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    Predefinito Opinioni sul conflitto d'interesse

    Roma. “Il conflitto d’interessi esiste ed è difficile individuare norme giuste per regolarlo”.
    Ma “a un’anomalia storica non si può rispondere con un’anomalia giuridica”. Questo è il cuore dell’appello rivolto ieri dal Foglio a Romano Prodi – hanno aderito anche il costituzionalista Beniamino Caravita di Toritto e il politologo Massimo Teodori – su ciò che può accadere a Silvio Berlusconi qualora dovesse diventare oggetto speciale d’una legge ulivista sul conflitto d’interessi. La questione è se il Cav. possa ancora esistere come politico senza subire la privazione della sua essenza d’imprenditore privato.

    Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, economista
    ed editorialista del Sole 24 Ore, pensa che “durante questa legislatura siano state fatte leggi a beneficio di certe persone”, cioè di Berlusconi, ma crede pure che “sarebbe un errore eguale e contrario se l’Unione facesse altre leggi contro di lui. E’ assurdo pensare che Romano Prodi possa prendere provvedimenti ad personam e non credo che voglia farlo”.
    D’Alema qualche pensiero un po’ aggressivo deve averlo fatto, viste le recenti dichiarazioni. Forse c’è il rischio che una regolazione delle anomalie diventi occasione per regolare certi conti in via definitiva.
    “Sarebbe un ritorno al medioevo, in uno stato di diritto esistono fattispecie da sistemare, non conti personali da regolare. Esistono istituzioni deputate a evitare conflitti d’interesse. I paesi che da questo punto di vista sono meglio regolati, come il Regno Unito, sono quelli nei quali l’opinione pubblica è consapevole del problema e ha introiettato tutto nelle proprie abitudini. Ecco perché l’Economist e il Financial Times non capiscono il motivo per il quale la popolazione italiana ha votato un politico che possiede tre reti televisive. In Italia c’è un’altra cultura, la stessa cultura per la quale il centrosinistra non ha legiferato sul conflitto d’interessi quando poteva farlo”.
    In coerenza con le parole della professoressa Kostoris, si dovrebbe immaginare un “paese migliore” in cui il Cav. risolva il conflitto con un’autocertificazione suscettibile di controllo, verifica ed eventuali punizioni. “L’autoregolamentazione è perfetta, una formula adatta per liberarsi di pesi e sospetti. Ma il metodo non fa parte della cultura italiana”.

    Luca Ricolfi, sociologo all’Università di Torino ed editorialista della Stampa, confessa il proprio “imbarazzo, viste le giuste esigenze sia di chi dice: non potete buttar via Berlusconi dalla politica per legge; sia di chi afferma che la sua posizione non si possa non regolare per ripristinare un ordine in cui tutti siano ad armi pari”. Dagli studi che Ricolfi ha intrapreso in questi ultimi anni emerge questo:
    “Dal 1994 a oggi risulta che purtroppo la televisione influisce sul comportamento degli elettori. E che questa influenza è particolarmente forte da parte di Mediaset, in campagna elettorale, mentre è minore nei periodi freddi, nei quali è più influente la Rai. Di qui un problema superabile soltanto se in Italia tutte le violazioni nel pluralismo dell’informazione ricevessero adeguata sanzione.
    Il che avverrebbe se le Authority svolgessero il proprio compito senza dipendere dal potere politico o da quello economico. Invece da parte loro c’è già poca attenzione in condizioni di normalità, e durante la campagna elettorale le sanzioni emesse sono irrisorie”.
    Se ci trovassimo in un sistema che funziona bene “a nessuno verrebe in mente di dire che dobbiamo sbattere fuori Berlusconi”. In questo senso, conclude Ricolfi, “l’appello del Foglio dimostra che le Authority italiane non funzionano”. In un sistema regolato come dice Ricolfi non ci sarebbe spazio per Daniele Luttazzi che alla vigilia delle elezioni del 2001 maramaldeggiava contro il Cav., né il successivo editto d’interdizione emesso dal Cav. a Sofia una volta tornato al governo.
    “L’ho scritto, l’errore del centrosinistra nel ’96 fu di pensare che fosse giusto contrastare le tre corazzate Mediaset controllando le tre corazzate televisive pubbliche”.

    Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera e politologo, dice che “non è possibile tagliare adesso il nodo gordiano come vorrebbe fare D’Alema, dodici anni dopo l’ingresso in politica di Berlusconi. Sarebbe un’operazione punitiva da parte dei possibili vincitori nei confronti del più pericoloso fra gli sconfitti, quello che ha battuto il centrosinistra nel ’94 e nel 2001. Posta in quei termini, la soluzione dalemiana appare come un vulnus pesante. Detto questo – prosegue Panebianco – bisogna aggiungere che il problema c’è. E non è nel conflitto d’interessi. Sta nel fatto che il Berlusconi-premier non ha mosso un dito per far saltare ciò che rende davvero anomala la sua posizione.
    Per Panebianco “ciò che rende anomala la posizione di Berlusconi è il duopolio televisivo. Questo è il punto. Io sono favorevole all’impegno in politica degli imprenditori, non vedo perché la politica debba essere in mano a funzionari pubblici, politici di professione e professori universitari e avvocati. Ma non anche agli imprenditori, che tra l’altro portano con sé una cultura di mercato. Nel caso di Berlusconi c’è un problema delicato, bisogna contare attivi e passivi. Di positivo c’è che è il fondatore di uno dei Poli su cui si fonda oggi il sistema democratico italiano, e del partito maggioritario nel paese. Questo non può essere distrutto per legge. Di negativo c’è che ha avuto la possibilità di aprire il mercato alla concorrenza e non lo ha fatto. L’unico modo per risolvere la questione è privatizzare una o due reti Rai e fare in modo che Berlusconi possa far gestire alla famiglia la proprietà Mediaset”.

    Giorgio Rumi, storico ed ex consigliere d’amministrazione della Rai, è “esterrefatto” e non capisce “quale possa essere il senso di agitare ora, in piena campagna elettorale, l’ipotesi di una legge ad personam che impedisca di far politica a quello che si ritiene dovrebbe essere il futuro capo dell’opposizione. Non vorrei che fosse la risposta (sbagliatissima, inaccettabile) all’invito morettiano a dire ‘qualcosa di sinistra’. Non sono un tifoso di Berlusconi e non mi piacciono molte delle cose che ha fatto al governo e alla Rai.
    Ma quello che si prefigura non è il rimedio al conflitto d’interessi. Assomiglia a una vendetta, al tentativo di delegittimare il voto di tutti coloro che sceglieranno Berlusconi. Io, al contrario, sono convinto che la figura del capo dell’opposizione dovrebbe avere le garanzie che ha in Gran Bretagna: esattamente il contrario della condanna all’esclusione”.

    Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista del Corriere della Sera, pensa che “non sia possibile che la coalizione vincente alle elezioni concepisca una legge per impedire ai perdenti di fare politica. La sbrigativa affermazione di Massimo D’Alema contraddice la grammatica elementare della condivisione delle istituzioni democratiche, oltre a presentare un problema di costituzionalità. Detto questo, il conflitto d’interessi di Berlusconi è serio. E’ vero, l’anomalia berlusconiana nasce dall’incancellabile, devastante e precedente anomalia dovuta all’intervento di un potere, la magistratura, che ha ottenuto l’abdicazione del potere politico. Ma dopo la ricostruzione storica abbiamo bisogno delle soluzioni politiche. Bisogna capire come superarlo, il conflitto d’interessi, visto che Berlusconi non lo ha fatto. Ma proporre semplicemente di cancellare lui come politico e leader dell’opposizione è impensabile: su pochi argomenti, come su questo, è necessario un accordo tra maggioranza e opposizione”.

    Secondo Claudia Mancina, ex parlamentare dei Ds ed editorialista del Riformista, “un argomento così spinoso non può essere liquidato attribuendo tutto il torto a una parte e tutta la ragione all’altra. Se l’affermazione di D’Alema, contenuta peraltro nel programma dell’Unione, suona come una promessa di vendetta, dall’altra parte l’anomalia del conflitto d’interessi berlusconiano non è mai stata riconosciuta come tale. Ma l’idea di una nuova legge mi lascia perplessa. Quell’anomalia dipende da uno sviluppo distorto e dalla debolezza della democrazia italiana, non si risolve ‘eliminando’ Berlusconi. Qualcuno, cioè, che, dopo la prossima, sarà stato legittimato da quattro tornate elettorali attraverso il voto della metà degli italiani. Lui non ha esitato ad andare avanti a colpi di maggioranza, ma noi non dobbiamo percorrere la stessa strada. Invece di una legge sul conflitto d’interessi che dovrebbe essere fatta con l’accordo dell’opposizione e che difficilmente sfuggirebbe al sospetto di essere ‘su misura’, penso sia più importante riformare la legge elettorale, se vogliamo uscire dal deficit democratico”.

    Gian Enrico Rusconi, professore di Scienze politiche e columnist della Stampa: “Siamo estenuati da una comunicazione politica talmente alterata da Berlusconi che perfino l’idea di fare un documento ragionato come quello del Foglio perde di senso. Con quello che sta facendo, come si fa a difendere le buone ragioni del premier, ammesso che ne abbia? Il conflitto d’interessi è un tema dirompente, spero che l’abbiate sollevato diabolicamente, in perfetta malafede, per mettere in difficoltà gli avversari”.

    Da il Foglio del 29 marzo

    saluti

    Tutti concordi nel dire che il problema c'è....ma tutti fingono che l'unico ad averlo sia Berlusconi.
    Le tre reti Fininvest sono "opposte" alle tre reti Rai, le quali sono state imbottite, durante l'oltre mezzo secolo di governi democristiani-comunisti, da gente loro.

    E noto pure, già dal primo intervento, un po' di confusione.
    Per l'economista Fiorella Kostoris Berlusconi ha fatto leggi a suo vantaggio, ma, dice, che non per questo Prodi è autorizzato a comportarsi così.
    Sottintendendo, in pratica, che se il Cav. si fosse comportato "bene" tutto autorizzerebbe "lo spoglio di Berlusconi".
    Mi auguro di aver capito male

    saluti

  2. #2
    Davide Nulla
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    Predefinito

    Solidarietà a Berlusconi da Davive Nulla
    e dal Partitto Bipolare Sardo-Italiano

  3. #3
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    Predefinito Nota per Fassino, in America il conflitto di interessi è libero

    Milano. Piero Fassino, a Porta a Porta, ha detto che il centrosinistra farà una legge sul conflitto di interessi per “separare nettamente l’interesse privato, del tutto legittimo, con il ruolo pubblico”. E ha concluso:
    “Io sono affezionato a una legge di tipo americano”.
    Bene. Qual è la legge di tipo americano?
    Sorpresa, non c’è.
    Negli Stati Uniti non c’è nessuna legge sul conflitto di interessi che impedisca al proprietario di aziende, azioni, imperi industriali o mediatici, di candidarsi a cariche pubbliche e di governo.
    Non solo: l’ipotesi non è neanche lontanamente presa in considerazione.
    Qualora un miliardario o un imprenditore, anche del mondo dell’informazione, venisse eletto non è obbligato né a vendere le sue proprietà né a metterle in un blind trust.
    Non è nemmeno obbligato a presentare la dichiarazione di redditi completa, come si fa in Italia.
    Negli Stati Uniti, la materia è regolata da un codice di “leggi etiche” di 90 pagine, disponibile presso l’United States Office of Government Ethics.
    Le norme non si occupano dei conflitti potenziali, piuttosto puntano sulla trasparenza e si limitano a sanzionare penalmente i comportamenti privati che confliggono con gli interessi pubblici.
    “Va segnalato – si legge nel report del 31 ottobre 2003 del Congresso degli Stati Uniti che fa il punto delle leggi sul conflitto di interessi americani – che non esiste alcuna legge federale che richiede espressamente a un particolare funzionario federale, o a una categoria di funzionari, di mettere i propri assets in un fondo cieco per esercitare un lavoro pubblico all’interno del governo federale”.
    Ancora: “I funzionari federali e gli impiegati non sono obbligati a dismettere i lori beni per evitare il conflitto di interessi. Piuttosto… i metodi principali di regolamentazione dei conflitti di interessi, a norma delle leggi federali, sono l’esclusione e la trasparenza (disclosure)”.
    Le leggi americane, dunque, non impediscono a priori a nessuno, neanche a un simil Berlusconi locale, l’elezione o la nomina a cariche politiche o di governo.
    Non forzano la vendita, non obbligano a mettere in un fondo cieco il proprio patrimonio. La legge americana prescrive esclusivamente “l’esclusione”, cioè la ricusazione, l’astensione dal partecipare a decisioni pubbliche che potrebbero favorire interessi privati, e la trasparenza cioè rendere pubblici i propri interessi finanziari.
    Ma, attenzione, l’obbligo di non partecipare alle decisioni pubbliche potenzialmente confliggenti con gli interessi privati vale soltanto per i funzionari di governo e per gli impiegati federali, non si applica né al presidente degli Stati Uniti, né al vicepresidente né ai parlamentari di Camera e Senato, né ai giudici federali (articolo 202, comma c del codice degli Stati Uniti).
    Ancora prima che questa esplicita esenzione fosse iscritta nel codice, era consuetudine consolidata escludere presidente e vicepresidente dalle norme sul conflitto d’interesse, così come mai sono state applicate ai parlamentari:
    “Una ricusazione obbligatoria potrebbe, in teoria, interferire con i doveri di presidente e vicepresidente richiesti dalla Costituzione”, in democrazia è più importante l’interesse pubblico che gli eletti sono chiamati a perseguire, piuttosto che il potenziale conflitto con gli interessi privati. Negli Stati Uniti, dunque, il potenziale conflitto di interessi del capo del governo e dello stato, del suo vicepresidente, dei senatori e dei deputati è così poco regolato da far apparire draconiana la legge Frattini approvata in Italia in questa legislatura.
    Gli eletti, a Washington, hanno soltanto l’obbligo di rendere noti i propri beni e i propri debiti. Punto. Tra l’altro, questo obbligo è meno rigoroso di quello equivalente previsto in Italia.
    I parlamentari e i ministri italiani devono depositare per legge la dichiarazione dei redditi, i loro colleghi americani no. Si limitano a farne un riassunto, indicando fonte e tipo dei propri guadagni, senza entrare nello specifico e senza rivelare l’esatto ammontare.
    La legge prevede nove categorie di entrate, così ampie e vaghe che le ultime due sono: “Più di un milione di dollari, ma meno di 5 milioni” e “oltre cinque milioni di dollari”. Di Bush, per esempio, si sa che ha interessi nel settore del “legname” che valgono tra i 10 e i 20 mila dollari. Quando nel 2003 si è scoperto che Dick Cheney aveva ancora interessi non dichiarati nella Halliburton, la società di cui è stato presidente e che è stata la principale beneficiaria degli appalti in Iraq, non è successo nulla dal punto di vista penale o sanzionatorio, proprio perché il presidente e il vicepresidente non sono perseguibili per violazione di conflitto di interessi.
    Altra cosa è l’opportunità politica, ma quella è sanzionata dagli elettori non dalla legge.
    Così il magnate dei media Steve Forbes si è candidato alla Casa Bianca, esattamente come Ross Perot, mentre un pensierino l’ha avuto anche il patron della Cnn Ted Turner.
    Si candiderà l’ex governatore della Virginia, Mark Warner, fondatore della società di telecomunicazioni Nextel. Per non prestare il fianco a voci o accuse di conflitto di interessi, molti parlamentari affidano il proprio patrimonio a “blind trust” regolati da legge, i quali però consentono la vendita delle proprie azioni.
    I miliardari al Senato sono 45 (uno su tutti: Rockfeller), non tutti dotati di un fondo cieco.
    Bill Frist, nonostante il blind trust, ha venduto le azioni della società di suo padre prima di un ribasso in Borsa. L’inchiesta nei suoi confronti è per insider trading, non per conflitto di interessi. Mike Bloomberg è un magnate delle televisioni e dei servizi finanziari nella città che ospita il mercato azionario più importante del mondo, ma da sindaco non è stato costretto a vendere, né a ritagliarsi il ruolo di mero proprietario né, addirittura, a rendere note le sue dichiarazioni dei redditi. Se lo avesse fatto – ha detto lui stesso – avrebbe danneggiato il business delle sue società.
    Il suo predecessore democratico, Ed Koch, ha spiegato: “Bloomberg l’aveva preannunciato in campagna elettorale.
    Gli elettori sapevano e hanno accettato”.
    E’ questo il modello americano.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito E' in arrivo il trappolone?

    Roma. Potrebbero bastare cento giorni di cura prodiana per mettere fuori legge il Cav.
    “Se i maggiori azionisti dell’Unione (Ds e Margherita) lo lasciassero fare, sicuramente Romano Prodi saprebbe come risolvere il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi”.
    E sarebbe una soluzione radicale.
    Bisogna ripartire da questa insinuazione concessa al Foglio, due giorni fa, da Marco Travaglio.
    Perché è vero che Massimo D’Alema, in materia, ha preso quasi subito a cincischiare e, dopo aver minacciato truculento su Panorama (“Berlusconi scelga se vuole fare l’imprenditore o il politico”), si è incartato sul Mattino (“Ceda Mediaset ai propri figli”) e adesso manda a dire – tramite Stefano Passigli – che il suo era un modo di dire e insomma Berlusconi venda il suo patrimonio oppure subisca la sterilizzazione delle sue azioni.
    Ed è vero che Piero Fassino, incalzato dal buon senso prima ancora che dai suoi avversari politici, ha concluso davanti alle telecamere: “Certo che Berlusconi può restare proprietario di Mediaset, purché separi completamente la gestione”.
    Nelle parole di Fassino almeno forma e sostanza tendono a coincidere, anche se rimangono dettagli da decrittare: chi sceglie l’eventuale gestore, il Cav. o la congregazione per la dottrina della par condicio messa su dall’Unione?

    Il Prof. non è un dettaglio
    Non è affatto un dettaglio che alla guida del centrosinistra ci sia Romano Prodi, e che l’uomo maceri da tempo dentro di sé propositi punitivi verso il premier. Il Prof bolognese ha stabilito di fare, se vincerà il 9-10 aprile, ciò che Travaglio teme non gli riuscirà: regolare i conti con Berlusconi entro i primi tre mesi e chiudere la stagione dell’anomalia.
    Come? Attraverso due leggi che si tengono per mano e formano un cappio intorno al collo dello sconfitto. La prima servirà a demolire la fragile sistemazione del sistema radiotelevisivo che porta la firma di Maurizio Gasparri.
    Sotto il vestito della liberalizzazione dell’etere dal duopolio, s’avanzerà così il primo colpo contro Mediaset.
    La seconda legge attacca il cuore del berlusconismo ed è per l’appunto quella sul conflitto d’interessi. “Un problema che riguarda la democrazia e va affrontato”, ha detto ieri Prodi mescolando la consueta e impaziente elusività a un interrogativo retorico: “Perché non dovrebbe essere un problema in Italia quello che è un problema per gli altri paesi?”.
    Ha detto questo alla radio, Prodi, e una settimana fa aveva citato come modello di riferimento il caso di New York dove, una volta eletto, il sindaco Michael Bloomberg “ha dovuto dare tutti i suoi interessi a un trust”. Bugia.
    La verità è che Bloomberg non ha messo le sue ricchezze, né tutte né in parte, in un blind trust.
    Se le è tenute. Primo perché non c’è nessuna legge che gli potesse imporre la vendita forzosa. Secondo perché sarebbe stato “praticamente impossibile”, come ha scritto il New York Times l’8 novembre 2001. Gli esperti, infatti, hanno spiegato che un “fondo cieco” non può essere efficace quando il portafoglio consiste di un unico bene: azioni di una società privata.
    E’ successo, piuttosto, che il New York City Conflicts of Interest Board (organo comunale nominato dallo stesso sindaco della città), sollecitato dal medesimo Bloomberg, ha stabilito che una piccola quota, davvero piccola, del suo patrimonio (circa 50 milioni di dollari su un totale di 4 miliardi di dollari) fosse in potenziale conflitto di interesse perché investito in società che fornivano servizi al Comune.
    Bloomberg avrebbe potuto mettere quei titoli in un blind trust, ma non l’ha fatto, preferendo venderli e dare in beneficenza il ricavato. Il suo impero finanziario, mediatico e televisivo, è rimasto di sua indiscussa proprietà.
    Bloomberg si è dimesso da cariche operative e da presidente dell’azienda, proprio come Berlusconi, ma è tuttora il mero proprietario della Bloomberg L.P.
    Un’altra verità è che, mentre Prodi schiva il nitore dell’agguato a cielo aperto, i suoi assistenti lavorano nelle cave del potere ulivista affinché il Berlusconi imprenditore diventi incompatibile perfino con il Berlusconi parlamentare.
    E’ la tendenza Pancho Pardi, dal nome del professore girotondino pronto a scrivere una legge d’iniziativa popolare per sbarazzarsi del Caimano. Gli assistenti prodiani sono quelli della fondazione “Governareper” diretta da Arturo Parisi, sono gli archeometri dell’eguaglianza indefettibile che lavorano attorno a Gregorio Gitti, editorialista del Corriere della Sera e interprete di una volontà poco dibattuta:
    “Si rende improcrastinabile un immediato intervento diretto ad ampliare la sfera delle incompatibilità con le cariche parlamentari e di governo, quanto meno con riferimento alla titolarità di pacchetti di controllo di società destinatarie di concessioni pubbliche”.
    Bastano una fondazione per programmare e cento giorni per eseguire. Spolverato del grigiore accademico, un simile proclama equivale alla traduzione politica dei sogni prodiani in materia di televisione e conflitto d’interessi. Una questione di convenienza, vendetta, temperamento e pulsioni sotterranee che rendono perfino grottesca l’enumerazione lagnosa delle scarse presenze televisive di Prodi.
    Lo certifica lui nella seduta di psico-politica con Furio Colombo dalla quale ha ricavato il libro elettorale “Ci sarà un’Italia” (Feltrinelli):
    “Io riesco a fare conversazioni pacate e compiute o con tv minori, o con tv straniere o alla radio. Nella grande televisione italiana il conduttore sistematicamente ti impedisce di esprimere riflessioni pacate e compiute”.
    E’ un caratteristico meccanismo di autoesclusione che genera rancore, come nell’umbratile che priva di luce il prossimo. E’ la tigna vendicativa che accreditano a Prodi i suoi vicini più stretti, atterriti dalla permalosità capricciosa dell’uomo almeno quanto rimangono affascinati dall’abnegazione del professionista ambizioso.
    Da qui trae nutrimento il moralismo punitivo con il quale Prodi promette a Colombo di liberarsi dell’allogeno Berlusconi:
    “Ci sono due punti di enorme debolezza che costituiscono l’anomalia italiana. Di questi due punti il primo consiste nell’enorme disparità di ricchezza tra una parte politica e la parte opposta. Questa debolezza, nel nostro paese, è ulteriormente aggravata perché non si tratta della ricchezza di un gruppo, ma della ricchezza addirittura personale del presidente del Consiglio. Un secondo elemento critico è rappresentato dal fatto che il presidente del Consiglio è padrone della maggior parte dei media”.

    Quella di Tremonti è “delinquenza politica”
    Questa coscienza infelice di Prodi è un misto di pervicacia, neghittosità e scatti d’ira come quello con il quale ieri ha accusato Giulio Tremonti di “delinquenza politica”.
    L’ostinazione sta nel non lasciare nulla d’intentato fino all’eliminazione dell’avversario.
    La neghittosità è nel chiaroscuro dei silenzi con i quali il professore avvolge cattive intenzioni o brutti presentimenti.
    Come quelli stanati, sull’International Herald Tribune, da John Vincour.
    A lui è stata sufficiente la lettura del programma dell’Unione per convincersi che in politica estera il centrosinistra “sceglie il multipolarismo” francese.
    Ne ha parlato con Filippo Andreatta, consulente del professore, e la complicazione è giunta al misconoscimento di Zapatero e all’elogio del modello tedesco.
    Fino allo scatto di Prodi: siamo in campagna elettorale, guai a leggere le dichiarazioni politiche con l’occhio da scienziati della politica”.
    E’ la stessa soluzione adottata con quelli del Manifesto, dove Rossana Rossanda aspetta da quindici giorni che Prodi risponda all’invito di schierarsi nella questione israelo-palestinese.
    “Non so se risponderà, ma deve anche pensare a non creare inutili polemiche a pochi giorni dal voto”, ha scritto ieri Massimo Pasquali della Fabbrica prodiana per giustificare una rotta che procede in diagonale là dove la linearità rischia d’illuminare altri conflitti non sanabili per legge.

    Da il Foglio del 31 marzo

    saluti

    p.s. Prodi, il dir. Mauro, Travaglio e i tanti "chiacchieroni" che parlano e straparlano sul conflitto d'interesse, citando legalità, valore morale e democrazia, ancora non si sono accorti che il Cav. è stato per ben due volte eletto premier dalla maggioranza degli italiani?
    E che tutti costoro, intendo gli italiani, erano e sono chiaramente a conoscenza di chi era ed è Silvio Berlusconi?
    E lo hanno scelto nonostante quello che dice e che dicevano Prodi, D'Alema, Occhetto, Santoro, Biagi?
    Ma costui, intendo Prodi, e tutti coloro che dietro a lui si nascondono perchè evidentemente "impresentabili", sanno cos'è la "democrazia"?

  5. #5
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    Predefinito Ferrara a Mauro

    Caro Mauro, ho letto con molto interesse l’articolo critico e civilmente polemico che hai dedicato ieri nel tuo giornale a un appello sulla questione del conflitto di interessi firmato da Piero Ostellino, da Sergio Ricossa e da me.
    Lasciamo stare le maschere del lupo e dell’agnello che ogni politico, compreso Berlusconi, indossa e dismette con spregiudicatezza, specie sotto elezioni. L’argomento non riguarda noi ma il premier, che non è l’ispiratore di quel testo anche perché, come sai, ha spesso (non sempre) la simpatica faccia tosta di negare l’esistenza stessa di un conflitto di interessi a lui intestato, aggiungendo che, se c’è, quel conflitto si risolve in un danno per lui.
    Noi abbiamo scritto l’opposto, e per quanto mi riguarda lo faccio serenamente e pubblicamente da anni, agnello lupo o elefante, perfino dal tempo in cui lavorai con Berlusconi come ministro nel suo primo governo (1994).
    Lasciamo dunque stare le recriminazioni personali o di gruppo e affrontiamo la sostanza oggettiva del problema, come tu fai all’ingrosso, anche se nel dettaglio ti togli lo sfizio di dannarci un poco e ci rimproveri di non essere bravi liberali (per quanto mi riguarda non hai torto: sono un ex comunista, dunque un liberale di risulta e di serie B).
    Caro direttore, tu incentri le tue tesi su dei numeri, il minutaggio dedicato dalle varie emittenti ai due schieramenti elettorali in campo, e affermi che è in atto un tremendo squilibrio a favore del proprietario di Mediaset e premier in carica.
    Avrei qualcosina da dire su quei numeri.
    Prodi è meno presente in tv? Ma tutti sanno, anche per sua ammissione, che è una scelta personale e di staff, una tattica: si sente in vantaggio, non vuole entrare nella mischia, punta sui faccia a faccia istituzionali e diffida dei talk show. Il lamento dunque è ipocrita. Ma i prodiani dell’Unione sono tutte le sere in tv, come e forse più degli altri. Non ho i numeri per dimostrarlo, ma ho come tutti gli occhi per vederlo. Mi sembra incontestabile.
    Il Tg4 è squilibrato? Sicuramente. Fede è un ironico fuorilegge del video, ma se il dirimpettaio Tg3 è dato dai tuoi numeri come perfettamente equilibrato, allora io peso quarantacinque chili e chi lo neghi andrebbe contro i miei numeri e la loro oggettività (per fortuna ci sono gli occhi).
    I numeri sono ingannevoli, se mal trattati e usati per dissolvere ciò che appare nella più solare evidenza.
    Per esempio: dei numeri come il tasso d’inflazione (basso) e il tasso di disoccupazione (basso) voi vi fate beffe, altri parlano di inflazione percepita e di disoccupazione percepita.
    Non si sa dove mettere nel minutaggio le informazioni sull’aviaria, come dice Clemente Mimun, direttore del criticato Tg1: in quota An, destra sociale, ministero delle Politiche agricole e forestali? Boh.
    Via, lasciamo perdere i trucchetti numerologici e altri esoterismi, diciamo che la par condicio percepita tutto sommato funziona.
    Nel caso non funzioni, nel caso sia troppo facilmente aggirabile, Dio mio, debbo ricordare che quella legge nacque da un’intuizione geniale di Scalfaro, che non è un berlusconoide, e fu varata a maggioranza da D’Alema, che è solo un mezzo berluscones (a voler essere perfidi con lui).
    Mi viene sempre molto da ridere quando leggo le maledizioni contro quella legge del tuo Michele Serra, autore di Fabio Fazio frustrato dalle regole e affaticato nell’aggirarle con ironia, un po’ come fa Fede nel suo Tg.
    Mi sono sganasciato dalle risate quando ho visto Moretti protestare da Fazio, mentre la violava con delicatezza in attesa della Littizzetto, contro la legge orwelliana approvata dalla sinistra per imbrigliare il Caimano.
    “Vogliamo tutto”, come scriveva Nanni Balestrini tanti anni fa, è dunque a tutt’oggi la vostra filosofia della vita pubblica?
    Per cortesia, ho detto la mia sui numeri.
    Ma i numeri non c’entrano, caro Mauro.
    Riguardano la par condicio o equal time, che può essere migliorata in diverse direzioni, compresa quella della severità nelle prescrizioni e nelle sanzioni.
    Il problema che noi abbiamo posto è diverso: è decente la sola idea che gli avversari del premier promettano o minaccino di escluderlo per legge dalla politica, impedendogli una eventuale rivincita nel segno dell’alternanza, a meno che non diventi un politico professionale, con l’obbligo per legge (a maggioranza) di vendere il suo patrimonio industriale?
    Può un candidato, in una democrazia liberale, partecipare tranquillo alle elezioni sapendo che gli avversari, se vincessero, gli toglierebbero per legge la sua identità sociale e politica, impedendogli ogni possibile rivincita?
    Fassino ci ha dato ragione in diretta tv, da Vespa: ha detto che “Berlusconi può restare padrone di Mediaset, purché separi completamente la gestione”.
    Prodi è stato elusivo: ha detto che non vuole fare una legge ad hominem bensì tutelare l’Italia e la democrazia, poi ha aggiunto che non sa quale soluzione adottare, il che è un po’ poco e un po’ sghembo come risposta a una domanda semplice.
    Furio Colombo, che ha presentato Prodi e il suo programma e la sua filosofia di governo in un libro-intervista, ha detto che prima ancora di appendere il cappotto a Montecitorio, se eletto, depositerà “una proposta di legge sul conflitto di interessi che renda incompatibili la proprietà di mezzi di comunicazione come Mediaset e qualsiasi ruolo di governo”.
    Risposta chiara, è la linea dell’aut aut: o entri nella nomenclatura politica e ti spogli delle tue proprietà o sei fuori.
    A questa domanda cruciale, che ha ottenuto come abbiamo visto risposte diverse (e ci piacerebbe sapere che cosa ne pensi, visto che non sembri voler eludere anche tu il problema) se ne aggiunge un’altra.
    Da quando Berlusconi è entrato in politica, rivoluzionando il sistema che era stato già fatto a brandelli dalle procure, si è forse indebolito il carattere principale di una Repubblica liberal-democratica, cioè la capacità di garantire l’alternanza elettorale di forze diverse alla guida del governo?
    O non si è decisivamente introdotto, questo nuovo requisito, anche grazie all’opera concreta del proprietario & politico bipolarista e bipolarizzatore?
    La risposta la conosci bene anche tu, e riconosci perfino che Berlusconi vince o perde per la politica, non per la tv, il che fa onore alla tua capacità di analisi e alla tua serenità intellettuale.
    Poi affermi che i fatti, i risultati, non contano, contano solo i principi.
    Ma i principi dicono che non esiste una competizione leale se uno dei competitori minaccia di fare a pezzi l’altro nel caso di una sua sconfitta.
    Invece i fatti dicono che Berlusconi ha vinto, poi ha perso, poi ha rivinto e potrebbe – questa è l’ipotesi di scuola più in voga dalle vostre parti – tornare a perdere.

    E allora? Che volete di più dalla vita?
    Non è meglio tenerci un sistema di alternanza, in cui a decidere sono regole ed elettori, non la ghigliottina della vendetta ad hominem?

    L’elefantino

    Su il Foglio del 31 marzo

    saluti

  6. #6
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    Predefinito

    Eliminare Berlusconi (che è un’anomalia) aggraverebbe l’anomalia politica italiana

    Premessa prima: Silvio Berlusconi è un’anomalia? Hai voglia se lo è. Premessa seconda: non sarebbe meglio se l’Italia diventasse infine un paese normale?
    Sì, certo, sarebbe meglio.
    Conclusione: non è evidente allora che eliminare Berlusconi dalla vita pubblica italiana con una legge severissima sul conflitto di interessi contribuirebbe enormemente alla normalizzazione del paese?
    No, non è affatto evidente. Al contrario: perpetuerebbe l’anomalia italiana – peggio ancora, l’aggraverebbe.
    In sintesi, ecco perché.
    Silvio Berlusconi non è un’anomalia primaria, ma (troppi fanno finta di non capirlo) il frutto ultimo d’una storia politica che è tutta anomala.
    Anomala per la permanente incapacità del paese di trovare fondamenta politiche condivise; per la presenza del maggiore partito comunista dell’occidente; per il modo del tutto inusitato nel quale è crollata la Prima Repubblica.
    Ora, nel quadro dell’anomalia nazionale, Berlusconi ha rappresentato un’anomalia riequilibrante.
    Un contrappeso. Ossia, ha impedito che dopo il terremoto giudiziario dei primi anni 90 la politica italiana restasse appoggiata su una sola gamba, la sinistra; che quella gamba, derivata senza soluzione di continuità dal maggior partito comunista occidentale di cui sopra, cristallizzasse il proprio sistema di potere (a proposito: ma a voi pare “normale” il modello emiliano?); che la parte moderata del popolo italiano, sostanzialmente maggioritaria, dopo avere a lungo votato Dc, magari turandosi il naso, si trovasse del tutto priva di qualunque rappresentanza.
    Bloccando questa deriva, che nel 1993 incombeva, Berlusconi ha dato voce a milioni di italiani di centrodestra, prevenuto la deriva radicale della Lega, fondato il bipolarismo. E, così facendo, ha dato un contributo incalcolabile alla normalizzazione politica del paese.
    Certo, tutto questo l’ha potuto fare grazie a un’anomalia – ovvero alla sua posizione di imprenditore mediatico.
    Sarebbe tuttavia una mistificazione (e lo sanno in tanti anche a sinistra) isolare l’anomalia dal suo contesto, dimenticando quanto più anomalo questo sarebbe se non ci fosse stata quella.
    Sarebbe una mistificazione trattare la tv come se fosse l’unico strumento utile a raccogliere il consenso – aggiungendo magari che quello televisivo è moralmente più deteriore e meno “vero” del consenso raccolto con altri mezzi. Sarebbe una mistificazione mancare di notare come il problema della tv sia il problema di un potere fra i poteri – e come l’attuale assetto dei poteri abbia dato all’Italia un bipolarismo inefficiente magari, ma quanto meno equilibrato.
    Sicuri che al centrosinistra convenga?
    Il problema del post-berlusconismo certo si pone, si è già posto, e comunque vadano le elezioni si porrà in forma sempre più urgente. Perché l’assetto postberlusconiano renda il paese più normale, e non meno, è tuttavia necessario che ci si arrivi in primo luogo attenuando, non incrudendo, le italiche inimicizie; in secondo luogo salvaguardando un centrodestra capace quanto meno di vincere le elezioni, e non ridotto a uno spezzone emarginato e inservibile.
    Arrivarci con una legge vendicativa e punitiva non rispetterebbe il primo requisito.
    Perché sarebbe una legge evidentemente ad personam; perché giungerebbe con un decennio di ritardo; perché più della metà degli italiani ha ripetutamente dimostrato di non considerare il conflitto di interessi un problema; perché è ormai evidente oltre ogni possibile dubbio che la proprietà delle tv non impedisce affatto a Berlusconi di perdere le elezioni, e non tocca quindi la sostanza della democrazia italiana.
    Quanto una legge feroce sul conflitto di interessi rispetterebbe il secondo criterio, è tutto da dimostrare. Se oltre alle elezioni il centrodestra perdesse Berlusconi, certamente accuserebbe un colpo assai duro. D’altra parte, si troverebbe solo ad affrontare in tempi più rapidi un problema che prima o poi dovrà risolvere. Su questo terreno, a ogni modo, mi pare che il quesito vero sia un altro: ma siamo proprio sicuri che al centrosinistra, qualora dovesse vincere, converrebbe togliere di mezzo Berlusconi?
    Scomparso l’arcinemico, entrata in crisi Forza Italia e l’intera Cdl, chi mai la terrà in piedi la coalizione patchwork del Professore?

    Giovanni Orsina

    Saluti


    p.s. a qualcuno risulta che sia stata abrogata la legge che prevede il Referendum Abrogativo?

    Non per “abrogare” Berlusconi ma per abrogare l’eventuale legge che lo vuole abrogare.

  7. #7
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    Predefinito Non sarebbe incostituzionale, va fatta.....

    con l’accordo dell’opposizione e non risolverà da sola il problema

    Non c’è dubbio che il doppio ruolo di Berlusconi, leader politico e grande imprenditore, costituisca un’anomalia di proporzioni tali da essere difficilmente paragonata con altri casi di conflitto di interesse.
    Si tratta di un’anomalia politica o giuridica?
    Innanzitutto, a mio parere, di un’anomalia politica, che non è causa, ma effetto, degli squilibri della nostra democrazia. Nonostante le sue tendenze onnivore, difficilmente Berlusconi avrebbe pensato ad aprire un’attività politica se non ci fosse stata la crisi del 1992-93.
    E’ stata quella crisi politica a creare il vuoto che ha spinto il proprietario di un vasto polo imprenditoriale a fondare un partito e candidarsi a governare il paese.
    Dimenticarlo significa non capire la storia che abbiamo vissuto.
    E ricordarlo non significa in alcun modo attenuare l’opposizione a Berlusconi.
    Partire dalla realtà è sempre la mossa migliore, anche per combattere delle battaglie.
    Perciò sbaglia la sinistra radicale che per alimentare l’odio verso il capo di Forza Italia fa del suo conflitto d’interessi la causa dei problemi del paese.
    Ma c’è anche un’anomalia giuridica, derivante dal fatto che manca nell’ordinamento italiano una normativa seria che disciplini quel conflitto: non si era mai fatta prima; non è riuscito di farla al centrosinistra, nella legislatura in cui era al governo; tale non si può considerare la legge Frattini, varata in questa legislatura.
    Se l’Unione vince, potrà finalmente soddisfare la richiesta accorata che da anni viene dalla sua base: costringere per via legislativa Berlusconi a rinunciare al suo doppio ruolo (con l’idea non troppo nascosta che questo gli taglierebbe le gambe). E’ noto che una gran parte degli elettori dell’Unione rimprovera ai suoi leader di non averlo fatta prima per cedimento o inciucio, in sostanza per indegnità morale; ed è questo che rende difficile, oggi, non rispondere all’appello.
    Ora, il problema non è che una tale legge sarebbe incostituzionale.
    Non lo sarebbe affatto: è vero che la Costituzione (all’art. 51) afferma che tutti i cittadini possono accedere alle cariche pubbliche in condizioni di eguaglianza, ma nello stesso articolo prevede che la legge determini i requisiti per tale accesso. Perciò non sarebbe incostituzionale una legge che disciplini l’accesso di persone in possibile conflitto di interessi, così come non lo sarebbe una legge che disciplini in modo più restrittivo l’accesso dei magistrati.
    No, il punto è un altro. Ed è, a mio parere, che Berlusconi, con tutto il suo corposo conflitto di interessi, è stato però legittimato a occupare il ruolo di premier o di capo dell’opposizione dal voto dei cittadini in tre tornate elettorali, anzi quattro, contando la prossima e imminente.
    E’ questo un fatto di cui tener conto? A me sembra di sì.
    E non mi sembra che all’anomalia politica da cui nasce il fenomeno berlusconiano si possa metter fine con una legge, anche la migliore del mondo: se ne potrà uscire solo con un rafforzamento del bipolarismo e un definitivo superamento della fragilità della nostra democrazia, che la rende particolarmente esposta a quei rischi di populismo e di corruzione che sono insiti in ogni democrazia, e possono essere efficacemente combattuti solo da istituzioni forti e classi politiche coraggiose.

    Tre condizioni
    In conclusione, ritengo che la materia di una nuova legge sul conflitto di interessi sarà per l’Unione difficile e spinosa.
    Si potrà fare, forse, a tre condizioni:
    la prima, ricordata ieri da Emma Bonino, è che non sia e non appaia una legge punitiva nei confronti dell’attuale premier;
    la seconda, che sia fatta con l’accordo dell’opposizione, perché una prova di forza su questo tema sarebbe odiosa e forse controproducente;
    la terza, che sia fatta all’inizio della legislatura, in modo che non ci sia il timore di un possibile cambiamento della situazione a suggerire misure eccessive (per es. l’ineleggibilità).
    Solo a queste condizioni tale legge potrà essere un contributo alla normalizzazione del bipolarismo, e non un ulteriore passo verso il suo imbarbarimento.
    Ma non sono condizioni facili.

    Claudia Mancina

  8. #8
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    Predefinito L’America sognata da Fassino (che non ha....

    ....una legge sul conflitto) nelle nostra normativa c’è già


    Non vorrei neppure dover discutere le proposte di incompatibilità tra proprietà di mezzi di comunicazione ed eleggibilità, almeno fino a quando potremo declinare, accanto alla democrazia, l’aggettivo liberale.
    In nessun paese liberal-democratico, infatti, la proprietà preclude l’attività politica, e a nessuno è mai venuto in mente di condizionare l’esercizio di un diritto politico all’alienazione di beni. Aggiungo poi che è costituzionalmente impraticabile l’obbligo a vendere i propri beni, un obbligo destinato a essere una vera e propria espropriazione forzata, oltretutto anche distorsiva del mercato. Ed è soltanto la necessità di combattere una prospettiva francamente illiberale a farmi rompere il silenzio che altrimenti mi imporrei sia come firmatario della legge, sia come membro della Commissione europea.
    Ma allora, mi si chiede, è sul “sogno americano” di Piero Fassino che andrebbe fatto il confronto? Dico subito che nel merito ha ragione il Foglio: le leggi americane, infatti, non forzano la vendita, né obbligano a mettere in un fondo cieco il proprio patrimonio. Anche se è assai probabile che qualsiasi alto funzionario americano – che voglia evitare eventuali prosecutions – ricorrerà alla vendita di azioni, ovvero al blind trust , contratterà cioè con l’agenzia amministrativa indipendente quello che si definisce un ethics agreement. Potrà così disporre di una sorta di autorizzazione, di dispensa da decisioni in cui potrebbe sorgere un eventuale conflitto di interesse.
    In definitiva la legge americana prescrive solo l’astensione da decisioni pubbliche che potrebbero favorire interessi privati e impone poi la trasparenza: ogni figura pubblica deve cioè rendere pubblici i propri interessi finanziari.
    Non si può inoltre invocare l’America perché gli Stati Uniti propongono, fin dal 1787, un sistema alternativo, anche in questa materia, al sistema di governo parlamentare che noi conosciamo.
    Un sistema di pesi e contrappesi che prescrive che tutte le nomine presidenziali siano approvate dal Senato, il quale ha appunto un potere di veto assoluto su tutte le nomine della Casa Bianca.
    E se il presidente o il vicepresidente degli Stati Uniti adottano iniziative cautelari per mettersi al riparo da eventuali contestazioni politiche o giuridiche, lo faranno di loro iniziativa.
    La loro situazione patrimoniale non è dunque disciplinabile per via normativa e sarà solo la loro libera scelta a far affidare i loro beni, per esempio, a un blind trust, come aveva già notato il professor Stefano Mannoni nel corso della sua audizione parlamentare.

    Esproprio contrario alla Costituzione
    Concludendo: il nostro compito non era facile. Dovevamo e volevamo, in quanto liberali, conciliare il rispetto dei diritti politici con la forma del governo (che in Italia affida al Parlamento il controllo dell’esecutivo) e con l’indipendenza di un’ authority destinata a rafforzare il monitoraggio sugli atti sensibili. Un’Autorità, non dimentichiamolo, che può avvalersi di un doppio regime di sanzioni: alle aziende, ma anche la sanzione politica rappresentata dalla denuncia al Parlamento, una denuncia destinata a colpire presso l’opinione pubblica l’immagine e il consenso della personalità politica. Ed è evidente che in una democrazia parlamentare il consenso dell’opinione pubblica, cioè degli elettori, costituisce l’obiettivo più importante per un uomo politico membro di governo.
    Se c’è dunque un’America da sognare e importare, questa America – nella legge – c’è già.
    Per quanto consentito, appunto, dal raffronto tra due architetture costituzionali e istituzionali, distinte e distanti. Se l’America affida il giudizio sul conflitto di interessi del presidente e del vicepresidente alla “sensibilità” della società civile – la rilevanza del conflitto dipende cioè dal voto degli elettori – noi l’abbiamo affidata al Parlamento e a autorità indipendenti. Non credo che l’alternativa espropriativa proposta dalla sinistra sarebbe migliore, né conforme alla nostra Costituzione.

    Franco Frattini

  9. #9
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    Predefinito Sul conflitto di interessi non esiste possibilità .....

    ....di intervenire in maniera passabile


    Chiedo scusa al lettore, perché devo sottoporgli una batteria di premesse.
    a)-Non me ne importa niente della sorte politica (o impolitica) di Berlusconi. Sono più preoccupato per i muratori che continuano a morire nei cantieri.
    b) -Non credo affatto che Mediaset sia capace di spostare voti e, men che meno, di cambiare i cervelli dei miei concittadini, poiché (quasi?) tutti i suoi programmi e/o i suoi format sono importati dall’estero e, spesso, sono stati trasmessi anche dalla Rai, in epoche non sospette di berlusconismo.
    Si può sostenere che la tv, in genere, abbia influenzato i comportamenti delle masse. Ma ciò è ovvio: anche le locomotive, le lampadine e i telefoni hanno prodotto qualche novità.
    E i politici, prima o poi, ne hanno tenuto conto.
    Nanni Moretti si lamenta della tv, ma non dovrebbe farlo, molti dei suoi film sono proprio televisivi.
    Essi stanno al Cinema come le antiche (e splendide) inchieste di Giorgio Bocca stavano ad Anna Karenina.
    c) -in Italia esistevano, ed esistono due grandi culture egemoni, quella cattolica (e/o democristiana) e quella comunista, fortissime e diffuse nel territorio con le loro tradizioni, le loro tenaci appartenenze, il loro volontariato, le parrocchie e le sezioni, i sindacati e le cooperative, con le (legittime e meritate) occupazioni delle “casematte” delle principali corporazioni culturali e giudiziarie, che insistevano/insistono sulla cosiddetta società civile.
    d)- Come è possibile incrinare questo duopolio, per una “terza forza” senza soldi, senza tv e imbavagliata dal conflitto d’interessi?

    Parliamone senza ipocrisie
    Parliamo di questo conflitto. Senza ipocrisie, però.
    I vecchi marxisti sostenevano che il personale politico fosse “il comitato d’affari del capitalismo”, nelle democrazie borghesi. Ciò non era del tutto sbagliato. I padroni stavano al riparo e promuovevano (finanziavano) i governanti più capaci di agevolarli. Tecnicamente, il conflitto d’interessi era evitato, ma in sostanza abbiamo letto e visto che, nel secolo scorso, molti rappresentanti del popolo erano “espressioni” di solidi interessi economici che s’aspettavano favori dal Parlamento. Fu Piero Ottone, allora direttore del Corriere, a sollecitare per primo la discesa in campo degli imprenditori, invitandoli a “mettere la faccia” nelle competizioni elettorali. Non dirò mai che “post hoc ergo propter hoc”, perché non voglio sopravvalutare il potere dei giornalisti. Ma “post hoc”, e fino a oggi, l’esposizione politica degli imprenditori diventò notevole, sfidando serenamente i rischi dei conflitti d’interessi.
    In prima linea svetta la famiglia Agnelli. Lasciamo da parte Umberto, eletto senatore, e Gianni, senatore a vita. Però Susanna fu addirittura ministra degli Esteri, ed è difficile sostenere che la Fiat non avesse interessi all’estero. Così come non è facile dimostrare che la moglie di Lamberto Dini (presidente del Consiglio, ministro degli Esteri) non godesse di cospicui investimenti in Costa Rica. Non insisto nell’elenco, ma mi domando quale sia il confine del conflitto d’interessi. E, per favore, non parlatemi degli esempi americani, dell’ipocritissimo blind trust, dei presidenti poveri e semplici che, in realtà erano tra i più ricchi degli Stati Uniti. Dopodiché, insisto. Quale è il limite del conflitto? Esso consiste soltanto nella ricchezza e nel possesso/controllo di molte attività commerciali, bancarie, mediatiche, sportive eccetera? Forse sì. Ma se (ragionevolmente) si sospetta che un tycoon possa nutrire se stesso, quando è al vertice del potere, perché non sospettare di tutti? Perché non stabilire che un avvocato, un medico, un giudice, un giornalista siano incompatibili con Palazzo Chigi, giacché potrebbero favorire il proprio studio, la propria bottega, i propri amici, la propria categoria, la propria famiglia, il proprio collegio elettorale?
    E se al vertice arrivasse un politico puro, chi ci garantirebbe contro l’ipotesi che egli potrebbe agevolare con animo puro i purissimi militanti del suo partito?
    La politica, dissero, è l’arte del possibile.
    Poi è diventata l’arte del passabile. Secondo me (parlo da estremista paleoliberale), ogni legge sui conflitti d’interessi non è affatto passabile. E’ soltanto ipocrita, contro chiunque venga brandita, compreso Berlusconi.
    Del quale (devo ripeterlo?) non me ne importa niente.

    Giuliano Zincone

  10. #10
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    Predefinito Telefobia e vendetta sono le due parole chiave ....

    ....che guidano la voglia di restaurazione della sinistra


    Costringere chiunque, non solo Silvio Berlusconi, a una scelta netta tra il mantenimento di una proprietà e l’attività politica è la soluzione peggiore del problema del conflitto d’interessi.
    Introduce il principio della discriminazione nel nome della difesa della democrazia e crea un precedente che, in futuro, può essere applicato indistintamente a tutti.
    A un’anomalia, che certo pesa, si risponde proponendo la peggiore delle anomalie: quella secondo cui una maggioranza parlamentare può decidere, con una sua legge, chi può chiedere il consenso popolare e chi no, chi può aspirare a governare e chi no.
    Non è un caso che in nessun paese occidentale si sia giunti a sancire questa secca alternativa, preferendo affidarsi a normative blande, a codici deontologici e soprattutto al giudizio finale dell’elettorato (come del resto è avvenuto in Italia nel 1994, nel 1996 e nel 2001, senza dimenticare il voto sardo per Renato Soru governatore).
    Ma non si può essere ingenui. Qui le parole chiavi riguardano solo una persona e non altre, appunto Berlusconi.
    La prima di queste parole è la telefobia. Al vecchio Norberto Bobbio si può addebitare una sola colpa: aver offerto all’ormai indebolita cultura della sinistra quel concetto di televisione “naturaliter di destra” che è, da anni, la giustificazione di tutto.
    Così Mediaset, proprietà privata e commerciale, è diventata il simbolo della manipolazione e del populismo. Non la Rai, finto servizio pubblico, alcuni dei cui volti (Badaloni, Marrazzo, Gruber, Santoro e forse altri che dimentico) sono diventati collettori di voti per l’Ulivo o per l’Unione sfondando il muro di separazione tra media e politica.
    E così l’altra anomalia italiana, quella del duopolio, non è mai stata superata grazie al bipolarismo esistente nel sistema delle comunicazioni.
    La seconda parola chiave, la più attuale, è la vendetta.
    Vendetta intanto contro l’imprenditore che ha riproposto il concetto di iniziativa privata. Ma soprattutto vendetta contro il politico che, nel bene e nel male, ha definito più di ogni altro le condizioni della competizione dal 1994 in poi e che, se non altro, ha aperto una breccia nella cittadella del conservatorismo, sparigliando i vecchi giochi. Il politico che è stato leader sia della maggioranza che dell’opposizione e che ha, tra i suoi difetti, anche quello di non voler arrendersi.

    Qui vale la vecchia massima di Mao: “Colpirne uno per educarne cento”.
    Che si può tradurre nell’intenzione di avvertire anche altri – chissà quante norme discriminatorie si possono inventare – a non pensare nemmeno al progetto di proporre un’alternativa al sistema politico che l’Unione conta di costruire in caso di vittoria, cioè un nuovo “arco costituzionale”, definito per legge ordinaria e destinato a lasciare fuori una consistente parte degli italiani. In altri termini una restaurazione.

    Problema o “questione democratica”?
    In politica gli atti simbolici contano. Non ci vuole molta fantasia per temere che il primo di questi atti sia appunto la vendetta, in caso di vittoria del centrosinistra. E quale atto simbolico può aver maggior impatto se non colpire personalmente Berlusconi? In questi anni il conflitto di interessi da problema normale è stato promosso a “questione democratica”, nonostante un bipolarismo che ha mostrato quanto nel sistema mediatico la sinistra sia maggioranza e la non sinistra minoranza.
    Si può realisticamente aggiungere che questo problema normale, compiutamente risolvibile solo dall’elettorato, ha penalizzato essenzialmente la Casa delle libertà, esposta ai condizionamenti e al potere di ricatto esercitato su Mediaset (a cominciare dalle inchieste giudiziarie e finendo con i progetti di riforma dell’intero sistema) e direttamente su Berlusconi a sua volta esposto alla costante minaccia di essere “fatto a pezzi”.
    Quanto tutto ciò ha frenato l’azione di governo?
    Il centrosinistra al contrario ne è stato solo avvantaggiato, perché vi ha trovato la giustificazione delle sue fobie e una facile ideologia antagonista.
    E c’è da chiedersi come occuperanno il loro tempo queste “guardie rosse in salsa italiana” se, sull’onda di un successo il 9 aprile, non resisteranno alla tentazione di risolvere in modo sommario il conflitto di interessi.

    Renzo Foa

 

 
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