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Discussione: Rosarno!

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    Predefinito Rif: Rosarno!

    "Il Tempo delle Arance" (30 min)



    realizzato da InsuTv a Rosarno nei giorni del pogrom e della deportazione dei migranti per ritrovare, nelle immagini e nei racconti dei protagonisti, le ragioni della ribellione contro la violenza e l'apartheid. Cui è seguita la vendetta della mafia e del governo...
    Ultima modifica di Epifanio; 20-01-10 alle 16:35

  2. #42
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    Predefinito Rif: Rosarno!

    Citazione Originariamente Scritto da Epifanio Visualizza Messaggio
    "Il Tempo delle Arance" (30 min)



    realizzato da InsuTv a Rosarno nei giorni del pogrom e della deportazione dei migranti per ritrovare, nelle immagini e nei racconti dei protagonisti, le ragioni della ribellione contro la violenza e l'apartheid. Cui è seguita la vendetta della mafia e del governo...
    Interessante anche questo:

    L’anima ai signori delle arance

    Vi consigliamo di rileggere questo interessantissimo spaccatodella provincia di Reggio Calabria, scritto da Rocco Bellantone per il numero di novembre-dicembre 2009 di Altri. Noterete quanto l’articolo sia attinente con gli ultimi eventi di Rosarno.


    Dodici ore di lavoro per poco più di venticinque euro: ecco quante vale un africano sul mercato calabrese

    L’anima ai signori delle arance

    di Rocco Bellantone



    Mattoni e cemento. Siamo nella Piana di Gioia Tauro, provincia di Reggio Calabria, il nocciolo della raccolta delle arance per il mercato calabrese. Qui, nella cartiera dismessa di San Ferdinando, il 2 settembre scorso i Commissari Prefettizi del Comune hanno dato disposizione a sbarrare l’accesso all’ex fabbrica Modul System per l’inagibilità del sito. Una giornata di lavoro pagata a un manovale e la pratica della Cartiera è stata archiviata. Questa è la Piana, così le istituzioni attuano la loro politica di integrazione degli oltre duemila africani che sbarcano in Calabria per la stagione degli agrumi. Ma i mattoni e il cemento altro non rappresentano se non l’ultimo degli schiaffi presi in pieno volto da questo popolo. Nel triangolo della manifesta illegalità, tra i campi di Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi, nei luoghi della vergogna della Cartiera, della Rognetta e della Collina, ciclicamente, tra novembre e febbraio, un intero flusso migratorio proveniente dall’Africa sub-sahariana e occidentale viene dirottato verso la schiavitù che si perpetua alla luce del giorno. Sono ghanesi, marocchini, ivoriani, maliani, sudanesi.
    Il loro percorso è fatto di sofferenze atroci, patite prima nei porti d’imbarco della Libia, dell’Algeria e della Tunisia, e successivamente nel quotidiano di una terra che li ‘ospita’ solo per darli in pasto alla massacrante manodopera dei campi. Sveglia alle quattro del mattino, adunata nelle piazze e negli incroci dei paesi, dodici ore di lavoro per una paga massima di venticinque euro. Guai ad alzare la testa al cospetto delle cosche mafiose che controllano il sistema. Due ragazzi ivoriani lo sanno bene. Nel dicembre del 2008 avevano provato a reagire al racket delle braccia. Gli hanno sparato, fortunatamente solo ferendoli. Nessun margine per il dialogo, ma la protesta versatasi nelle strade nei giorni che hanno seguito l’attentato ha costretto la politica a fare qualcosa.
    La Regione Calabria ha confezionato un intervento umanitario coinvolgendo la protezione civile, la Croce Rossa e la Prefettura di Reggio Calabria e varando un ddl in materia di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Dei cinquantamila euro stanziati, sinora ne sono stati spesi quindicimila per l’insediamento di bagni chimici alla Cartiera e alla Rognetta, per la bonifica dei siti e per due cisterne da quattromila litri alla Collina, tra Rosarno e Rizziconi. Ma i casolari fatiscenti dove trova alloggio buona parte di questa gente non sono cambiati affatto: mancanza di acqua potabile, di luce e gas, tutela delle basilari condizioni igienico-sanitarie praticamente inesistente, mentre ancora non si sa come verrà impiegata la restante parte dei fondi, considerato l’immobilismo cronico dei comuni interessati che non hanno rendicontato le spese sostenute, passaggio necessario per poter accedere all’erogazione delle tranche successive. Intanto la violenza continua a fare il suo corso. Il 19 luglio è scoppiato un incendio alla Cartiera di San Ferdinando.
    I circa cinquanta ragazzi che ci abitavano hanno trovato riparo in alloggi di fortuna. Sono testimoni del ritardo eccessivo dei soccorsi e poco convinti che il Comune di Rosarno costruirà delle aree ad hoc come promesso. Quello che si sa di queste storie lo si deve a chi, incurante dei rischi e dei richiami all’ordine, prosegue convinto per la strada dell’informazione. Dopo il ferimento dei due giovani ivoriani, nel dicembre scorso è nato l’Osservatorio Migranti. «Abbiamo fondato l’Osservatorio – afferma Giuseppe Pugliese, membro del direttivo – il giorno stesso della pacifica e civile manifestazione degli africani di Rosarno. Contemporaneamente abbiamo fondato un sito internet, Osservatorio Migranti Africalabria.org, e un gruppo su facebook che abbiamo chiamato “Gi africani salveranno Rosarno”.
    Il nome potrebbe sembrare provocatorio, ma non lo è affatto, vista la dimostrazione di civiltà e legalità che hanno dato alla città e a tutto il paese: semplicemente si sono ripresi lo spazio che insensibilità e ignoranza quotidianamente gli negano, ma soprattutto hanno fatto una manifestazione a seguito di un episodio delittuoso verificatosi in un contesto criminal-mafioso, mettendo in atto una vera e propria processione verso la caserma dei carabinieri di Gioia Tauro per rilasciare dichiarazioni spontanee con le quali hanno contribuito all’individuazione del presunto aggressore. Un vero e proprio movimento antimafia, quindi, in una terra dove l’inaccettabile è diventato ormai consueto”. Ce ne vuole di coraggio per stare nel mezzo, quando anche gli occhi di parte della società civile preferiscono guardare a terra piuttosto che incrociare la realtà.
    Il razzismo mafioso e il silenzio che persistono da almeno quindici anni vengono contrasti attraverso l’organizzazione di manifestazioni di sensibilizzazione, consulenze legali gratuite, il contatto diretto con i ragazzi e l’avanzamento di proposte concrete alle istituzioni. A Giuseppe chiediamo come giudica l’operato delle istituzioni e degli enti coinvolti. “Nel rispetto dei ruoli e delle competenze – risponde – la Regione ha stanziato cinquantamila euro, grazie ai quali i Comuni di Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi hanno potuto realizzare alcuni interventi migliorativi sull’esistente. Si è fatta inoltre promotrice della campagna di vaccinazione, realizzata dall’Agenzia di sanità pubblica e dalla Protezione Civile.
    Medici senza frontiere fino a due anni fa gestiva l’ambulatorio Stp (Stranieri temporaneamente presenti), che successivamente è stato preso in carico dall’Asp. Quest’anno era presente lo staff degli ’stagionali’, che segue i migranti nei loro spostamenti in cerca di lavoro nell’agricoltura nelle varie regioni del sud Italia. Il loro lavoro è stato prevalentemente di informazione e studio direttamente sui migranti, oltreché politico, nel senso che hanno proposto un protocollo d’intesa con la Regione, sulla falsa riga di quello che è avvenuto in Puglia. Ma dal punto di vista ’sociale’ non è stato registrato alcun intervento”. La verità che emerge è quella che tutti sanno: c’è bisogno di una spinta maggiore.
    “L’ostacolo principale – prosegue nella propria analisi Giuseppe – è costituito dal fatto che la maggior parte degli immigrati sono irregolari, condizione questa che permette di operare prevalentemente nell’ambito dell’emergenza umanitaria. Tuttavia gli interventi realizzati non sono ancora in linea con le convenzioni internazionali”.
    L’Osservatorio è parte attiva della Rete Migranti, costituitasi a Reggio Calabria in occasione della giornata internazionale del rifugiato del 20 giugno e di cui fanno parte realtà associative della città e della provincia. Quello che chiedono è che vengano destinate aree attrezzate ai migranti, che si spendano i fondi destinati dalla Regione in modo trasparente ed effettivamente utile, che si convergano gli sforzi della società civile, delle organizzazioni sindacali e delle associazioni per un sostegno umanitario, legale, sanitario e per fare pressione e controlli sui fondi stanziati.
    Qualcuno, nella possibilità che gli africani salveranno Rosarno e la Calabria, ci crede davvero. Ciò che è certo è che il sistema non si arresta. Tra meno di sessanta giorni si torna nei campi: venticinque euro al giorno per vendere l’anima e la dignità ai signori delle arance.



    Altri - L?anima ai signori delle arance

  3. #43
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    Predefinito Rif: Rosarno!

    La Rosarno che è in noi. La vittoria del razzismo ordinario e la rabbia di sentirci chiamare “razzisti”



    P. Lorenzo Prencipe, presidente CSER

    All’inizio del nuovo anno, quando l‘eco degli auguri dispensati ipocritamente a piene mani non si era ancora spento, a Rosarno, una piccola cittadina di 15 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria, dopo due giorni di violenti scontri tra lavoratori immigrati e abitanti del luogo, più di mille immigrati sono stati costretti a fuggire o ad accettare una “salutare” deportazione nei Centri di identificazione ed espulsione di altre regioni vicine.
    La scintilla che ha scatenato la “caccia all’uomo” è stata la cosiddetta (almeno secondo quei benpensanti che si indignano al primo sentore della parola razzismo) “ragazzata” di alcuni giovani italiani che, nella notte del 7 gennaio 2010, da un’automobile hanno sparato con un fucile ad aria compressa contro due immigrati di colore. Si tratta di scintilla perché in un clima - quello di Rosarno non è diverso da quello di una qualsiasi altra città italiana - di crescente intolleranza e xenofobia la violenza a sfondo razziale si infiamma rapidamente e si propaga senza argini.
    Ed è quello che è successo a Rosarno. Ma Rosarno non è diversa da Castel Volturno, il centro del casertano che, il 19 settembre 2008, ha vissuto una simile giornata di guerriglia urbana con la rivolta di centinaia di immigrati in seguito alla strage di sei nordafricani trucidati in un negozio-sartoria di vestiti etnici da un gruppo di giovani aspiranti camorristi locali.
    Anche a Rosarno, dopo la “ragazzata” subita, centinaia d’immigrati hanno protestato violentemente contro il trattamento discriminatorio da loro sopportato al lavoro e le miserabili condizioni di vita nelle quali sono costretti a sopravvivere, dando fuoco alle automobili e picchiando quanti si trovavano sulla loro strada. La reazione violenta dei rosarnesi, non immuni dalle pressioni della 'ndrangheta, è stata immediata: due immigrati sono stati colpiti con spranghe, cinque investiti con le auto e due feriti con fucili a pallini. Al termine degli scontri, 53 persone (21 migranti, 14 rosarnesi e 18 agenti di polizia) finiscono in ospedale.
    L’ordine, solo quello “esteriore” però, viene ristabilito dalla polizia con l’espulsione di un migliaio di immigrati di colore, così come esplicitamente richiesto dalla popolazione locale, e con la demolizione dei tuguri occupati, da anni, dagli immigrati.
    E’ probabile, però che le cause di fondo dei fatti di Rosarno, che si trovano - da un lato - nello sfruttamento degli immigrati impiegati nell’agricoltura e - dall’altro - nell’assenza di misure capaci di contrastare la crescente xenofobia italiana, non troveranno risposte adeguate. E’, infatti, fuorviante e menzognero affermare che il degrado di Rosarno è dovuto all'eccessiva tolleranza verso i clandestini. Considerato che l’80 per cento degli immigrati deportati da Rosarno erano regolari, non possiamo dimenticare che siamo stati noi a chiamare gli africani per raccogliere arance, pomodori od olive, consapevoli che nessun altro lo avrebbe fatto a 25 euro (di cui 5 euro trattenuti da caporali mafiosi e autisti di camionette) per un giorno di 18 ore di lavoro; e che se siamo stati tolleranti non lo siamo stati verso i clandestini ma verso le condizioni disumane e degradanti nelle quali abbiamo lasciato vivere gli immigrati, regolari o clandestini che fossero.

    Per quanto riguarda, infine, l’ordine “interiore”, la capacità cioè di contrastare la tentazione xenofoba e razzista che trova nell’eliminazione, anche fisica, dell’altro il cardine di una realistica (non buonista) convivenza, è probabile che i fatti di Castel Volturno prima e di Rosarno dopo non abbiano insegnato proprio niente e che, malgrado l’indignazione e la rabbia che ci pervade quando il Guardian di Londra o l’Osservatore romano scrivono che l'Italia è un paese unito dal razzismo e dalla persecuzione degli immigrati oppure quando l’italiano Balotelli afferma che fanno schifo quei “burloni” che lo insultano a causa del colore della sua pelle, abbiamo ormai assorbito e interiorizzato una pseudo-cultura che, pur di non apparire “buonista”, respinge in mare richiedenti asilo, donne incinte e bambini, paga Gheddafi perché faccia sparire gli immigrati nei deserti africani, istituisce le ronde per “combattere” gli immigrati (che nell’imperante ideologia leghista sono tutti clandestini), alimenta la guerra tra poveri sfruttando ogni occasione ed ogni ambito (dal lavoro all’abitazione, dall’assistenza sanitaria alla scuola) per contrapporre gli immigrati (considerati “privilegiati”) agli italiani (ritenuti “sfruttati”), criminalizza tutti gli immigrati introducendo il reato “d’irregolarità”, discrimina i figli d’immigrati, nati o arrivati in tenera età nel nostro paese, non riconoscendoli veri italiani come i coetanei più fortunati solo perché nelle loro vene scorre il sangue italiano.
    E non è razzismo questo che, in virtù di una presunta differenza tra sangue italiano e straniero, crea di fatto una discriminazione tra bambini, alcuni dei quali appartenenti ad una razza (sangue) “superiore” ed altri ad una razza “inferiore”?
    I fatti emblematici di Rosarno confermano che siamo diventati, forse senza accorgercene e volerlo, una generazione di “ordinari razzisti” che si nutrono di odio, che sono incapaci di pietà (per paura di essere accusati di buonismo) verso i drammi quotidiani, che non vogliono vedere la ricchezza dell’incontro tra diversi, ma solo disagio, paura e minaccia. E’ necessario continuare a lavorare, soprattutto in campo educativo, perché i nostri figli siano diversi, perché le future generazioni siano capaci di rispondere alla paura con la fiducia e che la dignità di ogni essere umano, regolare o clandestino, possa essere tutelata in ogni momento e in ogni luogo.
    “Sia consentito agli immigrati di essere in regola”: è quanto si augura il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che oggi, 17 gennaio 2010, in occasione della Giornata mondiale delle migrazioni ha riconosciuto ed apprezzato l’azione della Chiesa cattolica in favore dei migranti, specialmente dei minori, rifugiati e non accompagnati, che sono i più esposti alla precarietà e allo sfruttamento, ma che sono invece la vera speranza per il futuro.

    Lorenzo Prencipe, scalabriniano

    Presidente del Centro Studi Emigrazione – Roma

    renzoprencipe@cser.it

    roma-intercultura.it

  4. #44
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    Predefinito Rif: Rosarno!

    Da Rosarno a Bari, gli africani nei Cie: “Per noi violenze, razzismo e menzogne”

    Una delegazione di Migreurop raccoglie le testimonianze dei migranti evacuati da Rosarno: “Sono vittime, per loro ci vuole una protezione specifica”. Ma uno di loro, ferito gravemente, rischia ancora l’espulsione


    Da Rosarno a Bari, gli africani nei Cie: ?Per noi violenze, razzismo e menzogne?

  5. #45
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    Predefinito Rif: Rosarno!

    Che dice il nostro Presidente della Repubblica ex comunista?

    Immigrazione: Napolitano, servono ordine e legalita'

    Reggio Calabria, trovata auto con eplosivo

    21 gennaio, 18:46

    REGGIO CALABRIA - Per governare il fenomeno dell'immigrazione ed evitare scoppi di violenza come quelli di Rosarno, occorrono "ordine e legalità", garantire i flussi di ingresso legale, lavorare per una effettiva integrazione degli immigrati, che è compito degli enti locali "ai quali lo Stato deve fornire risorse sufficienti", ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano definendo "molto positivo" l'impegno dimostrato dal governo "in questi giorni" per fronteggiare questi fenomeni e quelli legai alla criminalità organizzata.
    A Rosarno - ha aggiunto il Capo dello Stato - sono accadute cose brutte, pesanti. Uno scoppio di insofferenza che ha mostrato il peggio di cio' che si era accumulato nell'animo dei cittadini e degli immigrati. E' nostra responsabilita' collettiva di rapresentanti dello Stato non aver saputo prevenire cio' che avremmo dovuto prevenire. Ora dobbiamo evitare che si ripeta e respingere luoghi comuni e pregiudizi che indicano la Calabria come luogo di intolleranza e di razzismo''.
    ''Noi rappresentanti dello Stato non dobbiamo fare fugaci apparizioni in Calabria - ha continuato il Capo dello Stato - ma sviluppare un impegno sistematico contro la 'ndrangheta e per affermare la legalita'''.
    La battaglia condotta "con intelligenza, tenacia e preofessionalità" dalla magistratura calabrese contro la 'ndrangheta ''segna una svolta che promette molto bene per il futuro della Calabria. Stiamo vivendo una pagina nuova nella storia di questa regione", ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esprimendo piena solidarietà al procuratore generale Salvatore Di Landro, e ai procuratori di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, e di Palmi,Giuseppe Creazzo per lo sventato attentato alla Procura Generale, che il capo dello stato ha definito "aggressione brutale".

    http://ansa.it/web/notizie/rubriche/...675826521.html
    Ultima modifica di _Riccardo_; 21-01-10 alle 19:51

  6. #46
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    Predefinito Rif: Rosarno!

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale"Marx-Engels

    Rosarno l'alibi del razzismo e della 'Ndrangheta

    di ELISABETTA DELLA CORTE
    e FRANCO PIPERNO

    Sono trascorse alcune settimane dai fatti di Rosarno, ricostruiti ormai con dettaglio e commentati con dovizia, sui mezzi d'informazione; sicché è possibile fare il punto, per quanto provvisorio, su quel che è accaduto e sulle cause congetturali.
    Diciamo subito che, per noi, i moti di Rosarno, sono un segnale precursore dello scenario, inedito e maligno, che sembra aprirsi per l'agricoltura meridionale, in particolare per quella delle grandi piane.
    Invece, su quei fatti, gli opinionisti dei giornali del Nord hanno, di preferenza, cercato la genesi nella pulsione xenofoba, se non propriamente razzista, che abita l'anima calabrese; mentre i commentatori dei giornali del Sud hanno, per la gran parte, sposato la tesi secondo la quale tutto ha origine dalle cosche della 'ndrangheta: sono i boss che hanno fomentato la rivolta tanto tra i braccianti neri quanto tra i cittadini italiani della Piana.
    Noi riteniamo che entrambe queste spiegazioni finiscano col rendere ancor più confuso ciò che, in principio, avrebbero dovuto chiarire; e tutte e due approdano alla invocazione insana: più stato nel Meridione; come se, a datare dall'Unità d'Italia e per centocinquanta anni questa strategia non avesse procurato abbastanza danni.
    Vediamo le cose più da vicino. Fuor di retorica, tanto la xenofobia, ovvero la paura del forestiero, quanto il razzismo, cioè il disconoscimento della comune natura per colui che ha caratteri somatici diversi, entrambi i sentimenti o i risentimenti, essendo, purtroppo, generalmente umani, si ritrovano certo tra gli abitanti di Rosarno, come a Treviso, a Biella o nel Cantone dei Grigioni. Ma sostenere che questi deplorevoli pregiudizi siano talmente egemoni da determinare la sentimentalità dei calabresi è contrario ad ogni evidenza da secoli, nella nostra regione, distribuite a macchia di leopardo, convivono con successo minoranze diverse per etnia, lingua o religione; nel recente passato, cioè negli ultimi venti anni, si sono verificati rari casi d'intolleranza verso i forestieri, certo molti di meno di quanto sia accaduto nel resto d'Europa; e, viceversa, tanto a Rosarno quanto a Badolato, a Riace come a Soverato non sono mancate esemplari occasioni d'accoglienza e di solidarietà verso i migranti, come ben mostra l'ultimo film di Wenders.
    Possiamo ragionevolmente concludere che il razzismo come chiave esplicativa risulta di una vaghezza frettolosa e frustrante.
    Quanto alla 'ndrangheta, l'attribuzione di responsabilità nei fatti di Rosarno non proviene da inchieste o ricostruzioni o studi documentati; piuttosto è una assunzione congetturale, anzi mitica; argomentata, grosso modo, così: data l'onnipotenza demoniaca della 'ndrangheta, sia quel che accade sia quel che non accade a Rosarno è riconducibile, in ultima analisi, alla strategia malavitosa; i criminali non possono non sapere, quindi tirano le file del gioco. Qui, la 'ndrangheta è divenuta una sorta di “causa assoluta”; v'è all'opera, in questo modo di ragionare, uno sprovveduto rovesciamento cognitivo che scambia gli effetti con le cause: non sono le condizioni socio-culturali delle città della piana a generare e rigenerare la 'ndrangheta ma, viceversa, è la criminalità stessa a produrre quelle condizioni.
    Si noti che l'individuazione della 'ndrangheta come causa assoluta gode di particolare favore tra i professionisti dell'antimafia, per dirla con Sciascia. Questi, così, oltre ad assicurasi quattro paghe per il lesso, finiscono con l'assolvere dalle responsabilità specifiche in ordine alla degradazione della vita civile calabrese, i politici nazionali e locali, nonché tutto il ceto dirigente della regione, imprenditori, giornalisti e universitari compresi.
    Val la pena sottolineare l'intrinseca inconsistenza di questa spiegazione: da una parte, la cattiva potenza della 'ndrangheta viene amplificata oltre ogni misura, attribuendole, nella rappresentazione, una strategia assai astuta ed un'efficacia paranoica; dall'altra le vengono addebitate azioni e gesti che si rivelano idioti, inconcludenti e suicidi, ancora prima che criminali.
    Infatti, per dirne una, che tornaconto potrebbe mai avere la 'ndrangheta a fomentare rivolte nei territori che controlla? Stante la dimensione internazionale delle sue imprese, essa, con ogni evidenza, è interessata a svolgere i propri affari nella quiete sociale; quiete che, certo, non desidera l'arrivo massiccio di magistrati, forze dell'ordine, giornalisti e studiosi della domenica.


    Il miracolo economico dei giardini e la condizione di vita del migrante



    Per noi, la genesi dei fatti di Rosarno va, di sicuro, cercata localmente; ma non già nella malavita piuttosto nella struttura economico-sociale del luogo.
    Per ricostruire, per l'essenziale, questa struttura ci serviremo liberamente delle ricerche dei sociologi dell'Università della Calabria, in particolare cfr. Tesi di Antonio Sanguinetti, La resistenza dei migranti: il caso Rosarno, 2009, Unical).
    Rosarno, cinquemila famiglie, ha da lungo tempo una economia incentrata sulla produzione agricola, in particolare oliveti ed agrumeti. La proprietà della terra, decisamente frantumata, è distribuita tra poco meno di duemila famiglie, ciascuna delle quali possiede in media un ettaro o poco più; insomma ad ognuna un “giardino”, come dicono a Rosarno. Fino a qualche hanno fa, vi erano oltre mille e seicento aziende agricole, quasi una a famiglia, che davano lavoro, più o meno continuativo, a circa tremila braccianti rosarnesi, poco meno di due per azienda. A partire dagli anni Novanta e fino al 2008, i contributi finanziari europei per l'agricoltura meridionale venivano concessi in proporzione alla quantità di agrumi prodotta; questo faceva sì che per ogni ettaro il proprietario percepisse una sorta di rendita fondiaria annua, garantita dalla burocrazia europea, nella misura di circa ottomila euro per ettaro. Per i tremila braccianti v'era la protezione previdenziale dell'Inps: bastava lavorare cinquantuno giorni, cinque in caso di calamità naturali, per aver poi diritto ad un assegno di disoccupazione per tutto l'anno.
    In effetti, molti tra i braccianti rosarnesi preferiscono, oggi come allora, percepire l'indennità di disoccupazione e svolgere altri lavori; dal momento che, negli agrumeti, a raccogliere le arance, basta ed avanza la fatica penosa dei migranti stranieri, totalmente flessibile ed a costi irrisori.
    Così, gli agrumi di Rosarno erano competitivi sul mercato delle derrate alimentari, data la stabilità del prezzo di vendita. Anzi di più: per oltre un decennio la produzione dei giardini è costantemente cresciuta; e la città ha vissuto un generale aumento del reddito monetario.
    A vero dire, questo incremento della quantità di arance, realizzato con continuità senza alcuna miglioria nelle tecniche agricole, aveva qualcosa che sembrava venire dal nulla, un atto creativo. Ma nessuna autorità nazionale o locale appariva inquieta per quella stranezza, non uno tra i numerosi “predicatori di legalità” ne era turbato, non un solo studioso si mostrava incuriosito; e perfino tra i giovani cronisti a caccia di “scoop” non se ne trovava uno che prestasse attenzione a quella bizzarria.
    Infatti, il miracolo economico nella piana tirrenica si basava sulla frode e la pubblica menzogna; come per altro accadeva in quegli stessi anni alla produzione lattiera nell'Italia del Nord, o, globalmente, alla finanza creativa.
    La cosa funzionava così: le cooperative dei piccoli proprietari, raccoglievano le arance per poi smerciarle verso i grandi mercati ortofrutticoli e le industrie alimentari del Nord. Queste stesse associazioni, dirette da un personale proveniente equamente dal ceto politico di centrosinistra e di centrodestra, gestivano i contributi europei. Poiché questi ultimi erano proporzionali alle quantità di agrumi conferiti dai contadini alle cooperative, Rosarno produceva una sterminata quantità di arance, molte sugli alberi, ma molte di più sulla carta. Se il contadino portava un certo ammontare di agrumi, l'associazione, nella fattura, ne dichiarava tre, cinque, perfino dieci volte tanto. I proprietari degli agrumeti incassavano così dei contributi finanziari gonfiati, che, in misura assai modesta, stornavano ai contadini per assicurarsi, a buon mercato, la complicità collettiva per quella dei disoccupati rosarnesi ci pensava, come abbiamo notato, l'Inps con i suoi elenchi falsi e senza fine di braccianti agricoli per i quali non veniva versato quanto dovuto alla previdenza.
    Attorno a questa truffa di massa, ne erano sbocciate poi svariate altre, sempre sui fondi europei; in particolare erano sorte numerose industrie che trasformavano le arance di carta in succhi di carta, come è giusto che sia.
    A Rosarno, dagli anni Novanta e fino a poco fa, s'è venuto così delineando un insolito modo di produzione che intreccia tra loro epoche o meglio temporalità diverse; temporalità che, nella storia dell'occidente, s'erano snodate secondo un prima ed un poi, appaiono nella Piana tutte insieme contemporaneamente.
    Intanto, v'è una temporalità protocapitalistica, quella dell'accumulazione primitiva. Di questa temporalità partecipano tanto i proprietari dei giardini quanto i migranti che lavorano come stagionali in quegli agrumeti.
    I primi, “capitalisti pezzenti”, posseduti dal funesto desiderio di arricchirsi in fretta, non vanno tanto per il sottile; e manifestano senza ritegno quella ferocia sociale, quello spirito animale proprio del capitalismo nella fase nascente. Essi esercitano la loro egemonia sui braccianti agricoli rosarnesi attraverso la pratica del tutto discrezionale delle assunzioni, tanto di quelle vere quanto, e soprattutto, di quelle false.
    Gli altri, i migranti, in maggioranza africani, sono, come al tempo della manifattura nell'Inghilterra dell'inizio Ottocento, nuda forza-lavoro, priva di mutua, contratto e protezione sindacale. Non solo lavorano al nero, come del resto accade frequentemente e più in generale nell'economia calabrese anche per i cittadini italiani; ma percepiscono un salario nero che è meno della metà di quello, pur sempre nero, corrisposto al bracciante indigeno.
    V'è poi l'intrico della previdenza sociale, dove il bizantinismo delle regole riporta alla politica agraria corporativa, al tempo di Bonomi, al regime democristiano nel secondo Dopoguerra.
    Infine, v'è la temporalità post-moderna, quella propria alla burocrazia europea che nella sua illuminata astrazione finisce col favorire l'agricoltura creativa, di carta; così come ha reso possibile la finanza creativa, quella appunto di carta.
    Questo improbabile assetto economico ha retto bene per quasi un ventennio; ma, ecco che, pochi anni fa, si sono avvertiti i primi scricchiolii; qualcuno tra i magistrati assopiti nella lotta alla mafia si è come destato, sono partite le prime inchieste, qualche truffa particolarmente clamorosa è venuta alla luce; perfino l'Inps è sembrata uscire dal letargo per rivedere l'elenco dei braccianti registrati e sfoltirlo di quasi la metà. Poi, nel 2008, si sono aggiunti, buon ultimi, i burocrati di Bruxelles: allarmati dalla scoperta delle truffe, hanno bruscamente deciso di mutare il criterio d'erogazione dei contributi, legandolo agli ettari e non più alla produzione. Questo ha comportato che laddove, prima, il proprietario di un giardino riceveva ottomila euro ad ettaro, ora riesce ad ottenerne un po' meno di millecinquecento. Tanto è bastato perché ci fosse una severa ed immediata contrazione del numero delle aziende in agricoltura ed ancor più nella trasformazione e nel commercio.

    La crisi globale e la lotta di classe nella Piana tirrenica



    Così stavano le cose a Rosarno, quando, l'anno scorso, la crisi finanziaria globale è arrivata anche nella piana: il prezzo delle arance è crollato sul mercato internazionale mentre giungevano circa un migliaio in più di migranti, licenziati dalle fabbriche del Centro-Nord e presi dal tentativo di ottenere reddito, sia pure minimo ed al nero, nelle campagne del Sud.
    A questo punto, a Rosarno, ci si è trovati a dover far fronte contemporaneamente a tre difficoltà: riduzione drastica dei contributi finanziari europei all'agricoltura, caduta globale della domanda di derrate alimentari, aumento della concentrazione locale di migranti in cerca di lavoro. L'interferenza di questi fattori ha innescato uno scontro di classe tra, da una parte, il blocco sociale aggregato attorno ai piccoli proprietari; dall'altra, migliaia di migranti che da decenni usano lavorare come stagionali in quei giardini.
    Per riassumere la situazione con una immagine: a Rosarno, quest'anno, gran parte delle arance sono restate sugli alberi, il loro prezzo di vendita non copre neppure il costo di produzione. Laddove qualche anno fa occorrevano, per il lavoro di raccolta, oltre duemila migranti quest'anno ne bastavano meno di duecento; mentre la crisi economica ne ha portato nella Piana quasi tremila.
    Si sono create le condizioni per uno scontro sociale: il diritto al profitto del “capitalista pezzente” contro la consuetudine dei “migrante moro” di trarre, ogni anno, a Rosarno, un reddito di sopravvivenza.
    Già a dicembre scorso, nel giro di poche settimane, l'aria era cambiata. I rosarnesi, egemonizzati dai proprietari degli agrumeti, hanno cominciato ad avvertire la presenza dei migranti come eccedente ed inutile; prima erano braccia che lavoravano per loro, poi sono divenuti vagabondi stranieri da rinviare a casa loro; in fretta, talmente in fretta da lasciarli creditori, da non aver tempo per pagare loro quel lavoro al nero che alcuni avevano comunque compiuto.
    Nella totale incapacità di mediazione politica da parte della regione o della prefettura di Reggio,è venuto così montando un disagio anzi una sorta di odio di classe tra rosarnesi e migranti, quando non una vera e propria ostilità fisica. In queste circostanze è bastato un gesto irresponsabile o forse una consapevole provocazione, la cui gravità è stata ingigantita dalle voci, dai rumori, per accendere la miccia della esplosione sociale ma, sia ripetuto qui per inciso, il razzismo ha avuto un ruolo meramente folklorico: fossero stati, i migranti, tutti alti e biondi e con gli occhi azzurri, l'antagonismo e lo scontro sociale, tra imprenditori e salariati giornalieri, nelle condizioni date, si sarebbero svolti, più o meno, allo stesso modo.

    Imparare dai fatti

    Certo, i tumulti di Rosarno sono gravi, non già per quel che è accaduto, ma piuttosto per la situazione socio-culturale che hanno svelato preesistere; e che riguarda sì la Piana tirrenica ma anche quella jonica e molti altri luoghi di sviluppo, diciamo così, della agricoltura meridionale.
    Questa situazione è caratterizzata dalla pubblica ipocrisia. Si badi, quel che qui è in gioco non è il comportamento fraudolento, sempre possibile perché la carne è fragile; e nemmeno la dimensione collettiva di quel comportamento che anzi testimonia una certa potenza cooperativa; piuttosto, l'aspetto maligno sta in quel pubblico omaggio che in Calabria le autorità tutte, locali e nazionali, i giornali, i vescovi, i presidi delle scuole, giù giù fino a qualche noto ladro rendono alla legalità, invocata ossessivamente come uno scongiuro, malgrado che il comune sentire ben sappia di quanta banale e sistematica violazione di ogni buona abitudine sia intrisa quella legalità di cui si declamano le lodi.
    L'ipocrisia pubblica ha consentito che, per anni, giunte e consiglieri, regionali, provinciali, comunali, commissari prefettizi, Protezione civile, magistrati e poliziotti, deputati e senatori ignorassero le condizioni subumane, oltreché illegali, nelle quali vivevano e vivono migliaia di migranti costretti al lavoro nero nelle campagne meridionali. Come in un tic nevrotico collettivo, tutti rimuovevano e quindi non v'erano responsabili; così, in venti anni, nessuna, tra le variegate autorità ha avuto modo di promuovere una azione d'emergenza per garantire ai migranti alloggi, acqua, luce e servizi igienici, come era possibile e come per altro è avvenuto in altre regioni.
    Di passaggio, val la pena notare come l'assenza di responsabilità, conseguenza della pubblica ipocrisia, spieghi un particolare insolito che ha connotato quegli eventi: malgrado il tradizionale presenzialismo della rappresentanza meridionale, nessuno dei leader politici regionali si è visto nelle piazze di Rosarno durante i moti e questo con ragione dal momento che i migranti non votano.
    Ma l'ipocrisia non riguarda solo le autorità locali, anche i sindacati ne sono interamente coinvolti. Come abbiamo già osservato, gran parte del lavoro dipendente, nel settore privato, si svolge al nero in Calabria; i grandi sindacati niente fanno per far valere nel Meridione la legislazione sociale, i contratti nazionali non sono applicati, e forse sono inapplicabili; eppure è proprio la contrattazione centralizzata a fornire vuoi la giustificazione ideologica dell'esistenza vuoi l'autoconservazione materiale della burocrazia sindacale. Questa è l'ipocrisia storica che segna la vita sindacale calabrese da mezzo secolo. Poi, ve n'è un'altra, bruciante, offensiva, subentrata nell'ultimo decennio, che può essere descritta così: la massa di lavoro vivo che valorizza l'agricoltura calabrese è pressoché tutta concentrata nei corpi dei migranti neri, ma la trimurti sindacale, costipata dai pensionati, non riesce neppure a parlare con quei giornalieri dalle mani callose. Insomma, i soli lavoratori che popolano le nostre campagne sono degli sconosciuti per il sindacato dei lavoratori, forse per scelta forse per incapacità.
    Tuttavia, sarebbe certo omissivo non ricordare che la partecipazione alla pubblica ipocrisia va ben oltre il ceto politico e sindacale. Quel triste sentimento ha fatto nido nell'anima di molti di noi, di quasi tutti noi calabresi. Gli unici ad esserne sostanzialmente restati immuni sono coloro che appartengono al mondo delle libere associazioni, al volontariato cattolico, ai centri sociali. E dobbiamo ringraziare i migranti di Rosarno se questo scenario è affiorato con chiarezza alla coscienza comune.

    Qualche modesta proposta per agire qui ed ora


    Il mondo delle associazioni, queste comunità agenti, è l'unico interlocutore autentico dei migranti, l'unico che possa chiedere loro scusa per ciò che è avvenuto ed avviene, a nome e per conto di tutti noi.
    Va da sé che, in casi come questo, le scuse non si declinano con le parole ma con gesti ed azioni.
    Per esempio, promuovere una campagna d'accusa contro la regione per costringerla immediatamente ad un programma d'edilizia d'emergenza nelle piane e nelle zone agricole frequentate dai migranti. Una gesto analogo si potrebbe agire contro i tre Atenei calabresi perché offrano accessi gratuiti e borse di studio non tanto a caso, come già fanno per spagnoli e cinesi; ma piuttosto a quei giovani migranti istruiti che, lavorando già nelle nostre piane, intendano completare la loro formazione con un curriculum accademico.
    Ma non v'è dubbio che, per il mondo delle associazioni, l'obiettivo principale da perseguire, la via maestra per offrire solidarietà ai migranti, non sta nel rivendicare al posto loro bensì nel promuoverne l'autonomia sociale, nell'aiutarli ad auto-organizzarsi. Infatti, la garanzia per assicurare dignità al lavoro nero non sta nella legge, regionale o nazionale che sia, ma nell'organizzazione consapevole degli stessi migranti in grado di rovesciare il rapporto di forza oggi a loro decisamente sfavorevole.
    Per far questo, occorre nell'immediato, conoscere per agire: bisogna aprire, usando lo spazio della rete, una grande inchiesta di massa documentando, con filmati ed interviste, storie e condizioni di vita e di lavoro dei migranti nelle campagne calabresi. La ricerca dovrebbe ricalcare il metodo delle inchieste operaie degli anni Settanta, che erano, ad un tempo, strumenti di conoscenza e stimoli esterni, qualche volta giacobini, verso l'auto-organizzazione.
    A questo proposito, se l'inchiesta parte subito, v'è una fortunata occasione per convertire conoscenza in azione e viceversa. Da qualche settimana, circola tra i migranti di tutta Italia la bella idea di una giornata di sciopero generale; per le calende di marzo, organizzata autonomamente, prescindendo da sindacati e partiti, come accadeva all'origine del capitalismo.
    A noi sembra che contribuire al successo di questo sciopero sia un adeguato gesto risarcitorio per quel che è accaduto durante i moti di Rosarno. Infatti, non c'è chi non veda quale salto di consapevolezza provocherebbe il successo dell'iniziativa, facendo emergere, in un solo giorno, come in un lampo, nella comune coscienza, la potenza cooperativa dei migranti; senza i quali, non solo l'economia, ma la stessa vita civile della nazione appare messa a rischio.

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    Muntzer il Sopravvissuto

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    Predefinito Rif: Rosarno!

    Analisi interessante e illuminante.

 

 
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