LA PROTESI DI PELOPE (Il Calibano)
4 febbraio 2004
Hermes fu incaricato da Zeus di costruire una protesi in avorio per sostituire la spalla di Pelope divorata da Demetra. Questo può essere considerato il primo tentativo di restituire ad un corpo l’integrità perduta. Consultati gli studi e le fonti disponibili, non si ha notizia se si trattò di intervento coatto, ordinato da qualche Maiolo del tempo, o se Pelope vi si sottopose sua sponte. Quell’handicap non gli condizionò la vita. Sposò Ippodàmia, ebbe dei figli e, tra un figlio e l’altro, conquistò la terra che, da lui, si chiamò Peloponnèso. Certo che, se fosse vissuto ai giorni nostri e avesse avuto l’aspirazione di lavorare in TV come conduttore, sarebbe andato incontro a delusioni e amarezze. Sì, perché, per non rovinare la digestione ai telespettatori, in TV l’handicap ha diritto di cittadinanza una, al massimo, due volte l’anno. Il Pelope del 2004, molto probabilmente, avrebbe fatto causa a Zeus ed Hermes per non essere stato informato sui rischi e le conseguenze che l’intervento avrebbe causato. Sarebbe finito da Cocuzza, o al Maurizio Costanzo show insieme a Tonini e D’Agostino (il presidente del CNB). Gaspare Barbiellini Amedei avrebbe inzuppato la penna nel calamaio della retorica ed avrebbe tirato in ballo Enrico Toti e Muzio Scevola. Gabriele Albertini, sindaco in Milano, avrebbe ingaggiato i segugi di “Chi l’ha visto” per fargli pervenire una missiva gnomica e riflessiva sul dovere di vivere. Dall’alveare mediatico si sarebbe levato un brusio di disapprovazione. Gli astuti comunicatori di Saxa Rubra avrebbero scomodato qualche vittima di un’amputazione che, grazie ad una protesi, era riuscita a sciare, correre, saltare, fare decathlon e vincere coppe e medaglie. Il corpo, il nostro corpo non è più un –mezzo- coerente alle prestazioni che il vivere richiede. Il corpo è diventato epifania dell’eternità, metafora del superamento dei limiti. Gesù Cristo non si limiterebbe più a dire a Lazzaro alzati e cammina, ma gli direbbe: “alzati e fai i cento metri in 9,12 netti, come Carl Lewis”. Non ci accontentiamo più di invecchiare bene e con le sinapsi e i neuroni funzionanti, dobbiamo saltare le staccionate, fare la maratona, bungee jumpin, hydrospeed, rafting. La promessa delle beauty farm è un super corpo congelato nel dagherrotipo dei vent’anni. La realtà è la delusione di non poterci sottrarre all’inevitabile –divenire- che tutto distrugge e tutto crea. Anche per i credenti Il corpo non è più la vanitas vanitatis da dover mortificare con i cilici, le flagellazioni, le astinenze, non è più il dolente atteggiarsi di anatomie sofferenti, come nei dipinti di Zurbaran. Il corpo se soffre s’offre al bisturi del demiurgo plastico per correggere gli errori del demiurgo della creta imperfetta. Niente indugi, via il naso socraticamente camuso, o il profilo dantesco, il gluteo cadente, la plica addominale, il doppio mento e l’occhio pollino. Il cristianesimo materialista resusciterà il nostro corpo? Allora, perché mai dovremmo presentarci alla chermesse escatologica con le magagne e gli insulti che lo scorrere del tempo e il fato ci infliggono? Il corpo di Pelope non trova pace. Nel ‘600 diventa palestra per i –nuovi- medici che squartandolo, sezionandolo, indagandolo, lo sottraggono alle oscure intuizioni di mistici e superstiziosi. Nel 2000 i –nuovi- medici lo restaurano, riassemblano, rattoppano con pezzi eterogenei: un cuore di babbuino, una valvola di maiale, un pacemaker, una protesi bionica. I confini fra il corpo cartesiano, territorio dove testare la validità delle intuizioni scientifiche, e il corpo vivente, intessuto di legami, relazioni, ricordi, esperienze, diventano labili e permeabili, come i Valli romani. Pelope può continuare ad essere un corpo anche quando i suoi rapporti con il mondo cessano. I biomacchinari si incaricano di simulare la respirazione, il battito cardiaco, cateteri fanno defluire i liquidi biologici, sonde introducono i principi nutritivi: è il coma depassè. All’estremo opposto troviamo l’embrione che, per la prima volta nella storia, diventa corpo, persona, individuo. Tra questi due estremi Pelope nasce e muore. Nasce e muore con la umanissima speranza di poter essere curato, aiutato, guarito, quando è possibile, e sottratto a inutili agonie, quando la speranza cede il passo alla disperazione: “Nessuno dei mortali trascorrerà mai la vita incolume del tutto da pene, paga sempre alla vita ciascuno il suo prez*zo” (Eschilo, Coef.). “Il bello non è che il tremendo al suo inizio” (Denn das Schoene ist nichts / als des Schrecklichen An*fang) Rilke, Elegie duinesi, Prima elegia. Pelope non può decidere se nascere o meno, ma ha il diritto di difendere il suo corpo e di decidere della sua morte. Il testamento biologico ed una legge sull’eutanasia potranno restituire a Pelope il potere di decidere su quel corpo che Zeus e Hermes avevano manipolato.




Rispondi Citando