Sul ragazzo sardo caduto a 25 anni in Iraq, tutto quello che c'era da dire lo ha detto suo padre, che più di ogni altro ha diritto di parlarne. Pacato, dignitoso e fermissimo, ha ragionato davanti alle telecamere su una missione accettata più che altro come lavoro e per avere quello che ha definito uno «stipendietto». Ha poi dichiarato che i nostri soldati «non ci fanno niente a Nassiriya» e devono tornare a casa. Alla fine, guardando la foto del ragazzo sorridente che non gli sorriderà più, ha concluso con voce incrinata: «Non piango un figlio dato alla patria; piango un figlio». A questa sorta di orazione civile, la politica non dovrebbe aggiungere che decisioni rapide. Proprio il rispetto per i morti adesso richiede di contenere i danni di una guerra sbagliata, dichiarata su motivazioni false. Una guerra nella quale il governo Berlusconi ha coinvolto l'Italia, non per aiutare gli iracheni, ma per indebolire Francia e Germania, dividere l'Europa e fare un favore a Bush. La missione è fallita, Bush ha fallito ed ha fallito pure Berlusconi
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