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Discussione: Ici

  1. #1
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    Predefinito Ici

    Via l'Ici, sinistra incazzata: da tempo ne chiedeva l'abolizione, l'avrà da Berlusconi non da Prodi

    Qualcuno forse ricorda che Fausto Bertinotti, in vista delle elezioni del 2001, aveva chiesto al candidato del centrosinistra, allora Francesco Rutelli, di introdurre nel programma l’aumento delle pensioni minime, come condizione per un’alleanza elettorale.
    Rutelli rifiutò, quella proposta fu invece inserita nel contratto elettorale proposto da Silvio Berlusconi, e poi fu effettivamente realizzata.
    Sull’abolizione dell’Ici sulla prima casa si verifica qualcosa di simile.
    La sinistra aveva più volte richiesto questo provvedimento, in Parlamento sono state presentate proposte di legge in questo senso da Rifondazione, e ora che il premier l’ha fatta sua il partito di Bertinotti fatica ad accodarsi alla propaganda unionista che la contrasta.
    Un altro punto che ha creato malumore in quell’area è la dichiarazione di Romano Prodi sulla suddivisione dei vantaggi della riduzione del cuneo fiscale.
    Il professore bolognese ha detto che i lavoratori ne ricaveranno in media 600 euro l’anno, le imprese mille per ogni dipendente. I partiti dell’estrema sinistra e la Cgil, che avevano puntato a una suddivisione largamente favorevole ai lavoratori, o addirittura a farne gli unici beneficiari del provvedimento, masticano amaro.
    Sottrarre risorse ai risparmiatori, molti dei quali appartengono a famiglie di operai e impiegati, per dirottarle prevalentemente verso le grandi imprese in effetti non appare una misura dal grande valore sociale.

    Bertinotti tace, confidando che poi saranno i “movimenti” a imporre una correzione di rotta, ma nel suo partito il mugugno si estende e c’è persino una frazione minoritaria, quella di “progetto comunista” che ha deciso di non appoggiare le liste dell’Unione (e quindi anche quella di Rifondazione) alle elezioni.
    Con linguaggio trotzkista, scrivono che il secondo governo Prodi
    “come confermano il suo programma, le dichiarazioni quotidiane dei suoi leader, il sostegno dei settori principali delle classi dominanti, a partire dalla Confindustria di Montezemolo e dai banchieri, sarà un governo antioperaio, il cui scopo è quello di far pagare la crisi economica ai lavoratori, attraverso un programma di ‘sacrifici’ che è già ampiamente annunciato”.
    Forse non hanno tutti i torti.

    Ferrara su il Foglio di oggi

    Ps: e forse son meno “coglioni” .

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Roma. L’uomo che ha messo le tasse di traverso sul cammino di Romano Prodi è il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
    E’ lui che ha incastrato il candidato unionista alla presidenza del Consiglio sul gettito della tassazione delle rendite su Bot e Cct, ed è lui l’ispiratore del colpo sull’Ici.
    Rino Formica lo conosce da sempre. Nel 1981 se lo ritrovò al ministero delle Finanze, dove Formica prendeva il posto di Franco Reviglio con il quale Tremonti era arrivato insieme ad Alberto Meomartini e Domenico Siniscalco.
    Siniscalco se ne andò, Meomartini e Tremonti rimasero.
    Fu con Formica che il giovane giurista, allievo del ghislieriano Gianantonio Micheli, cominciò ad affinare il gusto della politica, che però aveva sempre avuto.
    Spiega Formica: “Si è sempre commesso un errore nel giudicare Tremonti. E’ stato collocato nella famiglia degli esperti, dei professori, dei tecnici, nella categoria delle persone prese eccezionalmente a prestito dalle professioni per dare sostegno consulenziale alla politica. In realtà egli è in servizio politico permanente effettivo sin da quando era un ragazzo. E la sua vis politica a mio avviso è superiore alla sua competenza tecnica”.
    Tremonti è un giurista applicato alla scienza delle finanze. Formica ritiene che la sua concezione della politica si sia sviluppata con originalità a partire da una esperienza che secondo le nostre abitudini culturali aveva quasi caratteristiche di minorità:
    “La politica fiscale – spiega – è sempre stata considerata una attività ancillare nella valutazione degli effetti delle politiche di bilancio. La parte politica vera era quella della spesa, lì risiedevano la responsabilità, le scelte. Il fisco era secondario: per la sinistra era intendenza, fanteria al seguito, per la destra una forma di invadenza statale. Questa era la visione, che aveva uno sfondo europeo, su cui si è formato Tremonti, e che è desivo per comprenderne la posizione politica: dunque, per cinquant’anni il compromesso sociale europeo prevedeva che le politiche di coesione sociale dovessero svolgersi in un regime di alternativa. La destra generava e favoriva accumulo di ricchezza; quando l’accumulo raggiungeva un picco, interveniva la sinistra e redistribuiva. Rispetto alla situazione italiana, nella visione di Tremonti, la riduzione fiscale serve a favorire, a incoraggiare la fase di accumulo. E’ una visione molto diversa da quella di Silvio Berlusconi, per il quale la partita fiscale è fine a sé stessa”.
    L’idea di Formica è che l’accentuazione dello scontro fiscale in campagna elettorale sia stata per Tremonti una grande mossa politica:
    “Un’esca – dice – a cui il centrosinistra ha abboccato. Invece di concentrarsi sullo scontro politico vero, che avrebbe dovuto essere centrato sull’abbattimento dello stock di debito pubblico, sulle grandi scelte politiche che andranno fatte, il centrosinistra si è fatto incastrare sul balletto ‘Ici sì, Ici no’, passando alla fine per il partito delle tasse”.
    Perché è una trappola tremontiana? “Perché, qualunque sia l’esito dello scontro elettorale, c’è un solo vincitore sicuro, Tremonti. Se il centrodestra vince, Tremonti vince perché sul tavolo della maggioranza torneranno identici i temi della riunione del 2 luglio 2004, quella che fu fatale al ministro dell’Economia, e cioè: come andranno organizzate le grandi e incisive riforme, di competenza di Tremonti e non di Berlusconi, che saranno la condizione essenziale per favorire un durevole ciclo di accumulo della ricchezza.
    C’è un’altra ragione per cui Tremonti vince: se i giornali dedicano tanto spazio a una questione gergale quale è l’uso della parola ‘coglione’, è evidente che siamo in un vuoto assoluto di idee. Questo lo rende forte anche nel caso di una sconfitta del centrodestra.
    Il Tremonti politico apparso per i nemici nelle vesti del consigliere fraudolento ha una notevole coerenza (naturalmente può avere torto, ma questo è un altro discorso). Ha anche un’altra caratteristica: di base è un extraparlamentare libertario, ma politicamente sa tirare di destro e di sinistro, una qualità che potrebbe rivelarsi costruttiva”.
    Una delle curiosità che più appassionano gli osservatori del tremontismo riguarda le conseguenze dello shock subito nel luglio del 2004, in cui il ministro dell’Economia venne sacrificato per le superiori ragioni di una maggioranza di governo, che ne subiva la personalità, e poi sostituito con il suo direttore generale. “Innanzitutto ha capito che ha bisogno di una base sua. Ha già un rapporto privilegiato con una forza politica molto combattiva, come la Lega. E dopo queste elezioni, in caso di sconfitta per il centrodestra, ci saranno pezzi di parlamento provvisoriamente collocati che saranno sostanzialmente a disposizione di chi saprà riorganizzarle. Poi ha capito che non si può essere dei solisti e che bisogna saper parlare con l’establishment”.
    Naturalmente – riconosce Formica - c’è un’ultima questione in qualche modo collegata al rapporto con il sistema di potere consolidato, ed è la questione della lealtà nei confronti di Berlusconi, che ha avuto quasi una plastica rappresentazione a Vicenza, con il presidente del Consiglio che irrompe sul palco dove sta intervenendo Tremonti: “Certo, ma non va enfatizzato, la politica non è una festa da ballo. Credo che a Vicenza Tremonti non fosse d’accordo con Berlusconi sulla questione della superiore funzione di sintesi della politica.

    (mar.fer.) su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Giulio Tremonti è il nostro Nicholas Sarkozy. O almeno così lo vedo io. Con le differenze dovute al fatto che in Italia le carriere politiche sono assai più lente. In Francia inoltre i personaggi nuovi spesso prendono la “francesità” non dalla nascita, ma dall’appartenenza culturale.
    L’Italia non ha questa capacità di naturalizzazione nazionalista.
    Ma ha un’altra risorsa, costituita dai piemontesi e lombardo veneti dell’arco alpino. Le aree di confine hanno sempre, per loro natura, un sentimento peculiare d’unità nazionale.
    E chi viene dalla montagna, tende a guardare gli altri, un po’ dall’alto, non per senso di superiorità, ma a causa del fatto che vede la pianura, ove la gente si mescola e si ingorga, come una sorta di formicaio umano, da considerare dall’esterno.
    L’elenco di leader politici provenienti da piccoli centri dell’arco alpino, che hanno esercitato ruoli decisivi in Italia annovera Quintino Sella di Biella, Giovanni Giolitti, di Dronero, Alcide De Gasperi di Trento, Ezio Vanoni di Morbegno e Giulio Tremonti di Sondrio, ma anche tridentino. Che rispetto ai predecessori ha una diversità.
    E’ diventato adulto nel ’68. E viene, non solo per anagrafe, dalla generazione sessantottina, un marchio differenziale, rispetto a questi posati e solidi leader.
    L’epoca della mia conoscenza iniziale di Giulio Tremonti è indeterminata. Provenivamo tutti e due dal liceo Piazzi di Sondrio, ma io vi avevo studiato circa vent’anni prima. Eravamo tutti e due andati all’Università di Pavia, io al Collegio Ghislieri e lui al nuovo collegio Fraccaro.
    Entrambi ci iscrivemmo a Giurisprudenza, per dedicarci agli studi finanziari in cui quell’Università era (è) celebre: per la scienza economico finanziaria a cui io mi dedicai e per il diritto finanziario a cui lui si dedicò. (Ma la tradizione finanziaria pavese impone agli economisti di studiare il diritto ed ai giuristi l’economia).
    Forse Giulio Tremonti, quando, nell’Istituto di Finanza, si specializzò nel diritto finanziario e, insieme, nell’economia, dovette provare una certa antipatia o fastidio nei miei riguardi.
    Aleggiava il ricordo delle icone storiche: il professor Benvenuto Griziotti, il “maestro” e i suoi allievi assurti al governo della finanza nazionale. Fra gli altri, il ministro delle Finanze comunista Antonio Pesenti e il ministro delle Finanze democristiano Ezio Vanoni. Ma fra i personaggi ricordati nell’Istituito, da poco, c’ero anche io, come successore di Luigi Einaudi alla cattedra di Torino.
    Ed ero esponente di idee diverse dalle sue.
    Ma la pavesità unisce, come in una società segreta. A Pavia Giulio Tremonti venne considerato un giovane genio. E la sua carriera universitaria, come quella scolastica precedente, fu costellata da ininterrotti successi. Ma appariva anche un po’ rompiscatole, per certe arie di superiorità, che per altro derivavano dalla sua timidezza. E alcuni gli rimproveravano le sortite di critica, a volte beffarda, con cui bruciava chi gli capitava a tiro.

    Una separazione
    Nel Psi, Tremonti emerse come consulente di Rino Formica. Era la sua anima di sinistra. Il punto di svolta di Tremonti e il connesso divorzio, avvenne in un’epoca imprecisata.
    Nel Psi se ne ebbe contezza, un giorno, in una riunione presieduta da Craxi, alla fine degli anni ‘80, in cui uno che non ricordo, prese la parola, in dissenso da Formica, per osservare che Giulio Tremonti, che “era notoriamente la sua spalla”, aveva sostenuto una tesi “più moderata”di quella che lui stava sostenendo.
    Formica allora – il capo abbassato sul tavolone oblungo, gli occhiali un po’ spostati dalla fronte – disse, con voce distaccata, che Tremonti “si era allontanato da lui”. Intendeva, ideologicamente. Quando Giulio divenne leader economico di Forza Italia, liberale con venature pragmatiche di colbertismo, ciò non mi sorprese. Era il suo ruolo giusto. E non m’ha sorpreso quando, giorni fa, con due battute pungenti, ha messo in difficoltà Romano Prodi per il suo programma sulle rendite finanziarie con tassazione retroattiva dei Bot e per il suo piano di taglio del cuneo fiscale finanziato con tassazione degli autonomi.
    Per risposta il leader dell’Ulivo gli ha dato del “delinquente”.
    Invece il valtellinese s’era comportato come una sorta di Pietro Micca.
    Con la differenza che ben difficilmente Giulio, dopo aver fatto saltare la cittadella, rimane sotto le macerie.

    Francesco Forte su il Foglio

    saluti

 

 

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