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    Bagdad: c’è del metodo in quel caos

    Bagdad: c’è del metodo in quel caos

    Maurizio Blondet
    04/03/2006


    L’attentato alla moschea di Samara ha avuto i caratteri di una «demolizione controllata» messa in opera da artificieri specialisti.
    «Sono stati scavati grossi buchi nei quattro pilastri portanti, e poi riempiti di esplosivo», ha detto il ministro iracheno alla Costruzione, Mohammed Jaafar: «queste cariche sono state poi collegate insieme e connesse ad un’altra carica piazzata proprio sotto la cupola. I fili elettrici sono stati collegati a un detonatore che è stato attivato a distanza».
    I particolari, che emergono da varie testimonianze riportare dal ben informato sito Uruknet (italiano, benchè «parli» inglese), la dicono lunga sui mandanti dell'attentato «islamico», attribuito ai folli wahabiti tipo Al Zarkawi o Al Qaeda.
    L’attentato alla rispettata moschea, allo scopo evidente di innescare la guerra civile intra-irachena, non è dovuto a schegge impazzite di Allah, né è stato improvvisato.
    La preparazione delle demolizioni controllate (come sanno bene in USA) richiede molte ore.
    Come si possono ricavare - probabilmente con martelli pneumatici - grossi buchi nei pilastri dentro la moschea, sempre molto affollata, senza che nessuno se ne accorga?



    L’attentato è stato preparato di notte.
    E sotto la protezione delle truppe occupanti.
    Numerose persone che abitano presso la moschea hanno testimoniato di «insolite attività» nella notte precedente all’esplosione, quando la zona doveva essere deserta perché col buio cala il coprifuoco.
    «Un viavai di automezzi per tutta la notte fino all’alba».
    Ad un bottegaio, poliziotti hanno intimato, alle 20.30 di sera, di «restare nel negozio e non uscire», essendo in corso «pattugliamenti» misti, militari USA e elementi del «nuovo» esercito iracheno, la Guardia Nazionale, in tutto il quartiere.
    Il viavai di automezzi è cessato quando gli ultimi soldati americani hanno abbandonato l’area.
    Alle 6.30 del mattino.
    Alle 6.40, la prima esplosione demolitrice.
    Come si sono affrettati a gridare i media occidentali, l’Iraq è sceso nel baratro della guerra civile: poiché i colpevoli dell’attentato potevano essere sunniti, si sono scatenate le ritorsioni di gruppuscoli armati sciiti; e ciò benchè gli imam della Scia, Al Sistani in testa, abbiamo invitato alla calma, accusando chiaramente la responsabilità degli occupanti nell’evento.

    Naturalmente è un’accusa assurda, dicono i media.
    Gli USA non hanno alcun interesse a complicare la loro situazione già difficile nel Paese occupato.
    Forse.
    Ma nel groviglio di uccisioni, massacri indecifrabili e folli autobombe che avvelena e degrada la vita quotidiana degli iracheni, si scorge un filo metodico.
    L’Associazione degli Studiosi Islamici denuncia inascoltata che è in corso la sistematica eliminazione di docenti universitari, medici specialisti e persone di alto livello professionale (1).
    La strage silenziosa è cominciata dall’inizio dell’occupazione.
    Almeno 300 scienziati, eruditi, medici e docenti sono stati trucidati: spesso colpiti per la strada, spesso anche arrestati in casa e portati via.
    I loro cadaveri, poi, sono stati scoperti in discariche.
    «Non sono normali criminali», dice Ali Al Obeidi, medico a Mossul: «sanno molto bene cosa fare. Il loro scopo è distruggere l’Iraq dall’interno. Sono sicuro che hanno ricevuto addestramento all’estero».
    Il dottore accusa gli Stati Uniti e… l’Iran, il nemico bellico negli otto anni di guerra voluta da Saddam.
    Accusa anche gli uomini del ministero dell’Interno iracheno, perché sono sciiti filo-iraniani.



    «Nasconde le statistiche di questi assassini, ma noi teniamo il conto dei nostri morti», dice Isam al-Rawi, che presiede l’Associazione dei docenti universitari iracheni: «ce n’è qualcuno ogni giorno. Viviamo nella peggiore tirannia della storia umana».
    Ma, poiché lo scopo evidente è di decapitare la classe tecnico-scientifica, necessaria per riportare l’Iraq al grado di modernità (ragguardevole in un Paese musulmano) che aveva ai tempi di Saddam, non è difficile indovinare che sono all’opera i «kidon», le squadre di assassinio del Mossad.
    E che forse tutta l’esplosione di attentati folli e stragi immotivate non è che l’alone necessario per nascondere, nel caos e nell’instabilità generale, la metodicità e la finalità degli assassinii mirati.
    Come regola generale - appresa negli anni di piombo in Italia - va fatta una distinzione tra attentati contro persone determinate, che hanno uno scopo tattico-politico chiaro, e possono essere fatti risalire a mandanti identificati (come quelli rivendicati dalle Brigate Rosse) e le stragi di massa specie se non rivendicate (in Italia, attentati ai treni o bombe sulla folla, «neri» per i giornali)
    che mirano a creare la cosiddetta «strategia della tensione», il disordine che invoca poi «l’ordine» autoritario.
    Le stragi della strategia della tensione sono - sempre - stragi di Stato, eseguite da servizi: tutto sta a vedere quale Stato, e quali servizi.



    In Iraq, abbiamo qualche indizio.
    Come abbiamo ripetutamente ricordato, nel 1982 la rivista del Congresso Sionista Mondiale, Kivunim («Direttive») pubblicava un articolo dal titolo «Strategie per Israele negli anni ‘80». Firmato da Oded Ynon, un giornalista già noto per la sua vicinanza al Mossad, l’articolo additava come auspicabile per la sicurezza d’Israele lo smembramento degli Stati potenzialmente nemici (tutti quelli di fede musulmana) per linee etnico-religiose.
    L'Iraq era indicato come il candidato ideale per questo trattamento.
    E come il caso più urgente: era il Paese più moderno tecnicamente, dunque un serio nemico potenziale per lo Stato ebraico.
    La «direttiva» fu prontamente eseguita.
    Washington spinse Saddam, suo alleato, all’assurda guerra contro l’Iran, Paese con una popolazione otto volte superiore, e lo armò per tutti gli otto anni.
    Lo scopo fu dichiarato apertamente da Henry Kissinger: «spero che si sterminino l’un l’altro».
    Non la vittoria di Saddam, sugli ayatollah era il fine, ma dissanguare entrambi in un conflitto interminabile.
    Cessata la guerra, il problema si pose di nuovo: l’Iraq, con gli introiti petroliferi e il suo regime modernizzatore, si sarebbe rimesso in sesto troppo rapidamente.



    «Quello», mi disse allora Edward Luttwak parlando di Saddam, «non si spende i petrodollari in puttane e champagne come fanno i principotti sauditi [testuale]. Quello costruisce linee elettriche, ferrovie, fabbriche, autostrade: se non lo riportiamo all’età della pietra a suon di bombe, farà del Paese la prima potenza regionale».
    Erano i tempi dell’invasione irachena del Kuweit - a cui Saddam era stato indotto dal messaggio dell’ambasciatrice USA («non siamo alleati con il Kuweit»), e della risposta americana, la prima guerra del Golfo.
    Luttwak mi spiegò che Saddam, in realtà, voleva smobilitare in fretta la sua Guardia Nazionale, la truppa d’elite nel conflitto anti-iraniano.
    «Sono tutti i suoi tecnici e ingegneri», disse.
    La Guardia Nazionale fu sterminata accuratamente, specificamente, in modo metodico e mirato, dalle bombe americane.
    Poi, nove anni di embargo.
    Fatto significativo: tra le «merci» di cui era vietata, sotto le sanzioni ONU, l’importazione in Iraq, furono inserite due voci precise per volontà americana: «riviste scientifiche» (quelle che servono agli scienziati per tenersi al corrente e partecipare al progresso scientifico mondiale) e «apparati di laboratorio e di ricerca».



    Era già l’assassinio del personale tecnico e scientifico d’eccellenza iracheno, per allora limitato alla morte intellettuale.
    L’occupazione dal 2003 ha consentito di passare all’eliminazione fisica.
    Da principio, le forze d’occupazione hanno preso di mira gli scienziati che avevano lavorato per il settore militare: i più sono stati arrestati, ma molti, dopo, sono stati trovati uccisi.
    Da «criminali terroristi islamici»?
    Mentre erano sotto custodia detentiva americana?
    Improbabile.
    Non veniteci a parlare del feroce e fantomatico Al Zarkawi.
    «Mai sentito, prima (sotto Saddam), di medici ammazzati da criminali», dice Obeidi, il medico di Mossul: «la cosa è cominciata dopo l’occupazione, ed è cresciuta di giorno in giorno. Due miei colleghi sono stati uccisi, e io non so quando toccherà a me».
    Molti sono emigrati: un medico può vivere dovunque.
    In tutto l’Irak, non sono rimasti più di 2 mila dottori.
    Quelli rimasti, a Mossul, il 14 febbraio sono scesi in piazza in una commovente manifestazione per chiedere sicurezza.



    Lo stesso giorno della dimostrazione, i «kidon» hanno trucidato a Baghdad un docente dell’università islamica, Haitem Al-Azzawi. Tra i docenti uccisi, è il numero 182.
    «Era mio amico», dice Omar Abdul Rahman, «aveva 35 anni, sposato e con figli. Uomini armati lo hanno fermato mentre tornava a casa, e gli hanno sparato in mezzo alla strada».
    Gli scienziati sopravvissuti hanno lanciato un patetico appello all’ONU, per fare presente la loro tragedia: arresti arbitrari e assassini continuano, dicono.
    Non pare che la cosa abbia avuto eco sulla libera stampa occidentale.
    Intanto il tasso di alfabetizzazione, che sotto Saddam, aveva superato il 90 %, è caduto sotto il 50 %.
    E’ a buon punto il progetto enunciato da Luttwak: riportare gli iracheni, a suon di bombe, all’età della pietra.
    Perché anche oggi, se ci fosse un minimo di stabilità, in pochi anni il Paese potrebbe riprendersi, ricostruirsi grazie alla sua classe tecnica, e tornare a livello di potenza regionale: e la «sicurezza» di Israele non lo può permettere.
    Si crea la situazione in cui i migliori spariscono ed emigrano, e il potere resta in mano di ignoranti e di fanatici, milizie private, «terroristi» e bande armate.
    Perché Israele viva, interi popoli devono morire.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Brian Conley e Isam Rashid, «White-collar Iraqis targeted by assassins», Asia Times, 3 marzo 2006.
    Ibrahim

  2. #2
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    Perché Israele viva, interi popoli devono morire?
    Ibrahim

  3. #3
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    Quello che scrive Blondet è purtroppo tutto vero.
    Mi domando come mai lo lasciano ancora in vita...
    Vedo che la Sua discussione è affollata con gli in-
    terventi dei fans dei Pentademens ...

  4. #4
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    palayork
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    prima vi trovavo irritanti, fastidiosi con la vostra fissa del complotto ebraico.
    adesso ho superato quella fase.
    mi annoiate, semplicemente.


  5. #5
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    «Quello», mi disse allora Edward Luttwak parlando di Saddam, «non si spende i petrodollari in puttane e champagne come fanno i principotti sauditi [testuale]. Quello costruisce linee elettriche, ferrovie, fabbriche, autostrade: se non lo riportiamo all’età della pietra a suon di bombe, farà del Paese la prima potenza regionale».
    Uno con le idee chiare..
    La famosa artista idolo delle folle :" si figuri che uno ha addirittura scritto che avrei dovuto investire i MIEI soldi comprando un bar! Io!!!! La barista!!!!"

  6. #6
    Totila
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    Ora è chiaro perchè gli articoli di Blondet fanno saltare i nervi ai "los americanos" del forum?
    L'articolo è agghiacciante.
    Grazie a Blondet spiragli di verità rompono le tenebre della Grande Menzogna.

  7. #7
    Totila
    Ospite

    Predefinito Per il fegato dei los americanos...

    Devo purtroppo confermare che i contatti con il sito di Blondet sono cresciuti da un anno a questa parte in modo esponenziale. So che la notizia comporterà un travaso di bile ai fans di Topolinia. fatevene una ragione. La verità avanza...

  8. #8
    Totila
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da shambler
    Uno con le idee chiare..
    Be' era palmare la differenza fra il regime baathista di Saddam e quello dei tirannelli filo-americani degli emirati.
    L'Iraq era un paese laico, con un buon tenore di vita, scolarizzato, con buone università frequentate da molte donne, rispettoso dei culti non islamici (cristianesimo), un paese sicuro, ordinato ed alimentarmente auto-sufficiente.

    Oggi, dopo la cura americana, è al caos più totale.

  9. #9
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    Los americanos non sono stupidi. Queste cose le sanno benissimo però gli piace fare la parte del "cinico al di la del bene e del male".
    La famosa artista idolo delle folle :" si figuri che uno ha addirittura scritto che avrei dovuto investire i MIEI soldi comprando un bar! Io!!!! La barista!!!!"

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Totila
    Devo purtroppo confermare che i contatti con il sito di Blondet sono cresciuti da un anno a questa parte in modo esponenziale. So che la notizia comporterà un travaso di bile ai fans di Topolinia. fatevene una ragione. La verità avanza...

    In effetti non ho mai visto così tanti insulti e improperi vari indirizzati ad un semplice giornalista che di potere ne ha veramente poco..se non..quello di dire le cose come stanno!
    E questo agli americanos non piace per nulla...
    Ibrahim

 

 
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