Un po' per curiosità e un po' per condiscendenza verso un vecchio e caro amico di lui entusiasta, sono andato questa mattina in Galleria, presso la libreria Rizzoli, ad un incontro con Vito Mancuso, teologo - come si suol dir di lui - fuori dalle mura. Ho saputo che è comparso spesso in tv, ma io non lo avevo mai visto. Avevo soltanto leggiucchiato senza tanta attenzione il suo recente libro sull'anima.
E persona simpatica e serena. Ma di quel che ha detto non ho potuto condividere neppure una parola. E sì che mi ci sono messo d'impegno, me lo volevo far piacere. Non c'è stato verso. L'impressione - condensata - è di uno che, per rendere accettabile al palato tardomoderno qualcosa di vagamente simile alla fede, si sia messo a svendere i gioielli di famiglia (in particolare trascendenza di Dio - con l'inevitabile distinzione fra natura e sovranatura - e incarnazione, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani). Ha propinato ai suoi ascoltatori un porridge teologico piuttosto scipito, ammiccando un po' alla scienza divulgativa, un po' alla filosofia, un po' ai diritti umani. Ha detto che resta e resterà nella Chiesa fino alla fine dei suoi giorni perché è l'unica organizzazione in cui vige la regola dell'amore (sul che il mio amico - seguace e supporter del Walter nazionale - ha borbottato fra sé e sé: Ma no, c'è anche il Partito Democratico...).
Avevo formulato un voto interiore che mi sarei alzato e sarei andato via quando fosse stata pronunciata la parola ottimismo o un suo derivato. Dopo circa un'ora è arrivata: sostengo una teologia ottimistica. Ecco. Pardon, permesso, mi scusi dovrei andare.
Chissà come è andato avanti. Ma i voti non si infrangono.
Barsanufio




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