Roma. “Il conflitto d’interessi esiste ed è difficile individuare norme giuste per regolarlo”.
Ma “a un’anomalia storica non si può rispondere con un’anomalia giuridica”. Questo è il cuore dell’appello rivolto ieri dal Foglio a Romano Prodi – hanno aderito anche il costituzionalista Beniamino Caravita di Toritto e il politologo Massimo Teodori – su ciò che può accadere a Silvio Berlusconi qualora dovesse diventare oggetto speciale d’una legge ulivista sul conflitto d’interessi. La questione è se il Cav. possa ancora esistere come politico senza subire la privazione della sua essenza d’imprenditore privato.
Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, economista
ed editorialista del Sole 24 Ore, pensa che “durante questa legislatura siano state fatte leggi a beneficio di certe persone”, cioè di Berlusconi, ma crede pure che “sarebbe un errore eguale e contrario se l’Unione facesse altre leggi contro di lui. E’ assurdo pensare che Romano Prodi possa prendere provvedimenti ad personam e non credo che voglia farlo”.
D’Alema qualche pensiero un po’ aggressivo deve averlo fatto, viste le recenti dichiarazioni. Forse c’è il rischio che una regolazione delle anomalie diventi occasione per regolare certi conti in via definitiva.
“Sarebbe un ritorno al medioevo, in uno stato di diritto esistono fattispecie da sistemare, non conti personali da regolare. Esistono istituzioni deputate a evitare conflitti d’interesse. I paesi che da questo punto di vista sono meglio regolati, come il Regno Unito, sono quelli nei quali l’opinione pubblica è consapevole del problema e ha introiettato tutto nelle proprie abitudini. Ecco perché l’Economist e il Financial Times non capiscono il motivo per il quale la popolazione italiana ha votato un politico che possiede tre reti televisive. In Italia c’è un’altra cultura, la stessa cultura per la quale il centrosinistra non ha legiferato sul conflitto d’interessi quando poteva farlo”.
In coerenza con le parole della professoressa Kostoris, si dovrebbe immaginare un “paese migliore” in cui il Cav. risolva il conflitto con un’autocertificazione suscettibile di controllo, verifica ed eventuali punizioni. “L’autoregolamentazione è perfetta, una formula adatta per liberarsi di pesi e sospetti. Ma il metodo non fa parte della cultura italiana”.
Luca Ricolfi, sociologo all’Università di Torino ed editorialista della Stampa, confessa il proprio “imbarazzo, viste le giuste esigenze sia di chi dice: non potete buttar via Berlusconi dalla politica per legge; sia di chi afferma che la sua posizione non si possa non regolare per ripristinare un ordine in cui tutti siano ad armi pari”. Dagli studi che Ricolfi ha intrapreso in questi ultimi anni emerge questo:
“Dal 1994 a oggi risulta che purtroppo la televisione influisce sul comportamento degli elettori. E che questa influenza è particolarmente forte da parte di Mediaset, in campagna elettorale, mentre è minore nei periodi freddi, nei quali è più influente la Rai. Di qui un problema superabile soltanto se in Italia tutte le violazioni nel pluralismo dell’informazione ricevessero adeguata sanzione.
Il che avverrebbe se le Authority svolgessero il proprio compito senza dipendere dal potere politico o da quello economico. Invece da parte loro c’è già poca attenzione in condizioni di normalità, e durante la campagna elettorale le sanzioni emesse sono irrisorie”.
Se ci trovassimo in un sistema che funziona bene “a nessuno verrebe in mente di dire che dobbiamo sbattere fuori Berlusconi”. In questo senso, conclude Ricolfi, “l’appello del Foglio dimostra che le Authority italiane non funzionano”. In un sistema regolato come dice Ricolfi non ci sarebbe spazio per Daniele Luttazzi che alla vigilia delle elezioni del 2001 maramaldeggiava contro il Cav., né il successivo editto d’interdizione emesso dal Cav. a Sofia una volta tornato al governo.
“L’ho scritto, l’errore del centrosinistra nel ’96 fu di pensare che fosse giusto contrastare le tre corazzate Mediaset controllando le tre corazzate televisive pubbliche”.
Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera e politologo, dice che “non è possibile tagliare adesso il nodo gordiano come vorrebbe fare D’Alema, dodici anni dopo l’ingresso in politica di Berlusconi. Sarebbe un’operazione punitiva da parte dei possibili vincitori nei confronti del più pericoloso fra gli sconfitti, quello che ha battuto il centrosinistra nel ’94 e nel 2001. Posta in quei termini, la soluzione dalemiana appare come un vulnus pesante. Detto questo – prosegue Panebianco – bisogna aggiungere che il problema c’è. E non è nel conflitto d’interessi. Sta nel fatto che il Berlusconi-premier non ha mosso un dito per far saltare ciò che rende davvero anomala la sua posizione.
Per Panebianco “ciò che rende anomala la posizione di Berlusconi è il duopolio televisivo. Questo è il punto. Io sono favorevole all’impegno in politica degli imprenditori, non vedo perché la politica debba essere in mano a funzionari pubblici, politici di professione e professori universitari e avvocati. Ma non anche agli imprenditori, che tra l’altro portano con sé una cultura di mercato. Nel caso di Berlusconi c’è un problema delicato, bisogna contare attivi e passivi. Di positivo c’è che è il fondatore di uno dei Poli su cui si fonda oggi il sistema democratico italiano, e del partito maggioritario nel paese. Questo non può essere distrutto per legge. Di negativo c’è che ha avuto la possibilità di aprire il mercato alla concorrenza e non lo ha fatto. L’unico modo per risolvere la questione è privatizzare una o due reti Rai e fare in modo che Berlusconi possa far gestire alla famiglia la proprietà Mediaset”.
Giorgio Rumi, storico ed ex consigliere d’amministrazione della Rai, è “esterrefatto” e non capisce “quale possa essere il senso di agitare ora, in piena campagna elettorale, l’ipotesi di una legge ad personam che impedisca di far politica a quello che si ritiene dovrebbe essere il futuro capo dell’opposizione. Non vorrei che fosse la risposta (sbagliatissima, inaccettabile) all’invito morettiano a dire ‘qualcosa di sinistra’. Non sono un tifoso di Berlusconi e non mi piacciono molte delle cose che ha fatto al governo e alla Rai.
Ma quello che si prefigura non è il rimedio al conflitto d’interessi. Assomiglia a una vendetta, al tentativo di delegittimare il voto di tutti coloro che sceglieranno Berlusconi. Io, al contrario, sono convinto che la figura del capo dell’opposizione dovrebbe avere le garanzie che ha in Gran Bretagna: esattamente il contrario della condanna all’esclusione”.
Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista del Corriere della Sera, pensa che “non sia possibile che la coalizione vincente alle elezioni concepisca una legge per impedire ai perdenti di fare politica. La sbrigativa affermazione di Massimo D’Alema contraddice la grammatica elementare della condivisione delle istituzioni democratiche, oltre a presentare un problema di costituzionalità. Detto questo, il conflitto d’interessi di Berlusconi è serio. E’ vero, l’anomalia berlusconiana nasce dall’incancellabile, devastante e precedente anomalia dovuta all’intervento di un potere, la magistratura, che ha ottenuto l’abdicazione del potere politico. Ma dopo la ricostruzione storica abbiamo bisogno delle soluzioni politiche. Bisogna capire come superarlo, il conflitto d’interessi, visto che Berlusconi non lo ha fatto. Ma proporre semplicemente di cancellare lui come politico e leader dell’opposizione è impensabile: su pochi argomenti, come su questo, è necessario un accordo tra maggioranza e opposizione”.
Secondo Claudia Mancina, ex parlamentare dei Ds ed editorialista del Riformista, “un argomento così spinoso non può essere liquidato attribuendo tutto il torto a una parte e tutta la ragione all’altra. Se l’affermazione di D’Alema, contenuta peraltro nel programma dell’Unione, suona come una promessa di vendetta, dall’altra parte l’anomalia del conflitto d’interessi berlusconiano non è mai stata riconosciuta come tale. Ma l’idea di una nuova legge mi lascia perplessa. Quell’anomalia dipende da uno sviluppo distorto e dalla debolezza della democrazia italiana, non si risolve ‘eliminando’ Berlusconi. Qualcuno, cioè, che, dopo la prossima, sarà stato legittimato da quattro tornate elettorali attraverso il voto della metà degli italiani. Lui non ha esitato ad andare avanti a colpi di maggioranza, ma noi non dobbiamo percorrere la stessa strada. Invece di una legge sul conflitto d’interessi che dovrebbe essere fatta con l’accordo dell’opposizione e che difficilmente sfuggirebbe al sospetto di essere ‘su misura’, penso sia più importante riformare la legge elettorale, se vogliamo uscire dal deficit democratico”.
Gian Enrico Rusconi, professore di Scienze politiche e columnist della Stampa: “Siamo estenuati da una comunicazione politica talmente alterata da Berlusconi che perfino l’idea di fare un documento ragionato come quello del Foglio perde di senso. Con quello che sta facendo, come si fa a difendere le buone ragioni del premier, ammesso che ne abbia? Il conflitto d’interessi è un tema dirompente, spero che l’abbiate sollevato diabolicamente, in perfetta malafede, per mettere in difficoltà gli avversari”.
Da il Foglio del 29 marzo
saluti
Tutti concordi nel dire che il problema c'è....ma tutti fingono che l'unico ad averlo sia Berlusconi.
Le tre reti Fininvest sono "opposte" alle tre reti Rai, le quali sono state imbottite, durante l'oltre mezzo secolo di governi democristiani-comunisti, da gente loro.
E noto pure, già dal primo intervento, un po' di confusione.
Per l'economista Fiorella Kostoris Berlusconi ha fatto leggi a suo vantaggio, ma, dice, che non per questo Prodi è autorizzato a comportarsi così.
Sottintendendo, in pratica, che se il Cav. si fosse comportato "bene" tutto autorizzerebbe "lo spoglio di Berlusconi".
Mi auguro di aver capito male
saluti




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