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Discussione: Conversione

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    Predefinito Conversione

    Può cambiare idea un abortista?
    A PAVIA QUATTRO GINECOLOGI PRESENTANO OBIEZIONE
    DI COSCIENZA DOPO ANNI TRASCORSI A PRATICARE INTERRUZIONI DI GRAVIDANZA. MENTRE 'REPUBBLICA' GRIDA ALLO SCANDALO E CERCA DI STRUMENTALIZZARE L'ACCADUTO, ECCO QUALCHE ELEMENTO PER CAPIRE COSA SIA SUCCESSO


    di Boffi Emanuele

    All'ospedale San Matteo di Pavia non ci sono più medici disposti a praticare aborti. A fine anno quattro ginecologici hanno presentato domanda di obiezione di coscienza al direttore sanitario, Luigina Zambianchi. La Zambianchi e il commissario straordinario Giovanni Azzaretti - che da par loro si dicono «non favorevoli all'aborto, ma pronti ad applicare la legge 194» - si son visti costretti a chiamare «specialisti esterni per garantire il lavoro di ginecologia, dalla diagnosi prenatale agli aborti». I numeri dicono che al San Matteo, fino a pochi anni fa, si era abituati ad aborti due giorni la settimana, «mentre attualmente - ha dichiarato il direttore sanitario - siamo scesi a uno a settimana, ed è più che sufficiente, visto che si svolgono tra i 250 e i 300 l'anno, in maggioranza per donne straniere. Mentre i parti sono 1550, in aumento».
    Qualcuno, anziché rallegrarsi del trend, ha trovato modo di lamentarsi. In particolare La Provincia pavese - quotidiano del gruppo L'Espresso - e il fratello cartaceo maggiore, Repubblica, hanno raccolto voci di corridoio e malumori anonimi all'interno dell'ospedale, presentandolo come una sorta di castello antiabortista del buio medioevo. «Quando si entra negli uffici della direzione sanitaria non si possono non notare i quadri di taglia extra large con i soggetti sacri. La storia locale narra (anzi bisbiglia) di piccoli, decennali soprusi e angherie, soprattutto negli anni passati, contro i medici non cattolici di questo ospedale pubblico» ('Pavia, gli obiettori al 100%. Cl esulta: illuminati dal cielo', Repubblica, 11 gennaio). Del clima di intimidazioni e angherie, in realtà, all'interno dell'edificio, non se ne è accorto nessuno. Tuttavia sulle pareti dei corridoi, di manifesti se ne trovano di tutti i gusti e razze e non solo di soggetto sacro. E fra le filosofie di vita, stili di comportamento e orientamenti politici di dottori e infermieri, vi è la stessa varietà che v'è nel mondo.


    Un fatto è un fatto
    Cosa è successo a Pavia? Perché quattro medici, laici, convinti abortisti, tutto ad un tratto, hanno presentato domanda di obiezione? Per rispondere, nell'ospedale raccontano la vicenda di Giancarlo Bertolotti, stimato ginecologo antiabortista del San Matteo, impegnato per trent'anni nel far desistere le donne dalla loro traumatica decisione. Bertolotti è deceduto in un incidente stradale in novembre e pare che tanto l'evento repentino del decesso quanto il lungo e discreto lavoro di una vita abbiano in qualche modo influito sulla scelta dei colleghi. Che sia questa la ragione al San Matteo lo pensano un po' tutti, ma lo dicono con la cautela assennata di chi sa che il guazzabuglio del cuore altrui è sempre ostico da interpretare. «Quel che è certo, quel che è un fatto - spiega a Tempi Piersandro Assanelli, presidente del Centro aiuto alla vita locale (Cav) - è che quattro medici hanno fatto obiezione di coscienza. Il resto sono illazioni, maldicenze e castelli in aria di chi non vuole innanzitutto fare i conti con questo dato». Assanelli ha entrambe le gambe rotte. La sinistra ha una frattura composta ed è ingessata. La destra ha una tripla frattura scomposta ed è incorniciata da un architrave di fili di ferro. Le ha maciullate a seguito di un incidente stradale proprio mentre tornava dall'ospedale dove era ricoverato Bertolotti, suo «amico e maestro da una vita». «'Maestro' perché - spiega Assanelli - è stato lui il primo a coinvolgermi in questa avventura del Cav del San Matteo. Il mio impegno e quello di Bertolotti è semprer stato un lavoro silenzioso e discreto che però ogni anno ha portato una quindicina di donne a desistere dalla loro decisione. In trent'anni che faccio colloqui avrò parlato con un migliaio di donne, informandole di quale sia l'iter della vita, dal concepimento al bambino, di quali alternative esistano all'interruzione di gravidanza, di quali aiuti possano usufruire se retrocedono dalla loro scelta». Risultati? «Fatte 1000 le donne incontrate e informate, 850 hanno cambiato idea».
    Repubblica - che, evidentemente, non crede possibile che un abortista possa cambiare idea - scrive di angherie e soprusi, mettendo alla berlina chi al San Matteo parla di 'miracolo'. Assanelli dice: «è un miracolo non perché sono avvenuti fenomeni inspiegabili, ma perché c'è stato un cambiamento. D'altronde, è accaduto o no che quattro medici abbiano mutato idea? è successo o no che abbiano lavorato fianco a fianco di Bertolotti, da loro stimato per la sua professionalità e per il suo atteggiamento sempre gentile e non invasivo con le pazienti che volevano abortire? Potrà o meno un abortista cambiare opinione, sì o no?». Che cosa poi accada nella coscienza di queste persone, Assanelli non lo sa «e non voglio indagare. Però un fatto è un fatto e io di questi avvenimenti me ne rallegro».

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  2. #2
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    Predefinito

    Io, medico, che ho fatto obiezione per dire sì alla vita e no alla disumana routine degli aborti


    di Boffi Emanuele

    iovanni Coven è anestesista all'ospedale San Matteo di Pavia. Quando nel 1978 passò la legge sull'aborto, l'allora giovane medico alle prime esperienze si schierò subito in suo favore perché «pensavo di svolgere un'opera di bene». Per Coven era tutto misurabile con la ragione euclidea e la donna una figura calcolabile base per altezza: «Per me era un problema di proporzioni: la donna ha le sue fattezze, ha il suo bagaglio di esperienze drammatiche e difficili, ha una gravidanza indesiderata che rende insopportabile la vita. L'embrione è minuscolo, invisibile, muto. Poiché la donna viene da te, medico, e ti coinvolge emozionalmente con la sua vicenda, spesso costellata di esperienze di abbandono, di violenza, di miseria, tu che rispondi? All'aut-aut - o donna o embrione - io sceglievo in base alle dimensioni corporeee visibili». Così, per Coven «esistevano situazioni sofferte in cui la donna è sola e in cui l'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) è la soluzione. Poi esistono casi in cui anche tu medico ti accorgi che l'Ivg è una scappatoia. Ma, anche in questo caso, mi dicevo, chi sono io per poter fissare un limite fra i due estremi?». Il tunnel del dubbio conduceva a una sola uscita obbligata: «Lasciare a lei la scelta se tenere o meno il figlio». Come per tutti gli anestesisti, anche per le cure e gli sguardi di Coven passavano tante donne. «Fare aborti è un sacrificio, costa fatica, non è gratificante dal punto di vista professionale. Se lo fai è in nome di quello che ritieni un bene. Per un certo verso, senti quasi di compiere un gesto umanitario».


    PIANO PIANO, UNO SI BRUCIA
    Però. «Però poi finisci col raccontare barzellette mentre addormenti le pazienti». Però, ad un certo punto, questo vertiginoso sforzo titanico che vuole reggere sulle spalle il dolore del mondo si perde nella routine. «è normale. Nessuno regge. Innanzitutto mi accorgevo che per molte delle donne che sceglievano l'Ivg la scelta non era vissuta con quello stesso sentimento tragico e ideale che aveva spinto me a schierarmi per l'aborto. E in secondo luogo mi accorgevo di essere io il primo a non saper respirare ogni volta quello spirito umanitario che mi ero imposto. Così, anestetizzavo le pazienti che di lì a poco sarebbero passate per le mani dei medici con assoluta indifferenza, anzi, quasi rimuovendo il problema scherzandoci su, cercando di lavorare senza pensare». La meccanicità ha la sua domanda serafica: «Entravo in sala operatoria e chiedevo: 'Quante ne dobbiamo fare oggi?'». Quella donna che si voleva liberare era diventata un numero, la prossima su cui mettere le mani.
    Finché un giorno, Coven si chiese: «Ma che razza di persona sono diventato?». Ogni aborto lascia un malessere, un tormento che piano piano ti usura. «Uno si brucia». E la scottatura ha portato Coven, dopo sette anni, a cambiare idea e a fare domanda d'obiezione di coscienza. «Da solo non ce l'avrei mai fatta, ho dovuto avere paura per come mi ero ridotto. Poi ho trovato chi mi ha aiutato». Coven s'è convertito, è tornato a frequentare la messa e la Chiesa, oggi fa parte del movimento dei neocatecumenali. «Oggi, quando incontro una donna che desidera abortire, inizio a dirle: 'Senta, lasci che le dica una cosa'». Poi comincia a raccontarle dei tanti modi con cui può salvare il frutto del suo grembo, le possibilità che ci sono perché quel bambino possa vedere la luce, «sempre nel rispetto della sua libertà», e chiedendo sempre e comunque di poter essere lui il primo ad essere accolto nella sua intimità, perché anche il secondo, il figlio, possa fare altrettanto. Coven, con un po' di pudore, dice di capire bene i sentimenti dei quattro medici che al San Matteo hanno fatto domanda di obiezione di coscienza. «Non li giudico (figurarsi, con quel che ho combinato io), ho rispetto per la loro libertà. Dico solo che io oggi considero l'embrione qualcosa di sacro, cioè di intangibile, su cui Qualcuno ha posato il suo sguardo prima di noi».

 

 

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