E’ passato un anno dalle virulente polemiche che hanno accompagnato il referendum sulla Legge 40 e sono recenti quelle sull’attuazione della legge sull’aborto, dopo i tentativi reiterati di introdurre nei nostri ospedali la pillola abortiva Ru486. E’ il momento di una riflessione.
Al di là degli inequivocabili risultati del referendum di giugno, non si può non ricordare come intorno a quei quesiti si fosse registrato nei due fronti opposti uno schieramento di posizioni sostenute con una passione che raramente ormai la nostra quotidianità politica è capace di risvegliare. Si sono visti i Cattolici, e alcuni laici con loro, combattivi come non erano ormai da molti decenni. Per contro, le ripetute incursioni di questi mesi in favore della pillola abortiva, come la recente manifestazione milanese in difesa della Legge 194, hanno mostrato che anche la determinazione del “fronte della morte” è fermissima.
La questione della vita è, chiaramente, l’ultima capace di risvegliare dibattiti politici degni di questo nome. La questione della vita – con le sue declinazioni della procreazione assistita, dell’aborto chimico, dell’eutanasia – quasi ultima passione rimastaci in un orizzonte pubblico appiattito. Perché ciò che è lecito o no fare della vita riguarda in sostanza la “disponibilità” della vita stessa; riguarda l’appartenenza della vita agli uomini, oppure l’essere noi, dal primo all’ultimo respiro, portatori di un bene che non possiamo governare, non ci siamo dati da soli e da soli non possiamo interrompere.
La vita (con la morte) è l’ultima grande domanda venuta ad interpellarci in tempi di ideologie sepolte.
Siamo noi “creature”, come ritengono tutti i Cattolici (ma anche molti laici pensanti che lucidamente riconoscono il “non farsi da sé dell’uomo”) oppure signori e padroni della vita, come pretendono gli alchimisti delle provette, i paladini di rimedi abortivi e fautori del “diritto” di morire? E’ questo il terreno di una battaglia continuamente in corso, in cui il gioco dei nostri avversari è, secondo vetusti schemi, pretendersi portatori di modernità, laddove chi avverte che la vita dell’uomo non gli appartiene è naturalmente dipinto come oscurantista.
E’ soprattutto contro questo luogo comune che si è reagito. Contro questa presunta modernità che pretende di rifiutare la realtà del dato di fatto, di ciò che è anteriore all’uomo; bisogna rispondere affermando con decisione la dignità e la razionalità del riconoscere ciò che ci precede, non ci appartiene e ci trascende.
Non si tratta di nulla di intellettuale: è l’atteggiamento dei semplici di fronte a un bambino appena venuto al mondo. E’ l’ammettere che nove mesi prima di quell’uomo non c’era ancora traccia. E’ arrendersi di fronte a questo trauma, a questo stupore. Come ci ha detto una vecchia ostetrica: “I bambini nascono e ti guardano, non è vero che hanno gli occhi chiusi: ti guardano con gli occhi spalancati. E attorno, tra chi assiste, c’è un istante, sempre, di silenzio. Anche se si è assistito a mille parti, si tace per un momento. E il bambino urla il suo vagito, che vuol dire che respira, che è vivo”.
Ed è come un grazie. Qualcosa che fa tremare.