OMNIA SUNT COMMUNIA
Uno scritto del dirigente e teorico della sinistra socialista, Lelio Basso, al tempo del primo centrosinistra negli anni ’60. Pubblicato nel volume “Neocapitalismo e sinistra europea” oggi è ristampato nell’ultimo numero di “Alternative” in libreria
Il numero della rivista “Alternative” in libreria contiene alcuni materiali per un governo possibile, senza la pretesa di esaurire il problema di un programma di alternativa. Del resto il lavoro della rivista non finisce con questo numero ma continua alacremente coi numeri che già sono in preparazione. Speriamo però di poter attivare un dibattito su di un tema che è ancora più attuale ora, dopo i risultati delle elezioni.
A questo dibattito la rivista chiama a partecipare, non solo gli autori dei venti contributi pubblicati, ma anche una grande figura del movimento operaio italiano, Lelio Basso, pubblicando un suo testo degli anni sessanta in cui il grande intellettuale e dirigente politico della sinistra socialista riflette sul nodo storico della partecipazione antagonista alle istituzioni. Erano gli anni del primo centro-sinistra rispetto al quale Basso si collocò all’opposizione. Proprio perché non sospettabile di opportunismo o di voler giustificare le sue contingenti posizioni politiche, le sue riflessioni superano la contingenza e sono ancora istruttive, a condizione ovviamente di un lavoro di lettura e di reinterpretazione. Questo lavoro di lettura (che come diceva Roland Barthes può anche diventare un “piacere”, il piacere del testo) lo lascio volentieri a chi vorrà accostarsi a queste pagine, tratte da un volume di non facile reperibilità: Neocapitalismo e sinistra europea.
Come affrontare l’esperienza del governo senza perdere radicalità? Eludere questa sfida significherebbe dichiarare che i nostri discorsi, le nostre aspettative di “un altro mondo possibile” appartengono al campo dell’utopia, che magari possono mobilitare energie e ispirare rivendicazioni, ma devono poi delegare ad altri la gestione delle cose. Affrontarla senza la consapevolezza dell’enorme complessità del problema sarebbe segno d’incoscienza o di rassegnata disponibilità ad una partecipazione subalterna e impotente, giustificabile solo come male minore. E’ necessario evitare entrambe queste derive e cercare perciò nel passato elementi di cultura politica che possano aiutarci, pur sapendo che la storia non si ripete e che alla fine nulla ci potrà esimere dall’inventare soluzioni inedite, adatte a situazioni nuove. Eppure la tradizione storica del movimento operaio non è del tutto priva di risorse, rispetto al nostro problema, anche se tali risorse si trovano più di frequente in pensatori e in correnti di minoranza, ma non per questo minoritarie. Le correnti di maggioranza del movimento operaio novecentesco (con qualche eccezione rilevante come quella dell’austro-marxismo e della riflessione di Gramsci, troppo presto costretto all’emarginazione del carcere) sono rimaste strette nella morsa fra socialdemocrazia e socialismo reale. L’una tendente a rinunciare o a ridurre a obiettivo vago e lontano l’approdo a una società diversa, l’altro inviluppato nelle contraddizioni mortali di una realizzazione dichiarata già in fieri, ma nella sua realtà così diversa dalla meta che si erano prefisse le prime generazioni di socialisti e di comunisti.
La sinistra socialista italiana con pensatori e dirigenti politici come Morandi e Panzieri, Basso, Lombardi e Foa, pur così diversi fra loro, ha cercato di sottrarsi a questa morsa - almeno nei suoi momenti migliori: non tutto quello che essa ha prodotto è egualmente valido e certamente non tutto può essere riproposto. Ma Lelio Basso in modo particolare, col suo ritorno a Marx, col suo costante riferimento a Rosa Luxemburg, con la sua costante attenzione al nesso democrazia-socialismo, e persino con la formula dell’alternativa democratica (che precocemente introdusse il tema dell’alternativa nel dibattito politico dell’Italia repubblicana) è un autore che ancora oggi può insegnarci molto.
Non siamo più oggi nel periodo del neocapitalismo degli anni Sessanta, ma in quello del capitalismo globale tra XX e XXI secolo. Un’altra fase, un’altra stagione di lotte. Forse ciò che oggi può apparire più “inattuale” nel testo che pubblichiamo è la forte accentuazione del ruolo della politica e della consapevolezza politica che prende forma nel partito di classe, anche se in modi che si auspicavano già allora fortemente innovativi e da inventare. E’ un punto che proprio per questa sua inattualità, tocca un nervo scoperto del presente e del futuro prossimo. Non continuiamo forse noi - nonostante tutte le difficoltà, nonostante la consapevolezza delle nostre inadeguatezze - ad usare questa parola: “partito”? E’ una parola che dobbiamo imparare a “tradurre” nella nostra prassi.
Non esistono più i grandi partiti comunisti e socialisti di massa, ma certamente - per chi si riferisce, sia pure criticamente, a quelle eredità - si pone l’esigenza di andare oltre (molto oltre) le divaricazioni fra le due tradizioni, e un autore come Basso che usa come sinonimi socialismo e comunismo, senza distinzioni scolastiche fra prima e seconda fase, anche per questo ci può aiutare. Anche qui dobbiamo imparare a “tradurre”. Richiamandoci a questo stile possiamo conservare nel nostro “bagaglio degli attrezzi” il ritorno a una lettura di Marx non filtrata dalle ortodossie novecentesche, un certo Gramsci letto fuori dalla sua vulgata ufficiale e l’esempio di riflessione politica sulle riforme di struttura che appartenne a quello che André Gorz chiamò il “riformismo rivoluzionario” degli anni Sessanta. Nella militanza sociale e sindacale di quegli anni e nella stagione di lotte che ne seguì, in quella idea di lotta per le riforme convergevano le sinistre socialista, comunista e cattolica (e quest’idea era comunque tanto lontana dal riformismo senza riforme o addirittura alle vocazioni neoliberali di oggi). Certo il tempo che è trascorso non ammette ritorni, certo è un’obiezione fin troppo facile il fatto che questa storia resta una storia di minoranze autorevoli, ma pur sempre minoranze. Le grandi forze politiche e sindacali hanno seguito altre vie (ma potremmo aggiungere che i risultati, non certo brillanti, sono sotto gli occhi di tutti). Comunque, se ci troviamo oggi di fronte a un nuovo inizio, la consapevolezza storica è un buon viatico. Un esempio: le pagine che abbiamo scelto si chiudono con un riferimento alla necessità di una “sinistra europea”: quarant’anni dopo, possiamo misurare quanto tempo sia stato perso e quanto invece quell’invito sia oggi più attuale che mai.
direttore di “Alternative”
TUTTO E' DI TUTTI




Rispondi Citando