Sceneggiate
A vedere lo spettacolo andato in onda per alcuni giorni in televisione e sui giornali, è sembrato vero. E’ sembrato reale cioè che, venendo meno alla sua tradizione, la magistratura italiana avesse assunto provvedimenti giudiziari severi a carico di funzionari ed agenti di polizia per reati da costoro compiuti ai danni di cittadini dissenzienti dalla politica del regime. Un timidissimo e tardivo provvedimento giudiziario che ha relegato per qualche giorno due funzionari di polizia e sei agenti a casa loro, consolati dalle mamme, dalle mogli e dai figli ha fornito il pretesto per una bagarre che ha coinvolto tutti, politici, magistrati, poliziotti, giornalisti eccetera in aspre discussioni sulla liceità degli arresti domiciliari, anzi dell’indagine sul conto degli intemerati rappresentanti delle ‘forze dell’ordine’, come sogliono chiamarle ancora. Tutti, sia i favorevoli all’operato dei magistrati napoletani che quanti lo hanno osteggiato, hanno finto di dimenticare che si trattava di una breve parentesi destinata a chiudersi in tempi rapidissimi, come è stato, senza lasciare alcuna traccia. I tarallucci erano già sul tavolo, ora è arrivato anche il vino e si è potuto festeggiare. Come sempre. Dopo i provvedimenti- che sarebbe grottesco definire "restrittivi"- assunti dal giudice istruttore di Napoli, è arrivato il giudizio del Riesame, se non sarebbe arrivato il Tribunale della libertà, la Corte d’appello, e se non fosse bastato la Corte di Cassazione. Per fare giustizia? No, per dire che tutti hanno fatto il loro dovere, e se va bene che c’è stato qualche eccesso, qualche piccola intemperanza, dovuta allo stress e all’affaticamento, meritevole peraltro di tutte le attenuanti; così che, ammesso si arrivi fra una o qualche decina di anni ad una condanna, questa non supererà i 6 mesi di reclusione con la condizionale e la non menzione. Intanto, i commissari saranno divenuti questori e gli agenti marescialli. I cittadini illegalmente arrestati, pestati a dovere, sputacchiati, spogliati, oltraggiati saranno stati dimenticati e tutto sarà come prima e come sempre.
Un pessimismo eccessivo, il nostro? No, l’elenco che pubblichiamo (Sevizie di Stato- torna a homepage) pur nella sua brevità offre uno squarcio significativo di cosa sia la ‘giustizia’ in Italia nei confronti dei rappresentanti delle ‘forze dell’ordine’, per i quali l’impunità è la regola, qualsiasi cosa facciano e contro chiunque la facciano. E la violenza da parte delle forze di polizia, senza distinzione di corpi e di uniformi, è una regola che mai nessuno ha inteso modificare; tantomeno la magistratura il cui compito è sempre stato quello di assolvere o, comunque, di banalizzare qualsiasi comportamento violento mantenuto dagli appartenenti alle forze di sicurezza.
Il nostro elenco parte dal 1946, quando il leader del separatismo siciliano Andrea Finocchiaro Aprile denunciò all’Assemblea costituente le "sevizie e le torture" inflitte ai giovani del movimento indipendentista da parte delle polizie operanti in Sicilia. Non lo presero neanche in considerazione. Poi toccò ai comunisti assaggiare i democratici metodi di repressione delle italiche polizie del ‘beato’ Alcide De Gasperi e dei chierichetti del papa di turno per quasi un quarantennio. Hanno strillato i comunisti, insieme ai socialisti, e pure forte: in piazza, in Parlamento, sui giornali hanno denunciato con nomi, cognomi, cifre la durezza del trattamento riservato nelle caserme e nei commissariati ai loro militanti. Ci sono stati morti per tortura, lesionati a vita, ma cos’è accaduto. Nulla. Tutto è rimasto come sempre. Poi socialisti e comunisti si sono fatti regime, hanno gettato alle ortiche la falce e il martello, hanno indossato la tonaca e si sono genuflessi con tanta umiltà dinanzi al papa da far schiattare di invidia missini e democristiani, e la violenza delle polizie si è rivolta contro gli altri, contro gli oppositori rimasti, autonomi, ‘terroristi’ delle Br e varie bande più o meno armate. Questi ultimi infine, nel solco dell’italica tradizione del voltagabbana si sono ‘dissociati’, ravveduti, pentiti di aver lottato contro il regime, e si sono posti al riparo dalla violenza della polizia lasciandoci gli altri, quelli che fortunatamente ancora rimangono all’opposizione.
E’ un ciclo che si rinnova. Non c’erano i comunisti al governo quando, il 17 marzo 2001, a Napoli, la polizia dava ancora una volta prova della sua forza contro gli inermi? In questo alternarsi di governi e di governanti di multiplo colore e di rinnegate ideologie, fedeli ai loro sistemi si sono sempre mantenute la magistratura e la polizia.
Il 17 novembre 1951, il Tribunale di Perugia condannò a 6 mesi di reclusione i carabinieri che avevano torturato cinque cittadini per farli confessare reati mai commessi.
Gli agenti dei Nocs, ritenuti colpevoli di torture ai danni di Cesare Di Lenardo e di altri brigatisti rossi coinvolti nel sequestro Dozier hanno avuto pene ancora inferiori alla conclusione dell’iter giudiziario. E siamo negli anni Ottanta.
Due dei dirigenti di polizia accusati di aver diretto l’irruzione nella scuola Diaz di Genova, con il susseguirsi di violenze sugli arrestati, ancorché indiziati di reato sono stati, con un abile gioco delle tre carte, prima rimossi e poi promossi a compiti superiori. E siamo negli anni Duemila.
La magistratura? Il secondino Mario Velluto aveva ucciso, sparandogli un colpo di pistola alla nuca, il 21enne Mario Salvi, il 7 aprile 1976 nel corso di una manifestazione dinanzi al ministero di Grazia e Giustizia. Il 7 luglio 1977, il Tribunale di Roma lo assolve per aver egli fatto "uso legittimo delle armi".
Sempre a Roma, un agente di Ps uccide, con il classico colpo alla nuca, il 17enne missino Alberto Giaquinto il 10 gennaio 1979. Il 3 dicembre 1981, il giudice istruttore lo rinvia a giudizio per "eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi". E’ vero, Giaquinto per ‘camerati’ aveva Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri, Francesco Storace ed Er Pecora, ma il ragazzo non lo meritava l’estremo oltraggio di una incriminazione del suo assassino per "eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi". Morto con un colpo alla nuca, come Mario Salvi, autonomo.
E i cittadini al di fuori delle contese politiche come se la cavano con le forze di polizia? E’ sufficiente ricordare qui che fine ha fatto Salvatore Marino, a Palermo, presentatosi spontaneamente in Questura per farsi interrogare ed uscitone clandestinamente morto sotto tortura. Come è finito, se mai è finito, il processo ai suoi uccisori? Non si sa, sebbene siano trascorsi più di 16 anni dall’ottobre 1985.
E non parliamo di quanto accade negli istituti di pena di cui per anni è stato vice direttore quel Paolo Mancuso che oggi la destra cerca di presentare come un persecutore delle forze di polizia. Si può, eventualmente, affermare il contrario, che ne sia sempre stato un convinto protettore vista la lunghissima lista di violenze perpetrate dai secondini in carcere mentre lui era al vertice della direzione generale preposta alla custodia dei detenuti, condannati definitivi o in carcerazione preventiva. Dov’era il dottor Paolo Mancuso in questi anni? Non era un ‘repressore’ di rappresentanti delle forze di polizia? Non lo era Giancarlo Caselli e nemmeno tutti gli altri che si sono avvicendati nel tempo al vertice degli istituti di pena, ognuno dei quali può vantare un numero elevatissimo di violenze di ogni genere perpetrato dai secondini di tutta Italia sui cittadini detenuti, colpevoli o innocenti che fossero.
Nella suddivisione dei compiti, vediamo come sempre le forze di polizia hanno usato la "mano pesante", fino ad arrivare all’omicidio, mentre la magistratura si è assunta un compito di tutela ad oltranza che quando, rarissime volte, ha presentato qualche smagliatura per iniziative individuali, questa è stata subito ricucita e ricomposta senza che danno alcuno derivasse ai singoli appartenenti alle forze di polizia e all’immagine, quanto mai fasulla, di uno Stato rispettoso dei diritti e della vita dei cittadini.
Nulla faceva pensare che quanto accaduto a Napoli potesse rappresentare l’eccezione alla regola. Se a Genova i magistrati sono riusciti ad arrestare solo manifestanti e neanche hanno finto di mandare agli arresti domiciliari un carabiniere accusato di omicidio volontario, reato per il quale il mandato di cattura è obbligatorio, a Napoli hanno tenuto a riposo, a casa loro, otto poliziotti per qualche giorno. Poi tutto è finito a tarallucci e vino, come sempre.
In un Paese in cui sparare alla nuca di un manifestante che scappa è considerato uso legittimo delle armi; in cui ai poliziotti torturatori vengono riconosciute le attenuanti dell’aver agito per particolari valori morali e sociali e il loro capo viene conteso fra democristiani, missini e socialdemocratici per portarlo in Parlamento; in un paese in cui si arrestano 90 secondini per un pestaggio collettivo nel carcere di Sassari e, poi, si fa calare il silenzio sul processo in modo che l’opinione pubblica dimentichi, ed in fretta, cosa sia in Italia il rispetto per i ‘diritti umani’, farsi illusioni è sbagliato.
Forse, se fosse rimasto uno spazio di libertà si poteva sperare che qualcosa si muovesse, ma non è così. Il regime occupa tutto e tutti sono al suo servizio in uno scambio continuo di casacche e di favori, ognuno preoccupato che nulla cambi per quando potrà alternarsi al governo del paese sotto il potere arrogantemente esibito ormai, senza più pudori, del Vaticano e degli Stati uniti.
Il resto sono chiacchiere, sceneggiate impudenti, esibizioni di servi che fingono di contrapporsi, quando nella realtà sono uniti più che mai. Se i fatti di Genova hanno potuto verificarsi sotto un governo di centro- destra è perché quelli di Napoli c’erano già stati sotto un governo di centro- sinistra. E la polizia rimarrà impunita per Genova, come per Napoli, perché tutela un regime e ne viene ovviamente tutelata per mezzo di una magistratura che con il suo silenzio a Napoli, nel marzo del 2001, ha consentito i fatti di Genova del luglio successivo e l’assassinio di Carlo Giuliani.
Ed è questa l’unica verità. Quella che nessuno osa proclamare ad alta voce. Quella che se ripetuta, amplificata, urlata potrebbe far scoprire a milioni di italiani il valore ed il significato della libertà perduta tanti anni fa e mai più riguadagnata.
Opera, maggio 2002
Vincenzo Vinciguerra