CAMORRA, LA SINISTRA DI BUONA FAMIGLIA
Il 90% delle amministrazioni comunali in provincia di Napoli, quasi tutte guidate da giunte di sinistra, sono sotto inchiesta per camorra. Scandali gravissimi, di corruzione e contiguità con le cosche, si sono abbattuti su Comuni di primaria importanza come Salerno, la città-laboratorio dell’Unione. Anche in Sicilia, con il processo per le “talpe” alla Procura di Palermo, che vede indagato per associazione mafiosa un sindaco diessino, emergono le liaisons dangereuses della sinistra. Imbarazzanti vicende che fanno riflettere sull’ostentato sussiego da verginelle sdegnate con cui Piero Fassino e Romano Prodi hanno replicato a Silvio Berlusconi che, nel corso di “Porta a Porta”, aveva fugacemente toccato il tema delle connivenze tra coop rosse e camorra. «Lo lasciamo al suo delirio». Anzi, no. «Questa volta ha passato il segno, dovrà rendere conto delle sue affermazioni».
I capataz dell’opposizione faticano a mandar giù che il premier possa restituire un po’ del fango preso in faccia: è evidente che la sinistra non può reggere lo sbugiardamento del suo farlocco pedigree di sbandierata onestà, perchè una volta caduto il mito del “partito giustizialista”, dei “professionisti dell’antimafia” scesi in campo contro l’Al Capone della destra, le resterebbe poco da esibire.
L’accostamento tra propaggine affaristica della sinistra e criminalità organizzata ha mandato in bestia i vertici dell’Unione, che certo ritengono già archiviati ed espunti dalla memoria collettiva i non lontani processi a cooperative rosse in odore di camorra. Ma non c’è bisogno di pescare negli archivi per avere il quadro di una realtà che fa a pugni con la propaganda legalitaria di una parte politica che non vuole ammettere i rischi e la realtà della contaminazione mafiosa. Il tabù, a dire il vero, era stato infranto nello scorso aprile da Ersilia Salvato. L’ex sindaco diessino di Castellammare di Stabia, roccaforte progressista nella Campania di Antonio Bassolino, si era accorta dei movimenti sospetti di facce note e ben poco raccomandabili intorno ai seggi elettorali. Capibastone della camorra, impegnati nella compravendita di preferenze.
La Salvato denunciò la cosa ai carabinieri e al partito. Se dagli investigatori ebbe la conferma dei suoi sospetti, dai Ds le arrivò invece la risposta che la spinse a dimettersi e fare le valige: «Non rompere le scatole».
Da quel primo, inascoltato, grido di allarme la situazione nella sinistra campana pare pesantemente compromessa. Lo scorso gennaio c’è stata una specie di insurrezione al coordinamento politico regionale della Quercia. Si sono levate voci esasperate che, evidentemente, non devono essere arrivate alle orecchie di Piero Fassino.
«Si parla solo dello scandalo di Salerno, ma badate bene che su 92 comuni napoletani appena nove non sono sotto controllo per presunte infiltrazioni», ha attaccato Alfredo D’Attorre, segretario provinciale salernitano della Quercia. «La situazione è allarmante in tutta la Campania e il centrosinistra dovrebbe fare mea culpa. E non si può continuare a far finta di nulla per evitare che le vicende vengano strumentalizzate», gli ha fatto eco il deputato Lorenzo Diana. Espliciti e sofferti atti d’accusa che sono usciti dalle mura della riunione, finendo sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno. Ma sono rimasti lettera morta, visto che sinora a sinistra nessuno ha ammesso l’urgenza della questione morale interna e preso adeguati provvedimenti.
La massima preoccupazione dei vertici unionisti sembra quella di mantenere la testa alta e il profilo basso delle notizie. Così uno scandalo come quello di Salerno è passato quasi inosservato ai più. Pazienza se uno dei più influenti esponenti diessini locali, quell’Enzo Bove consigliere comunale con delega alla “movida salernitana” nonchè ex assessore, viene arrestato dalla Direzione investigativa antimafia insieme a capibastone della camorra perchè considerato tra i capofila di un giro di usura da 20 miliardi. Da quel 20 dicembre del primo blitz, poi è successo di tutto: dopo aver chiesto l’arresto per il deputato diessino Vincenzo De Luca e il sindaco De Biase, gli inquirenti hanno scoperchiato un brulicante formicaio di malaffare, collegando la corruzione politica alla regia del potente clan camorristico dei D’Agostino.
Acqua fresca per i vertici della Quercia se, in un recente dibattito Massimo D’Alema ha potuto seriamente rimproverare a Pierferdinando Casini la candidatura del chiacchierato Totò Cuffaro nelle liste Udc. Il bello è che il pentito chiave della faccenda, Francesco Campanella, ha ricordato che proprio a Cuffaro fu proposto di entrare nel governo D’Alema al posto del ministro Cardinale. «Sia Salvatore Cuffaro che l’ex ministro delle Poste Salvatore Cardinale avevano rapporti equivoci. Ma - ha accusato il pentito - mentre i rapporti che intratteneva Cuffaro emergevano e venivano perseguiti, Cardinale veniva tutelato e le intercettazioni telefoniche cancellate o il suo nome omesso». Davanti ai giudici, Campanella ha inguaiato anche il sindaco di Bagheria, Pino Fricano: «Lo ha fatto eleggere - ha dichiarato, confermando agli inquirenti di essere sulla buona strada - la famiglia mafiosa di Aspra dei Guattadauro». Guarda caso, si tratta ancora di un primo cittadino dei ds.
(cfr. corriere del mezzogiorno)




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