



Caro ragazzo, nessuna norma diviene costume se oltraggia il principio di piacere. La morale cristiana è stata vincente in un mondo in cui il popolo poteva aspirare al benessere solo proiettandolo nella speranza della trascendenza, sicchè anche regole ferree, oppressive, contrarie a tutto ciò che è espansione, creazione, potenza, forza, ossia vita (nel senso più volgare ma al contempo essenziale, giacchè volenti o nolenti ciò che rende interessante l'uomo è l'imperfezione e non l'ordine) riscontravano consenso: tanto se non ci si può soddisfare qui tanto vale accettare un ulteriore peggioramento provvisorio che sia però mezzo per il riscatto finale. Il mondo di oggi non ha più nulla a che vedere con quel mondo, la società è viziosa, sprecona, opulenta, sempre meno disposta a ricercare la soddisfazione altrove che non nella vita di tutti i giorni (a che pro d'altra parte? non avrebbe senso, non sono forse stati gli umili a seguire Cristo e a sperare nella redenzione? Certo, infatti eran coloro che non avevan nulla da perdere, cioè i malriusciti, gli storpi, i dimenticati dalla storia, impossibilitati a vivere un esistenza compiuta), sicchè è assai arduo pensare di poterla soggiogare a regole e codici di tal natura. Il cristianesimo può ancora alimentare la propria illusione di controllare i popoli se nemmeno comprende quali sono i meccanismi in base ai quali i valori vengono trasvalutati? Promuovere fedeltà e castità era credibile quando osservare certi precetti assicurava una caparra per l'eternità, oggi ci si pensa un pò meno - e sempre di meno, proporzionalmente alla capacità della tecnica di soddisfare i nostri bisogni, compresa la vita eterna - e perciò la complessità dei giochi di coppia è decisamente più decisiva nel determinare la scappatella o la felice convivenza. Certe volte si dovrebbe abbandonare il piedistallo spirituale e studiare in modo più proficuo l'antropologia o la psicologia, perchè le masse rispondono alla pancia e solo quando essa è soddisfatta si danno all'ozio e alla cura dell'intelletto..come soleva dire Aristotele primum vivere, deinde..
Ultima modifica di Platone; 09-01-10 alle 18:29
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.




Sarebbe da vedere cosa li spinge a non essere fedeli, da cosa è determinato in Africa tale esercizio della sessualità? dalla mentalità locale o dal fatto che l'assenza di benessere spinge a soddisfare il piacere in altro modo o ancora dalla volontà di procreare per aver braccia da impiegare nel lavoro al fine di sostenere l'economia familiare? o tutti questi elementi assieme? O non si può pensare che la stessa mentalità locale derivi precisamente dalle scarse condizioni di benessere a cui rimediare nel senso esposto? In tal caso o si migliorano le condizioni di vita in modo accettabile - tempo un secolo? - o si lavora al fine di modificare la forma mentis, abitudini e consuetudini - ci vuole un sacco anche qui, se poi ammettiamo l'ipotesi che tali abitudini derivino dall'economia disastrata e che si debba migliorare questa siamo al punto di prima. Se il tempo da impiegare è così lungo allora è inevitabile usare espedienti che rallentino il moltiplicarsi delle infezioni. E' sbagliato ridurre l'intera strategia al condom, ma negargli completamente un ruolo è da irresponsabili, piuttosto deve aumentare la consapevolezza sul fatto che i suoi effetti non sono strutturali ma di accompagnamento a politiche differenti, in modo che l'incentivarne l'utilizzo non vada a discapito di queste stesse politiche - ..divenendo la scusa per piacevoli accoppiamenti orgiastici..![]()
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.




Io invece continuo a chiedermi cosa mai c'entri la Chiesa con il condom....onf:
Non credo troverò mai esaustiva risposta....:giagia:
"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
(Sutra di diamante)








Non fa una piega, non a caso il vecchio Dio condanna i progenitori per aver gustato l'albero della conoscenza e S.Paolo ritiene inconsistente la sapienza terrena: la scienza rischia di riscattare dalle condizioni di penuria e precarietà che affliggono il mortale, evitando così di dover pregare la divinità, renderle onore, sacrificargli il bestiame e santificare le feste, cioè di organizzare il senso dell'esistenza attorno a chi ne fa le veci, i sacerdoti che interpretano la sua volontà.
E' vero che Adamo non subiva dolore e sofferenza, ma questo solo in virtù di una decisione divina: la sua condanna è condanna alla sua volontà di autonomia e indipendenza dall'onnipotenza di Dio, lo si vuole in catene, soggiogato, controllato.
Ultima modifica di Platone; 09-01-10 alle 20:09
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