di Maurizio Blondet [19/04/2006]
Fonte: effedieffe.com
Satana visto da Mel Gibson nel suo film «The Passion of The Christ»
Un lettore, che ha visto in ritardo «The Passion» (l’hanno dato in TV la Domenica di Pasqua) è rimasto colpito dalla figura di Satana, impersonata nel film da Rosalinda Celentano - figura androgina che scivola, inosservata e attenta, fra i torturatori che «non sanno quello che fanno» - e mi chiede di spiegargli l’azione di Satana nel mondo d’oggi.
Nientemeno.
E magari in poche righe.
La domanda, oltre che disarmarmi, mi sorprende: che altro sto facendo, se non questo?
Giorno per giorno, articolo dopo articolo, non faccio altro che documentare l’avanzata del Male nelle nostre vite collettive e personali.
Di fatto, come le prostitute hanno con gli uomini un solo tipo di rapporto, e il più brutale (sicchè possono dire che «tutti gli uomini sono dei maiali»), tutti i giornalisti hanno un rapporto esclusivo col male - tanto che per loro ogni cosa è malvagia (i giornali, per definizione, danno solo «cattiv e notizie»; sono anti-evangeli).
E non fanno che raccontarlo e illustrarlo: alcuni collaborandovi deliberatamente, perché onorano il potere più della verità, i più non sapendo quello che fanno.
Pochissimi lo denunciano e lo smascherano; e anche quelli non sono del tutto raccomandabili.
Kierkeegard racconta che un falsario viene impiegato nei sotterranei della Banca Centrale, guardato a vista, perché, da esperto di crimini, riconosca le banconote false; così qualche raro giornalista si è preso questo compito di denunciarlo non in quanto santo, ma in quanto fin troppo professionalmente esperto del male.
A questo tipo di giornalista sono negati il «successo» e l’«audience» (oggi, infallibili segni del favore di Satana).
E come il falsario di Kierkegaard non è un impiegato legittimo della banca, ma un detenuto costretto a servire nei sotterranei, così il giornalista che smaschera Berlicche sa che questa sua opera non ha meriti, né basta in sé a salvargli l’anima.
Anche se, ogni volta che addita nei fatti di «cronaca», di «politica» e di «spettacolo» la figura androgina che li produce, viene facilmente catalogato da «cattolico integralista».
Che è inteso come insulto, come gli altri aggettivi di cui costui viene grati ficato: da «complottista» a «oscurantista» ad «antisemita». Ma perché lo fa, allora?
Il motivo non è in sé buono né santo.
Un simile giornalista è divorato dalla «passione» per l’intelligenza maligna.
Una volta appreso a riconoscerla, lo affascinano le sue operazioni sottili, i simboli in cui si cela, la vastità e profondità del suo influsso sugli stati d’animo collettivi e le singole anime, i modi sempre diversi con cui esercita il suo imperio sulla stupidità umana: è una passione, come possono diventarlo la caccia o il gioco d’azzardo.
Il solo compenso che questo tipo di giornalista si aspetta è che il suo lettore lo capisca.
Che riconosca quel volto che l’esperto del Male gli addita dietro la folla indistinta di ciò che si chiama «cronaca», «politica» o «spettacolo».
Sicché, se un lettore gli chiede di mostrargli Satana, è comprensibile che gli caschino le braccia. Non fa altro: ma evidentemente, i lettori vogliono che mostri loro, dietro la Casa Bianca, Wall Street e il Mossad, quella figura androgina che hanno visto nel film di Gibson così chiara e riconoscibile.
Ma questo è proprio ciò che non si può: il «princeps huius mu ndi» non è, dopotutto, Rosalinda Celentano.
Quasi sempre, non è dato indicarlo che per allusione, per metafora, o più recisamente da certi segni, «stigmata».
E difatti, tutti i nomi che le tradizioni gli danno sono in fondo allusioni e metafore, spesso irridenti a scopo apotropaico (1).
San Paolo stesso parla di «potenze dell'aria» ossia di signori della psiche degli uomini leggeri, mobile come l’aria.
Le antiche Scritture lo dicono serpente oppure behemot l’ippopotamo, o Re delle Mosche; il Medio Evo popolare lo chiamò Berlicche, il caprone, o «Messer dicit-et-non-facit»; a Lutero (e a Faust) apparve come un grosso barbone nero dagli occhi di bragia.
L’esorcismo lo apostrofa come «draco», «immundus spiritus»…
Sono, naturalmente, tutte approssimazioni, ma servono.
Ogni nome addita un aspetto specifico della sua azione, uno stigma della sua presenza.
Ciò che il lettore non sa - riflette il giornalista dopo il primo sgomento - sono, tanto per cominciare, i suoi nomi.
Anzitutto il nome vero, che solo Gesù ebbe diritto di pronunciare: «omicida fin dal principio», «padre della menzogna».
E la sua abitazione, «là dove non è che pianto e stridor di denti< /EM>».
E poi il suo motto: «non serviam», non servirò.
E infine il dato che lo indica, in tutte le scritture di ogni fede, nella sua specifica azione nel mondo dei tempi ultimi, quando in qualche modo abiterà - o dirigerà – l’essere umano che chiamiamo «anticristo»: l’«impostore» o «ciarlatano» (tale il nome coranico, dajjal), il falso messia, il guercio, lo zoppo.
L’altra cosa che il lettore non sa fare, è applicare questi nomi - questi attributi e stigmata del satanico - ai fatti correnti della cosiddetta «cronaca».
Vedere che dietro la storia e i suoi conflitti si svolge una guerra «nei cieli», una meta-storia, ben indicata dall’Apocalisse di Giovanni, che ogni esperto del Male considera il suo manuale, la sua guida.
Quello che manca ai lettori d’oggi, riflette il giornalista, è in fondo di sviluppare la «sensibilità» per il demoniaco.
Esso è evidente e sogghignante, come dice una pubblicità, «tutt’intorno a te».
Ma non lo sai sentire: hai perso l’orecchio musicale per avvertire le sue stonature.
Non è colpa tua, non è colpa vostra: questa sensibilità per il satanico, ve l’hanno fatta perdere a forza di assuefazione.
Ve ne hanno dato così massicce dosi, che avete perso il senso del gusto «normale», come i ragazzini assuefatti alle bevande gassate mercificate e alle merendine artefatt e, hanno perso il gusto per il vino ed il pane.
Una salda permanenza interiore in ciò che è «normale» - da distinguere da ciò che passa oggi per normale, il «politicamente corretto» e simili - è la condizione preliminare per avvertire il satanico che ci attornia e ci assedia.
Uno stigma del satanico è il grottesco; lo sghignazzo, il cachinno derisorio che il «princeps» non riesce a trattenere quando ci presenta la sua «normalità» rovesciata e sconcia, le sue merendine al cianuro che ingolliamo sentendole persino gustose, il metanolo offerto nei bicchieri di cristallo. Chi abbia conservato o recuperato la sensibilità minima, non potrà non guardare con orrore, poniamo, figure come Platinette, Luxuria o quelle larve umane che frequentano gli spettacoli della Pivetti, di Maurizio Costanzo o di sua moglie (o sua moglie stessa) come spaventose contraffazioni e caricature «cadaveriche» della sensualità, vere «epifanie» (2) o evocazioni delle Tenebre nelle ore di massimo ascolto.
Ma chi ha il coraggio di dirlo?
Sarebbe bollato come «moralista» retrogrado o - estremo insulto - come «cattolico integralista».
A forza di riproporci i cadaveri «contra naturam», ce li hanno fatti accettare come «normali ».
E se qualcuno ha un dubbio, se lo tiene per sé.
Anzi finisce per cancellarlo dalla coscienza, come «politicamente scorretto», e persino come «mancanza di carità» verso i gay, i trans.
Dobbiamo pensare che quelle apparizioni ripugnanti sono «trasgressive» e «divertenti».
Peggio: che sono «innocue».
Qui appunto è da vedere, forte e palese, la mano satanica: nell’anormalità fatta ingollare norma e canone.
Saranno pure innocui per noi, «aperti», moderni super-borghesi urbani.
Ma che cosa sono per i provinciali, gli ignoranti, i bambini, quelli che vivono nei Paesi dove ancora respiravano (fino a ieri) la semplice decenza della vita tradizionale?
Per quelli che una volta erano chiamati «gli umili»?
Per questi, sono lo scandalo (quello che invoca la pietra da mulino) e l’invito al male: la pedagogia che insegna che «quel che è stato vietato è ormai permesso» - il richiamo primo del primo serpente nell’Eden.
Vite innumerevoli sono devastate, folle di anime indifese sono perdute da quelle «innocue» apparizioni.
Ma chi si provasse a difenderle, chiamando i responsabili alle loro responsabilità verso il pubblico meno provveduto, sarebbe aggredito come nemico della «libertà d'opinione», con aspirazioni totalitarie di controllo sul «pensiero» e magari sull’«arte».
Ci vuole anche un po’ d’esperienza.
Per restare nel campo (i l più facile: lo spettacolo) di cui ci occupiamo, solo chi ha vissuto gli anni in cui la TV non c’era sa che cos’era allora la decenza della vita semplice e il suo stile: io ho sentito i contadini toscani - i cui nipoti sono istupiditi, drogati di discoteca e arroganti - recitare a memoria, nelle notti d’agosto sull’aia, l’Orlando Furioso e Dante per noi ragazzini affascinati.
Era il loro e nostro «entertainment».
E quali speranze buone suscitò la televisione: la credemmo il mezzo per diffondere l’istruzione, vincere l’analfabetismo, portare al popolo la cultura eletta dei pochi.
Effettivamente, per qualche anno lo fu.
Io stesso ho migliorato il mio francese, e imparato i rudimenti di inglese, seguendo simpatiche trasmissioni televisive.
Si rappresentavano Sofocle ed Euripide, si leggevano Cechov e Tolstoy in TV; un maestro insegnava a leggere e a scrivere agli anziani.
E il bello era che queste cose non annoiavano il pubblico, anzi piacevano, e il maestro elementare televisivo diventava un «personaggio» di successo…
Il che aggrava la responsabilità dei responsabili: non è l’audience che inseguono con le loro sconcezze e banalità; è che hanno preferito «loro» il facile e l’indegno.
Sono «loro» ad aver scelto quello, non il pubblico.
Ciò che mandano in onda, è una mostra impudica di ciò che abita le loro anime miserabili.
Ma mentr e invito a sviluppare l’orecchio per il diabolico, devo anche avvertire che non bisogna cadere negli eccessi - da fondamentalisti protestanti americani - di chi vede Satana dove non è. «Radio Maria», per altri versi meritevole, mi pare ecceda in un profetismo apocalittico di lega non buona.
Un lettore mi scrive che la TAV è un’opera satanica, perché ricalca il percorso di un antico pellegrinaggio a San Michele…
Come non sentire qui la stonatura, il grottesco, insomma lo stigma di quel satana cui i «buoni cristiani» credono di opporsi?
Perché qui le buone intenzioni non bastano.
E nemmeno la moralità.
E meno ancora il moralismo corrente.
Qui, più urgente, è recuperare l’«orecchio», la sensibilità - un ben temperato orecchio, un naso fine che avverta il puzzo di zolfo.
E' per questo che talvolta invito all’eleganza, alla raffinatezza del gusto e persino del vestire.
Cosa che mi viene rimproverata da tanti lettori, ignari che l’eleganza nasce da una tenuta interiore: parlo dell’eleganza di quegli ufficiali che, prigionieri di guerra, invece di stravaccarsi, puntigliosamente si radevano ogni mattina con lamette spuntate, e stiravano le loro uniformi lacerate.
L’eleganza di cui parlo è il rifiuto dello «svacco» (parola italiota!) e del cedimento a ciò che è dozzinale, corrente, facile.
L’estetica, il gusto nobile, ben sviluppato e temperato, aiuta a scorgere Satana dov’è.
L’estetica invece dell’etica?
L’una e l’altra.
Ma non si trascuri l ’estetica: come mi fa notare un giovane prete, noi cattolici ultimi crediamo troppo facilmente che «la grazia possa fare a meno della natura umana».
Non credo si possa essere uomini di gusti bassi e volgari, e buoni cristiani.
L’orecchio da acquistare è di radice estetica, ma nel campo pericoloso che qui trattiamo è quello che consente l’acquisto della sensibilità per il mondo «sottile», e le sue sottili manifestazioni, cui ho alluso come «stonature»; il parodistico e il grottesco, nonché il necrofilo-cadaverico.
Come ci si educa alla musica classica ascoltandola, così ci si addestra a questa sensibilità, distogliendo lo sguardo il più possibile dal banale e dal dozzinale, per posarlo sulle cose nobili e belle.
Imparando a capire che il peccato, prima di essere immorale, è «brutto» e ignobile e vile («bonum et pulchrum convertuntur», diceva san Tommaso; «verum et bonum convertuntur»).
Così, la contemplazione delle opere classiche sarà una pedagogia possibile.
Entrare nel Pantheon di Roma per respirare la serena, dominata spazialità.
Una statua greca è l’esempio della bellezza purificata di ogni sensualità e di ogni pathos scomposto. La nudità virile che non ha nulla di pornografico (per questo gli scultori greci classici non ritrassero mai figure femminili, se non panneggiate: nessun appiglio alla sensualità-desiderio), pura luce intellettuale.
E' appunto in ciò che consiste la classicità, la nuda bellezza senza nulla di passionale e patetico, di morbido e romantico, che ne rompa l’armonia.
Può darsi benissimo che la classicità non vi piaccia, appunto perché è volontariamente priva di morbidezze e passionalità, in cui oggi (per assuefazione) facciamo consistere, se non il bello, l’«interessante».
Non occorre che vi piaccia: solo, imparate a guardarla.
A capirne la volontà che esprime, volontà che domina ogni passione e volge sulla nudità lo sguardo puro che spetta alla pura armonia di un corpo d’eroe, o semidio.
Questa è la «normalità» (axiologica, direbbero i filosofi); le «bellezze» che vedete in TV e sui cartelloni, e che vorreste portarvi a letto, sono l’anormalità.
Vi stanno «chiamando», facendo appello ai vostri sensi inferiori, verso la tenebra.
Ma ci parli di paganesimo!
Esclamerà qualcuno.
Non solo.
La percezione del bello nella natura sarà di grande aiuto.
Nella primavera fredda, in città, alcuni alberi sono fioriti di colpo: chi ha il «gusto» necessario, sente che quella fioritura è dono di D io.
Dove fiorisce un melo, o un ciliegio del Giappone, chi ha «orecchio» non può più dubitare.
E c’è il grande capitolo dell’estetica cristiana.
L’architettura cristiana, specie romanica (è pur sempre Roma); le chiese del barocco italiano, così romano anch’esso…fino alla Sagrada Familia di Gaudì, lancinante tempio che il figliol prodigo postmoderno, reduce da tutti i totalitarismi, ha composto con tutte le rovine provocate dalle sue guerre totali, coi demoni del gotico antico trasformati in gnomi e coboldi; le due guglie come due grandi mani giunte di candito verso il cielo: l’architetto cattolico è pur sempre post-moderno, giunge la mani con «un pince sans rire», perché la parodia e il grottesco lo insidiano da dentro, fanno parte di lui, traspaiono nel suo gotico fiabesco e caricaturale da ventesimo secolo… ma tuttavia, ridendo e piangendo, chiede perdono sinceramente.
Questo è Gaudì: il più grande degli architetti, e poverello di Cristo.
Ma la forma radicale di arte cristiana, quella, è perduta per sempre.
La Chi esa l’ha gettata alle ortiche con il Concilio.
Si chiama «liturgia»: per secoli, la forma d’arte suprema, a cui tutte le arti - l’architettura e la pittura, l’arte delle vetrate e del cesello, la scultura e la musica - si subordinarono.
Il motto degli artisti di allora era il contrario del «non serviam» luciferino: servivano, umilmente, la liturgia.
La liturgia che è teologia agìta, recitata.
Perciò cambiare la liturgia è stato cambiare la teologia.
Perciò abbandonarla ci ha aperto il varco all’invasione della volgarità, ci ha fatto perdere il senso del nobile come bene e verità.
I poveri e gli umili, ogni domenica, vivevano nella liturgia la più aristocratica «normalità», che li fortificava contro il parodistico e derisorio demoniaco.
Dopo una Messa cantata in gregoriano e in latino, dopo tanto rigore luminoso «ne varietur», sarebbe stato facile vedere nelle Platinette il brutto e il perverso, l’anormale.
Ma questo richiederà un altro capitolo.
Sulla perdita del «katechon», di ciò che, come insegnò San Paolo, «trattiene l’anticristo» ma che sarà «tolto di mezzo».
Forse lo scriverò, forse no: il tema è troppo grande e difficile.
Per ora, spero vi bastino questi cenni preliminari, facili abbastanza, su come «vedere» il Male.
Maurizio Blondet
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Note
1) «Apotropaico» è tutto ciò che tiene lontani gli spiriti cattivi e il malocchio. Gli occhi dipinti sulla prua delle barche siciliane di una volta, erano apotropaici. Lo scongiuro è apotropaico. Così l’irrisione. Non si nota mai abbastanza che la parti più intime di noi - gli organi sessuali - sono chiamati con metafore scherzose e diminutivi. Così ad esempio il «cervello» non viene da «cerebrum», ma dal diminutivo «cerebellum». Il fegato ha un’origine ancora più comica. Il nome del fegato anticamente fu «hepar». Da dove dunque «fegato»? I Romani cucinavano un piatto, il fegato coi fichi: «hepar ficatum». Da quello viene il nome. Non si voleva nominare quell’organo così centrale al corpo sottile, sede della costanza e del coraggio: troppo sacro. Vi si alludeva: come per scherzo l’organo «che si fa coi fichi», il «ficatum».
2) Epifania significa «ma nifestazione» (normalmente, del divino). Così un greco poteva vedere in una conchiglia rosa, lasciata dal mare sulla riva, una «epifania» di Afrodite. Riacquistare questo «senso estetico» capace di vedere epifanie, «trasparenze» della Luce o della Tenebra nell’aldiquà, è proprio quello che raccomando in queste righe.


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