Ucraina al voto
di Andrea Forti
Domenica 17 gennaio si terranno le elezioni presidenziali in Ucraina, le prime dalla «rivoluzione arancione» del dicembre 2004 che portò al potere l'attuale presidente filo-occidentale Viktor Yushchenko, e le prime dopo una crisi economica che ha particolarmente colpito Kiev. Le elezioni del 2010 portano con sé elementi sia di continuità che di discontinuità con la situazione di cinque anni fa.
Innanzitutto i protagonisti di questo appuntamento elettorale sono sostanzialmente gli stessi del periodo della «rivoluzione arancione»: Viktor Yanukovic, candidato espressione delle regioni orientali filo-russe (e russofone) del paese, e la «coppia arancione» Viktor Yushchenko-Yulija Timoshchenko, alleati durante la «rivoluzione» del 2004 e da allora eterni rivali. Rispetto a cinque anni fa non solo rimangono gli stessi i contendenti, ma resiste l'ormai cronica spaccatura geografica della politica ucraina, che vede i candidati filo-russi prendere voti all'est e i filo-occidentali all'ovest: una ripartizione che corrisponde alla divisione fra la parte sud-est del paese, tendenzialmente russofona e culturalmente russificata, e quella centro-occidentale, linguisticamente ucrainofona e, specialmente nelle regioni ex-polacche della Galizia, di religione cattolica uniate (di rito greco-bizantino come gli ortodossi ma fedeli a Roma).
I sondaggi indicano, con il beneficio del dubbio, una sfida fra il favorito Viktor Yanukovic (33,3% delle preferenze secondo l'ultima rilevazione) e l'ex «pasionaria» arancione Yulija Timoshchenko (data al 16,6% delle preferenze).
Sia che le elezioni di domenica diano la vittoria a Yanukovic al primo turno, sia che si assista ad un ballottaggio, una cosa è sicura: l'attuale presidente e candidato Viktor Yushchenko sarà molto probabilmente il grande sconfitto di queste consultazioni. Il presidente uscente è dato appena al 3,8% delle preferenze, meno di candidati minori come il centrista Lytvin o il tecnocrate Tigipko. Con la probabile uscita di scena di Yushchenko verrà sconfitta una linea politica pregiudizialmente anti-russa e superficialmente filo-occidentale che in questo quinquennio non ha portato nulla di buono né all'Ucraina, né all'Europa e né alla causa stessa della riforma in senso europeo di questo stato slavo.
La grande e positiva novità è che, a differenza del 2004, queste elezioni sembrano aver acquisito il carattere di una consultazione elettorale interna e non sono state trasformate in uno scontro frontale fra Russia e Occidente, come avvenne durante la «rivoluzione arancione». Mosca, pur mantenendo un rapporto preferenziale con Yanukovic e il suo Partito delle Regioni, ha capito come sia più conveniente curare i rapporti anche con forze politiche che non siano espressione della parte russofila del paese, come la coalizione di Yulija Timoshchenko, un tempo «pasionaria» occidentalista e oggi assai meglio disposta verso la Russia. Dal canto suo l'Occidente, e l'Europa in primis, sembra aver finalmente compreso come la causa della democrazia non debba essere confusa con la causa della russofobia, e che anzi confondere i due elementi può portare a risultati disastrosi tanto per la democrazia stessa che per la stabilità continentale, come insegna il caso georgiano di Saakashvili.
Quali che siano i risultati delle elezioni di domenica una cosa è certa: l'Ucraina può costruirsi un futuro di ponte fra Europa occidentale e Russia ed è compito tanto di Mosca che dell'Europa aiutare gli ucraini a mantenere aperto questo ponte e non trasformarlo in trincea di nuove e suicide «guerre fredde».
Ragionpolitica - Ucraina al voto
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