

"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
(Sutra di diamante)


Porcheria ad intuito dovrebbe derivare da porco e porcile...
ma com'è che noi ad un certo momento abbiamo cominciato a dire bello al posto di pulchro?
CLAUDIA CONTE, TI AMO!






De Bello Gallico
Ma la guerra è bella? La parola usata dagli antichi romani per indicare la guerra, il conflitto militare, era bellum, che trova riscontro oggi in bellico “relativo alla guerra”, bellicoso “combattivo, pronto a fare la guerra”, belligerante “in stato di guerra” e bellicismo “atteggiamento di chi ripone cieca fiducia nell’uso della violenza armata”: e poi, chi non ha mai sentito parlare del De Bello Gallico di Giulio Cesare? Come mai, allora, la parola italiana bello, che sembra l’esatta evoluzione fonetica del latino bellum, significa invece “esteticamente grazioso”? Sarà che a noi italiani piace tanto la guerra da confonderla con la bellezza? Scartiamo subito quest’ultima ipotesi, poiché la storia ci insegna che, dopo la caduta dell’Impero romano, la guerra l’abbiamo più subita che fatta. E allora l’arcano ha una sola spiegazione: l’italiano bello non deriva dal latino bellum. Ma procediamo con ordine.
Il latino classico utilizzava il termine pulcher per indicare la bellezza estetica. Tuttavia nessuna delle lingue neolatine conserva questa parola, se non come cultismo un po’ arcaico (“Mal dare e mal tener lo mondo pulcro”, Dante, Inferno, VII, 58), probabilmente perché già verso il I sec. d.C. il termine era sentito dai parlanti come obsoleto e antiquato. Al suo posto si sono imposti altri due aggettivi. Nelle aree laterali del latino, cioè quelle più lontane da Roma, centro culturale e geografico dell’Impero, abbiamo le continuazioni di formosus “gradevole alla vista”: lo spagnolo hermoso, il portoghese formoso, il rumeno frumos; nell’area centrale, invece, si usò bellus, derivato di bonus “gentile, carino”: ecco quindi l’italiano bello, il francese beau, il catalano bell.
Qualcosa di simile è successo anche alla parola per “guerra”. Bellum indicava il modo romano di andare in battaglia, cioè in maniera ordinata ed organizzata, con tutti i reparti dello squadrone coordinati l’uno con l’altro secondo le strategie stabilite dai comandanti. Con la fine del mondo antico questo modo di combattere venne a decadere, sostituito dalle abitudini più caotiche e disordinate dei popoli germanici, che divenne il modo per antonomasia di fare la guerra. Ecco perché le lingue romanze al posto di bellum presentano tutte un’evoluzione del francone werra, che letteralmente valeva “mischia, litigio, combattimento disordinato”: guerra in italiano, spagnolo, portoghese e catalano, guerre in francese.
Insomma, la “zuffa” si sostituì al bellum, che oltretutto correva il rischio di confondersi con bellus, e le lingue romanze accettarono la sostituzione senza starci molto a pensare: si sa, le lingue, quando sono vive, sono pragmatiche, badano al sodo.
È comunque da notare che la nostra lingua ha mutuato spesso da lingue straniere le parole ed espressioni relative alla guerra, principalmente per una ragione storica, cioè la lunga teoria di realtà diverse che hanno esercitato un potere militare sulla nostra penisola nel corso dei secoli.
Tra il V e l’VIII sec. d.C., con la discesa dei barbari e la caduta dell’Impero, il volgare italiano si “arricchisce” di numerose parole di origine germanica, quasi tutte appartenenti al vocabolario militare: albergo (dal gotico *haribergo “alloggio militare”), bandito (dal gotico *bandwjan “dare un segno”), spia (dal gotico *spaihon “guardare”), feudo (dal francone *feh-od “possesso di bestiame”), guardia (dal francone *wardon “stare in guardia”, che ci ha dato anche il verbo guardare), araldo (dal francone *hariwald “che conduce l’esercito”), tregua (dal francone *treuwa “patto, contratto”), rubare (dal germanico *raupjan “strappare, togliere”, da cui anche roba), oltre al già citato guerra.
Dallo spagnolo del Cinquecento ci viene guerriglia, da guerrilla “piccola guerra”, mentre guerrigliero ci giunge nel XIX secolo, in riferimento alla tattica bellica degli spagnoli contro l’occupazione napoleonica. Dall’inglese degli anni sessanta del Novecento proviene guerra fredda, calco di cold war, e pare che il padre di questa espressione sia nientemeno che George Orwell, in un articolo apparso sul “Tribune” nel 1945. Dal tedesco, invece, e non c’era molto da dubitarne, viene guerra-lampo, calco di Blitzkrieg.
E, per finire, un chicca: la parola slogan, che sembra tanto innocua, al limite un po’ fastidiosa se interrompe la visione di un buon film alla tv, ha un progenitore molto più “bellicoso”: deriva, infatti, dal gaelico slaugh “guerra” e gheun “grido”, e vale, quindi, “grido di guerra”. Attenti alla pubblicità
03 De Bello Gallico






Ultima modifica di cacomassi; 08-01-10 alle 22:19
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..



