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Discussione: il Mahabharata

  1. #21
    Vittima del kali yuga
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    Il desiderio, è come un fuoco insaziabile. Grazie alla barca della conoscenza certamente varcherai tutto l'oceano del male (b. gità)
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    Citazione Originariamente Scritto da satya
    Grazie Stuart. Sai, una casella di e-mail su libero non è che sia una carta di identità, comunque ti ringrazio

    No, no ho mai scritto su "scienze antiche".
    E' che "satya" è un termine sanscrito che significa "luce, saggezza", "lumi" insomma, e magari a qualcun altro piace. E' anche uno degli epiteti di Sai Baba...

    Aspetto dunque istruzioni su come ricevere questa preziosissima cosa che è il Mahabharata in nove ore (o giù di lì) di Brooks.
    Thanks
    più che altro per evitarti che qualcuno te la intasi inviando pubblicità o peggio.
    ok per il punto 2
    Allora, il film è molto grosso, comunque ho contato i 3 file, non dura 9 ore ma 5, boh! è in inglese con sottotitoli in italiano.
    se ti interessa ugualmente, posso fare questo: provo a mandartelo tramite internet, grazie a un sito chiamato isendit. Impresa lenta. Oppure, se preferisci, te lo mando per posta prioritaria/raccomandata.

  2. #22
    zen nun
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    Citazione Originariamente Scritto da stuart mill
    più che altro per evitarti che qualcuno te la intasi inviando pubblicità o peggio.
    ok per il punto 2
    Allora, il film è molto grosso, comunque ho contato i 3 file, non dura 9 ore ma 5, boh! è in inglese con sottotitoli in italiano.
    se ti interessa ugualmente, posso fare questo: provo a mandartelo tramite internet, grazie a un sito chiamato isendit. Impresa lenta. Oppure, se preferisci, te lo mando per posta prioritaria/raccomandata.
    Io ho solo un ADSL normale, niente Fastweb, rischia di essere una impresa titanica. Scrivimi via mail, valà, che ci mettiamo d'accordo.
    Son quasi sicura che la versione INTEGRALE durava 9 ore... ma 5 è già un bel popò di roba, meglio che niente, e ho proprio voglia di rivedermelo con molta calma.

    Sai, mi si sono stampate nella mente un paio di scene, e sono diventate una specie di viatico della mia vita.
    Una soprattutto. Quando uno dei neri (non ricordo chi), incontrando la morte che è venuta a trovarlo, gli dice "Ti ho aspettato ogni sera di ogni giorno".
    Ma tutto quel lavoro merita di essere rivisto e meditato, molto meditato...
    Vado sulla posta, aspetto la tua e-mail.

  3. #23
    Vittima del kali yuga
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    MAHABHARATA - interpretazione cabalistica

    "Il Mahabharata e’ la rievocazione di qualcosa d’immenso, possente, irradiante" (Peter Brook — Il punto in movimento — Ubulibri).
    Volendo introdurre il discorso, dovremmo parlare non di uno, ma di tre Mahabharata. Il primo e’ quello che per duemila anni i cantori
    indiani hanno tramandato oralmente e che ciascuno di essi ha interpretato di volta in volta, arricchendolo con aggiunte. Il secondo e’ quello
    che in India, a partire dal IV secolo a.C. e fino al IV secolo d.C. e’ stato messo per iscritto in un totale di oltre 90.000 strofe. Il terzo e’ quello
    che Jean-Claude Carriere e Peter Brook, l’uno come sceneggiatore e l’altro come regista, hanno riscritto per noi occidentali.
    Del primo non
    possiamo dire niente. Del secondo dobbiamo accontentarci della riduzione in prosa fatta da R.K. Narayan, e della Bhagavad Gita, il Canto del
    Beato, stampata e commentata in moltissime edizioni. Del terzo esiste molto materiale da consultare, ma soprattutto una testimonianza filmata a
    portata di tutti. Brook, Carriere, la compagnia degli attori e tutti coloro (e sono tanti) che al Centre National de Recherches Theatrales di Parigi,
    non saranno ringraziati mai abbastanza per il capolavoro cui hanno dato vita e per averci fatto conoscere la mitologia indiana, fino a ieri
    appannaggio di soli pochi orientalisti.
    "La grande Unita’ della Coscienza si produce in vario modo anche al di fuori dei rituali iniziatici, nella
    vita quotidiana, quando piu’ soggetti coscienti sono intenti ad una medesima cosa, per esmpio quando assistono ad una rappresentazione
    teatrale…: la Coscienza di solito contratta, torna ad uno stato di espansione, dacche’ i componenti si riflettono l’uno nell’altro"
    (Mahabharata
    — Vito Di Bernardi — Bulzoni editore)
    Se e’ vero quello che dice Di Bernardi riportando un pensiero di Abhinavagupta (sec. XI), e’ anche
    vero che non tutte le rappresentazioni teatrali riescono ad espandere la Coscienza ed a produrre, tramite tale condivisione, l’esperienza del
    rasa," l’estasi della mente, esaltazione della pura consapevolezza". Perche’ cio’ avvenga e’ necessario, a nostro parere, che il gruppo che offre
    lo spettacolo al pubblico abbia conseguito tale estasi durante un lungo e intenso incontro con l’opera da rappresentare. Noi siamo convinti
    cheCarriere, Brook e tutti coloro che hanno collaborato all’allestimento di questo grande evento teatrale, tale espansione, tale unita’ di Coscienza
    l’hanno sperimentata, e di cio’ siamo loro grati.
    Ma adesso veniamo all’opera. Cominceremo con una brevissima introduzione delle origini.
    Santanu, un re, s’innamora di una fanciulla e le chiede di sposarlo. Lei accetta ad una condizione:
    dopo sposata deve poter fare cio’ che vuole.
    Il re acconsente. Lei partorisce uno dopo l’altro sette figli ma, appena nati, li annega nel fiume. Quando nasce l’ottavo il re la supplica di non
    ucciderlo, ma a questo punto lei svela il mistero: e’ Ganga, la dea di quel fiume; gli otto bambini sono gli otto Vasu che nella vita precedente
    hanno rubato Nandini la preziosa mucca del saggio Vasistha; a sette di essi e’ stato concesso d’abbandonare il loro corpo subito, l’ottavo,
    l’organizzatore del furto, dovra’ vivere, ma sara’ costretto al celibato, il suo nome sara’ Bhisma , guerriero e saggio. Quel bambino pertanto
    non morra’. Santanu in seguito si innamora di Satyavati, la sposa e ha da lei due figli: il primo morira’ in battaglia, il secondo morira’ senza
    prole, a causa di una malattia, lasciando due mogli, Ambika e Ambalika.
    A questo punto entra in scena Vyasa, figlio di Satyavati e del rsi
    Parasara.
    Quand’era giovane, Satyavati traghettava le persone al di la’ del fiume. Il saggio rsi si innamoro’ di lei, che essendo figlia di un
    pesce emanava un cattivo odore. Il saggio le tolse quest’odore, dono’ alla sua persona un profumo che non l’avrebbe piu’ lasciata, e lei in
    cambio cedette alle sue proposte. Parasara suscito’ una nebbia, si uni’ alla fanciulla e le promise che avrebbe conservato la sua verginita’.
    Dalla loro unione nacque Vyasa, il figlio della nebbia, un saggio che Satyavati avrebbe potuto evocare col pensiero in qualunque momento.

    Satyavati evoca Vyasa proprio quando, Bhisma si rifiuta di unirsi ad Ambika ed Ambalika per assicurare l’erede al trono.Vyasa si presenta
    subito, ma la sua persona non ha un buon aspetto perche’ sta vivendo un periodo di penitenza. Egli si unisce dapprima con Ambika, la quale,
    disgustata dallo stato di lui, chiude gli occhi, e per questo concepisce un bambino cieco (Dhritarastra). Tocca dopo ad Ambalika, la quale,
    alla vista di lui,
    ha paura , impallidisce, ed a causa di questo da’ alla luce un bambino pallido (Pandu). Dritarastra sposera’ Gandhari da cui avra’
    cento figli (primogenito Duryodhana); Pandu sposera’ Kunti e Madri, dalle quali avra’ rispettivamente 3 e 2 figli, Yudhisthira, Bhima ed
    Arjuna da Kunti, e Nakula e Sahadeva da Madri.
    Qui comincia la storia. Abbiamo ricavato il significato spirituale dei nomi del poema indiano
    dal commento alla Bhagavad Gita di Yogananda.
    All’inizio della storia Bhisma [ego] per eccessivo amore del padre suo [egoismo] fa voto di
    castita’ e quando, per ragioni dinastiche, dovrebbe unirsi alle donne [Amba, Ambalika e Ambika] da lui stesso rapite per il fratellastro, rifiuta
    a causa del voto. C’e’ qui una mancata collaborazione tra le due colonne dell’Albero, si sviluppa percio’ tutta una serie di alterazioni interne
    [disordini] che daranno origine alla battaglia del "campo" [il corpo umano] di Kurukshetra. Infatti sara’ Vyasa [coscienza della relativita’] a
    unirsi alle regali consorti e solamente ad Ambika e Ambalika, perche’ Amba, ripudiata se ne andra’ raminga e rimarra’ sterile, programmando
    vendetta e sara’ la causa diretta della morte di Bhisma.
    Vyasa, coscienza della relativita’, unendosi ad Ambika [dubbio] genera Dhritarashtra
    [irreligiosita’ cieca] che unendosi poi a Gandhari [parzialita’] dara’ origine ai cento suoi figli, i Kaurava [inclinazioni negative dei sensi legate
    ai vizi] di cui Duryodhana rappresenta l’ambizione legata alla materialita’ e Dushasana, la collera. Quando Vyasa si unisce ad Ambalika
    [discriminazione positiva], genera Pandu [religiosita’ intelligente] e questi ,unendosi a Kunti e a Madri [poteri dell’imparzialita’] permette ad
    esse di concepire i figli degli Dei dell’astrale positivo: Yudhisthira [calma] figlio di Darma [ordine]: etere, quint’essenza, punto centrale
    [Tiphereth dell’Albero di Yetzirah] Bhima [vitalita’] figlio di Vayu [vento]: aria vibrante Arjuna [autocontrollo] figlio di Indra [potere]: fuoco
    vibrante Nakula [obbedienza] figlio di Asvin ; [gemello guaritore]: acqua vibrante Sahadeva [inclinazione al bene] figlio di Asvin [gemello
    soccorritore]: terra vibrante. Dhritarashtra e’ il maggiore, ma, essendo cieco, il regno spetta a Pandu e ai suoi eredi; tuttavia Pandu muore e
    nel frattempo regna Dhritarashtra.
    Dopo il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, l’inclinazione al male, l’albero nero, i Kaurava, con a capo
    Duryodhana [l’ambizione materialistica] con astuto gioco di dadi dello zio Shakuni [attaccamento materialistico] riescono a strappare il regno
    corporeo all’Albero bianco, le buone qualita’ [le virtu’] che vengono esiliate cosi’ per dodici anni [uno zodiaco di tempo]. Al termine dell’esilio
    i Pandava [i figli della pura intelligenza] con l’aiuto di Krishna, Coscienza Cristica, Io Sono, Daath, Se Superiore ecc., tentano la riscossa; ma le
    cattive tendenze psichiche, di cui Karna rappresenta la punta,[ essendo il figlio del Sole, ripudiato dalla madre] a servizio delle forze del male
    [666 Dragone], rifiutano di cedere il regno. Si arriva cosi’ alla guerra. Con la battaglia di Kurukshetra la Coscienza [Krishna] e l’Autocontrollo
    [Arjuna] riprenderanno possesso del corpo e vi stabiliranno pace, saggezza, armonia e salute e vi innalzeranno l’Impero dello Spirito.
    Mahabharata - parte prima

    Mahabharata - parte seconda

    Mahabharata - parte terza


    tratto da: http://www.taozen.it/mahabarf.html

  4. #24
    Vittima del kali yuga
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    Citazione Originariamente Scritto da satya
    Io ho solo un ADSL normale, niente Fastweb, rischia di essere una impresa titanica. Scrivimi via mail, valà, che ci mettiamo d'accordo.
    Son quasi sicura che la versione INTEGRALE durava 9 ore... ma 5 è già un bel popò di roba, meglio che niente, e ho proprio voglia di rivedermelo con molta calma.

    Sai, mi si sono stampate nella mente un paio di scene, e sono diventate una specie di viatico della mia vita.
    Una soprattutto. Quando uno dei neri (non ricordo chi), incontrando la morte che è venuta a trovarlo, gli dice "Ti ho aspettato ogni sera di ogni giorno".
    Ma tutto quel lavoro merita di essere rivisto e meditato, molto meditato...
    Vado sulla posta, aspetto la tua e-mail.
    aspetta, mi hai fatto sorgere un dubbio: sto cercando con google per sapere di più sul film. Ci sentiamo fra una mezzoretta, ok?

  5. #25
    Vittima del kali yuga
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    ecco svelato l'arcano: Nel 1985, dopo 11 anni di lavoro, Peter Brook e Jean-Claude Carrière presentano al Festival di Avignone una versione teatrale del Mahabharata. Dopo il trionfo di questo spettacolo, che durava circa 9 ore, fu girato un film dagli stessi autori su di una sceneggiatura interamente ricostruita di oltre 6 ore, seguito da una versione televisiva ulteriormente ridotta. In questa edizione del Mahabharata Jean-Claude Carrière ha voluto "permettere una lettura facile dell'insieme della storia, senza perdere nulla dei diversi livelli" e reintroducendo certi episodi, dettagli o commenti necessariamente omessi nella versione scenica e cinematografica.

  6. #26
    zen nun
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    Citazione Originariamente Scritto da stuart mill
    aspetta, mi hai fatto sorgere un dubbio: sto cercando con google per sapere di più sul film. Ci sentiamo fra una mezzoretta, ok?
    Io devo fuggire, ma tu scrivi.

    Domani o stanotte ti rispondo.

  7. #27
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    quello che ho io dura 5 e 10 minuti circa: saremmo in linea con la riduzione ulteriore di cui si parlava nell'articolo seguente: Nel 1985, dopo 11 anni di lavoro, Peter Brook e Jean-Claude Carrière presentano al Festival di Avignone una versione teatrale del Mahabharata.Dopo il trionfo di questo spettacolo, che durava circa 9 ore, fu girato un film dagli stessi autori su di una sceneggiatura interamente ricostruita di oltre 6 ore, seguito da una versione televisiva ulteriormente ridotta. In questa edizione del Mahabharata Jean-Claude Carrière ha voluto "permettere una lettura facile dell'insieme della storia, senza perdere nulla dei diversi livelli" e reintroducendo certi episodi, dettagli o commenti necessariamente omessi nella versione scenica e cinematografica.

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da satya
    Io devo fuggire, ma tu scrivi.

    Domani o stanotte ti rispondo.
    ok, a più tardi

  9. #29
    Vittima del kali yuga
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    invece, qualcuno sa se per caso ci sono fil sul:
    1)ramayana
    2)srimad bhagavatam (purana)
    ???
    grazie

  10. #30
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    Predefinito mahabharata

    ecco le prime pagine, tratte da www.vedanta.it


    1
    L'arrivo di Suta Gosvami
    Circa cinquemila anni fa, nel corso del suo peregrinare, il santo ed erudito Suta Gosvami, desiderando portare i propri omaggi ad alcuni saggi che da anni svolgevano un impegnativo sacrificio, giunse in una radura della foresta di Naimisha, in India, la splendida nazione conosciuta a quei tempi con il nome di Bharata-varsha.
    I rishi, dal cuore completamente purificato da ogni identificazione con la materia, riconobbero immediatamente il figlio di Romaharshana, che nonostante la sua giovane età era già considerato degno di ogni rispetto. Lo salutarono e gli offrirono un seggio. Così, dopo aver mangiato del cibo offerto alle divinità e essersi rimesso dalle fatiche del lungo viaggio, Suta si accomodò su un tappetino tessuto con erba kusha e offrì rispettosi ossequi a tutti.
    "Noi sappiamo che in questi ultimi anni hai viaggiato molto," dissero i saggi, "e che sei stato in numerosi luoghi sacri. Da dove provieni, ora, o Suta? Raccontaci tutto; noi ti ascoltiamo."
    "Provengo dalla santa arena del grande sacrificio dei serpenti di Maharaja Janamejaya," rispose Suta, "ove mi è stato concesso l'onore di ascoltare la sacra e meravigliosa storia chiamata Maha-bharata, composta da Vyasa. Subito dopo, colto da curiosità, sono andato a visitare Samanta-panchaka, il luogo in cui tempo fa si combatté la battaglia fratricida tra i figli di Dritarashtra e quelli di Pandu, i protagonisti di questa fantastica narrazione, che è in sé stessa una meditazione sul Signore Supremo Shri Krishna e arreca a tutti, oratori e ascoltatori, il massimo del beneficio spirituale. Se volete posso ripetervela dall'inizio, esattamente come l'ho ascoltata, senza aggiungervi niente di mio."
    E allora, comodamente seduti secondo le varie posizioni dello yoga sui loro tappetini di erba santa, i saggi si apprestarono con grande felicità ad ascoltare il Maha-bharata.
    2
    Suta inizia a raccontare
    Dopo essersi sottoposto a severe penitenze e prolungate meditazioni, il saggio Vyasa, che per tutta la sua vita aveva sempre mantenuto fede ai propri voti e osservato le pratiche delle ascesi spirituali, studiò con grande attenzione e serietà l'eterna conoscenza contenuta nei Veda, testi che a quel tempo non erano ancora stati messi per iscritto, ma erano ripetuti solo in forma orale. Consapevole delle difficoltà in cui sarebbe incorsa la gran parte della gente, di regola poco incline al ragionamento analitico, cercò di rendere in maniera semplice e chiara i concetti filosofici ivi espressi.
    Intanto gli avvenimenti che il rishi si accingeva a narrare erano in pieno svolgimento e la presenza di Shri Krishna sul pianeta gli diede l'ispirazione giusta per delineare nella sua mastodontica opera anche i principi fondamentali della spiritualità. E nella sua mente vasta e profonda come l'oceano, la storia che avrebbe poi chiamato Maha-bharata prese corpo, con tutte le sue delicate forme espressive e i suoi concetti divini racchiusi nell'incalzare delle vicende.
    Dal giorno in cui il saggio aveva cominciato a meditare e a richiamare nella sua mente il Maha-bharata erano trascorsi diversi anni e, quando alla fine lo ebbe terminato, ritenne opportuno metterlo per iscritto in modo da divulgarlo tra le genti. In quei giorni in suo aiuto venne il Deva Ganesha che fu ben felice di accettare l'incarico di scrivano; e ben presto l'intera opera divenne una meravigliosa realtà. Il Maha-bharata fu diviso in 18 Parva e 1.929 sezioni, con un totale approssimativo di 100.000 versi.
    Ben tre anni trascorsero prima che l'intero lavoro fosse compiuto.
    Sappiate, o saggi dal cuore totalmente libero dalle terribili contaminazioni della lussuria e della rabbia, che mai in questo mondo fu messa per iscritto un'opera più sublime. Ascoltate con attenzione mentre la recito.
    3
    I serpenti vengono maledetti
    Un giorno il virtuoso re Parikshit, durante una battuta di caccia, arrivò alla capanna del saggio Shamika, al quale chiese di offrirgli qualcosa che potesse dissetarlo. Ma questi, che era seduto in una posizione yoga ed era chiuso dentro se stesso, rapito dall'estasi di una profonda meditazione trascendentale, non s'accorse affatto dell'arrivo del sovrano, per cui non si mosse né aprì gli occhi che teneva ben chiusi per non essere distratto da cose esterne.
    Parikshit era esausto, e in più da ore era tormentato da una sete insopportabile, per cui il suo stato mentale era alterato e certamente poco predisposto alla gentilezza e alla cordialità, doti che solitamente lo contraddistinguevano. Continuò a chiamar-lo senza ricevere risposta.
    "Questo rishi ignora le più elementari regole dell'ospitalità," pensò, "e non si cura affatto di me. Non ha voglia di adempiere ai suoi doveri e per questo fa finta di essere immerso nella sua meditazione. Ma gli insegnerò io a rispettare il suo re."
    Senza riflettere sul grave errore che stava per commettere, prese con la punta dell'arco un serpente morto e glielo pose attorno al collo a mò di ghirlanda. Poi andò via infuriato. Cosa aveva spinto Parikshit a comportarsi in quel modo ingiusto? Egli non era un uomo qualsiasi ma un puro devoto del Signore ed era sempre stato in pieno possesso delle sue facoltà intellettive; era mai possibile che un semplice stato di affaticamento avesse potuto turbarlo fino a quel punto? Certamente quel giorno fu qualcosa di superiore a spingerlo a quell'atto iniquo.
    Il saggio Shamika non si era ancora destato dalle sue riflessioni, quando passò davanti alla sua modesta capanna un ragazzo che era amico di Shringi, suo figlio. Quest'ultimo, per quanto fosse virtuoso, era di temperamento terribilmente focoso e impulsivo, e difficilmente riusciva a controllare le proprie emozioni. A questo punto vi sarà facile immaginare le sue reazioni quando, avvertito dall'amico, accorse sul luogo. Shringi era giovane, ma grazie agli insegnamenti del padre aveva già sviluppato dei forti poteri mistici, per cui in meditazione riuscì a ricostruire l'accaduto. Allora, senza neanche attendere che il padre riaprisse gli occhi, decise di vendicare l'insulto.
    "Questi kshatriya sono accecati dalle ricchezze e dal rispetto che il popolo conferisce loro," sibilò, "e troppo spesso dimenticano che tutto ciò che è in loro possesso lo devono alle benedizioni e alla saggezza che noi brahmana elargiamo generosamente senza voler nulla in cambio. Questo Parikshit ha ora passato il segno; offendendo mio padre che era innocente, ha meritato la morte."
    Senza riflettere sulle gravi conseguenze che avrebbero potuto conseguirne, egli santificò dell'acqua e si concentrò nella recitazione dei mantra vedici. Poi con tono solenne disse:
    "Esattamente fra sette giorni, il vile che ha osato oltraggiare mio padre con una ghirlanda di rettile morto, morirà proprio per il morso di un serpente."
    Quando il saggio Shamika si svegliò, trovò davanti a sé suo figlio che, con le lacrime agli occhi, lo informò dell'intero accaduto. La reazione del padre fu immediata.
    "Cosa hai fatto," disse al figlio, "non ti rendi conto che Parikshit è il monarca più santo che esista al mondo e che la nostra serenità dipende dalla sua protezione? Per un'offesa così insignificante hai condotto il mondo intero a una catastrofe certa. Quando la società si ritrova priva di una guida pura e onesta, tutti ne soffrono e la pace è sconvolta. Ma purtroppo quando un brahmana, anche se giovane e incosciente come te, pronuncia una maledizione questa è destinata a sortire effetti. Tuttavia io avvertirò Parikshit e farò tutto ciò che è in mio potere per salvarlo."
    Quel giorno stesso uno dei discepoli di Shamika si recò a Hastinapura, la capitale, e raccontò al sovrano gli ultimi avveni-menti. Questi, affranto, scosse la testa.
    "Accolgo la maledizione di quel giovane come un autentico augurio. Infatti dal giorno in cui ho osato maltrattare in maniera tanto villana un santo, dentro di me non ho avuto più pace. Sono contento di pagare così il mio debito. Attenderò la morte con serenità, consapevole del fatto che in tal modo avrò l'opportunità di espiare il mio peccato."
    Non è da tutti poter conoscere il momento esatto della propria morte e in questo senso Parikshit poté ritenersi fortunato perché ebbe la possibilità di spendere quegli ultimi sette giorni che gli restavano da vivere nel migliore dei modi: ritiratosi sulle rive del Gange, colse l'opportunità della presenza di Shukadeva Gosvami per ascoltare a viva voce la sacra scrittura chiamata Shrimad-Bhagavatam fino all'ultimo momento.
    E puntualmente, trascorsi che furono i sette giorni, il serpente Takshaka gli infuse il suo veleno e il re abbandonò le proprie spoglie mortali.
    Pochi giorni dopo il trono vacante fu rilevato dal giovane figlio Janamejaya.
    Passarono gli anni.
    Divenuto adulto, Janamejaya cominciò a chiedersi quali fossero state le vere ragioni della strana morte del padre, il quale sembrava sapere ciò che gli sarebbe accaduto; così, grazie ad approfondite ricerche condotte presso gli anziani della corte, venne ben presto a capo dell'intera vicenda.
    Per giorni rimuginò su ciò che aveva saputo e alla fine giunse a delle conclusioni.
    "Mio padre era innocente: aveva sete e non si era accorto che il saggio stava meditando. Perciò si è comportato in quel modo. Ma non è ammissibile una vendetta sui brahmana, che rappresentano Dio sulla Terra; dunque l'unica cosa che mi resta da fare è uccidere l'orrido serpente che ha avvelenato mio padre, insieme a tutta la sua stirpe. Io sterminerò l'intera razza dei serpenti. Ripulirò questo mondo dalla loro presenza malefica."
    Riunì allora i sacerdoti più esperti, i quali dopo aver tenuto consiglio fra di loro dissero:
    "O re, nei Veda sono contemplati numerosissimi sacrifici, tra cui quelli destinati alla distruzione di alcune specie ritenute nocive. Tra queste ci sono anche i naga. Ma ti avvertiamo che è un sacrificio lungo, dispendioso e colmo di pericoli. Per attuarlo devi avere una determinazione incrollabile."
    "Dentro di me ho già deciso," ribattè Janamejaya, "la morte di mio padre chiama vendetta. I serpenti sono una razza malvagia e molestano uomini, donne e bambini. E' mia opinione che essi debbano essere sterminati. Considerato che tecnicamente la cosa è possibile, io desidero che i preparativi comincino subito."
    Non trascorsero molti giorni che il regno di Janamejaya fu scosso da un'attività febbrile e intensa.

 

 
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