare ogni record di longevità, non solo fallirono ma furono forieri di disgrazie, maledizioni e sfighe varie. Ma l’uomo non è –uomo per caso- e tra una immortalità irraggiungibile ed una vita troppo breve, si è comportato come la celebre volpe della favola che, non potendo raggiungere il gustoso grappolo d’uva, troppo lontano dalla sua portata, si consolò esclamando: "Non dum matura est, nolo acerbam sumere". (Non è ancora matura, non la voglio mangiare acerba.). E così, visto che l’immortalità del corpo è un frutto, appetitoso ma irraggiungibile, l’uomo ha fatto di necessità virtù e si è accontentato dell’immortalità dell’anima ipotizzata dai filosofi: “Ogni anima è immortale, perché ciò che necessariamente si muove è immorta*le... ciò che si muove da sé, dacché non viene mai meno a se stesso, non cessa mai di muover*si”(Fedro, 245-246), e confermata dalla chiesa cattolica nel V Concilio Lateranense del 1513. Lo so lo so, questa immortalità ha tutto l’aspetto di un assegno posdatato, con il rischio che sia pure cabriolet! anche perché le notizie su chi lo abbia riscosso sono vaghe e indirette. Meglio un uovo oggi che la gallina domani. Ma il desiderio di acciuffare la gallina dell’immortalità del corpo, se pur frustrato dalla dura realtà, resta vivo e bruciante, come brace sotto la cenere. Tutti, sia chi si dice soddisfatto di continuare a vivere, dopo morto, seduto su una nuvola a suonare l’arpa, sia chi vorrebbe, in eterno, continuare a mangiare tortellini e bere Sangiovese, condendo il tutto con la visione di un fondoschiena di felliniana memoria, devono, amaramente, fare i conti con la macabra visione dei vermi intenti a banchettare con le loro, purtroppo mortali, spoglie. I vermi, incredibile a dirsi, forse, ci permetteranno di realizzare il nostro sogno; grazie a loro diventeremo immortali! Ricercatori coreani, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Genetics, hanno utilizzato una proteina per allungare i 'telomeri', delle particolari strutture attaccate alle estremità dei cromosomi, che proteggono il Dna dai processi di senescenza cellulare. Lo studio, guidato da Junho Lee, della Yonsei University (Seoul), ha rivelato che i vermi così modificati vivono di più. Non solo. Sono anche in grado di trasmettere i telomeri 'giganti' alla prole, che eredita quindi la longevità dei genitori. I telomeri sono presenti nei mammiferi e nell'uomo e, secondo i ricercatori, è possibile che, agendo sui telomeri, si possa prolungare la durata della vita. Già studi precedenti hanno indicato come, anche negli esseri umani, telomeri 'lunghi' siano associati ad una minore mortalità, indipendentemente da altre caratteristiche genetiche. E' stato ipotizzato che la lunghezza dei telomeri possa influenzare la sopravvivenza perchè queste strutture si accorciano progressivamente dopo la nascita e, quando sono completamente 'consumate', le cellule non sono più in grado di replicarsi e muoiono. Così, i ricercatori hanno trattato un verme nematode, il 'Caenorhabditis elegans', con la proteina HRP-1, che induce un allungamento dei telomeri. E hanno osservato che la modifica aumentava la durata della vita dei vermi. Ma non e' escluso che possa funzionare anche negli esseri umani. Fantastico vero? I vermi, che dovevano banchettare alla tavola calda…ehm, fredda… delle nostre interiora, serviranno ad allungarci i telomeri e la vita. Ma il fatto più sconcertante è che, mentre in Italia si mettono pastoie e mordacchie alla ricerca scientifica, proibendo di indagare le possibilità offerte dalle cellule staminali embrionali, Cina, India, Corea, Taiwan vanno a tutto gas. Se cambiare questo circolo vizioso, in un circolo virtuoso, non è nelle nostre possibilità, nelle nostre possibilità è di poter far sì che la più promettente ricerca scientifica, quella sulle cellule staminali embrionali, che potrebbe guarire milioni di persone affette da patologie incurabili, possa riprendere. Tutto ciò che dobbiamo fare è offrire la nostra firma per far sì che la legge sulla procreazione medicalmente assistita venga abrogata. Questo non ci assicurerà la vita eterna, ma potrà restituirci la salute. Avete dei dubbi? rispondete a questa domanda: “ preferite una vita breve e tribolata o una vita lunga e in buona salute?



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