La guerra di Piero
Roma. Addio, mio sindacato.
Piero Sansonetti, una vita a sinistra, prima all’Unità e adesso direttore di Liberazione, saluta la Fnsi e se ne va.
“C’è in giro l’idea che combattere la battaglia per la libertà d’informazione significhi dire tre volte al giorno che Berlusconi è un porco. Ma io non l’ho mai condivisa”, dice al Foglio il direttore del quotidiano bertinottiano.
“Secondo me serve a poco, anche se la maggioranza dei giornalisti è convinta del contrario. In questo paese abbiamo una piena libertà di stampa e nessuna libertà di informazione. E questo da molti anni prima che arrivasse Berlusconi, che certo di suo non ha migliorato le cose”.
Sospiro di Sansonetti: “Mi dispiace, ma non ci sto”.
La faccenda è cominciata con lo sciopero dei giornalisti di sabato.
Sciopero che a Sansonetti è piaciuto meno di niente. Non perché non sia democratico e progressista incrociare le braccia nella lotta, anzi, ma è proprio la data scelta, sabato 18, che non riesce, a tre giorni di distanza, a mandare giù. C’era la manifestazione per i tre anni della guerra in Iraq, “sono un pacifista un po’ fissato, la decisione della Fnsi mi ha fatto saltare i nervi”. Il direttore di Liberazione, assieme a quello del Manifesto, Gabriele Polo, ha “chiesto una deroga per i giornali di sinistra, autorizzandoli a scioperare non il sabato ma il lunedì sucessivo, in modo almeno da garantire un’informazione minima (perché siamo piccolini) ma c’è stato un rifiuto (perché siamo piccolini)”. Bocciata l’idea dalla Fnsi, Sansonetti l’ha girata al Cdr di Liberazione. Anche qui, niente da fare. E dunque, “non possiamo che adeguarci”, ma sulla prima pagina del giornale, proprio il giorno della manifestazione (e dello sciopero), Sansonetti ha denunciato “pressioni potenti che hanno avuto la meglio sulla nostra flebile voce e – crediamo – su quella dei compagni del Manifesto”, e ha annunciato, “seppure con dolore, di uscire dalla Federazione della stampa, cioè dal sindacato al quale apparteniamo da moltissimi anni”. Una posizione di rottura clamorosa, tra un giornale di sinistra e il sindacato dei giornalisti.
Ieri, “molto rammaricato”, ha scritto a Sansonetti il segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi. Una lunga missiva nella quale sostiene che, al momento della proclamazione dello sciopero, “non avevamo notizia del fatto che per la stessa giornata fosse programmata la giornata mondiale per la pace e la manifestazione nazionale di Roma”.
“Scuse sciocche”, le definisce Sansonetti. Che su Liberazione ha titolato la sua risposta a Serventi Longhi con queste parole: “Non sapevate? E’ angosciante”.
Scrive: “Non è possibile che voi non sapeste niente della manifestazione mondiale pacifista di sabato! Siccome però non dubitiamo neppure lontanamente della tua buona fede, e siccome tu ci dici che non ne sapevi niente, vuol dire che è vero, e questo ci getta ancora di più nello sconforto (…) La Federazione è il luogo dove si radunano i giornalisti per difendere i propri diritti, e i giornalisti – ci pare – dovrebbero essere quelli che per mestiere le notizie le sanno e poi le diffondono”.
Dice al Foglio il direttore di Liberazione: “Serventi Longhi poteva dire quello che voleva, ma non che non lo sapeva. Sono dunque rappresentato da un sindacato che non sa quando c’è la giornata mondiale della pace?”.
A Sansonetti, il segretario della Fnsi concede che “ci siamo interrogati sulla possibilità di uno spostamento dello sciopero”, ma che “i 500 delegati che hanno partecipato alla grande assemblea dei comitati e dei fiduciari di redazione di venerdì scorso hanno all’unanimità confermato lo sciopero sostenendo l’opportunità di attuarlo nella giornata di sabato 18 marzo”.
E ribatte alle accuse del direttore di Liberazione:
“Non possiamo accettare che si ipotizzi una nostra subordinazione ad interessi politici ed elettorali che ci sono del tutto estranei”.
Argomentazioni che non hanno per niente convinto Sansonetti, che rilancia a sua volta:
“La giornata dei pacifisti è stata boicottata. E al boicottaggio ha partecipato attivamente anche la nostra categoria, i giornalisti, che non si sono mostrati proprio dei cuor di leone, neppure nelle redazioni e neppure il giorno dopo il corteo”. E avverte:
“Bada, Paolo, che se vogliamo condurre una battaglia seria per la libertà di informazione in Italia, dobbiamo uscire dallo schema che basta parlar male di Berlusconi per avere le carte in regola. Non è solo Berlusconi l’autore delle censure, che sono il pane quotidiano del nostro sistema informativo”.
Promette di tener duro, Sansonetti, anche se a sinistra la sua posizione non incontra grandi consensi (e del resto quasi tutti i partiti dell’Unione, e persino la Cgil, non avevano aderito al corteo di sabato).
Dice Beppe Giulietti, deputato ds, leader storico del sindacato dei giornalisti Rai:
“Se si dovesse consultare l’agenda tutti i giorni, la Federazione della stampa non potrebbe mai proclamare uno sciopero”.
Ma Sansonetti – che ha discusso parecchio con il suo cdr – continua a scuotere la testa e a ripetere: “Non ci sto”.
E annuncia: “Non accolgo la richiesta di tornare sui nostri passi avanzata da Serventi Longhi. Non c’è motivo di modificare la decisione presa”.
Da il Foglio del 22 marzo
saluti




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