Marco Biagi
Un senso di nausea sale su, a vedere come si è potuta trattare la memoria di Marco Biagi. Le ricorrenze (domani saranno quattro anni da quando le Brigate Rosse lo uccisero, sotto casa) hanno valore solo simbolico, ma la miseria morale è salita ogni giorno, senza neanche guardare il calendario. Marco Biagi ha dato il suo nome ad una legge. Quella legge è una buona legge. Ha diminuito e non aumentato il precariato, ha aumentato e non diminuito i posti di lavoro, è una delle poche cose che ha posto l'Italia in cima e non in fondo alla classifica europea. Naturalmente, si può pensarla in modo diverso, sebbene si dovrebbe avere la cortesia di non sparare cretinate sui dati e di chiarire cosa altro si sarebbe dovuto fare.
Le diverse opinioni sono benvenute, anche perché neanche la legge Biagi è perfetta, e tutto si può migliorare. Ma quel che dà il voltastomaco è che il ricordo di un uomo, morto per le proprie idee, segua lo spartito delle appartenenze e delle faziosità, anziché quello della riconoscenza e dell'ammirazione, anche nel dissenso.
Biagi, del resto, era egli stesso sfuggente alle appartenenze: fu candidato, alle amministrative bolognesi, per la sinistra; prestò la sua opera intellettuale, servendo lo Stato, quando al governo si è trovato il centro destra. Non ebbe privilegi, per questa sua collaborazione, anzi, non ebbe, colpevolmente, neanche la scorta. Inseguiva solo un obiettivo: rendere più elastiche ed effettive le regole nel mercato del lavoro, lasciar cadere le tutele formali, che generano violazioni ed evasioni sostanziali, puntando a paletti che potessero aiutare la crescita del numero di lavoratori. Ha avuto ragione, e l'ultimo onore è quello di chiamare con il suo nome il frutto del suo lavoro. Ci pensino, i tanti cinici propagandisti che quel nome neanche vogliono pronunciare.
E adesso corre questo quarto anniversario, che non deve affatto comportare la rinuncia alle distinzioni, che non chiede a nessuno di dire che è bello quello che si crede sia brutto, ma che vorrebbe tutti e ciascuno pronti a riconoscere che il non voluto e non cercato sacrificio della vita è giunto a conclusione di un lavoro fatto nell'interesse della collettività, dei giovani, degli italiani. Mancare a questo dovere è come spiegare quanto si è miserabili.
Michele Tiraboschi, amico ed allievo dei Marco Biagi, ha, con altri, organizzato un convegno internazionale, a Modena, per parlare delle idee del maestro e del futuro delle relazioni industriali. Ma anche, come scrive, “per lasciarci alle spalle le polemiche, misere e provinciali, di una campagna elettorale davvero povera di contenuti e di idee”. Ha ragione, per quanto sia doloroso ammetterlo.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
18 marzo 2006
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tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=2219





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