Tuttavia, qualche riflessione di principio su poteri e doveri dei senatori a vita, Gaetano Gifuni la concede.
La sua lunga esperienza di alto funzionario e segretario generale del Senato (17 anni) e di segretario generale del Quirinale (14 anni, con funzioni onorarie oggi) lo rendono un testimone autorevole delle prassi repubblicane. Che non giudica affatto stravolte dal voto di fiducia al governo di Romano Prodi, voto definito «profondamente immorale» da un Silvio Berlusconi all'attacco.
«È un punto costituzionale nitido e preciso, in dottrina non se ne discute neppure», spiega. Vale a dire che nessuno può seriamente pensare che i titolari del laticlavio d'onore (e tra di loro pure i senatori a vita «di diritto», in quanto ex presidenti) godano di prerogative «in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo attenuate», rispetto a quelle attribuite dalla Carta costituzionale agli eletti dal popolo.
«Mai, dal 1948 ad oggi, questo problema è stato posto. Mai qualcuno ha messo in dubbio che potessero o non potessero votare per la nascita di un esecutivo, oppure per leggi diverse. Mai si è preteso che la loro fosse una presenza "sterilizzata" e platonica, come se dovessero esser sottoposti al vincolo di non confondersi con la politica. Hanno sempre votato tutti e su tutto ciò che poteva sembrare loro importante. Scegliendo secondo i propri orientamenti e in qualche caso anche indipendentemente dalla loro adesione alla maggioranza del momento».
L'esempio forse più assiduo di attenzione, presenza e interventi al Senato rimanda al repubblicano Leo Valiani. Ma anche il critico letterario Carlo Bo, il filosofo Norberto Bobbio e tanti altri, procedendo a ritroso nella storia di Palazzo Madama, hanno voluto esercitare pienamente e senza alcuna remora il ruolo affidato loro motu proprio dai capi dello Stato.
«Ruolo che a volte si è rivelato decisivo», rievoca Gifuni. Come dodici anni fa, il 18 maggio '94, quando proprio tre senatori a vita consentirono la nascita del primo, e assai gracile, governo Berlusconi: Agnelli, Cossiga e Leone si espressero per il sì; Andreotti, De Martino e Valiani optarono per il no; Spadolini e Taviani si astennero in Aula (il che, al Senato, vale alla stregua di un voto contrario); Bo, Fanfani e Bobbio furono registrati come «assenti».
I senatori a vita, quel giorno, erano 11 anche per effetto di una lettura estensiva della norma che regola questa materia. Uno scatto in avanti compiuto prima da Pertini e poi da Cossiga, interpretando che il tetto di cinque nomine ad honorem si riferisse a ciascun capo dello Stato e non fosse invece il limite massimo di «presenze» contemplato dalla Costituzione. Un passo indietro, nel senso di ancorarsi alla prassi precedente, lo annunciarono e lo compirono Scalfaro e Ciampi. «Del resto — conclude Gifuni — basta fare due conti. Se ogni inquilino del Colle nominasse cinque senatori, questi, insieme ai presidenti emeriti che senatori lo sono ex lege, potrebbero lievitare a un numero parecchio elevato. Tanto da poter magari formare (di fatto) un influente gruppo a sé. Però, quelli che ci sono ora, li si lasci almeno esercitare in libertà il loro diritto- dovere».
Dal Corsera




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