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  1. #11
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    Citazione Originariamente Scritto da Martha
    Hai sottomano qualche link?
    Grazie

    E' difficile trovarle da quando hanno tolto il motore di ricerca...

  2. #12
    memoria storica
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    medioevali, solo perchè usano il cilicio?
    non credo!

  3. #13
    Non sono d'esempio in nulla
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    …A PROPOSITO DI OPUS DEI


    don Curzio Nitoglia



    Fondata in Spagna nel 1928 da don Escrivà de Balaguer, l’Opus Dei è, secondo le APPARENZE, un’Opera molto discreta, seria, conservatrice e, in alcuni campi, anche tradizionale; tuttavia LA SUA REALTÀ sembra in disaccordo con le sue stesse apparenze.
    Per queste brevi note mi baso su un recente libro (1) di Arnaud de Lassus che, scartando tutte le altre testimonianze, studia solo i testi, cioè le Costituzioni, gli Statuti, i libri, gli opuscoli raccomandati dall’Opus stessa e i Documenti romani sull’Opera.
    Le critiche che vengono mosse all’Opus Dei nello studio esaminato sono varie, ma da esso ne emergono tre in particolare: che “la REALTÀ PROFONDA dell’Opus, nascosta mediante il segreto, sarebbe molto diversa dalla sua APPARENZA”, che “…la sua dottrina sociale sarebbe in parte liberale”, ed infine, che “l’Opera professa una dottrina discutibile in materia di lavoro” (2).
    Il primo appunto che le viene mosso è la segretezza: “Sembra che fino al 1989 gli statuti dell’Opera siano stati tenuti alquanto segreti(3).
    L’articolo 189 delle Costituzioni, (anteriori al 1982) recita infatti: “…Institutum, uti tale OCCULTUM VIVERE VULT (L’Istituto come tale vuole vivere occultamente)…Data indole Instituti, quod externe, uti societas, apparere non expedit (Data l’indole dell’Istituto cui non conviene apparire all’esterno come una società)”.
    E l’articolo 190 aggiunge: “Consequenter, vel ipsa aggregatio Instituto nullam externam manifestationem patitur; extraneis celatur numerus sociorum: immo de his extraneis nostrine colloquantur (Il fatto stesso di essere membro dell’Istituto non permette alcuna manifestazione esterna; e si celerà agli estranei il numero dei membri dell’Istituto, anzi i nostri non parleranno di ciò con gli estranei)”.
    L’autore ne conclude quindi che l’Opus Dei è “un’Opera i cui statuti sono stati divulgati solo nel 1989 (cioè sessant’anni dopo la sua fondazione) e che ha sempre spinto molto in là la preoccupazione del segreto (4).
    Il secondo appunto mosso all’Opus Dei è quello di avere una dottrina sociale liberale e quindi non conforme al Magistero tradizionale della Chiesa. Secondo mons. de Balaguer bisogna “evitare l’abuso… di creare una sorta di dogmi dottrinali su questioni temporali” (5) e in documenti diversi è dato di leggere lo stesso pensiero del fondatore:
    “Noi ammettiamo il più gran pluralismo in tutto ciò che è temporale” (6); “[il membro dell’Opus Dei] non arriverà mai a dire o a credere che discende dal Tempio verso il mondo per rappresentarvi la Chiesa, né che le soluzioni che dà ai problemi temporali sono le soluzioni cattoliche. No… questo
    non è possibile. Sarebbe del clericalismo” (7)… E ancora: “Io non parlo mai di politica.
    Non penso che la missione dei cristiani sulla terra sia di dar vita ad una corrente politicoreligiosa (sarebbe una follia)” (8).
    Quanto siamo lontani dall’insegnamento di San Pio X: “Noi non possiamo non fare politica” e di Pio XII: “Dalla forma data alla società dipende la salvezza o la perdita di un gran numero di anime”!
    E ancora nelle opere di mons. Escrivà (9) si può trovare un’aperta dichiarazione a favore dell’introduzione della libertà di culto delle false religioni in Spagna; d’altro canto la cosa non deve stupire particolarmente se si considera che “l’Opus è la PRIMA organizzazione cattolica che …ammette a titolo di cooperatori i non cattolici, cristiani o no” (10).
    Nel libro del padre Thierry, raccomandato dall’Opus stessa, si legge ancora: “Gli associati all’Opus Dei sono convinti che in tutto ciò che è umano: politica, cultura, economia
    non vi siano dogmi… Libertà in tutto ciò che è scelta d’ordine temporale…” (11); si comprende quindi l’esclamazione di mons. Escrivà: “Gli insegnamenti promulgati dal Vaticano II sulla libertà religiosa non possono che rallegrarmi” (12).
    Il terzo appunto mosso all’Opus Dei è quello del culto del lavoro come fine ultimo dell’uomo, che, per il suo fondatore, è stato creato - in base a Gen. II, 15 - “ut operaretur”.
    Per suffragare la sua tesi, mons. Escrivà non esita a forzare il senso della citazione di Giobbe “homo nascitur ad laborem, et avis ad volandum”, traducendo laborem con “lavoro”, travisando il senso latino, etimologico, del termine che significa fatica, travaglio e alterando quindi il significato della frase che viene comunemente tradotta dagli esegeti: “l’uomo nasce per soffrire, faticare, penare…” [non certo “per lavorare”].
    Il fine dell’uomo, come insegna Sant’Ignazio, è conoscere amare servire Dio e mediante questo salvarsi l’anima. Tutte le creature, invece, sono mezzi per cogliere il fine e le si deve usare tanto quanto ci aiutano a cogliere il fine, né più nè meno (compreso quindi il lavoro).
    La spiritualità cattolica, inoltre, ha sempre insegnato che la vita contemplativa è superiore e più nobile di quella attiva. San Benedetto diceva: “ora et labora”, cioè prima prega e poi lavora; mons. Escrivà invece insegna che “la famiglia, il lavoro, l’amicizia conducono a Dio TANTO QUANTO la vita contemplativa”(13), attuando con ciò una sorta di capovolgimento del motto benedettino (14).
    Come si vede, non si tratta di osservazioni di poco conto. Il libro del de Lassus, pertanto, dovrebbe porre dei seri problemi ai numerosi cattolici che cercano nell’Opus Dei un punto di riferimento sicuro nell’attuale situazione di disgregazione di molte istituzioni ecclesiastiche; sono veramente sicuri di trovare quello che cercano?


    Note
    1) A. DE LASSUS, L’Opus Dei, Textes et Documents,
    Action familiale et scolaire, Paris 1993.
    2) op. cit., pag. 5.
    3) Ibidem. pag. 28.
    4) Ibidem. pag. 33.
    5) Lettera del 9 gennaio 1932, citata da J.J. THIERRY,
    L’Opus Dei, mythe et réalité, ed. Hachette, Paris
    1973, pag. 115.
    6) MONS ESCRIVÀ, Intrattenimenti, n° 30.
    7) Ibidem n° 116-117.
    8) Omelie, n° 3, pag. 26.
    9) Intrattenimenti , n° 29.
    10) Ibidem, n° 44.
    11) THIERRY, op. cit., pag. 122.
    12) Intrattenimenti , n° 44.
    13) J.J. THIERRY, op. cit., pag. 60.
    14) Chi volesse approfondire il tema può consultare:
    G. ROCCA, L’Opus Dei. Appunti e documenti per
    una storia, ed. Paoline, Roma 1985.
    D. LE TOURNEAU, L’Opus Dei, que sais-je?, Presses
    Universitaires de France, 1991.
    K. STEIGLEDER, L’Opus Dei vista dall’interno, ed.
    Claudiana, Torino 1986.
    RODRIGUEZ, OCARIZ, ILLANES, L’Opus Dei nella
    Chiesa, ed. Piemme, Casale Monferrato 1993.
    V. MESSORI, L’Opus Dei, Mondadori, Milano, 1994.

  4. #14
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    ANCORA SULL’OPUS DEI



    don Curzio Nitoglia



    Introduzione



    Avevo già scritto sulla questione dell’Opus Dei, quando mi sono imbattuto, per caso, in un libricino, scritto da un portavoce, dell’Obra, che mi ha fatto riflettere. In esso, infatti, si legge: «Un giorno Camino fu bruciato in pubblico in un collegio di religiose a Barcellona, città il cui governatore aveva dato l’ordine di arrestare mons. Escrivà. Il fondatore era stato anche denunciato presso il Tribunale militare speciale di repressione della massoneria, i suoi detrattori qualificavano l’Opus Dei quale “ramo giudaico della massoneria”», o quale “setta giudaica in relazione con la massoneria” (1). La questione mi colpì, e cercai di approfondire il soggetto. Mi ricordai che la Rivista 30 giorni aveva trattato il problema. Sul n° 5, del maggio 1990, trovai un interessante articolo di Marina Ricci, nel quale si leggeva: «Alla fine dell’agosto 1939 l’Opus Dei aveva aperto un oratorio... a Madrid. Si diceva fosse adorno di segni cabalistici e massonici»(2). Ed inoltre: «Il 1941 (...) Escrivà (fu) denunciato al Tribunale speciale per la repressione dei crimini della massoneria e del comunismo. (...) Escrivà (...) fu denunciato nel 1941 anche alle autorità civili di Barcellona. L’accusa era sempre la stessa: si affermava che sotto il nome di Opus Dei si nascondeva un ramo giudaico della massoneria (...). In un convento di religiose carmelitane fu bruciata pubblicamente una copia di Camino, il primo libro scritto da Escrivà» (3). Tale coincidenza mi sorprese, non avrei mai immaginato una cosa simile. Senonché capitai per caso su una serie di altri articoli molto interessanti che aggiungevano altre notizie a queste testè riportate; Fabio Andriola intervistava il gran maestro del Grand’Oriente d’Italia, l’avvocato Virgilio Gaito e gli chiedeva: «Che rapporti ci sono, tra voi e la cosidetta “massoneria cattolica”? “Penso, rispondeva Gaito, che l’Opus Dei abbia una visione universale abbastanza ampia... Quel Mario Conde... oggi agli onori delle cronache è un noto esponente dell’Opus Dei ed è anche nel consiglio d’amministrazione di una certa società che fa capo all’ex Gran Maestro Di Bernardo» (4). Inoltre lo stesso Gaito rivela a 30 giorni: «A Lucerna, in Svizzera, Di Bernardo ha creato la fondazione Dignity. La presiede il Prof. Vittorio Mathieu, che mi pare appartenga all’Opus Dei; vi partecipa Giorgio Cavallo, ex rettore dell’Università di Torino, ex iscritto alla P2. (...) c’è (...) il finanziere opusdeista Mario Conde...»(5). Ma non finisce qui. In un libro ben documentato si legge: «Fu Giuliano Di Bernardo, nel 1970, a chiedere l’iscrizione alla Loggia P2. (...) Poco chiari appaiono finanziatori e intenti della Fondazione Dignity (...). Questo organismo di cui Di Bernardo è il presidente, (...) e il banchiere spagnolo Mario Conde, uno dei principali ispiratori (...). Alla fondazione si affiancano un’accademia filosofica e un istituto delle tradizioni mistiche. Quest’ultimo prepara un convegno sul “misticismo ebraico e cristiano” (...) il finanziatore altri non sarebbe stato se non Mario Conde, (...) vicino all’ Opus Dei. Tra i possibili mecenati della Dignity Foundation, anche quel Marc Rich (...), citato dallo stessso Di Bernardo come finanziatore di corsi di esoterismo ebraico (...)»(6).



    Opus Dei o Opus JuDei?



    Ma il fatto che mi sorprese di più fu un libro inviatomi dalla Colombia, intitolato OPUS JUDEI, scritto da José Maria Escriba (penso si tratti di uno pseudonimo), stampato da Orion Editores in Santafé de Bogota, (Colombia), nel 1994. Tale libro fornisce molte notizie che mi erano del tutto sconosciute sulla vita, la dottrina e l’opera di mons. Escrivà. Non tutte sono da prendersi come oro colato, ma mi sembra che alcune siano documentate e serie. Io le porgerò al lettore così come l’autore le presenta. Innanzitutto l’autore asserisce che molte biografie encomiastiche di mons. Escrivà sono piene di inesattezze. In esse si attribuiscono a mons. Escrivà, una serie di studi e di titoli senza nessuna giustificazione. «Per esempio che era Superiore del Seminario S. Francesco da Paola di Saragozza... che fu professore di diritto canonico e diritto romano a Saragozza e a Madrid... che conseguì la licenza in Sacra Teologia alla Università pontificia di Saragozza...» (7).



    La famiglia di mons. Escrivà



    José Maria Escriba Albàs, è il secondo di sei fratelli. Nasce il 9 gennaio del 1902 a Barbastro (Huesca). Suo padre José Escriba Corzan si dedica al commercio di tessuti (8). Francisco Umbral scriveva nel quotidiano El Pais “La Spagna non è un paese di arrivisti. L’ultimo fu Escrivà. Gli Escrivà, una famiglia di commercianti fuggiti nella notte da Barbastro, per evitare i creditori” (9). Secondo il Carandell l’entrata in seminario di mons. Escrivà sarebbe stata dettata dalle difficoltà economiche della sua famiglia (10).



    Seminario e adolescenza



    Escrivà stesso ha dichiarato: “Non ho mai pensato di farmi sacerdote, né di dedicarmi a Dio... Anzi... mi sentivo anticlericale” (11). Ma qual’era la predisposizione di Escrivà quando prese la decisione di iniziare gli studi ecclesiastici nel seminario? Egli stesso ne dà la risposta: “Non avevo né una sola virtù né una peseta” (12). L’insufficiente conoscenza del latino pesa molto sulla vita di Escrivà (13). Egli resta nel seminario di Logrono dall’ottobre del 1918 al settembre del 1920, anno in cui si trasferì a Saragozza; secondo il Carandell, Escrivà sarebbe stato espulso dal seminario (14).



    Manie di grandezza?



    Il certificato di Battesimo, come scrive l’autore di Opus JuDei, che si conserva nel registro della Cattedrale di Barbastro recita: “In Barbastro, il 13 gennaio del 1902, don Angel Malo,... battezzò solennemente un bambino nato alle 22 del giorno 9, figlio legittimo di don José ESCRIBA...” (15). Perciò mons. Escrivà nacque “ESCRIBA” ed evidentemente sentì la necessità di cambiare cognome, per occultare le sue origini, come mai? Quando il rabbino capo di Roma, Israel Zolli, si convertì sinceramente e realmente al Cristianesimo non cambiò cognome e così il rabbino Drach o i fratelli Lémann; chi invece cambiava cognome era il marrano, che esteriormente si presentava come cristiano ed interiormente ed occultamente giudaizzava (16). Ora il suo cognome era ancora Escriba tra il 1915 e il 1918 quando era studente all’Istituto medio di Logrono; però già in quell’epoca si firmava Escrivà. Il 16 giugno del 1940, ci informa il Nostro Autore, appariva un editto pubblicato nel Gazzetta Ufficiale di Stato secondo il quale i fratelli Carmen, José Maria e Santiago Escrivà y Albàs “erano autorizzati a mutare il loro primo cognome in Escrivà de Balaguer”. Perciò dopo il 1918 e prima del 1940 mons. Escrivà aveva già cambiato cognome da Escriba a Escrivà e il 1940 aggiunse il titolo de Balaguer. Per riassumere i cambiamenti sono stati :

    1902) José Marìa Escriba (con la B come Bologna; come si può leggere nel certificato di Battesimo).

    1915/1918) si firma con José Marìa Escrivà (con la V come Venezia e l’accento sulla A).

    1940) José Marìa Escrivà de Balaguer.

    1960) Josemarìa (in una sola parola) Escrivà de Balaguer

    1968) Josemarìa Escrivà de Balaguer y Albàs, marchese di Peralta.

    “La concessione del titolo che ostentò a partire dal 1968, era viziata da parecchie anomalie ed irregolarità: per esempio alla Deputazione della Nobiltà si nascose fraudolentemente, nel 1968, la manipolazione del cognome Escriba, circostanza che non appare nella domanda di riabilitazione del titolo di marchese di Peralta, domandata da Josemaria Escrivà de Balaguer y Albàs” (17).

    Il titolo di marchese, come dignità personale e intrasferibile, fu concesso il 12 febbraio 1718 dall’arciduca Carlo d’Austria a don Tomàs de Peralta e mai nessun figlio né erede legittimo di don Tomàs rivendicò un titolo non trasferibile. “Si calcola che l’acquisto del titolo... costò, all’epoca, la somma di 250.000 pesetas»(18). Il giornalista Carandell si domandava giustamente: “Quale ragione può giustificare il fatto che mons. Escrivà, fondatore di un Istituto che persegue la santificazione dei suoi membri, abbia domandato un titolo nobiliare?” (19). Un altro giornalista Juan Gomis, scrisse nella rivista El Ciervo un articolo intitolato “Que es esto, monseñor?” nel quale si domandava: “Come è possibile che un sacerdote aspiri a questi onori?”. Da parte sua il premio Nobel della letteratura Camilo José Cela, scriveva: “I religiosi non sono né marchesi né conti... tutto ciò non è serio: la gente ha riso molto di questo marchesato” (20).



    Coincidenze inquietanti



    Quando morì il premier israeliano Rabin, Mons. Javier Echevarrìa, attuale prelato dell’Opus Dei, inviava le condoglianze... all’Antidefamation League del B’nai B’rith, tramite la signora Lisa Palmieri Billig (che, guarda caso, scrive su Studi Cattolici, la rivista dell’Opus Dei). Ora sappiamo che la signora Billig è il rappresentante italiano del B’nai B’rith. Sappiamo anche che Rabin era massone, come ha dichiarato Virgilio Gaito (21). Come mai l’attuale prelato dell’Opus Dei e successore di mons. Escrivà e di Alvaro del Portillo, manda le condoglianze alla signora Billig “come rappresentante in Italia dell’A. D. L. of B’nai B’rith” (22)? E come mai un membro importante e conosciuto della massoneria giudaica scrive per una rivista dell’Opus Dei?

    Ed ancora, quando morì mons. Alvaro del Portillo, fu posto per terra su di un lenzuolo bianco, non su un letto o su un tavolo, come facciamo noi cristiani. Rituale bizzarro? No, gli ebrei usano adagiare i loro morti così, per terra, come si può leggere nelle Regole Ebraiche di lutto (23): “LA SALMA VA... SDRAIATA SUL PAVIMENTO”. Semplice coincidenza o cripto-giudaismo?

    Anomalie ascetiche e pastorali dell’Opus



    Per concludere vorrei riprendere il discorso che avevo iniziato su Sodalitium (24), a proposito della concezione del lavoro negli scritti di alcuni autori dell’Opus. Le Tourneau, portavoce dell’Opus, scrive: “Ben presto nella vita del popolo cristiano, il lavoro non è ricercato come qualcosa di buono in sé, ma come un mezzo ascetico... Dopo S. Giovanni Crisostomo, si ha l’impressione che il cristiano medio non sia chiamato a vivere il Vangelo” (25). E il nostro continua: “L’apparizione degli Ordini mendicanti (...) non comporta l’affermazione del valore del lavoro professionale. (...) S. Tommaso presenta le occupazioni secolari come un ostacolo alla contemplazione. (...) Nel corso dei secoli, l’attenzione si distoglie dal lavoro” (26). E finalmente dopo quindici secoli di catalessi venne Escrivà...“Et Labor caro factum est”. Un po’ più in là il teologo dell’Opus precisa: “Una certa evoluzione positiva è abbozzata dal Rinascimento da uomini come... Erasmo” (27). E a questo punto il nostro autore cita Escrivà stesso: “Il cammino della vocazione religiosa mi sembra... necessario nella Chiesa, ma non è il mio, né quello dei membri dell’Opus (...). Venendo all’Opus... lo hanno fatto alla condizione esplicita di non cambiare stato” (28). Giovanni Paolo I ha detto giustamente che SE S. FRANCESCO DI SALES PROPONEVA UNA SPI*RITUALITÀ PER I LAICI, ESCRIVÀ PROPONE UNA SPI*RI*TUALITÀ LAI*CA! (29). Juan Morales ha scritto, dopo aver studiato sette opere delle edizioni Rialp (dell’ Opus), che l’Obra “è un vero cavallo di Troia nel seno della Chiesa” (30). L’autore mostra a suon di citazioni che lo spirito di mons. Escrivà era non soltanto laico, ma addirittura anticlericale. Peter Berglar ha scritto: “Escrivà contento di far ordinare i suoi tre primi preti, ma triste anche di non conservarli laici”(31). Salvator Bernal, scrive a questo proposito: “Per noi (mons. Escrivà), il Sacerdozio è una circostanza, un accidente poiché nell’Opus, la vocazione dei preti e dei secolari è la stessa” (32). E un po’ più in là: “Le opere apostoliche organizzate dall’Opus Dei (...) si governano con una mentalità laica (...) per questo motivo esse non sono confessionali” (33). Tali dottrine che erano guardate con sospetto nella Spagna degli anni ‘40, (esprimendo il culto del lavoro, del denaro, il laicismo, l’anticlericalismo, che sono il marchio inconfondibile della giudeomassoneria) sono poi state ratificate dal Vaticano II, come scrive Vasquez Del Prada (34): i membri dell’Opus Dei non hanno nessuna difficoltà ad ammettere lo spirito essenzialmente novatore anche se apparentemente conservatore dell’Obra (questa è una delle caratteristiche più ingannatrici dell’Opus). A questo proposito José Miguel Ceja asserisce: “La novità degli insegnamenti di mons. Escrivà (...), le pagine di Camino rappresentavano una novità quasi, ed anche senza quasi, scandalosa”(35).

    È significativo il fatto che secondo Escrivà l’uomo è stato creato da Dio non per conoscerLo amarLo e servirLo, ma PER LAVORARE, e per provare tale asserto mons. Escrivà non esita a stravolgere il significato della Scrittura dove è scritto che Dio «pose l’uomo nel Paradiso terrestre perché lo coltivasse” (36). Il lavoro per il cristiano non è un fine ma solo un mezzo (anche di santificazione). Per il calvinista e il talmudista il lavoro può essere un fine, ma per il cattolico no!(37)



    Il pluralismo



    Mons. Escrivà diceva che “Il pluralismo non è temuto ma va amato come una conseguenza legittima della libertà personale” (38). “La sua passione per la libertà lo spinse a trasformare le case dell’Opus Dei in residenze interconfessionali”(39). A questo proposito De Berglar scrive: “Quando...il fondatore ottenne finalmente... il permesso di ammettere nell’Opera (...) dei non cattolici e dei non cristiani tra i “cooperatori”, la famiglia spirituale dell’Opus Dei si completò” (40). Peccato che questo spirito ECUMENISTA E PANCRISTIANO sia stato condannato dalla Mortalium animos di Pio XI, nel 1928, come “allontanantesi completamente dalla Religione rivelata”!



    Potere politico dell’Opus



    Nel 1957, il Generalissimo Francisco Franco formò il suo sesto governo. Vi entrarono nuovi ministri, molti dei quali erano dei tecnocrati; ed alcuni appartenevano all’Opus. “L’economia spagnola si trovava in difficoltà, (...) il Caudillo cercava degli uomini efficaci; (...) dei quattro tecnocrati tre sono dell’Opus Dei (...) intrapresero le riforme e iniziarono l’aggiornamento. (...) Più aumenta l’influenza dei ministri dell’Opus, più diminuisce quella della falange (...). Alcuni gruppi di alti finanzieri arrivano in Spagna (...) essi elaborarono un piano di stabilizzazione e promisero che l’accettazione di esso, avrebbe portato ogni sorta di vantaggi: la peseta si sarebbe stabilizzata, il governo americano e le banche U.S.A. (...) avrebbero dato il loro aiuto. Sostenuto dagli economisti dell’Opus, il piano fu accettato ufficialmente dal governo nel luglio del 1959. (...) Tali tecnocrati obnubilati dalla produttività, la riuscita materiale ad ogni costo (....) hanno sacrificato la parte alta, nobile o spirituale dell’individuo per ottenere la riuscita; hanno allora chiamato i finanzieri internazionali, i politici mondialisti. La Spagna preservata, almeno ufficialmente e dalle leggi, dalla corruzione morale, (...) ha aperto (grazie all’Opus Dei) le sue frontiere (...) per far entrare il denaro. (...) nel 1961.. le orde occidentali portarono sulle spiagge spagnole mille milioni di dollari e gli spettacoli indecenti e i fermenti di corruzione del Liberalismo. La Spagna vi ha trovato il suo vero profitto?” (41). Distinguo: quanto al LAVORO (opusdeisticamente inteso, come fine dell’uomo), sì. Ma quanto al Regno dei Cieli (cristianamente inteso), penso proprio di no.



    Conclusione



    Il dilemma davanti al quale ci trovavamo all’inizio dell’articolo: OPUS DEI OPPURE OPUS JUDEI, mi sembra che possa essere sciolto facilmente dal lettore.

    Note



    1) D. Le Tourneau, L’ Opus Dei, P.U.D.F., Paris, 1984.

    2) M. Ricci, Presto un’aureola per Escrivà, 30 giorni, n° 5 maggio 1990, pag. 14.

    3) Ibidem, pag. 15 .

    4) F. Andriola, La Loggia è una casa di vetro, L’Italia Settimanale, 26/01/1994, pag. 72.

    5) G. Cubbeddu, Giuliano il teista, 30 giorni, Feb*braio 1994, pag. 29.

    6) F. Andriola-M. Arcidiacono, L’anno dei complotti, Baldini e Castoldi, Milano, 1995, pagg. 322-323 .

    7) J. M. Escriba, Opus JuDei, ed. Orion, Santafé de Bogota, 1994, pag. 74.

    8) S. Bernal, Monsenor Josemaria Escriba de Ba*laguer, Editorial Rialp, Madrid 1976, pag. 9.

    9) El Pais, 20/01/1986 .

    10) L. Carandell, Vida y milagros de monsenor Escrivà de Balaguer, Editorial Laia, Barcelona 1975, pag. 118.

    11) S. Bernal, Monseñor Escrivà de Balaguer, Rialp 1976, pag. 55.

    12) Id., pag. 31.

    13) L. Carandell, op. cit., pagg. 142-143.

    14) Id. pag. 147.

    15) Cfr. J. M. Escriba, Opus JuDei, pag. 123.

    16) Cfr. Sodalitium, n° 39, pagg. 4-19.

    17) J. M. Escriba, op. cit., pag. 126.

    18) Id. pag.127. Cfr. Jesus Ynfante, La prodigiosa aventura del Opus Dei, op. cit. pag. 32.

    19) L. Carandell, Vida y milagros de monsenor Escrivà, op. cit. pag. 64.

    20) Cit. in, J. M. Escriba, op. cit, pag.129.

    21) F. Torriero, Ferma è la Massoneria, L’Italia Settimanale, 22/02/1996 pag. 29.

    22) Cfr. Lettera del 6/11/1996.

    23) Cfr. Regole ebraiche di lutto, Carucci ed. Roma, 1980, pag. 17.

    24) Cfr. Sodalitium n° 41, pagg. 77, 78.

    25) D. Le Tourneau, L’Opus Dei, pag. 21.

    26) Id. pagg. 22-23.

    27) Id. pag. 23.

    28) Id. pag. 25.

    29) Id. pag. 26.

    30) J. Morales, El Opus Dei: su verdadera faz, Madrid, 1991.

    31) P. Berglar, Opus Dei, Rialp, Madrid, pag. 218.

    32) S. Bernal, Monsenor Escrivà de Balaguer, Rialp, Madrid, pag. 153.

    33) Id. pag. 30.

    34) V. Del Prada, El fundador del Opus Dei, Rialp, Madrid, 1989, pag. 336.

    35) J. M. Ceja, Estudios sobre Camino, Rialp, Madrid, 1988, pag. 100.

    36) Gen. 2, 15.

    37) Cfr. Sodalitum, n° 41, pag. 77.

    38) Entretiens avec Mgr Escrivà de Balaguer, ed. Fayard, Paris pag. 126.

    39) N. Dehan, Un étrange phénomène pastoral: l’Opus Dei, Le sel de la terre, n° 11, hiver 1994. 1995. pag. 135.

    40) P. Berglar, Opus Dei, Rialp, pag. 244. Cfr. anche V. De Prada, El Fundador Del Opus Dei, pag. 258.

    41) N. Dehan, op. cit., pagg. 147-148.

  5. #15
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    Don Curzio è veramente in gamba. Comunque l'obbiezione posta dai progressisti nel sinodo dell'1987 (vedi primo post di Martha) potrebbe essere valida e per nulla disprezzabile: siamo sicuri che tutti questi gruppi non causino un eccessivo pluralismo teologico che possa amplificare maggiormente le nefandezze del concilio vaticano II ?

  6. #16
    Non sono d'esempio in nulla
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    Arrow + o - sul tema (movimenti ecclesiali e "gruppi")

    http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=163830

    [..]Diciamo che le sei armate della Chiesa "conciliare" sono: Il Cammino Neocatecumenale, Comunione e Liberazione, Opus Dei/Società Sacerdotale della Santa Croce sulla fascia destra...Rinnovamento nello Spirito Santo/Carismatici Cattolici, Movimento dei Focolari, accozzaglia "no global" (con vecchi cristomarxisti, "comunità di base", ecc.) sulla fascia sinistra.[..]

  7. #17
    memoria storica
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    qualcuno di voi usa il cilicio?

  8. #18
    Non sono d'esempio in nulla
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    Citazione Originariamente Scritto da uva bianca
    qualcuno di voi usa il cilicio?
    Penso che le persone che usano il cilicio come mortificazione corporale e penitenza non lo dicono in giro.

  9. #19
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    Qui potrete trovare documenti interessanti e le approvazioni concesse prima dall'Ordinario di Madrid a norma del can. 708 c.i.c. 1917, poi dalla S. C. dei Religiosi nel 1947 ed, in via definitiva, dopo accurata indagine come si legge nel provvedimento canonico, dallo stesso Dicastero, per speciale facoltà concessa da Pio XII, in ossequio alla Cost. Ap. Provida Mater Ecclesia, all'Istruzione Cum Sanctissimus del 1948 ed al m.p. Primo Feliciter del 12.3.1948, come istituto secolare, di diritto pontificio, nel 1950 (v. QUI: v. decreto Primum Institutum saeculare del 24.2.1947; decreto Primum inter Instituta saecularia del 16.6.1950), che accorda altresì uno speciale decreto di lode (decretum laudis). La Penitenzeria Apostolica, poi, negli anni '40-'50 concede ai membri speciali indulgenze ed a tutti coloro che aderiscono all'Opus per il giorno della loro oblazione, per il loro lavoro manuale, ecc. ... (cfr. breve Cum Societatis del 28.6.1946; breve Mirifice de Ecclesia del 20.7.1947).
    Peraltro, vi è anche la lettera di S. E. il Card. Pizzardo, prefetto della S.C. dei Seminari e delle Università, indirizzata nel 1953 a mons. Escrivá de Balaguer in occasione del 25º di fondazione dell'Opus Dei, nella quale si congratula perché anche i membri laici dell'istituto compiono studi ecclesiastici.
    In più occasioni Pio XII espresse il suo apprezzamento per il fondatore dell'Opus Dei. Al card. Gilroy e al suo ausiliare confidò: "E' un vero santo, un uomo mandato da Dio per i nostri tempi". È stato lo stesso ausiliare, mons. Thomas Muldoon, dopo la morte di Mons. Escrivà, a consegnare questo ricordo in una testimonianza scritta.

  10. #20
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    Il link non funziona bene. Suggerisco di copiarlo e di inserirlo direttamente nell'indirizziario. Infatti, in automatico, se non si fa quest'operazione, si finisce altrove.

 

 
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