Spoils system in versione antica Roma
Si chiamava proscrizione e oggi la teme chi parla di “regime” per indicare il governo degli avversari. Fu però il tradimento più limpido di tutto ciò su cui Roma si reggeva. In verità, la si praticò di rado; ma quando lo si fece, caddero teste e mani
di Laura Cotta Ramosino
Il Domenicale 13-05-2006
Non è la prima volta che all’indomani di una tornata elettorale decisiva (e soprattutto di un’elezione che segue un periodo definito a gran voce dalle nuove forze al governo di “regime”) si usa, da una parte e dall’altra con diversa convinzione, paventare il rinnovarsi di proscrizioni. Oggigiorno, nelle menti di politici più o meno colti, la parola evoca un vistoso avvicendarsi di poltrone pubbliche di varia natura e l’esclusione dai posti chiave di comando del “nemico” sconfitto (anche se per un soffio), un nemico a cui si augura, nella più benevola delle ipotesi, una pacifica permanenza in loco o in più esotiche destinazioni.
Sperando che nessuno, spinto dal revival della storia classica, vada a leggersi qualche autore antico in cerca di’ispirazione, va ricordato che, fortunatamente – nella pratica, se non nello spirito vendicativo e di rivalsa– ci si mantiene a una bella distanza dalle proscrizioni originali, che furono la versione romana, decisamente più sanguinosa, del moderno spoils system.
Anche se, a dire il vero, il sistema fu applicato in grande stile due sole volte nella storia della Repubblica, e almeno la prima su iniziativa di Lucio Cornelio Silla, uno che della legalità (almeno quella formale) si preoccupava parecchio, ma che fu pure il primo a condurre una vera e propria marcia su Roma.
Ultimo dei repubblicani o aspirante monarca sul modello dei regnanti ellenistici che aveva brillantemente sconfitto (ma ebbe il coraggio di deporre la dittatura), Silla, all’indomani di una sudata vittoria contro le forze unite dei suoi nemici populares e dei loro alleati sanniti, provvide a una generale riorganizzazione dello Stato (che sarebbe sopravvissuta fino all’epoca di Giulio Cesare), ma ritenne proprio diritto e dovere anche procedere alla cruenta eliminazione degli avversari, i cui nomi vennero pubblicati su apposite liste, le liste di proscrizione appunto.
Da quel che testimonia Marco Tullio Cicerone, che quell’epoca la visse sulla propria pelle (anche se Cesare rischiò molto di più), l’inserimento nelle liste significava una condanna a morte emessa senz’alcun giudizio contro singoli cittadini. Erano previsti premi per gli uccisori, ricompense per i delatori e punizioni severissime (fino all’inserimento nelle liste stesse) di chi nascondeva o aiutava i ricercati.
L’influenza delle proscrizioni si estendeva, per dirla biblicamente, «fino alla terza o alla quarta generazione», dato che anche i discendenti dei proscritti venivano privati per sempre della possibilità di accedere alle cariche pubbliche, una misura, questa, che probabilmente non dispiacerebbe nemmeno da noi viste le tendenze nepotistiche endemiche del panorama politico italiano.
I beni dei proscritti venivano confiscati e messi all’asta, dove potevano essere acquistati a prezzi irrisori dai sostenitori dello stesso Silla. Tra quelli che posero in questo modo le basi di fortune favolose ci fu anche uno dei due colleghi di Cesare nel primo triumvirato, Licinio Crasso (magnificamente, anche se con poca fedeltà storica, portato sullo schermo da Lawrence Olivier in Spartacus).
Curiose eredità
Cicerone, che nell’80, ancora vivente Silla, prese la difesa di Sesto Roscio Amerino contro uno di questi ambigui alleati del dittatore, ebbe l’accortezza di premettere che la vittoria di Silla era comunque stata una vittoria della res publica. Non si può negare, del resto, che le proscrizioni furono solo una parte del vasto lavoro di riordino dello Stato intrapreso dal dittatore che si definiva con una certa arroganza «il prediletto degli dèi» (tra i vari provvedimenti, vi fu anche un consistente “rimpolpamento” del Senato che egli stesso, tra gli altri, aveva provveduto a rendere orfano di alcuni dei suoi illustri membri).
Cesare, che alla politica sillana si era opposto con notevole coraggio e una buona dose di calcolo politico, all’indomani della vittoria su Pompeo e sui suoi improvvisati alleati scelse la strada opposta, preferendo la politica (per l’epoca rivoluzionaria) della clementia (un ottimo slogan, anche se poco imitato, per la verità a Roma e nei secoli successivi) e del tentativo di cooptazione dei vecchi nemici nel nuovo ordine che non ebbe il tempo di realizzare. I massimalisti del calibro di Catone l’Uticense avrebbero forse preferito diversamente e nel dubbio optarono per un sempre dignitoso suicidio in spregio al perdono del vincitore.
Il vero erede di Silla lo troviamo molto più avanti: è il cesariano (ma aristocratico) Marco Antonio, che nel 43, dopo aver stretto con il nipote diciannovenne del defunto Cesare, Ottaviano, e con Lepido (all’epoca sufficientemente influente sull’esercito, ma ahimè dimenticato dalla storia, almeno quella popolare) l’accordo del secondo triumvirato, si trovò le mani libere per le proprie vendette più o meno private. È un paradosso tragico anche se non proprio sorprendente che a raccogliere l’eredità più sanguinaria dell’aristocratico Silla autoproclamatosi difensore del Senato, degli optimates e della legalità del mos maiorum, fosse poi uno dei seguaci dichiarati del popularis (ma sempre aristocratico) Cesare, con un penchant per la tradizione autocratica orientale piuttosto che per il glorioso passato repubblicano.
Plutarco racconta, Plinio denuncia
Se pure il suo collega Ottaviano (per diventare Augusto gli mancavano ancora diversi decenni e un paio di guerre civili), come ebbe cura di sottolineare in anni più tranquilli, in questa operazione di pulizia politica fu solo un secondo attore rispetto a Marco Antonio, va detto che il futuro imperatore neppure alzò un dito per intervenire in soccorso di quelli a cui in teoria doveva parecchio. Tra quelli che ci andarono di mezzo ci fu, infatti, anche Cicerone, che con Marco Antonio aveva un’ostilità più che decennale e coloritamente documentata dalle fonti antiche.
È Plutarco a raccontarci la versione più cinematografica e d’effetto della morte del vecchio oratore, sorpreso mentre cercava ancora di fuggire. Resosi conto che non aveva via di scampo, Cicerone offrì la testa al sicario. Marco Antonio, che quanto a grand guignol non si faceva mancare proprio nulla, aveva dato preciso ordine di tagliargli testa e mani, come racconta Plutarco con il compiacimento di un moderno cronista di nera.
Al di là della ferocia del gesto, va pur sempre ricordato che nell’antichità non c’era modo di testimoniare fotograficamente l’avvenuta esecuzione (come dimostrano le numerose e importune “riapparizioni” sulla scena politica interna ed estera di personaggi scomodi o sedicenti tali, sulla cui identità fiorivano le speculazioni) e mantenere un corpo in condizioni riconoscibili non era facile. Una testa mozzata, anche se non ha la compattezza di una Polaroid, era certo un bagaglio meno ingombrante e più facilmente “conservabile” da esibire per ritirare la “taglia”.
Le seconde proscrizioni e la guerra civile che seguì la morte di Cesare fino al definitivo stabilirsi del potere di Augusto sono ricordati dagli scrittori romani come uno dei periodi più sanguinosi della storia di Roma. Il meccanismo perverso delle proscrizioni, che premiavano i delatori e punivano la pietas famigliare come un tradimento, si lamentano gli scrittori dell’epoca, non poteva che generare un rivolgimento dei valori su cui Roma stessa si fondava. La letteratura latina, che quando deve spiegare a se stessa il presente ama ricorrere al mito, è piena di episodi strappalacrime su vecchi padri che, come Anchise da Enea, vengono portati in salvo da figli devoti, o di perfidi schiavi e liberti, che in cambio di denaro sono pronti a svelare nascondigli a vendere la vita dei padroni.
E non è solo l’indignazione immediata del contemporaneo alle stragi.
Tra gli autori più accaniti a rivangare gli episodi dell’epoca e a sottolineare i meschini risvolti economici che spesso si nascondevano dietro la facciata pure sanguinosa della vendetta politica, c’è Plinio il Vecchio, che pure vive e scrive a oltre un secolo di distanza, ma con Marco Antonio, il proscriptor animus (una definizione che parla da sé) sembra quasi avere un conto privato da saldare. E non è che si debba andare a pensare a qualche questione familiare (i Plinii di Como all’epoca poco potevano entrare nella politica della capitale); la verità è che il povero Plinio vede in Marco Antonio l’antenato più simile a Nerone sotto il cui regime il cavaliere enciclopedista aveva avuto da soffrire.
E così diventa, una volta di più evidente che la storia è uno strumento assai poco neutro; quando la si evoca, anche sui manuali deputati, ma soprattutto sui giornali, in modo spesso assai poco consapevole, raramente lo si fa per un piacere antiquario. Sarebbe interessante, allora, capire se la scelta delle parole che oggi viene fatta con tanta disinvoltura, conservi, almeno nelle intenzioni, qualcosa degl’intenti originari.




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