Sebbene sulla genialità di Leonardo da Vinci non siano mai esistenti dubbi, la sua vita e le sue opere sono state spesso oggetto di interpretazioni malevole. Una certa pubblicistica lo ritrae infatti come miscredente e omosessuale minacciato dalla Chiesa, o come - grazie a “Il Codice Da Vinci” di Dan Brown - maestro di esoterismo. A sfatare tutto ciò ci ha pensato un libro appena uscito e scritto dal filosofo Giuseppe Fornari, allievo italiano del più noto René Girard, dal titolo “La bellezza e il nulla. L'antropologia cristiana di Leonardo da Vinci” (Marietti). Nel volume l’autore sostiene che “lungi dall'essere un eretico e un blasfemo compilatore di indovinelli (come vorrebbe l'esoterismo pop), Leonardo fu anzi un cristiano tormentato, irregolare per necessità ma profondo e appassionato”. Secondo Fornari, “non si possono capire, e non sono stati capiti molto spesso, i dipinti religiosi senza collocarli nel contesto di fede”.
Diversi autori hanno diffuso l'idea che Leonardo da Vinci fosse un "naturalista" lontano o addirittura in contrasto con il pensiero e la cultura cattolici. Con il suo libro lei sostiene esattamente il contrario. Vorrebbe spiegarci il perché?
Il principale errore, commesso ad esempio da Freud, sta nell’attribuire a Leonardo una visione naturalistica analoga a quella della scienza del XIX e XX secolo. Non ci potrebbe essere una deformazione più fuorviante del suo pensiero. Leonardo è già un moderno, perché ai suoi occhi la natura è un immenso insieme di forze e fenomeni che l’uomo deve cercare di conoscere e su cui ha il diritto di intervenire laddove è possibile. La grande differenza rispetto alla visione oggi prevalente è che per lui queste forze sono di carattere intimamente spirituale, intendendo per spirito un’energia e finalità non materiale che è interna alla natura stessa, e che rimanda a un’origine trascendente. E una visione del genere non solo non è in contrasto con quella cattolica, ma anzi la corrobora nel modo più penetrante. Certo, si trattava di una visione troppo avanzata per l’epoca, come ci documentano le incomprensioni di Giorgio Vasari, preoccupato che le indagini scientifiche di Leonardo lo avessero condotto a posizioni religiosamente scettiche ed eretiche. Si tratta quindi di un pregiudizio di vecchia data, che si fonda su un’incomprensione essenziale. Il pensiero di Leonardo può recuperare, sotto questo profilo, una grande attualità, poiché ciò che in esso prevale, per mezzo dell’indagine razionale, è la scoperta del mistero di cui sono permeate tutte le cose, e dal quale tutte le cose provengono. Questo è il passaggio, e l’unione, fra il Leonardo scienziato e il Leonardo artista. Ed è confortante vedere che le indagini più recenti e contestualizzate, come quella di Rodolfo Papa, comprovano la profonda simbiosi in Leonardo tra ricerca scientifica e tecnica da un lato e ricerca artistica e religiosa dall’altro.
Secondo lei, quali sono le opere pittoriche in cui Leonardo esprime la sua affinità con la cultura e la teologia cristiane?
Senza dubbio tutte le sue opere di soggetto religioso, con una crescente maturazione che trova il suo primo compimento di assoluta maturità nell’Adorazione dei Magi. Una costante in tali dipinti è la meditazione sulla realtà e centralità del sacrificio accettato da Cristo per la salvezza dell’umanità, una meditazione che gli veniva dalla tradizione e dai suggerimenti dei teologi con cui poteva essere di volta in volta in contatto, ma che Leonardo ha sempre più approfondito alla luce di esperienze personali difficili, segnate dalla sua condizione di figlio illegittimo. Tutto questo lo ha portato a dare un’interpretazione di sconvolgente verità e profondità ai grandi temi dell’incarnazione, della paternità di Dio, della maternità di Maria. Le voglio fare solo un esempio che mi ha particolarmente colpito durante la composizione del libro: la Madonna Benois conservata all'Ermitage di San Pietroburgo. In quest’opera ancora giovanile vediamo una Maria quasi bambina che guarda con un sorriso pieno di gioia ingenua, e di una segreta, appena accennata mestizia, il Bambino che ha fra le braccia, tutto intento a osservare un fiore simbolo della sua futura crocifissione. È una scena che si carica di connotazioni struggenti se pensiamo che il piccolo Leonardo era stato tolto ancora da piccolo alla giovanissima madre naturale, Caterina, costretta ad accasarsi con un matrimonio riparatore e a lasciare il piccolo “Lionardo” nella casa del padre. Come non pensare alla rielaborazione sapientemente filtrata di un’esperienza traumatica, di cui Leonardo aveva certamente notizia dalla madre stessa, oltre che dalle proprie cicatrici emotive? In questa sorta di flashback si può misurare quanto Leonardo sia andato vicino alla sostanza più intima del messaggio cristiano attraverso la rielaborazione conoscitiva del proprio vissuto.
Secondo Dan Brown "L'Ultima Cena", il capolavoro pittorico di Leonardo, è una sorta di mappa esoterica. Cosa pensa al riguardo?
La prima osservazione che mi viene di fare è che il Cenacolo è sì un’opera “esoterica”, ma perché ci mette sotto gli occhi una verità che di solito non vogliamo vedere, quella del figlio di Dio circondato dall’incomprensione degli uomini. Gesù ha appena pronunciato la frase: “Uno di voi mi tradirà”. La potente intuizione di Leonardo è che non si tratti semplicemente di Giuda. L’imminente traditore è difatti inserito nel movimento degli altri, e l’incomprensione degli altri è partecipe della medesima cecità da cui scaturisce il tradimento di Giuda. Al momento dell’arresto tutti i discepoli fuggiranno, lasciando Gesù completamente da solo, e proprio Pietro, il più eminente tra i discepoli che aveva protestato la sua fedeltà, lo rinnegherà per ben tre volte. Un unico movimento di agitazione, di dubbio, di perplessità percorre tutti i discepoli, lasciando Cristo al centro, in un isolamento sublime, inaccessibile agli uomini. Cosa c’è di più “esoterico” di un simile isolamento? Ma in questo “esoterismo” non c’è nessuna stranezza iniziatica, nessun mistero scabroso e irriverente, c’è semplicemente la verità della debolezza dell’uomo e dell’amore di Dio pronto a perdonarla, il cuore stesso della rivelazione cristiana. Il successo di formule commerciali come quella di Dan Brown in qualche misura si spiega con il sospetto che nel Cenacolo un vero mistero ci sia, e insieme con il rifiuto a capire di che cosa si tratti. In tal modo la tradizione che ci ha trasmesso il mistero viene trasformata nel capro espiatorio di ciò che avvertiamo, ma non vogliamo vedere più da vicino.
Nel suo libro lei parla della concezione leonardesca secondo cui la bellezza artistica è il mezzo che unisce l'uomo a Dio. Può illustrarci questo concetto?
È un passaggio articolato e complesso, poiché per ricostruirlo dobbiamo unire le osservazioni esplicite di Leonardo con quello che si può desumere da altre testimonianze, e soprattutto dalle sue opere stesse. Leonardo parte da una visione riconducibile almeno in parte al platonismo fiorentino, secondo cui la bellezza testimonia una sfera ideale superiore al corrompimento del mondo materiale, ma tale passaggio si carica in lui di implicazioni tutt’altro che consolatorie. La stessa prodigiosa facilità con cui egli sapeva produrre questa “divina bellezza” deve averlo messo in guardia. Il suo enorme talento gli dava infatti anche il potere di usarlo per assecondare la vanità, l’ambizione, il desiderio sensuale. La bellezza dell’arte è pertanto ambigua, e dipende dalla nostra risposta risolvere la sua ambiguità in una direzione autenticamente spirituale, oppure in un senso più equivoco e corrivo. Sono del parere che questa meditazione sull’ambivalenza della bellezza, e sul suo chiamare in causa la nostra libertà, sia divenuta un tema sempre più importante nella carriera di questo artista. Ma, anche quando abbiamo “guadagnato” la bellezza intesa in senso spirituale, ci si presenta un aspetto ulteriore che è ancor più inquietante, perché ci consegna a un destino che ha tutte le apparenze di essere definitivo: il rapporto della bellezza col passare di tutte le cose, col passare di noi stessi, e finanche dell’“opera bella” che pareva dovercene riscattare, sottraendo la nostra immagine allo scorrere inesorabile del tempo. La bellezza, che doveva liberarci in qualche modo dalla morte, risulta in realtà confermarla. L’unica via d’uscita è l’immagine stessa di Cristo. Accettando di essere uguale a noi e di morire per noi, e per nostra mano, egli ci mostra l’unica soluzione: l’accettazione della sofferenza e del sacrificio per amore degli altri. In tal modo, attraverso di lui, noi possiamo risorgere, e la bellezza del mondo, che sembrava ed era distrutta, per mezzo dell’amore risorge. L’immagine di Cristo realizza l’immagine e somiglianza con Dio per cui noi siamo stati creati, e la bellezza di Cristo si rivela la bellezza del corpo risorto, del creato portato alla redenzione. Con Dio stesso che si fa nostra immagine, siamo noi stessi a diventare sua immagine. Credo sia questo il segreto della più grande arte cristiana, il segreto dell’arte di Leonardo.
Fonte: ZENIT.org




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