Il partito di Fini
La destra delle regole
Fini pensa al divorzio
Riformista, 7 gennaio 2010
di Alessandro De Angelis
Il Presidente della Camera pronto allo showdown con Berlusconi. Il partito di Fini. Decisivo il prossimo incontro. Caso Feltri, un suo uomo tra i coordinatori del partito, riequibrio interno nel Pdl. Queste le condizioni per evitare un nuovo gruppo parlamentare.
La destra delle regole Fini pensa al divorzio. Sempre più lontani. L'ex leader di An chiede un riequiibrio nel partito altrimenti darà vita a un suo gruppo parlamentare. E sulla giustizia nulla sarà pi scontato.
L'appuritamento non è ancora in agenda. Forse la prossima settimana, al rientro di Berlusconi a Roma. Ma una cosa è certa: la presenza di Gianfranco Fini nel Pdl dipende dall'esito del faccia a faccia col premier. Ormai il dado è tratto. Il presidente della Camera vuole un «chiarimento vero» su tutto: gli attacchi di Feltri, l'assetto del Pdl, l'ingresso della Santanché nel Governo. Altrimenti rottura: nuovo gruppo parlamentare e nuovo partito. Dietro i quotidiani attacchi del direttore del Giornale (Titolo di ieri: «Ecco perché Fini non dice la verità») i suoi leggono il tentativo di cacciarlo via. E si chiedono, per dirla col Secolo: «Pdl, ci sono ancora le condizioni?». A poco sono servite le prese di distanza di berlusconiani doc, da Bondi a Cicchitto, dal quotidiano di famiglia: Berlusconi non ha dato segnali né direttamente, né via Feltri, visto che i toni non si sono abbassati.
Tanto che il direttore del Giornale intervistato nell'ambito della manifestazione Cortinaincontra è passato agli insulti: «Fini? Un poveraccio che soffre perché comanda Berlusconi».
Per questo Fini ha messo in conto le conseguenze estreme. E, per preparare il momento della verità, ha dato ordine ai suoi di politicizzare uno scontro che pare una rissa, con una precisa distinzione dei ruoli, poiché l'ex leader di An non vuole dare l'impressione che a rompere sia lui. Ecco che il senatore Andrea Augello ha chiesto un passaggio formale per siglare la tregua: «Si deve mettere fuori gioco - ha detto al Secolo - l'ipotesi su cui il Giornale batte e ribatte, quella di un Pdl che non contempli più Fini. Se non parla Berlusconi l'ufficio politico del Pdl voti un documento». Mentre Carmelo Briguglio ha fissato i paletti sul rimpasto di governo: «Visto che Daniela Santanché alle ultime elezioni è stata candidata premier contro Berlusconi, il suo ingresso al governo sarebbe una rottura del sistema di alleanze e schieramenti elettorali. Dopo questa, chiunque potrebbe fare operazioni trasformistiche. Sono problematiche politiche che non possono essere decise nel Pdl monocraticamente».
Eppure sia sul documento richiesto da Augello sia sull'affaire Santanché non sono arrivati ramoscelli d'ulivo dai berlusconiani. Per questo nel colloquio a due, quando ci sarà, Fini punterà l'indice verso il Cavaliere rivendicando il suo ruolo di «co-fondatore» del Pdl che non può essere ignorato nelle decisioni. Il che implica precise condizioni. Su tutte un rimpastino nel partito, visto che - dicono i finiiani - «nella quota del 30 per cento viene conteggiato ormai chi sta più col Cavaliere che con Fini». Un riassetto anche all'interno del triumvirato dove il presidente della Camera vuole un uomo suo al posto di Ignazio La Russa. Ma la tregua passa soprattutto attraverso una maggiore collegialità delle decisioni dal momento che "il punto principale - spiega Italo Bocchino - è che l'equilibrio nel Pdl si raggiunge solo se Fini e Berlusconi lavorano assieme e in armonia".
Se Berlusconi non dovesse cedere, l'ex leader di An è pronto a rompere gli indugi. E a creare gruppi parlamentari autonomi alla Camera e al Senato, alleati del Pdl ma autonomi: rappresentanti l'embrione di un nuovo partito di cui già circola tra i parlamentari qualche formula come «partito dei cittadini»o «partito della nazione». I numeri ci sono: una cinquantina di deputati e una ventina di senatori. Quanto basta per essere decisivi su ogni provvedimento. Soprattutto sulla giustizia, dove a quel punto - questo il ragionamento - nulla sarebbe più scontato, a partire dai provvedimenti che più interessano il Cavaliere. E tra i parlamentari exAn le parole «scissione», «gruppo autonomo», «rottura» non sono più tabù.
Del resto il presidente della Camera a più di un fedelissimo ha consegnato parole amare sul PdL che non è riuscito a trasformarsi «da destra populista a destra delle regole perché troppo legato ai destini personali di Berlusconi». Ed è proprio la «destra delle regole» il nuovo orizzonte indicato da Fini in caso di rottura del Pdl. Non è un caso che negli ultimi tempi i contatti con l'Udc di Casini si sono intensificati. Perché a quel punto lo schema di gioco finiano cambierebbe, e non poco. Senza mettere il discussione il Governo - i numeri dei gruppi sarebbero sufficienti a impedire anche la suggestione berlusconiana delle urne - Fini ha messo in conto di archiviare il berlusconismo archiviando il bipolarismo, o almeno di provarci. Una fonte vicina al presidente della Camera a microfoni spenti parla di una possibile apertura a Bersani - sempre nel caso di una rottura del Pdl - sulla legge elettorale tedesca. D'altronde - prosegue la stessa fonte - "dopo aver visto Berlusconi all'opera molti tra noi da presidenzialisti sono diventati parlamentaristi convinti".
E che Fini abbia in mente uno schema di gioco alternativo all'attuale (e un partito alternativo al Pdl) lo testimonia il cambio di passo previsto per i prossimi interventi pubblici:
meno immigrazione, cittadinanza, biotestamento e afflati bipartisan. Il presidente della Camera si concentrerà soprattutto sul tema della «coesione nazionale» rispolverando i termini di «patria», «nazione». Previste anche incursioni su argomenti che parlino alla pancia del Paese: crisi, redditi, disuguaglianze. Un controcanto, molto politico, all'ottimismo berlusconiano: la destra dei cittadini, appunto.
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