La società del figlio di Moggi è pronta a sciogliersi
5/5/2006
di Guglielmo Buccheri
ROMA. Se per la procura di Torino il peso delle intercettazioni ha tracciato «uno scenario inquietante» ma non tale da configurare ipotesi di reato ai danni dei protagonisti emersi in tre mesi di colloqui smascherati, il nuovo terremoto che sta scuotendo il pallone italiano è destinato ad arricchire inchieste già in piedi da tempo.
Così, alla procura di Roma i pm Luca Palamara e Cristina Palaia hanno già inserito nel fascicolo aperto sull’attività della Gea gli stralci delle conversazioni fra Moggi padre (e direttore generale della Juventus) e Moggi jr (al vertice della società che cura gli interessi di almeno un centinaio di professionisti nel mondo del calcio).
Alla procura di Roma, infatti, l’attenzione resta alta su come la Gea si muovesse all’interno del calcio italiano e su quali fossero i meccanismi per arrivare ad ottenere la procura di così tanti giocatori e allenatori e proprio in questa chiave verranno lette frasi del tipo «Liverani è troppo caro e troppo lento, ma per Baiocco si potrebbe vedere», oppure «A Lotito ho chiesto 10 milioni di euro per Miccoli, ma lui ne vuole tirare fuori solo cinque» ascoltate fra Luciano Moggi e il figlio Alessandro.
Attenzioni che, vista l’interminabile scia di polemiche che si trascinano da tempo, potrebbero presto portare gli stessi vertici della Gea a prendere la decisione di sciogliere la società. In queste ore, infatti, negli uffici di vicolo Barberini a Roma si sta riflettendo sull’opportunità di portare avanti un progetto che doveva essere innovativo e funzionale agli attori del calcio e che si sta rivelando un percorso ad ostacoli fra veleni e inchieste.
Oggi, fra i pm e i militari della Guardia di Finanza è in programma un incontro per fissare l’immediata tabella di marcia (lunedì in procura verrà sentito l’ex senese Argilli dopo le sue accuse alla Gea con frasi del tipo «chi ne sta fuori è tagliato fuori»). Tabella di marcia già fissata, intanto, dagli 007 della Federcalcio che da martedì cominceranno i propri interrogatori. A differenza dei pm romani, le toghe del pallone concentreranno l’attenzione dell’Ufficio Indagini della Figc sul ruolo degli arbitri e dei dirigenti coinvolti nelle centinaia di intercettazioni effettuate dalla procura di Torino.
Ieri, la Figc ha fatto sapere come sul caos intercettazioni (delle telefonate in via Allegri erano a conoscenza dal settembre scorso) i collaboratori del generale Italo Pappa, capo dell’Ufficio Indagini, fossero al lavoro da settimane. In attesa dei primi verdetti, i vertici federali guardano intanto alle mosse di Innocenzo Mazzini, vicepresidente della Figc e fra i nomi di spicco coinvolti nel caso intercettazioni.
Nessuna uscita ufficiale arriva da via Allegri, ma la sensazione diffusa è che ai piani alti della Figc si aspetti solo il gesto delle dimissioni di un personaggio ormai entrato in rotta di collisione con la gestione Carraro.
Lo «scenario inquietante», ma non tale da configurare ipotesi di reato resta comunque uno fra i capitoli più triste del nostro calcio. La procura di Roma ha la Gea nel mirino, poi cercherà di capire se fra i colloqui ascoltati ci sia del materiale tale da arricchire l’inchiesta sul doping amministrativo. Più immediata appare la strada imboccata dalla giustizia sportiva: l’indice è puntato sulla slealtà nei comportamenti dei protagonisti beccati al telefono, un sentiero che potrebbe portare le prime eventuali squalifiche a poche ore dal via alla spedizione Mondiale degli azzurri.
la Stampa.it




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