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Discussione: Il debito pubblico

  1. #11
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    Citazione Originariamente Scritto da W. Von Braun
    Debito pubblico: vendere davvero per ridurlo al 60% del Pil







    Bene ha fatto il professor Giuseppe Guarino, già ministro dell’Industria e delle Finanze, a sollevare così perentoriamente il problema del debito (intervista al Sole 24 Ore del 24 maggio). Comincia a farsi strada l’idea che fra debito e crescita si confonda la causa con l’effetto. Si dice infatti: non cresciamo e quindi non ci sono avanzi per diminuire il debito. Forse la questione sta esattamente all’opposto: abbiamo un debito che non ci consente di crescere. Il nostro debito sta oggi al 106,6% del Pil, quindi sfiora i 1.500 miliardi di euro. Secondo le regole di Maastricht dovrebbe progressivamente avvicinarsi al 60% del Pil. Questo debito ci costa (dati del 2003) circa 70 miliardi, quasi il 5%, l’equivalente di tre manovre, come spesso si sono attuate con la legge finanziaria. In compenso il patrimonio dello Stato, dice Guarino, è di circa 1.770 miliardi. Quindi l’Italia è solvibile ed è per questo che ha un buon rating. Se l’Italia fosse un’azienda, diremmo che non ha elasticità finanziaria. Ma un’azienda, in questo caso, venderebbe una parte consistente del suo patrimonio per alleggerire il debito. Così hanno fatto molte grandi imprese, ad esempio, con il loro patrimonio immobiliare e con altre attività estranee al “core business”.
    Certamente i governi italiani, in questi ultimi 15 anni, hanno compiuto varie mosse verso una parziale alienazione del patrimonio (privatizzazioni di imprese pubbliche, vendita di immobili, ecc.), ma la misura è largamente insufficiente per creare elasticità. E’ vero che abbiamo avuto un debito fino al 124% del Pil, ma il 60% di Maastricht è assolutamente irraggiungibile. Se fossimo al 60%, avremmo 30 miliardi di meno di interessi passivi e acquisteremmo una discreta elasticità, dato che la spesa in conto capitale dello Stato è di poco superiore ai 50 miliardi (dati 2003). Potremmo aumentare gli investimenti pubblici e stimolare quelli privati, per uscire dalla spirale della stagnazione.
    Se questo è il punto, come riuscire a attuare una manovra di questa portata? Guarino propone di mettere in un’immensa scatola 400 miliardi tra immobili, crediti e partecipazioni e di vendere la scatola agli italiani, ma anche a stranieri, mantenendo il 10% nelle mani dello Stato. Con un colpo di bacchetta magica scenderemmo al 70% del Pil, vicini a Maastricht. Si sa che 946 miliardi del patrimonio pubblico sono cedibili, secondo uno studio Kpmg, e 375 sono concretamente disponibili. Più o meno quello che Guarino vorrebbe mettere nella scatola. Ma come convincere i risparmiatori a investire una cifra così immensa, dato che tutta la Borsa italiana capitalizza 600 miliardi? Attraverso dividendi adeguati. Ma allora non è come pagare tanti interessi passivi? Rientreremmo nei parametri di Maastricht, ma senza goderne i benefici.
    Credo che l’analisi di Guarino sia del tutto condivisibile, ma la pezza è forse peggiore del buco. Per uscire dalle strette del debito bisogna vendere realmente, non garantire rendimenti. Continuiamo a erigere barriere tricolori su tante aziende di servizi come Alitalia, Poste, Ferrovie, Enel, Eni, pensando che, in primo luogo, si debba mantenere il controllo pubblico su imprese cosiddette strategiche. Ma chi ha detto che altrettante “public companies” non cercherebbero di servire i clienti nel miglior modo possibile? Si dice che la ricerca se ne andrebbe altrove, ma che ricerca fanno le imprese di servizi? Molte di queste partecipazioni si annidano nelle amministrazioni locali. Ma anche qui si potrebbero mettere vincoli patrimoniali con sanzioni applicate ai trasferimenti dallo Stato alla periferia. O vendi le aziende o ti blocco i quattrini. E si potrebbero fare dei blocchi immobiliari cui siano interessate società immobiliari e banche estere, come molte grandi aziende italiane hanno fatto da tempo. Tremonti aveva parlato di spiagge e forse non aveva tutti i torti. Insomma la scossa di cui parla Guarino potrebbe essere molto più efficace, anche se per far questo si deve cozzare contro tanti interessi corporativi e locali. Ma non è questo il compito della politica?
    mi sembrerebbe la soluzione ibrida migliore nel breve termine. Provocatoriamente ho sempre detto nel forum che non mi vergognerei di privatizzare pure gli Uffizi a Firenze per ridurre il debito pubblico.

  2. #12
    macht geht vor recht
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    Citazione Originariamente Scritto da *-RUDY-*
    mi sembrerebbe la soluzione ibrida migliore nel breve termine. Provocatoriamente ho sempre detto nel forum che non mi vergognerei di privatizzare pure gli Uffizi a Firenze per ridurre il debito pubblico.
    Comunque alla vendita del patrimonio pubblico dovrebbe essere affiancata una manovra di tagli poderosa specialmente nella pubblica amministrazione e liberalizzazioni su grande scala. Tutti interventi che nessun governo italiano, a meno di ricambio forzato della classe dirigente, farà mai.

  3. #13
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    aspè, niente vendite del colosseo però! hehehe!

  4. #14
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    Citazione Originariamente Scritto da W. Von Braun
    Comunque alla vendita del patrimonio pubblico dovrebbe essere affiancata una manovra di tagli poderosa specialmente nella pubblica amministrazione e liberalizzazioni su grande scala. Tutti interventi che nessun governo italiano, a meno di ricambio forzato della classe dirigente, farà mai.
    sono daccordo... meno Stato e più spazio per la libertà a livello personale... Think Globally, Act Locally

  5. #15
    macht geht vor recht
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    Citazione Originariamente Scritto da stuart mill
    aspè, niente vendite del colosseo però! hehehe!
    Non sono contrario che dei privati gestiscano il Colosseo, ovviamente non venderlo.

  6. #16
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    La Rai sarebbe la prima cosa da far fuori. Se proprio vogliamo un servizio pubblico televisivo, opterei per una soluzione minimalista all'americana (la Pbs).
    Sono favorevole alla cessione del patrimonio dello Stato, sia per ridurre il debito, sia per più generali motivi "filosofici".
    Tuttavia, per restare invece sullo spicciolo, segnalo che la vendita di colossi come Eni ed Enel farebbe far cassa nell'immediato, ma priverebbe il Tesoro di un assegno annuale (i dividendi) mica da ridere.
    Quindi, se vogliamo privatizzare queste aziende sulla base di una visione liberale dell'economia, ok. Se lo vogliamo fare per risanare i conti, la questione è più controversa.

  7. #17
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    Citazione Originariamente Scritto da Free Rider
    La Rai sarebbe la prima cosa da far fuori. Se proprio vogliamo un servizio pubblico televisivo, opterei per una soluzione minimalista all'americana (la Pbs).
    Sono favorevole alla cessione del patrimonio dello Stato, sia per ridurre il debito, sia per più generali motivi "filosofici".
    Tuttavia, per restare invece sullo spicciolo, segnalo che la vendita di colossi come Eni ed Enel farebbe far cassa nell'immediato, ma priverebbe il Tesoro di un assegno annuale (i dividendi) mica da ridere.
    Quindi, se vogliamo privatizzare queste aziende sulla base di una visione liberale dell'economia, ok. Se lo vogliamo fare per risanare i conti, la questione è più controversa.
    Privatizzare la Rai è d'obbligo. Lascierei una rete esclusivamente per il servizio pubblico (La Pbs è finanziata da privati).
    Cedere il patrimonio dello stato è una necessità ma sono dubbioso che la cosa possa essere gestita adeguatamente senza che si trasformi in un grosso magna magna clientelare a perdita per lo stato.
    Le aziende strategiche come Eni e Enel sono contrario a privatizzarle.

  8. #18
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    Citazione Originariamente Scritto da W. Von Braun
    Non sono contrario che dei privati gestiscano il Colosseo, ovviamente non venderlo.
    beh, gestirlo si se lo stato non ce la fa perchè no...

  9. #19
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    Vendere beni pubblici per liberalizzare l’Italia

    di Carlo Lottieri

    La proposta di Giuseppe Guarino, che suggerisce di operare un’ampia dismissione dei beni statali al fine di ridurre il debito pubblico (e che è inclusa anche nel programma del centro-destra), merita la più seria considerazione. Le parole dell’ex-ministro hanno il pregio di ricordare che la situazione debitoria è ormai serissima: l’Italia corre verso un disastro “all’argentina” e se non si pone rimedio in tempi stretti tutti noi dovremo fare i conti con un rapido crollo dei redditi, della qualità della vita, della possibilità di accedere a cure mediche e assistenza.

    Per giunta, da quando Alan Greenspan è uscito di scena la Fed ha iniziato ad alzare i tassi di interesse, presto imitata dalla Bce. Ma ogni innalzamento del costo del denaro è destinato a ripercuotersi su Bot e Cct, con la conseguenza che la quota di bilancio destinata a pagare gli interessi sul debito cresce: obbligando a mantenere alta la tassazione.

    Per questo motivo, abbattere il debito è assolutamente indispensabile. E un ridimensionamento significativo può venire soltanto, come ha suggerito Guarino, da una cessione di tutto quanto lo Stato possiede: dalle Ferrovie alle Poste, alla Rai, per non parlare dei beni immobili e delle partecipazioni azionarie. Nel progetto choc bisogna poi coinvolgere le stesse amministrazioni locali, che possiedono una parte rilevante dell’intero patrimonio pubblico nazionale e che vanno ugualmente chiamate a disfarsi di questi capitali in modo da abbassare l’indebitamento.

    Come è stata formulata da Guarino, e nei suoi aspetti più tecnici, la proposta presenta aspetti criticabili, così come la stessa idea di Tremonti di far transitare l’intero patrimonio pubblico in una mega-holding di cui andrebbero cedute le azioni. Su questi aspetti ha richiamato l’attenzione ieri Francesco Gavazzi, che – al tempo stesso – ha da un lato ha difeso la tesi di quanti si sono opposti alla vendita dell’isoletta veneziana di Poveglia e si è ugualmente lamentato della mancata cessione del Poligrafico di Stato…

    Se l’analisi del professore della Bocconi sembra troppo viziata dal clima elettorale e dall’esigenza di sostenere questa o quella parte, la forza della proposta di Guarino sta nel fatto che egli vede in questo progetto di dismissioni massicce l’unica realistica possibilità di procedere in tempi abbastanza brevi (potrebbe bastare una legislatura) ad una riduzione consistente del debito: che si dovrebbe far scendere fino al 50% del Pil, mentre oggi è ben oltre il 100%. Ma alle buone ragioni di Guarino, e ben al di là di taluni particolari tecnici (assai discutibili) da lui fortemente enfatizzati, vanno aggiunte altre motivazioni non meno significative ed a cui i liberali sono molto affezionati.

    In effetti, quando una proprietà pubblica viene ceduta ad un privato non ci si limita ad ottenere risorse con le quali si possono “riacquistare” i buoni del Tesoro emessi negli anni. Un’altra, e ancor più importante, conseguenza della privatizzazione di un bene sta nel fatto che il nuovo proprietario inizia a gestire la sua nuova proprietà secondo logiche capitalistiche, e quindi preoccupandosi di valorizzarlo, sfruttarlo al meglio, curarne la manutenzione, e così via.

    Se come dice il proverbio “l’occhio del padrone ingrassa il cavallo”, è chiaro che il processo di privatizzazioni chiesto da Guarino è destinato a portare più efficienza e dinamismo in tutti quei settori ed ambiti oggi addormentati dalla mano pubblica. L’Italia avrebbe bisogno di privatizzazioni, quindi, anche se non si trovasse sommersa dai debiti: e non solo per mettere ordine nei propri conti.

    Il progetto di passare dal monopolio statale alla concorrenza tra privati, allora, è un obiettivo che va anteposto perfino all’esigenza di fare cassa. È chiaro che – ad esempio – una privatizzazione delle Poste che non tolga a questa società tutti i privilegi di cui oggi gode permetterebbe di fare avere molte più risorse alla Ragioneria di Stato. Ma risolverebbe in maniera assai imperfetta le inefficienze dell’economia italiana in tale settore.

    Al contrario, le imprese hanno bisogno – per rimanere competitive o tornare ad esserlo – di operare in un contesto nel quale per loro sia assai facile trovare servizi di qualità e a basso costo. Ma per ottenere questo risultato è necessario appunto che le privatizzazioni siano, al tempo stesso, accompagnate da liberalizzazioni in ogni ambito.

    Su questo obiettivo il Paese si gioca il futuro, e sarebbe bene che destra e sinistra trovassero in merito la più ampia convergenza: abbandonando ogni demagogia e piccolo calcolo di bottega.
    Da L’Indipendente, 8 aprile 2006
    Pubblicato il 08/04/2006
    _
    P R I M O_M I N I S T R O_D I _P O L
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    Presidente di Progetto Liberale

  10. #20
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