L'eutanasia è appunto un metodo per eliminare inutili sofferenze.
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Al di là di tutto, rimane solo la prepotenza illiberale dei fondamentalisti cattolici di decidere sulla vita degli altri, e l'insensibilità degli stessi nei confronti della sofferenza degli altri.
L'eutanasia è un diritto.
Guarda che il suicidio assistito è reato già adesso; non ne conosco i fondamenti giuridici, quindi non mi esprimo, e non posso far dipendere la presenza di tale reato da qualche "intromissione" del credere cattolico nel diritto italiano. L'accusa becera di insensibilità invece è falsa, siamo molto sensibili alla vita e alle sue condizioni di sofferenza, solo non crediamo che l'ammazzamento possa essere la via migliore per alleviare qualche sofferenza. Che strano modo di alleviare...
Ma fammi il piacere...
E' così, è un fatto...
La vita, il solo orizzonte possibile
Massimo Gandolfini
Primario di Neurochirurgia all'Ospedale "Poliambulanza" e presidente dell'Amci di Brescia.
La lettera aperta di Piergiorgio Welby al presidente della Repubblica o la riproposìzione televisiva del caso Englaro hanno riaperto il dibattito pubblico sul delicatissimo tema dell'eutanasia. Condividendo l'assunto che sarebbe ingiusto ed immorale non affrontare il problema, riteniamo necessario proporre alcune riflessioni di fondo, per evitare che un tema fondamentale come la difesa della vita umana e della sua intangìbile dignità possa venire consegnato a decisioni cariche di forte emotività. Non esistono soluzioni semplici o facili a problematiche complesse: sarebbe pericolosamente rìduttivo, oltre che immorale, cercare di uscire semplicisticamente dalla problematica con la scappatoia della dolce morte e a semplice richiesta.
E contesto culturale nel quale leggere il tema eutanasìa è quello proprio della «medicalizzazione» della vita umana: i grandi progressi che negli ultimi decenni hanno segnato lo sviluppo della medicina hanno alimentato una sorta di «delirio d'onnipotenza» in base al quale non esiste problematica vitale che non possa trovare una soluzione medica soddisfacente. Dalla vita nascente (procreazione assistita, aborto, diagnosi prenatale, embrioni e cellule staminali), alla vita morente: accanimento terapeutico ed eutanasia. Questi ultimi due aspetti rappresentano, infatti, la risposta estrema di fronte a quel dato naturale che tragicamente annulla quella pretesa onnipotenza: la morte. Contrastare la morte con ogni mezzo possibile, con la prometeica pretesa di poterla soggiogare: ecco l'accanimento terapeutico; ma prima di essere costretti a dichiararci sconfitti, un ultimo atto altrettanto prometeico: possederla imponendole i tempi da noi scelti. A mio avviso la migliore e più sensata risposta alla richiesta di eutanasìa è proprio il bando di ogni forma di accanimento terapeutico, assumendo atteggiamenti personali e sociali di accompagnamento verso un «dolce morire», che eviti la tragica deriva dell'abbandono del malato (questa si fonde spesso di richieste eutanasiche). Il magistero cattolico è chiarissimo in tal senso: «Nell'imminenza di una morte inevitabile... è lecito ni coscienza... rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della, vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute al malato in simili casi...» («Dichiarazione sull'eutanasia», Congregazione per la Fede, 1980).
In questa prospettiva il Comitato nazionale di bioetica ha elaborato un approfondito studio, peraltro - a mìo avviso - per nulla esaurito o esaustivo, sul cosiddetto «testamento biologico», o direttive anticipate di trattamento: il tema è delicato, ponderoso e andrà ripreso.
Certamente quello dell'eutanasia non è tema da affrontare a colpi di referendum e nemmeno da affidare ad opportunità di schieramenti partitici, pena estremizzazioni e spaccature che non renderebbero alcun bene «all'uomo morente». Dobbiamo chiedere con forza ai nostri rappresentanti in Parlamento (luogo naturale per decisioni democratiche) di non cadere in tentazioni dì tornaconto personale o di partito, e di ascoltare, oltre alla propria coscienza, il «paese reale», iniziando, magari, da coloro che sono in prima linea sul fronte della morte (medici, infermieri, ministri di culto, operatori a vario titolo nei cosiddetti «hospice», purtroppo cosi rari in Italia).
L'eutanasia «facile» è palesemente un disordine morale e sociale: sostenerla pregiudizialmente, liquidando in poche battute ciò che la vita umana è. significa e comporta, avrebbe lo stesso significato di cercare una soluzione morale all'immortalità. Impossibile.
si può dire, allora, che è necessario non una legge ma un cambiamento del "cuore" degli uomini.
in ospedale ci lavoro tutti i giorni. Ho già parlato di questo. Ci sono medici che accettano anche la critica, altri come il forumista morghen sono inacessibili e alla prima battuta ricorrono alla "legge". Per ciò ho sottolineato "cambiare il cuore e non le leggi".
I familiari poi in qualche modo seguono il medico.