Nel momento più delicato, quando si è appena cominciato a parlare di un incontro tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, da Repubblica arrivano i primi minacciosi segnali d’insofferenza verso il segretario del Pd. Mercoledì la pubblicazione di uno scherzetto come le intercettazioni sulla “segreta alleanza Rai-Mediaset” – non certo quello che ci voleva per facilitare la trattativa al sindaco – e ieri l’editoriale di Ezio Mauro, in cui la gravità del tono e delle parole superava persino il Giuseppe D’Avanzo dei momenti più cupi. “La struttura Delta” era infatti, e nientemeno, il titolo dell’editoriale, in cui Mauro si soffermava lungamente sulla “centrale unificata di un’informazione omologata e addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere” (un passo che sembra ripreso pari pari da uno degli ultimi articoli di D’Avanzo sul caso Pollari).
Concludendo però con queste minacciose parole: “La stessa mano che domani proporrà le larghe intese è quella che ha predisposto il telecomando con un tasto unico. E truccato”. Parole gravi e inequivocabili, quanto al titolare della “mano”. Quella stessa mano che Veltroni proprio in questi giorni, ahilui, si appresterebbe a stringere.
Anche tralasciando le pur significative innovazioni stilistiche che “La struttura Delta” presenta rispetto alla saga davanziana – quella su P2, Nuova P2 e Superloggia che si pubblica da anni, a puntate, su Repubblica – la novità è significativa. Da beniamino di tutti i suoi editorialisti, corsivisti e sondaggisti, Walter Veltroni sembra diventato improvvisamente il principale obiettivo polemico del giornale. Sia pure solo per un paio di giorni, e solo per allusioni. Ragion per cui il segretario del Pd, sin da mercoledì, ha corretto la rotta, con dichiarazioni indignatissime sullo scandalo Rai-Mediaset, ad allontanare da sé qualsiasi sospetto di “inciucio”.
Eppure, se avesse voluto rispondere a tono, a W non sarebbero certo mancate le parole. Volendo risparmiarne, poi, avrebbe potuto riutilizzare quelle scelte dallo stesso Mauro quando era lui – col suo editore – al centro delle accuse di “inciucio” con l’odiato Cav., tradimento dei supremi valori democratici e costituzione di centrale-unificata-di-un’informazione-omologata- e-addomesticata-al-servizio-cieco-e-totale- del-berlusconismo-al-potere.
E cioè nell’agosto 2005 (in piena campagna su furbetti, etica del capitalismo e “bicamerale della finanza”), quando al centro delle polemiche stava cioè il tentato accordo tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi per la costituzione di uno spensierato fondo d’investimento destinato a rilevare, ristrutturare e rivendere aziende in difficoltà. “I giudizi che abbiamo dato e che diamo oggi su Berlusconi non nascono dall’ideologia che non ci appartiene – scriveva, allora, Mauro – ma dalla convinzione che, voglio ripetere con chiarezza ciò che scrivo da più di dieci anni, questa destra italiana rappresenti un’anomalia nelle democrazie occidentali per il conflitto d’interessi, il monopolio dell’agorà televisiva, le leggi ad personam che stravolgono lo stato di diritto, la sua cultura populista”.
E così – sostituendo solo “Pd” a “Repubblica” ed “elettori delle primarie” a “lettori” – Veltroni potrebbe oggi utilizzare pure la conclusione di quell’articolo, a beneficio dello stesso Mauro: “Ci vuol tanto a capire che per tutte queste ragioni l’identità del Pd e il suo patto con gli elettori delle primarie non sono modificabili, né piegabili a contingenze e convenienze? Non tutti i partiti sono trapiantabili nelle zone di terreno più favorevoli e più fertili del momento, come fossero un vaso di fiori. E’ accaduto in Italia, certo, ma non accadrà al Pd. Spiace doverlo ricordare a dei liberali. Spiace ancora di più doverlo ricordare a dei giornalisti”.
Allora, con l’editoriale che Veltroni potrebbe oggi fare suo, Mauro si schierò a difesa dei diritti del suo editore, contro Eugenio Scalfari e contro buona parte del suo mondo politico e intellettuale di riferimento. Uscendone piuttosto malconcio, a dire il vero, visto che CDB dovette recedere dal proposito e fare atto di pubblico pentimento, sulle colonne di Repubblica, dinanzi al vittorioso Scalfari.
In compenso, non manca oggi chi ritorce contro Mauro proprio l’infamante accusa di conflitto d’interessi e torbide speculazioni politiche (con relative centrali omologate al cieco servizio eccetera eccetera). Il direttore di Repubblica si vede dunque, proprio lui, additato da più parti come strumento di De Benedetti per stoppare l’accordo Veltroni-Berlusconi.
La terribile doppietta di Repubblica – intercettazioni più editoriale del direttore – con il suo “tempismo sospetto” evocato dai soliti teorici della cospirazione, sarebbe quindi non già la voce dell’Italia onesta e indignata, bensì la voce del padrone, che dal ritorno in campo della dimenticata legge Gentiloni sulle tv, e da un Veltroni così rudemente richiamato all’ordine, si aspetterebbe ora grandi cose.
Cose da pazzi, senza dubbio. Ma non meno singolare è l’altra interpretazione che ieri ha cominciato a farsi strada. E cioè che dietro l’improvvisa virata “antiveltroniana” di Repubblica starebbe una speculare virata filobazoliana del suo editore, che avrebbe cominciato a considerare l’ipotesi di giocare qualche partita nel risiko bancario tornato di moda.
Di qui, dati gli eccellenti rapporti tra Giovanni Bazoli e Romano Prodi, l’improvviso contrordine arrivato alla centrale unificata di Repubblica.
Nel momento più delicato, quando si è appena cominciato a parlare di un incontro tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, da Repubblica arrivano i primi minacciosi segnali d’insofferenza verso il segretario del Pd. Mercoledì la pubblicazione di uno scherzetto come le intercettazioni sulla “segreta alleanza Rai-Mediaset” – non certo quello che ci voleva per facilitare la trattativa al sindaco – e ieri l’editoriale di Ezio Mauro, in cui la gravità del tono e delle parole superava persino il Giuseppe D’Avanzo dei momenti più cupi. “La struttura Delta” era infatti, e nientemeno, il titolo dell’editoriale, in cui Mauro si soffermava lungamente sulla “centrale unificata di un’informazione omologata e addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere” (un passo che sembra ripreso pari pari da uno degli ultimi articoli di D’Avanzo sul caso Pollari).
Concludendo però con queste minacciose parole: “La stessa mano che domani proporrà le larghe intese è quella che ha predisposto il telecomando con un tasto unico. E truccato”. Parole gravi e inequivocabili, quanto al titolare della “mano”. Quella stessa mano che Veltroni proprio in questi giorni, ahilui, si appresterebbe a stringere.
Anche tralasciando le pur significative innovazioni stilistiche che “La struttura Delta” presenta rispetto alla saga davanziana – quella su P2, Nuova P2 e Superloggia che si pubblica da anni, a puntate, su Repubblica – la novità è significativa. Da beniamino di tutti i suoi editorialisti, corsivisti e sondaggisti, Walter Veltroni sembra diventato improvvisamente il principale obiettivo polemico del giornale. Sia pure solo per un paio di giorni, e solo per allusioni. Ragion per cui il segretario del Pd, sin da mercoledì, ha corretto la rotta, con dichiarazioni indignatissime sullo scandalo Rai-Mediaset, ad allontanare da sé qualsiasi sospetto di “inciucio”.
Eppure, se avesse voluto rispondere a tono, a W non sarebbero certo mancate le parole. Volendo risparmiarne, poi, avrebbe potuto riutilizzare quelle scelte dallo stesso Mauro quando era lui – col suo editore – al centro delle accuse di “inciucio” con l’odiato Cav., tradimento dei supremi valori democratici e costituzione di centrale-unificata-di-un’informazione-omologata- e-addomesticata-al-servizio-cieco-e-totale- del-berlusconismo-al-potere.
E cioè nell’agosto 2005 (in piena campagna su furbetti, etica del capitalismo e “bicamerale della finanza”), quando al centro delle polemiche stava cioè il tentato accordo tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi per la costituzione di uno spensierato fondo d’investimento destinato a rilevare, ristrutturare e rivendere aziende in difficoltà. “I giudizi che abbiamo dato e che diamo oggi su Berlusconi non nascono dall’ideologia che non ci appartiene – scriveva, allora, Mauro – ma dalla convinzione che, voglio ripetere con chiarezza ciò che scrivo da più di dieci anni, questa destra italiana rappresenti un’anomalia nelle democrazie occidentali per il conflitto d’interessi, il monopolio dell’agorà televisiva, le leggi ad personam che stravolgono lo stato di diritto, la sua cultura populista”.
E così – sostituendo solo “Pd” a “Repubblica” ed “elettori delle primarie” a “lettori” – Veltroni potrebbe oggi utilizzare pure la conclusione di quell’articolo, a beneficio dello stesso Mauro: “Ci vuol tanto a capire che per tutte queste ragioni l’identità del Pd e il suo patto con gli elettori delle primarie non sono modificabili, né piegabili a contingenze e convenienze? Non tutti i partiti sono trapiantabili nelle zone di terreno più favorevoli e più fertili del momento, come fossero un vaso di fiori. E’ accaduto in Italia, certo, ma non accadrà al Pd. Spiace doverlo ricordare a dei liberali. Spiace ancora di più doverlo ricordare a dei giornalisti”.
Allora, con l’editoriale che Veltroni potrebbe oggi fare suo, Mauro si schierò a difesa dei diritti del suo editore, contro Eugenio Scalfari e contro buona parte del suo mondo politico e intellettuale di riferimento. Uscendone piuttosto malconcio, a dire il vero, visto che CDB dovette recedere dal proposito e fare atto di pubblico pentimento, sulle colonne di Repubblica, dinanzi al vittorioso Scalfari.
In compenso, non manca oggi chi ritorce contro Mauro proprio l’infamante accusa di conflitto d’interessi e torbide speculazioni politiche (con relative centrali omologate al cieco servizio eccetera eccetera). Il direttore di Repubblica si vede dunque, proprio lui, additato da più parti come strumento di De Benedetti per stoppare l’accordo Veltroni-Berlusconi.
La terribile doppietta di Repubblica – intercettazioni più editoriale del direttore – con il suo “tempismo sospetto” evocato dai soliti teorici della cospirazione, sarebbe quindi non già la voce dell’Italia onesta e indignata, bensì la voce del padrone, che dal ritorno in campo della dimenticata legge Gentiloni sulle tv, e da un Veltroni così rudemente richiamato all’ordine, si aspetterebbe ora grandi cose.
Cose da pazzi, senza dubbio. Ma non meno singolare è l’altra interpretazione che ieri ha cominciato a farsi strada. E cioè che dietro l’improvvisa virata “antiveltroniana” di Repubblica starebbe una speculare virata filobazoliana del suo editore, che avrebbe cominciato a considerare l’ipotesi di giocare qualche partita nel risiko bancario tornato di moda.
Di qui, dati gli eccellenti rapporti tra Giovanni Bazoli e Romano Prodi, l’improvviso contrordine arrivato alla centrale unificata di Repubblica.


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