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Discussione: Telecom al Berlusca?

  1. #31
    Maestrina Lisergica
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    Citazione Originariamente Scritto da Progressista62
    Non c'è niente di vero, queste sono solo farneticazioni di fantapolitica. Berlusconi è già tanto se riuscirà a tenere agli stessi livelli di questi ultimi anni Mediaset.
    Ha iniziato a parlarne anche Grillo... le cose che racconta, normalmente, sono anche vere.

  2. #32
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    Quando Prodi tremò: «Salvatemi da Di Pietro»
    di Giancarlo Perna da Il Giornale
    Nel ’93, torchiato dall’ex pm sui fondi Iri, di cui era presidente, cercò l’aiuto di Mancuso. «Degli altri me ne fotto, devo tutelarmi ad ogni costo»
    Questo articolo è una cagata dall'inizio alla fine.

    Oltre al favore fatto a Fanfani, via Bernabei, il dossier di Romano ne tace un altro, fatto a Andreotti. Nell’89, agli sgoccioli della prima presidenza, Prodi vende a prezzo stracciato il Banco di Santo Spirito alla Cassa di Risparmio di Roma. Una decisione imperiale, senza gara al migliore offerente e neanche uno straccio di perizia, denunciò scandalizzato Pietro Armani vicepresidente dell’Iri. Ma era quanto desiderava il Divo Giulio, d’accordo con l’amico Cesare Geronzi che, direttore generale della Cassa, diventa, con l’acquisizione, anche amministratore delegato del Santo Spirito. Quando poi le due banche, completando il piano segreto, finiscono nel Banco di Roma, oggi Capitalia, Geronzi presiede l’uno e l’altra. Andreotti è appagato e Romano rinsalda un antico rapporto di cui domani vedremo l’origine.
    Ecco che si capisce anche il perchè Anfreotti sia stato candidato al Senato dal centrosinistra!!!!
    Per una però, è finito in Tribunale. Nel ’96, già capo del Governo, la Procura di Roma lo rinviò a giudizio per la vendita della Cirio-Bertolli-De Rica. Un affare sballato della seconda presidenza Iri. La pm, Giuseppina Geremia, lo accusa di abuso di ufficio per avere «intenzionalmente avvantaggiato» l’acquirente, la Fsvi dell’imprenditore Lamiranda, «pur sapendo che non aveva i mezzi».
    La storia si tinge subito di giallo. La Geremia riceve minacce e telefonate anonime. Un’aura mafiosa plana sull’indagine al premier: chi tocca i fili muore. Ma la pm va avanti. Cautelativamente, il Parlamento, dominato dalla sinistra, fa una legge ad personam sull’abuso d'ufficio alleggerendo a ogni buon conto la posizione di Romano. Il gip Landi assolve Prodi applicando la nuova norma e con una gimcana che impedirà alla Geremia, intenzionatissima a farlo, di impugnare il proscioglimento. La sentenza doveva essere depositata il 23 gennaio ’98. Lo è invece il 9 febbraio, due giorni dopo il trasferimento della Geremia a Cagliari. Partita lei, nessuno impugna e la cosa muore lì.
    Ancora una volta, Romano è miracolato. L’antica riserva della Repubblica, ora politico professionale, può proseguire impunita la strada intrapresa.
    Cavolo, i bananas sono fior di garantisti quando gli toccano il loro padrone e sono sempre lì a rosicare quando gli altri vengono assolti con formula piena. Rosicate che vi fa bene.
    Allora vediamo come sono andate in realtà le cose.
    Nell'ambito delle indagini per la vendita della Cirio-Bertolli-De Rica, Romano Prodi era indagato per abuso d'ufficio. Prodi era stato nel 1990 advisory director della Unilever NV (Rotterdam) e della Unilever PLC (Londra), gruppo che secondo le indagini aveva gestito la trattativa attraverso la Fisvi. Secondo l'accusa quindi Prodi avrebbe favorito la Fisvi, sebbene questa non avesse i mezzi finanziari per acquistare la Cirio-Bertolli-De Rica, in modo da agevolare indirettamente l'Unilever, aggirando così l'obbligo di conseguimento del miglior prezzo previsto dalle direttive CIPE.
    L'inchiesta fu resa nota dal 23 febbraio 1996 e portò a una sentenza di non luogo a procedere nell'udienza preliminare il 22 dicembre 1997, con la più ampia formula di proscioglimento «perché il fatto non sussiste». Il GUP Eduardo Landi citò nelle motivazioni anche la riforma dell'abuso d'ufficio, varata pochi mesi prima (il 10 luglio) su iniziativa dell'Ulivo e votata anche dalla coalizione avversaria.
    La riforma dell'abuso di ufficio era prevista nei programmi di tutte le forze politiche presentatesi alle elezioni del 1996. Il lavoro su questo argomento era già stato avviato da diversi gruppi parlamentari e dal Governo Dini fino alle elezioni dell'aprile '96. Il provvedimento nasceva quindi non per iniziativa governativa ma per iniziativa parlamentare. La riforma, fu, fin dal maggio del '96, oggetto di un confronto con i sindaci di tutti gli orientamenti politici che sollecitavano provvedimenti tesi a far superare difficoltà, resistenze e ostacoli che appesantivano il lavoro delle amministrazioni locali.
    L'abuso di ufficio, così com'era allora configurato, conferiva ai giudici un ampio potere discrezionale di giudizio nei confronti delle scelte degli amministratori locali, determinando sovente rallentamenti anche molto rilevanti delle attività delle amministrazioni, per questo la necessità di provvedere a questa riforma raccoglieva il consenso unanime degli amministratori locali sia di centrodestra sia di centrosinistra.
    Il giudice pronunciò una sentenza di non luogo a procedere con la più ampia formula di proscioglimento (il fatto non sussiste) e con l'acquisizione di una perizia d'ufficio che accertò la congruità del prezzo di vendita della parte della SME ceduta. La sentenza confermò la regolarità del procedimento seguito per la vendita ed il Giudice ha inoltre accertato che Prodi non aveva avuto rapporti con Unilever e aveva comunque già cessato il proprio rapporto con Goldman Sachs nel periodo in cui è avvenuta la cessione di CBD a favore di Fisvi, cui è seguita quella parziale per il settore "olio" in favore di Unilever.

    Alcuni hanno criticato tale riforma e la sua relazione con l'indagine su Prodi. I giornalisti Peter Gomez e Marco Travaglio definiscono «per certi versi imbarazzante» il fatto che tra le motivazioni ci sia un riferimento alla legge varata dal'Ulivo, ma riconoscono che tale riferimento «non fu affatto decisivo per quella sentenza». in quanto Prodi fu prosciolto perché il fatto non sussisteva. Secondo Silvio Berlusconi invece «Prodi s'è salvato grazie all'amnistia e alla modifica dell'abuso d'ufficio. Quelle sì che furono leggi ad personam, quando lui doveva rispondere davanti ad un GIP dei finanziamenti che le sue partecipazioni statali davano alla DC» (21 Gennaio 2006). Tuttavia Romano Prodi non ha usufruito dell'amnistia e non è stato indagato per finanziamento illecito.
    Come si vede il nano supergarantista condanna senza appello una persona che i magistrati hanno assolto in via preliminare per non avere commesso il fatto.

    SIETE I SOLITI BANANA BUGIARDI. "Il giornale" a noi ci serve al massimo per pulirci il culo. Se volete portare prove trovatele in testimonianze appena un po' decenti.
    Io come vedete ho citato anche le opinioni di Berlusconi e Gomez-Travaglio per avere un altro punto di vista.

  3. #33
    FuoriTempo
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    questa situazione è vecchia. i politici puntano alle poltrone. berlusconi, che è imprenditore, si prende le aziende.
    ecco perchè chi vota a sinistra è un coglione!
    ecco perchè berlusconi ha vinto le elezioni.
    alla faccia di chi parlava di smebramento mediaset!
    berlusconi all'opposizione ha le mani più sciolte e libere che alla maggioranza.
    tutto questo avviene perchè il csx è spaccato e diviso. non ha inumeri per fare nulla ed è costretto a trattare con berlusconi che da buon imprenditore tratta con tutti. senza distinzioni.
    questa è la serietà del csx.
    ma chi è coglione non lo capirà (ammetterà!) mai!

  4. #34
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    Citazione Originariamente Scritto da kingzorc
    Credo che addirittura la Gasparri lo vieti,il chè è tutto dire...Tronchetti Provera(come diceva Ricucci in un intercettazione) è pieno di debiti,e gli toccherà farsi aiutare da qualcuno...Se il Csx permettesse un operazione del genere... Meglio non pensarci per ora è fanta-inciucio!!!
    Che una QUALSIASI cosa sia vietata dalla legge, al Banana, nun je ne po' frega' dde meno.
    La (si fa per dire) Gasparri, per dire; l'ha GIA' violata una decina di volte.

    Per dire ...

  5. #35
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    Citazione Originariamente Scritto da tolomeo
    chiedile al giudice Imposimato, ex senatore ds, o uomo di poca fede.
    e al comunista Macaluso che ha scritto la prefazione del suo libro che tratta questa faccenda - insieme al problema collusione Prodi-Camorra nella Tav Campania.
    ... ancora?

  6. #36
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    Citazione Originariamente Scritto da tolomeo
    et voilà
    porello Prodi, un altro po' e lo facevano arrosto...


    Quando Prodi tremò: «Salvatemi da Di Pietro»
    di Giancarlo Perna da Il Giornale
    Nel ’93, torchiato dall’ex pm sui fondi Iri, di cui era presidente, cercò l’aiuto di Mancuso. «Degli altri me ne fotto, devo tutelarmi ad ogni costo»

    Nel luglio del '93, il melomane Filippo Mancuso stava uscendo da casa per acquistare un manuale sul clavicembalo ben temprato, quando suonò il telefono. Era Romano Prodi da Parigi che singhiozzava nella cornetta e quasi non riusciva a parlare. «Sembrava Anna Magnani nella Voce umana di Cocteau», ricorda Mancuso. «Devo parlarle con urgenza. È successa una cosa gravissima», riuscì a articolare Romano che da un mese e mezzo presiedeva per la seconda volta l’Iri. Stabilirono di vedersi l’indomani all’Istituto.
    Prima di capire cosa sia successo, spieghiamo che c’entra Mancuso con Prodi. Raggiunti i più alti gradi della magistratura e da poco in pensione, l’allora settantunenne Mancuso era membro del Comitato di consulenza giuridica dell’Iri. Aveva avuto l’incarico da Franco Nobili che nel frattempo era stato ammanettato dal pool di Milano e languiva in carcere da due mesi. Subentrato a Nobili, Prodi aveva confermato la nomina di Mancuso che il giorno dopo si presentò puntualissimo nella sede di Via Veneto.
    Ecco, per bocca dell’ex Guardasigilli del governo Dini (1995), il racconto dell’incontro.
    «Prodi era prostrato. Appena mi vede, mi si abbandona addosso e implora: “Eccellenza, mi salvi”. Aveva un affanno doloroso sul volto e non riusciva a parlare. Io non capivo. Alla fine si dà un contegno e dice: “Sono stato interrogato pochi giorni fa, il 4 luglio, da un giudice feroce, certo Di Pietro, che mi ha trattato come il peggiore criminale. Minacciava di non farmi tornare a casa. Si alzava e andava alla porta urlando intimidazioni contro di me, perché i giornalisti che aspettavano fuori sentissero. Quell’ossesso lo faceva per sputtanarmi”. Lasciai che si sfogasse, poi chiesi: “Ma che voleva da lei questo Di Pietro?”. Prodi rispose: “Gli avevo detto che il primo periodo all’Iri era stato il mio Vietnam. Questa frase è stata interpretata da quell’orrore di magistrato come l’ammissione di pressioni per favori illeciti ai partiti. Si è messo a urlare forte: 'È vero o no, che il segretario della Dc decideva lui chi doveva sedere su quella poltrona?' e poi, urlando di più: 'Ma i soldi alla Dc chi glieli dava?'. Per ore ha continuato a scagliarsi contro di me, finché ha detto: 'Adesso esce coi suoi piedi, ma entro una settimana mi deve portare un memoriale spiegandomi quella frase, altrimenti lei a casa non ci torna'. Cosa posso fare, Eccellenza? Replicai: “Lei cosa vuole esattamente da me?”. Prodi rispose: “Il mio legale, prof. De Luca, ha scritto questa memoria. Vorrei che la leggesse”. Ho detto: “Non sono in grado di rivedere un professionista come Giuseppe De Luca. È un difensore eccellente e io, che sono un giudice, non so vedere le cose in chiave difensiva”. Così risposi alle sue lacrimevoli insistenze. Ma Prodi continuava: “La guardi... veda... giusto una scorsa...”. Voleva un parere, in realtà pensava che potessi fare pressioni sui magistrati. È una mia interpretazione. Io però non abboccai e dissi: “Lei mi dice che ha a che fare con un pm di questo tipo. Stia attento a non fare nomi di persone che potrebbero essere ingiustamente coinvolte creando nuovi dolori”. Qui, Prodi esce al naturale e sbotta: “Io me ne fotto. Io devo salvare a ogni costo me stesso e non devo preoccuparmi di altro”. Mi alzai dicendo: “Professore, lei ha sbagliato a consultare me anche perché non sono in sintonia con questo modo di vedere. Lei mi dà l’impressione di quei personaggi che nei film Western fuggono a cavallo, sparando sui bambini”. Su questo, me ne sono andato e mai più ci siamo visti. Poi, lui disse che io ero pagato “principescamente” per l’incarico all’Iri. Non è vero, ma se lo fosse stato, niente di male. Dicendolo però, Prodi ha mostrato quello che è: un misero. Un misero naturale». Questa l’eloquente testimonianza sul carattere di Romano nei momenti difficili.
    Facendo poi l’esatto contrario del consiglio ricevuto, Prodi presentò ai pm Totò Di Pietro e Paolo Ielo un dossier folto di nomi. Cinquantatré pagine sul suo settennato all’Iri, in cui si assolveva da tutto incolpando invece Craxi, Gianni De Michelis, Giuliano Amato, il pm Infelisi (che lo aveva indagato per Nomisma) e perfino Berlusconi, reo di avere ostacolato la svendita della Sme all’Ing. De Benedetti. Una spiata in piena regola, accolta con voluttà dai due pm, ma che, di per sé, non sarebbe bastata a tirarlo fuori. A salvare Romano, fu infatti il Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro.Poteva metterci una pietra sopra. Invece, ha voluto strafare e si è attaccato a Di Pietro come un siamese a suo fratello. Premetto, e confesso, che ho addolcito i giudizi di Prodi su Di Pietro nel dialogo con Mancuso. Le parole autentiche davano meglio l'idea dello stile giudiziario del pm, ma le ho cambiate per non dargli altre occasioni di arricchirsi con le querele. Tutto perciò fa pensare che Romano avesse in origine un autentico disprezzo per Di Pietro, misto a paura. Ma questa ha prevalso. Così, per tenerselo buono anche dopo l’abbandono della toga, l’ha preso prima nel suo governo del ’96 come ministro dei Lavori pubblici, poi come stretto alleato. Da anni, in tv, compaiono in coppia come pappagalletti. Le formazioni tipo sono, Totò alla destra di Romano, Totò alle spalle di Romano, Totò che annuisce a Romano che parla, Romano che guarda Totò per vedere se annuisce. L’insana simmachia tra carcerato e carceriere e il delatorio dossier di 53 pagine folto di nomi, hanno procurato a Romano nomea di codardo. Giorni fa, il suo ex preside di Scienze Politiche, Nicola Matteucci, ha scritto: «La cosa divertente è che il nostro Prodi, che certo un prode non è, gli ha offerto (a Di Pietro, ndr) per le prossime elezioni un posto sicuro... Una totale mancanza di dignità, dove la paura di ieri si mescola alla viltà di oggi».Per otto lunghi anni, Romano ha guidato l’Iri che con l’Eni è stato il tangentificio d’Italia. Le ha viste tutte, fatte altrettante, ma si erge moralista. Insincero anche nel dossier per i magistrati. Finge di aprirsi, invece tace ciò che vuole tacere.I fondi neri dell’Iri nascono prima di Prodi, ma è lui a coprirli. Sono serviti a finanziare partiti, sovvenzionare giornali, costruire chiese, compiacendo questo o quel cardinale, favorire l’Opus Dei. Lo scandalo scoppia sotto la presidenza Prodi. Il maggiore imputato è Ettore Bernabei, uomo di rispetto della Dc, amico di Amintore Fanfani, sospetto Grande Elargitore. Per evitare la gattabuia, l’astuto fanfaniano si fa operare di un calcolo. Il pm Gherardo Colombo, che ha spiccato il mandato, aspetta impaziente la convalescenza per eseguirlo. Ma il chirurgo ha provvidenzialmente dimenticato una garza nella pancia del paziente che torna sotto i ferri. Colombo, depresso per l’interminabile malattia, ritira il provvedimento. Il malato guarisce all’istante e Prodi il giorno stesso, 27 giugno 1985, lo promuove presidente dell’Italstat. Poi dichiara: «Tutti i fondi neri sono rientrati nei bilanci dell’Iri: il danno economico non c’è stato». Non è così, ma sarebbe lungo spiegare il trucco. All’indignato Franco Bassanini, un ex dc, passato ai socialisti, poi ai comunisti, che gli chiede chiarimenti, Romano risponde, leale e coraggioso: «Se tocco Bernabei rischio di saltare io».
    Oltre al favore fatto a Fanfani, via Bernabei, il dossier di Romano ne tace un altro, fatto a Andreotti. Nell’89, agli sgoccioli della prima presidenza, Prodi vende a prezzo stracciato il Banco di Santo Spirito alla Cassa di Risparmio di Roma. Una decisione imperiale, senza gara al migliore offerente e neanche uno straccio di perizia, denunciò scandalizzato Pietro Armani vicepresidente dell’Iri. Ma era quanto desiderava il Divo Giulio, d’accordo con l’amico Cesare Geronzi che, direttore generale della Cassa, diventa, con l’acquisizione, anche amministratore delegato del Santo Spirito. Quando poi le due banche, completando il piano segreto, finiscono nel Banco di Roma, oggi Capitalia, Geronzi presiede l’uno e l’altra. Andreotti è appagato e Romano rinsalda un antico rapporto di cui domani vedremo l’origine.
    Per molte di queste decisioni politicamente addomesticate e tecnicamente aberranti, come Santo Spirito, Sme, ecc., Prodi l’ha fatta franca. Per una però, è finito in Tribunale. Nel ’96, già capo del Governo, la Procura di Roma lo rinviò a giudizio per la vendita della Cirio-Bertolli-De Rica. Un affare sballato della seconda presidenza Iri. La pm, Giuseppina Geremia, lo accusa di abuso di ufficio per avere «intenzionalmente avvantaggiato» l’acquirente, la Fsvi dell’imprenditore Lamiranda, «pur sapendo che non aveva i mezzi».
    La storia si tinge subito di giallo. La Geremia riceve minacce e telefonate anonime. Un’aura mafiosa plana sull’indagine al premier: chi tocca i fili muore. Ma la pm va avanti. Cautelativamente, il Parlamento, dominato dalla sinistra, fa una legge ad personam sull’abuso d'ufficio alleggerendo a ogni buon conto la posizione di Romano. Il gip Landi assolve Prodi applicando la nuova norma e con una gimcana che impedirà alla Geremia, intenzionatissima a farlo, di impugnare il proscioglimento. La sentenza doveva essere depositata il 23 gennaio ’98. Lo è invece il 9 febbraio, due giorni dopo il trasferimento della Geremia a Cagliari. Partita lei, nessuno impugna e la cosa muore lì.
    Ancora una volta, Romano è miracolato. L’antica riserva della Repubblica, ora politico professionale, può proseguire impunita la strada intrapresa.


    e la povera Geremia finì in Sardegna !
    Ancora oggi il nome "Geremia" nell'ambiente della magistratura fa rizzare i capelli.
    tutti tengono famigghia.
    tutti hanno capito come funzionano le cose.
    tutti sono in attesa di ricevere i pizzini e ubbidire ciecamente alle istruzioni.

    Quale è la fonte?

  7. #37
    Mai l'altra guancia
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    Il Giornale ... non ti basta?

  8. #38
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    Citazione Originariamente Scritto da tatytaty
    Quale è la fonte?
    Quali fonti vuoi che siano...le sedute spiritiche del co-medium Baldassarri.
    Oppure Libero o Il Giornale, due quotidiani inarrivabili per risarcimenti e condanne per calunnia....

  9. #39
    Mai l'altra guancia
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    A proposito di media...

    La presenza televisiva in questi giorni di Travaglio è dovuta a
    • una coincidenza?
    • la fine di una censura?

  10. #40
    Me, Myself, I
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    Citazione Originariamente Scritto da Zdenek
    A proposito di media...

    La presenza televisiva in questi giorni di Travaglio è dovuta a
    • una coincidenza?
    • la fine di una censura?
    ... un sintomo?

 

 
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