D'Alema Massimo.
Normalista incompiuto. Tale per non aver concluso gli studi universitari a Pisa. Tale per non aver realizzatto un paese normale.
Al suo esordio declama un comizio al cospetto di Palmiro Togliatti. Mazzo di fiori rossi per "il migliore" e fazzoletto da pioniere al collo, aveva nove anni. Prima intervista a dieci anni: vince un concorso Aci, foto di copertina sull'Automobile e prime riflessioni da "enfant prodige": "Fossi ministro darei pene più severe".
Figlio d'arte, il padre Giuseppe fu deputato comunista e rivale di Enrico Berlinguer nella Fgci. Uniformandosi al celebre adagio pajettiano, "studia da segretario", diventa capo dei giovani comunisti per decreto di partito. Oggi accredita l'immagine di una gioventù scapigliata con bombe molotov alla "Bussola", e svastiche disegnate sui carriarmati sovietici a Praga, nel '68.
Sostanzialmente Lui è una scoperta di Vincino, che lo parodiava già allora come un freddo burocrate ("L'ho scoperto io", ghigna).
Sicuramente fu vicino al Manifesto anche dopo la radiazione. Fu funzionario a Pisa e poi leader comunista ortodosso ma goliardico, con comparsate al festival della gioventù cubana all'Avana e zingarate alla "compagni miei" insieme agli inseparabili, Fabio Mussi e Claudio Velardi.
Nell'80 è spedito a farsi le ossa in Puglia, dove impara a giocare a Risiko. Torna a Roma come un Montecristo comunista, berlingueriano e anticraxiano (sale però sul camper a Rimini).
Ammalatosi il segretario del Pci, Natta, si allea con Occhetto (armate rosse) nel cosiddetto "patto del garage" (quello di Botteghe Oscure): "Stavolta tocca a te, la prossima a me".
Occhetto, cauto, lo esilia prima all'Unità (dove fa un giornale aggressivo e grandi partite a Tetris) poi a Montecitorio, capogruppo. Dalla Camera col fido Claudio Velardi (ministro dell'immagine) inizia la lunga marcia su Botteghe Oscure: passa dai vestiti Oviesse al sarto napoletano, dal lessico postmarxista all'ideologia paeso-normalista.
Accoltella Occhetto da sinistra e lo sorpassa a destra. Perde il referendum per la segreteria contro Walter Veltroni ma rovescia il tabellone e si fa eleggere lo stesso. Fa il ribaltone con Umberto Bossi (armate blu), governa con Lamberto Dini (armate nere). Mette Romano Prodi a capo di una coalizione che gli serve ma non ama (Ulivo), inizia a sognare Palazzo Chigi.
Diventa presidente della Bicamerale per le riforme. Berlusconi, che voleva "In miseria, a mendicare in esilio" ('94), diventa l'interlocutore principe, "Uno di cui mi fido" ('96). Ma la grande riforma non riesce.
D'Alema ha rivelato un vezzo: ama ripetere la battaglia di Waterloo nei giochi di ruolo. Ma vuole vincere sempre.
La moglie, molto di sinistra, lo costringe a perseguire posizioni irriducibilmente postmarxiste. Fosse per lui, invece, metterebbe in soffitta Bobbio, Schröder e pure Blair. Praticamente farebbe meglio di Berlusconi. Sogna ancora Palazzo Chigi e un'amante piuttosto calda
http://213.215.144.81/public_html/ru...ttafuoco_d.htm




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