OMNIA SUNT COMMUNIA



Movimenti in corso d’opera



Due studiosi messi a confronto. Intervista con Antonio Negri e John Holloway


Lavoro, crisi della democrazia rappresentativa e rapporto tra movimenti sociali e stato nazionale. E ancora: la rivolta zapatista e la novità del modello bolivariano.
Due punti di vista a confronto, accumunati solo dalla convinzione di un’eclissi della cultura politica del movimento operaio.
I loro nomi rappresentano percorsi di ricerca teorica e politica certo coerenti e tuttavia molto accidentati. Il primo nome è John Holloway, un filosofo di formazione marxista che, negli anni Settanta, assieme a molti altri ha cercato di iniettare linfa vitale nell’arido pensiero critico inglese, spesso diviso da antiche quanto incomunicanti sensi di appartenenza. Ma è con il trasferimento in Messico che la sua attività di studioso compie una svolta. Il paese di Zapata era, allora, il centro propulsore di una riflessione innovativa del concetto di «società civile», considerata, a differenza della tradizione liberale, non lo spazio dove si manifestano gli interessi economici privati o le scelte sul proprio stile di vita separato separato dall’azione dello stato e delle forze politiche, bensì l’ambito in cui interagivano i gruppi sociali, le associazioni di base, le organizzazioni sindacali o indigene che rappresentano interessi sì divergenti, ma tuttavia accomunati dall’opposizione ai gruppi sociali e politici dominanti. Quando poi l’Esercito zapatista i liberazione nazionale è entrato, nel 1994, a San Cirstobal de las Casas Holloway ha compiuto quella svolta radicale che ha trovato sintesi nel volume Come cambiare il mondo senza prendere il potere, pubblicato in Italia dalle edizioni Carta-IntraMoenia. Un titolo che indica la meta, ma non tutte le tappe del progetto di ricerca, che l’autore vuole aperto e condizionato dall’agire dei movimenti sociali.
Da allora Holloway ha seguito attentamente la rivolta zapatista e il movimento no-global, considerati entrambi l’incarnazione di quella attitudune a trasformare la realtà senza la conquista del potere politico statale. L’altro nome di questo dialogo è Toni Negri, studioso che non ha bisogno di tante presentazioni. L’incontro tra i due teorici è avvenuto a Bologna, durante un seminario su «Governance, rappresentanza e movimenti» organizzato da Uninomade. Durante il seminario tanto Toni Negri che John Holloway hanno usato ripetutamente i termini come rivoluzione e rappresentanza. Ed è da qui che prende l’avvio all’intervista.

Entrambi parlate di rivoluzione, intesa o come rottura radicale con il capitalismo e lo stato o con l’impero. Quali sono le ragioni che vi portano a usare nuovamente questa parola che per molto tempo è stata derubricata dal lessico politico dei movimenti sociali?
JOHN HOLLOWAY. Perché i movimenti parlano nuovamente di rivoluzione? È questa la domanda da cui partire. È evidente che il capitalismo è una catastrofe per l’umanità, non solamente nei termini di un impoverimento di gran parte della popolazione del pianeta, ma anche nei termini della distruzione delle condizioni naturali necessarie per la sopravvivenza dell’umanità. Ma c’è anche qualcosa di nuovo: la rivoluzione non è quella catarsi così come immaginavamo nel passato. Il ciclo di lotte che comincia con gli zapatisti apre nuove possibilità, nuove forme di azioni sociali e politiche che possono indurre a pensare la rivoluzione in termini diversi dal passato. Ora possiamo pensare la rivoluzione non come un evento di un futuro più o meno lontano ma come un insieme di lacerazioni che si stanno aprendo nel tessuto della dominio, spazi o momenti di «rifiuto-e-creazione» nei quali gli uomini e le donne affermano che «qui no, qui faremo le cose in un altro modo». La rivoluzione è semplicemente la creazione, espansione e moltiplicazione di questi strappi.
ANTONIO NEGRI. Certo, oggi si ricomincia a parlare di rivoluzione. Tutti ci chiediamo per quali ragioni, dopo un così lungo periodo di repressione e di iniziativa capitalistica, la necessità di parlare e di agire per una modificazione radicale dello stato presente delle cose emerga con tanta forza. È chiaro che la sconfitta politica degli Stati uniti in Iraq e le difficoltà che ne sono seguite hanno avuto un impatto centrale in questo passaggio: tuttavia sono sempre la soggettività, la sua maturazione e le sue passioni che determinano i tempi dell’agire politico. Lo zapatismo ha camminato dentro questa razionalità nuova e strana, ha nutrito questa biopolitica di una pratica rivoluzionaria. Non si tratterà, a questo punto, di sottovalutare la forza dell’impero americano né quella dei suoi vassalli capitalisti nel mondo, così come non si tratterà di sopravvalutare la potenza soggettiva dei movimenti e dello zapatismo in particolare. Di fatto, tuttavia, sembra che stiamo vivendo un’effettiva apertura di un nuovo orizzonte: un socialismo per il XXI secolo, come qualcuno dice?
Al centro del’azione dei movimenti sociali è presente una discussione aspra sul concetto di classe e sul significato ed il ruolo del lavoro. Che significato può avere la categoria di «poder popular», costante nelle attuali lotte latinoamericane, nelle metropoli europee?
J. H. Il lavoro è centrale, ma il punto di partenza non può essere il lavoro astratto o salariato e le sue forme attuali ma piuttosto la lotta che il lavoro astratto nasconde, cioé la lotta per convertire il nostro fare creativo in lavoro astratto o alienato, lavoro sotto il comando di altri. Il nucleo della lotta di classe è la lotta tra il fare creativo e il lavoro astratto, cioé la lotta del fare umano per sfuggire alla sua cattura dentro il lavoro salariato o capitalista. La lotta tra il lavoro astratto e il capitale è una lotta relativamente superficiale, giacché il lavoro salariato e il capitale sono complementari. Le forme organizzative del movimento operaio tradizionale e i loro concetti sono basate sulla lotta del lavoro astratto. Questa lotta, le sue forme organizzative e i suoi concetti ora sono in crisi. Stiamo vivendo la crisi del lavoro astratto. E’ in questo contesto che bisogna intendere la crisi della rappresentanza (che in fondo è un momento della astrazione del lavoro) e dei concetti come «potere popolare».
A.N. Il concetto di classe è al centro della tematica marxiana, ma va di volta in volta definito in riferimento alla composizione tecnica e politica del proletariato. Non esiste una figura eterna ed immutabile del concetto di classe né una forma stabile ed universale dell’astrazione del lavoro (cioè del processo di sfruttamento). Se oggi uso in luogo del concetto di classe il concetto di moltitudine è perché ritengo il concetto di classe operaia troppo limitato per definire l’intensità (immateriale e cognitiva oltre che materiale) e l’estensione (non più solo dentro la fabbrica ma dentro la società) del lavoro sfruttato. Quando si insiste sulle determinazioni nuove dello sfruttamento si deve comunque insistere sulle nuove qualità del soggetto proletario: la negatività della sua azione, il grido di protesta che si alza dalla moltitudine, deve sempre accompagnarsi ad un modello di organizzazione e alla capacità di costruire efficaci figure istituzionali per la liberazione del lavoro vivo. E’ chiaro che la categoria «poder popular», che ha un’importanza centrale nei movimenti latino-americani, in Europa è politicamente quasi inutilizzabile. Popolo, nazione, sono concetti che sono stati bruciati da un’esperienza di alleanze e di perverse rappresentazioni unitarie delle classi (sempre in senso reazionario se non addirittura fascista) nella nostra storia europea. Lo stesso concetto di potere è d’altra parte assai squalificato. Il tema da sviluppare è dunque un altro: come si esprime potenza, come si determinano istituzioni per l’organizzazione del lavoro e della società che non siano omologhe a quelle che abbiamo ereditato dalla concezione e dalla pratica borghesi del potere. Di contro, nei paesi latino-americani, «poder popular» rappresenta, dal mio punto di vista, l’azione della moltitudine contro le oligarchie nazionali ed internazionali. «Poder popular» ha un significato autoctono e forte. Unico problema: bisognerebbe essere capaci di staccare quel «popular» dall’altro aggettivo «national» che troppo spesso, e perniciosamente, lo insidia.
Entrambi siete stati in Venezuela ed entrambi conoscete il movimento degli zapatisti messicani che oggi sembra collocarsi agli antipodi del modello bolivariano. A sinistra si è creata una nuova differenza tra modelli della rivoluzione? Quale è secondo voi la priorità per i movimenti sociali nell’attuale scontro con il capitale globale?
J. H. Ogni grande rivolta è una molteplicità di ribellioni che cooperano ed anche si scontrano tra loro. La questione dello stato e del potere è di una importanza centrale. L’idea di cambiare il mondo attraverso lo stato è un momento della lotta del lavoro astratto contro il capitale: può portare ad un miglioramento significativo delle condizioni di vita dei lavoratori ma non rompe con la dominazione del lavoro astratto (e pertanto del capitale). Ma c’è una forza molto più radicale che sta emergendo con energia negli ultimi anni, sarebbe a dire la forza del «fare umano» o creativo contro il lavoro astratto, e questa è una ribellione molto più profonda che si nega ad incanalarsi attraverso lo stato e che va contro le tradizioni del movimento operaio classico. Questa ribellione profonda è un processo «di rompere-e-creare», di creare strappi nel tessuto della dominazione capitalista. Si manifesta anche nel movimento zapatista ed in una parte significativa del movimento altermondialista - certamente anche in molti movimenti dentro il processo venezuelano, ma non nello stato venezuelano.

A.N. Io credo che il modello bolivariano sia ancora un modello aperto e che possa essere sviluppato in maniera originale. Nulla mi sembra più assurdo che contrapporre questo modello, forte perché aperto, ad altre esperienze oggi in corso all’interno della sinistra in America Latina. In questa fase di sperimentazione credo insomma che sia assolutamente necessario tenere aperto il confronto, non ripetere le fanatiche contrapposizioni dei socialismi del diciannovesimo e ventesimo secolo, riflettere sulle convergenze piuttosto che sulle diversità. Due ragioni per dire questo. La prima è che il nemico è unico: è l’Impero. Nelle società latino-americane esso si distende attraverso le oligarchie nazionali e le strutture consolidate di un biopotere antico e difficile da distruggere: questo è il nemico da abbattere, attorno a questo obiettivo vanno sviluppati i confronti e deciso il progetto unitario. La seconda è che oggi la moltitudine è un movimento di differenze: questa è la ricchezza della nostra epoca. In ogni paese dell’America Latina la composizione tecnica, culturale e politica della moltitudine possiede notevoli ed originali caratteristiche specifiche. Gli squilibri interni al subcontinente sono enormi ed evidenti. E’ in questo quadro che l’iniziativa bolivariana dovrà essere integrata da altre potenze e da altre insorgenze proletarie a livello continentale ed è solo dentro questa integrazione latino-americana che un nuovo modello di sviluppo e di liberazione potrà essere definito.

di Marcello Tarì, Vittorio Sergi
* fonte: "il Manifesto"


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