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Discussione: La (mia) casa

  1. #1
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    Predefinito La (mia) casa

    Casa dolce casa...


    René Magritte, Empire des lumieres, 1952.

    Negli ultimi due anni molte volte ho fatto sogni incentrati su di una casa, la mia casa. Che però era sempre una costruzione sconosciuta, con alcuna attinenza con quella reale. Spesso, inoltre, l’ambientazione era notturna, e ancora più spesso Io, pardon, Lei, si trovava sul ciglio di un fiume o ai margini d’uno specchio d’acqua, rischiando d’essere da questo sommersa, travolta, oppure, altre volte, trascinata via.
    Poi i sogni, sempre più angoscianti, si sono interrotti. Di colpo.
    Dopo tante notti tormentate, trascorse nel domandarmi perché avessi edificato la mia abitazione in luoghi tanto precari, e in attesa d’essere inesorabilmente sopraffatta da flutti di melma nerastra, più nulla. Strano.

    Il mese passato ho sognato che ero in un altro edificio, questa volta coincidente col luogo in cui lavoro, che è anche un po’ la mia casa, e che certamente è rappresentativo del mio Io e fa parte della mia Identità. Si trattava di un ambiente angusto (come è nella realtà), ma bellissimo… Luminoso, verticale, dai soffitti altissimi. Mi pareva quasi di stare in una sorta di torre dalle pareti bianche e azzurre. Tutto era nuovo, ridipinto di fresco. Tutto era stato ristrutturato da due figure, a me sconosciute, ma amiche nel contempo: un uomo e una donna; due personaggi tutto sommato anonimi e privi di particolari caratterizzazioni, ma certamente ben disposti nei miei confronti. L’acqua era ancora presente, ma si trovava ben sigillata, contenuta in alcuni acquari posti sopra un tavolo, od una mensola, non ricordo, presso una bianca e luminosa parete. Il liquido era ancora oscuro e, per la prima volta, abitato: zeppo di pesci nerastri, ma che, per quanto sottilmente inquietanti, non mi facevano però alcuna paura.
    Un sogno di cui conservo un nitido ricordo e che considero colmo di buoni presagi. E che la lettura serale del seguente articolo mi ha or ora riportato, piacevolmente, alla mente…

  2. #2
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    IL SIMBOLISMO della CASA
    di Andrea Pasqualetti, tratto dal GdM n° 413, marzo 2006

    Più d'un secolo è trascorso da quando Freud, nella sua fondamentale opera L'interpretazione dei sogni, indicava nell'immagine della casa uno dei modi preferiti dall'attività onirica per rappresentare il corpo umano. Alle diverse parti della casa corrisponde vano i diversi organi. Così, tanto per citarne alcune, il
    soffitto, come il tetto, stanno a significare il capo il quale, a sua volta, è un simbolo dell'organo genitale
    maschile. Le diverse stanze, a seconda dellivello e della loro destinazione, corrispondono a parti e funzioni diverse del corpo, ma il più delle volte rappresentano la donna, poiché rientrano fra gli oggetti cavi fatti per accogliere o "contenere" qualcosa; passare da una stanza all'altra equivale pertanto a "passare da una donna all'altra" : E ancora: porte, finestre e serrature sono equivalenti agli orifizi del corpo, mentre le lunghe strade affiancate da case sono una rappresentazione dei "transiti intestinali" : Tutti gli edifici con davanzali e balconi sporgenti sono simboli femminili, mentre gli edifici piatti devono intendersi riferiti all'uomo.
    Una menzione a parte merita la cantina, per eccellenza il luogo del "rimosso", ovvero la stanza buia dei desideri inconfessabili che preferiamo tenere... "sotto i piedi", lontano da ogni presa di coscienza.
    A conclusione di questa più che succinta rassegna d'abbinamenti casacorpo, ciò che lascia perplessi, ma fino a un certo punto, è la riduzione d'un simbolo così importante, quale è appunto la casa, ad una serie di significati fissi riferibili esclusivamente ad organi e parti anatomiche dell'individuo quasi sempre intesi come sede di manifestazioni pulsionali. Dico fino a un certo punto perché molto rare, se non inesistenti, sono le eccezioni a quella teoria sessuale che, riconducendo qualsiasi immagine o fantasia alla sfera dei desideri, proibiti, inespressi o distorti, rivelò la grandezza e allo stesso tempo i limiti del modello freudiano.
    Soltanto rivedendo il concetto di libido, termine con il quale Freud designava l'energia sessuale, e riconoscendo a questa delle mete anche "spirituali'; il signficato di molti simboli, fra cui quello della casa, può essere ampliato e arricchito con elementi e indicazioni che riguardano altri aspetti, non solo sessuali, della nostra personalità. Così, per citare un esempio, la stanza sconosciuta o chiusa a chiave, simbolo (in Freud) del tabù dell'incesto, ossia del divieto d'accesso al corpo desiderato della madre edipica, diviene in un sogno fatto e narrato dallo stesso Jung espressione d'uno "spazio di conoscenza" non ancora accessibile, e che egli potrà colmare negli anni della maturità con i suoi approfonditi studi sull'alchimia. Questo secondo approccio vede nella casa non solo l'espressione del "corpo desiderante" o "desiderato", ma il simbolo di un'identità già acquisita o in gesta zione che supera gli angusti confini runa visione limitata al sesso.
    Proseguendo in questa direzione troveremo utile convincerci che i simboli non appartengono soltanto a certi settori specifici della nostra esperienza, per esempio all'attività onirica, o a certe produzioni della fantasia sia individuali che collettive, come le fiabe popolari e i miti. Essi sono ovunque, e quindi anche nella vita reale di tutti i giorni: che qualcosa venga letta oppure no in chiave simbolica dipende dal punto di vista di colui che osserva. Per questa ragione ho scelto qui di soffermarmi sulle case concrete oltre che su quelle che compaiono nei sogni, ritenendo le prime altrettanto rivelatrici delle seconde su "ciò che siamo realmente".
    Per una lettura simbolica delle case reali, quelle fatte di mattoni e cemento, e quindi anche di quella in cui viviamo, partirò da un'esperienza dello stesso Jung descritta nella sua autobiografia Ricordi, sogni, riflessioni a conclusione della sua lunga vita. Essa, come vedremo fra poco, può considerarsi emblematica e ricca di spunti interessanti per una riflessione, anche di carattere personale, che ognuno di noi può compiere sulla "questione casa".
    Nel 1922 Jung, attratto dall'incantevole scenario della parte superiore del lago di Zurigo e convinto di voler costruire una casa "vicino all'acqua", acquistò un terreno a Bollingen, un luogo particolarmente suggestivo. Citando le sue stesse parole: "Dovevo riuscire a dare una qualche rappresentazione in pietra dei miei più interni pensieri e del mio sapere". Questi sembrarono inizialmente concretizzarsi in quella che Jung chiamò la Torre, terminata nel 1923, costruzione rotonda realizzata sul modello originario delle capanne africane, dove il fuoco arde nel mezzo e tutta la vita della famiglia si svolge intorno a questo centro. Doveva trattarsi d'una dimora che corrispondesse ai sentimenti originari dell'uomo, un focolare materno capace d'infondere un intenso senso di riposo e ristoro.
    Ma il progetto, in un certo modo, era soltanto all'inizio. Seguendo passo passo, come in una specie di sogno, i pensieri e le concrete esigenze che via via si manifestavano, Jung dovette apportare una serie di modifiche e aggiunte, l'ultima delle quali risalente al 1955, data in cui la costruzione si presenta come mostrato nell'ultima delle quattro foto qui riprodotte. Le modifiche e gli interventi dampliamento, protrattisi per un arco di tempo di 32 anni, anche se intervallati da lunghe pause, erano partiti dalla Torre, edificio rotondo, simbolo d'una futura totalità e completezza che Jung poté ammettere d'avere conseguito soltanto a realizzazione avvenuta della casa di Bollingen nella sua versione definitiva.
    Una prima conclusione alla quale sto cercando d'arrivare è che "intervenire" sulla propria casa può significare per molti tradurre all'esterno, in modo concreto e visibile per se stessi e per gli altri, un movimento creativo simile a quello che spinge il pittore, lo scultore o il poeta a servirsi della tela, del blocco di pietra o di carta e penna per dare corpo, forma e voce a ciò che dall'interno vuole rivelarsi. Si potrà obiettare che oggigiorno un'impresa come quella compiuta da Jung oltre mezzo secolo fa risulterebbe impossibile, che poche persone dispongono dei mezzi finanziari necessari a soddisfare certi progetti, e che limitazioni esterne di diverso tipo, come i vincoli ambientali o norme varie, possono frapporre degli ostacoli insormontabili alla libera espressione d'una creatività... "immobiliare"
    Condivido questa critica soltanto considerando alla lettera, e quindi in rrloda non-simbolico, l'esperienza di Jung. Questa, al di là del modo e dei mezzi con i quali è stata portata avanti, deve essere vista come un esempio emblematico della lunga e a volte inquieta ricerca che molti di noi (per i quali il luogo dove vivere riveste un'importanza fondamentale nel definire la propria identità) intraprendono con compravendite, cambiamenti di residenza, modifiche strutturali o cambi d'arredamento. Insomma, la casa deve il più possibile "rispecchiarci", ed essendo soggetti nel tempo a mutamenti nei gusti, nelle abitudini, nelle attività, nella vita affettiva e nel rapporto con noi stessi, i cambiamenti appaiono inevitabili, anche se quelli più radicali non sempre possono essere messi in atto dall'oggi al domani.
    Troppo poco si è indagato sulla casa e sul significato dei luoghi come chiave di lettura della nostra personalità. Io ritengo che la casa sia per tutti una manifestazione sia concreta sia simbolica di ciò che nella nostra vita assume importanza centrale, in termini di rapporti affettivi e di vita quotidiana, oppure, in certe persone un po' più "complesse", lo specchio fedele d'un settore dominante della psiche del quale a volte l'interessato stesso non è del tutto consapevole.
    La prima casa che ha accolto indistintamente ognuno di noi è indiscutibilmente il grembo materno, prima ancora che l'evento natale ci "consegnasse" come esseri separati alla casa dei genitori destinata a diventare, nella maggior parte dei casi, anche la casa di noi bambini e di noi adolescenti. Questa riflette la naturale condizione di dipendenza dall'ambiente di chi, per la giovane età, autonomo non è, ma anche di chi, in età ormai adulta, è sotto il dominio d'una parte di sé refrattaria al distacco.
    "Dimmi dove stai e ti dirò chi sei... ", potremmo azzardare a dire in molti casi. Così, se la lunga permanenza nella casa d'origine fa supporre l'esistenza di tratti adolescenziali, il miniappartamento è emblematico di certe chiusure affettive tipiche di molti (non tutti i) "single" o di chi, reduce da qualche "disastro" familiare, sta cercando di ritrovare in un piccolo spazio il proprio piccolo sé.
    L'appartamento condominiale di media grandezza sembra adattarsi alle esigenze della routine quotidiana di molte famiglie. In questo caso è dalla diversità dei dettagli delle singole abitazioni, dagli oggetti e dall'arredamento che possiamo risalire a certi tratti del carattere e della psicologia degli occupanti.
    Difficilmente una casa può soddisfare in eguale misura i nostri bisogni di contatto con l'ambiente esterno e con noi stessi. Per andare incontro ai primi avranno la precedenza certi requisiti d'ordine pratico, come la vicinanza al luogo di lavoro, alle scuole e ai mezzi di trasporto. Se invece è il mondo interiore ad assumere il comando, c'è chi potrà scegliere d'andare a vivere a stretto contatto con la natura o in qualche luogo isolato, se ha un po' il carattere dell'eremita. Nei Paesi come il nostro, dove non tutti... "se la passano così male", sono in molti oramai a possedere unaa seconda casa in campagna o al mare, che possa offrire loro, nel weekend o nei periodi di vacanza, ciò che non possono aspettarsi dall'appartamento di città.
    Questa seconda casa, sotto l'aspetto simbolico, può ben dirsi antecedente a quella dove siamo di solito residenti (e che definiamo "prima casa") se in essa siamo così fortunati da ritrovare, lontano dagli impegni del quotidiano, ciò che d'accordo con Jung definiamo i "sentimenti originari dell'uomo".

  3. #3
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    Pieve di Cadore, La casa di Tiziano - Immagine tratta dal sito http://www.pelmo.it/


    Un tema quanto mai evocativo e profondo, stupenda Ygg... Circa il quale mi piace rispondere mischiando suggestioni spontanee...


    "La casa della stirpe dei von Jöcher, nella quale avrei trascorso tanti anni, era una delle più antiche della città; aveva molti piani, in cui avevano dimorato gli antenati del barone, ogni generazione un piano più su della precedente, come se desiderassero ardentemente avvicinarsi al cielo.
    Non riesco a ricordarmi che il barone sia mai entrato in queste antiche stanze, le cui finestre sul vicolo erano diventate ormai cieche e grigie; egli dimorava con me appena sotto il tetto in un paio di locali disadorni, intonacati di bianco.
    In altri luoghi gli alberi crescono sulla terra e gli uomini vi passeggiano sotto; da noi, invece, sul tetto cresce un sambuco con le sue bianche e profumate infiorescenze a corimbo in una grossa cisterna arrugginita, che una volta serviva da grondaia e i cui tubi, scendendo fin giù sul selciato, sono ora ostruiti dai detriti e dalle foglie marce portate dal vento.
    Giù in basso scorrono quiete le acque di montagna di un largo fiume grigio lambendo le vecchissime case, dipinte di rosa, giallo ocra e celeste dalle finestre che guardano vuote, su cui sono calati dei tetti simili a cappelli privi di falda dal color verde muschio. Il fiume scorre in cerchio intorno alla città, facendola assomigliare a un'isola prigioniera di un cappio liquido. Le acque fluiscono da sud, poi svoltano verso ovest, per dirigersi infine di nuovo verso sud dove una sottile lingua di terra, su cui sorge la nostra casa, l'ultima della città, le separa dal punto in cui il fiume comincia ad abbracciare l'urbe, per sottrarsi infine allo sguardo dietro un colle verdeggiante.
    L'altra sponda del rio, quella boscosa, dove gli argini di sabbia si sfaldano sbriciolandosi nell'acqua, può essere raggiunta attraversando un ponte di legno bordato da uno steccato ad altezza d'uomo. Il pavimento di tronchi di rozza corteccia trema ogni volta che vi transita un carro di buoi. Dal tetto della nostra casa lo sguardo giunge al di là del ponte fino ai prati e nelle foschie lontane i monti sembrano librarsi come nubi e le nubi gravare sulla terra come montagne.
    Nel mezzo della città sorge un lungo edificio simile a una cittadella che, con le sue finestre senza ciglia e cariche di riverberi, sembra ormai avere l'unico scopo di catturare il calore cocente e penetrante del sole autunnale.
    I grandi ombrelloni dei commercianti sono aperti sul selciato di pietre tondeggianti della piazza del mercato, sempre deserta, le gerle rovesciate sono ammucchiate come giganteschi giocattoli dimenticati, l'erba spunta fra le fenditure delle pietre.
    Talvolta la domenica, quando la calura arroventa le mura del Municipio barocco, i suoni attutiti della musica per ottoni si percepiscono più forti, trascinati dal fresco alito del vento; il portone dell'osteria "Alla Posta", detta "Da Fletzinger", sbadiglia all'improvviso; un corteo di nozze prende a marciare compassato verso la chiesa in antichi costumi multicolori, giovanotti adorni di nastri colorati festosamente sventolano ghirlande davanti una frotta di bambini, in testa un piccolissimo storpio che, malgrado le grucce, è veloce come uno scoiattolo, ha dieci anni e trabocca di gioia, come se l'allegria della festa riguardasse solo lui, e tutti gli altri percepissero solo la solennità dell'evento".

    G. Meyrink, Il Domenicano bianco

  4. #4
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    Tomas carissimo, un testo interessante che leggerò con vivo interesse al più presto. Così come ho letto con piacere "altro", di cui ti farò sapere prossimamente. Perdona anzi se, con massima maleducazione, ho fatto trascorrere tanto tempo senza fornir risposta, ma questo è per me un periodo pessimo (come sempre del resto...).

    Ciao

  5. #5
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    Rene Magritte - Chateau des Pyrenees 1959

  6. #6
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    Una visione mozzafiato che mi ha incantata quando ero ragazzina e che non smette di darmi "emozioni". E continuo a chiedermi se quell'enorme masso sospeso nel cielo stia precipitando o se, magicamente privato del suo peso, si stia librando assurdo e leggero sulle acque del mare...



  7. #7
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    Carissima Silvia, affascinante vero? Io però ho come l'impressione che il vento rischi di spingermelo addosso quel masso lì. Bisogna che mi sposti...
    Occhio.

  8. #8
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    No, dai, non essere così pessimista. Comunque hai ragione: meglio non abbassare la guardia. Massima allerta e, nel caso, gambe in spalla e via… alla velocità della luce.

  9. #9
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    Novità dal mondo dei sogni:

    Ero tornata nella mia vecchia casa, quella dove ho trascorso l’adolescenza, perché dovevo sbrigare non so quale commissione. Ero ben consapevole di non abitare più lì, e che quindi la mia sarebbe stata visita fugace. Comunque, chissà perché (si fa per dire), avevo deciso d’entrare passando per l’accesso secondario e sotterraneo, il medesimo che menava alla cantina… Lì avevo visto esserci diversi adolescenti e bambini, maschi e femmine, che stavano giocando, tutti europei, ma d’origine straniera. Non erano particolarmente invadenti o fastidiosi e la loro presenza, per quanto inattesa, non mi aveva colpito più di tanto. Senonchè, ad un certo punto, mi ero accorta che la porta della mia ex cantina, che io consideravo ancora mia, era anzi mia certamente, era socchiusa: aperta probabilmente dai ragazzini per i loro giochi. In ogni caso il fatto, per quanto fastidioso, non mi aveva colpito particolarmente ben sapendo vi fosse poco o nulla da portare via. Al pensiero però che qualcuno potesse farsi male, o forse solo per controllare la situazione (ma ricordo un vago sentimento di timore per l’incolumità dei presenti [o dei presenti e basta?]), avevo deciso di verificare cosa stesse accadendo lì dentro e chi, eventualmente vi fosse. Così, con mia somma sorpresa, aprendo l’uscio su quella che sarebbe dovuta essere un’angusta stanzetta dal soffitto basso, le mura intonacate annerite dalle muffe ed incrostate dal salnitro, avevo scoperto essere questa un’enorme stanza dalle dimensioni veramente imponenti. Tutto, le pareti come anche il soffitto, era completamente rivestito di pietra (piccoli e regolari mattoni grezzi e scuri). L’ambiente era completamente vuoto e sufficientemente illuminato da poter essere visibile in ogni sua parte, ma era pericolante: la sensazione che se ne derivava osservandolo era d’estrema precarietà. Infatti, a ben guardare, molta sabbia filtrava tra le pietre delle pareti, un fiume di sabbia…Certamente da lì a poco sarebbe sopravvenuto un crollo, ma c’era poco da fare, la situazione era incontrovertibile. In ogni caso il disastro, inspiegabilmente, non sarebbe stato causa di danno per la casa sovrastante, questo almeno il mio pensiero, o forse no, forse vi sarebbe stato un cedimento catastrofico che avrebbe coinvolto ogni cosa, ma questo non era dato saperlo, non costituendo, del resto, neppure il mio cruccio principale. Certo solo l’inesorabile, angoscioso, disgregamento della mia cantina. Che fare? Nulla. Ho chiuso la porta, per non assistere oltre, e me ne sono andata...

    Mala tempora currunt.

    *************************

    IL PALAZZO INCANTATO


    Nella verde vallata dove regnano gli angeli buoni
    Un tempo un bel palazzo, un radioso palazzo
    Si innalzava
    Il Re Pensiero teneva le sue strane assise
    In questo palazzo
    E la terra non offrì mai ai suoi angeli buoni
    Per dispiegare il loro volo
    Un più meraviglioso palazzo


    Era coronato di fiamme,
    Era tutto illuminato.
    Ora ciò accadde al di là del tempo.
    E ogni volta che il vento veniva a scuotere le sue piante
    Sulle sue pietre brillanti piroettando
    Un aroma saliva sfidando il tempo.


    Se voi foste passati, viaggiatori attardati
    O passanti smarriti delle strade della favola
    Avreste attraverso i vetri ineffabili
    Veduto anime dimenarsi al suono del liuto
    In perfetto ordine
    Intorno al trono in cui si reggeva
    Nella sua posa fantomatica
    Il Maestro, il Porfirogenito, il Re
    Solenne del Palazzo Fantastico


    Ma un giorno si dispiegò il volo di neri spiriti
    Che passarono come un’onda di tenebre
    Sul palazzo. Ahimè la tempesta funebre
    Non ha lasciato al suo passaggio che un lungo grido
    Di disperazione e il saccheggio della gloria
    Non è più che un sogno


    E passando, attraverso il palazzo abbandonato
    Vedreste, attraverso le flebili finestre,
    Vaste ombre dimenersi senza meta
    Nell’atroce concerto di musiche stridenti
    Mentre un popolo folle lanciato verso le porte
    Irrompe per l’Eternità e si dimena
    E ride- ma non può più sorridere.

    Antonin Artaud.

  10. #10
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    Predefinito La caverna. La casa.

    E’ davvero sorprendente notare come proprio le caverne siano i luoghi destinati ai culti di morte e di rinascita: è il caso delle caverne di Demetra, Dioniso, Mitra, Cibele e Attis, o delle catacombe dei primi cristiani.Quanto alle chiese, alle basiliche, alle cattedrali si tratta di vere e proprie caverne sopraelevate, costruite dall’uomo ma buie, nude e risonanti proprio come le caverne naturali; inoltre hanno anch’esse, dentro di sé, come l’utero nel ventre, la cripta sotterranea. Un personaggio di D.H. Laurence afferma che la cavità profonda della cattedrale nasconde le tenebre della germinazione e della morte.
    Le stesse tenebre di germinazione e morte, del resto, impregnano le grotte. Bachelard ha messo in luce con grande efficacia il significato onirico della grotta: così l’estetica della grotta artificiale dei giardini all’inglese o alla tedesca corrisponde allo stesso bisogno di ricerca delle fonti profonde di vita o di morte che spinse i romantici a evadere verso grotte solitarie e ricche di muschio nel grembo di una natura consolatrice. "La grotta magica dell'infanzia: possa il poeta riuscire ad aprirne la porta".

    La casa fa anch'essa parte del ricco insieme di analogie che rinviano alle caverne. Naturalmente in questo caso sto alludendo alla casa rurale, quando non addirittura della terra stessa - dunque la casa sede del culto degli antenati, il rifugio degli eredi. Inoltre non bisogna dimenticare che la casa è rimasta buia e chiusa sino all'introduzione dell'elettricità e delle comodità: "ricoperta di stoppie, foderata di paglia, la casa somiglia alla notte" (Renou1956*).Del resto nelle grandi città ormai prive di radici il desiderio di un piccolo rifugio di periferie - un luogo dove invecchiare e morire - non è forse espressione della ricerca di qualcosa che possa prendere il posto della casa "onirica" di cui parla Bachelard, in cui si fondono indistintamente il richiamo della madre, della terra e della tomba - cioè della morte-nascita?
    La morte bella è proprio quella che giunge nel proprio letto, nell'intimità della propria casa. (meglio ancora per la difesa della propria Patria... )Le vecchie contadine vogliono morire nel letto in cui hanno messo al mondo i figli, e dal letto d'ospedale alla clinica di lusso si leva il grido dei morenti che supplicano di esser riportati a casa.
    La casa natale, che risplende per l'immensa presenza della madre, potrà addirittura prendere il posto della tomba: una casa di morte insomma, in cui finalmente raggiungere la propria madre. La tomba infatti è una casa, a volte anzi la stessa casa occupata dal morto quando era in vita. Tuttavia non bisogna pensare che la tomba sia un sostituto del ventre materno: in quanto casa del morto, essa corrisponde anche e soprattutto alla vita che viene dopo la morte, la vita del doppio che - proprio come ogni vivente - deve avere un domicilio. Ma questo non impedisce il formarsi di analogie tra morte-nascita e casa-tomba, che risucchiano anche la casa nel grande ciclo della maternità della morte integrandola ad esso.
    E' inutile proseguire con ulteriori analogie caverno-uterine, che sono molte e infinitamente diverse; basterà concludere che qualsiasi luogo buio, isolato, tranquillo, può evocare la presenza di una morte materna o portatrice di rinascita.

    Edgar Morin, L'uomo e la morte, Biblioteca Meltemi, Roma 2002. Pagg. 133-134

 

 
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