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Discussione: La Strage Di Stato

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    I CAPITOLO

    Le bombe del 12 dicembre

    La morte di Armando Calzolari
    Venerdì 12 dicembre
    Italia 1969, un attentato ogni tre giorni
    Si tirano le somme della "strategia della tensione"
    I profeti del 12 dicembre
    Riunioni segrete
    La confessione di Evelino Loi


    La morte di Armando Calzolari

    L'uomo scompare la mattina di Natale 1969, a Roma. E' uscito come al solito alle otto con il suo cane, un setter inglese di nome Paulette, dicendo alla moglie che sarebbe tornato verso le dieci, per la messa. A mezzogiorno la donna comincia a preoccuparsi, si è accorta che il marito ha dimenticato a casa il portafoglio con i documenti. All'una scende in strada, vede che la "500" bianca non è al parcheggio e prega un vicino di accompagnarla al parco di Villa Doria Pamphili: ma i guardiani quella mattina non hanno visto l'uomo e il suo cane. Nessun altro nei dintorni li ha visti. La donna telefona agli ospedali. Avverte un amico, un monsignore del Vaticano, perchè si informi in questura. In serata denuncia la scomparsa ai carabinieri. Il giorno dopo i quotidiani romani danno la notizia in poche righe di cronaca.
    Il cadavere dell'uomo viene scoperto più di un mese dopo, la mattina di mercoledì 28 gennaio, dall'operaio di un cantiere edile che lo scorge in fondo a un piccolo pozzo, affiorante nell'acqua insieme alla carogna di Paulette. Il pozzo è alla periferia di Roma, in località Bravetta, e i carabinieri non si sono spinti sin qui perché la moglie ha escluso che questa fosse una meta delle passeggiate con il cane, su strade fangose per la pioggia e troppo lontane da casa.
    Il corpo è in stato di avanzata decomposizione ma l'autopsia esclude che siano presenti tracce di violenza. L'orologio da polso è fermo sulle 8,34. Chi conduce le indagini parla subito di disgrazia:forse l'uomo, per salvare il cane caduto nel pozzo, vi è caduto a sua volta e non è più stato capace di uscirne; ha chiamato ma nessuno, dato che il luogo è isolato - un terreno da costruzione, con alberi e canneti - ha sentito le sue invocazioni di aiuto.
    L'uomo è Armando Calzolari detto Dino, nato a Genova 43 anni fa. Ex ufficiale di coperta della marina mercantile, poi commissario di bordo. Da otto anni non navigava più. Il suo lavoro dichiarato era di addetto alle pubbliche relazioni per una impresa di costruzioni di strade e ponti. In realtà procurava e in parte amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Le numerose amicizie all'estero, specialmente negli Stati Uniti, la conoscenza di diverse lingue e la facilità con la quale stringeva rapporti, oltre alla sua provata fede di ex marò della Decima Mas, facevano di lui un personaggio prezioso per le attività del "principe nero".
    L'ipotesi di un delitto, e per giunta di un delitto politico. Viene avanzata esplicitamente per la prima volta a soli nove giorni dalla scomparsa di Calzolari, il 2 gennaio 1970, con un articolo del quotidiano filofascista di Roma Il Tempo. L'articolo sottolinea che il lavoro per il Fronte Nazionale "aveva evidentemente portato (Calzolari) a conoscenza di alcune situazioni i cui particolari potrebbero interessare gruppi organizzati di avversari politici. Qualcuno, infatti, ha detto che negli ultimi tempi in cui lavorava per il Fronte il Calzolari aveva ricevuto delle minacce: per esempio,era stato visto rispondere al telefono ed impallidire".
    Tuttavia Il Tempo non lancia accuse contro la sinistra: "gli avversari politici" di cui parla potrebbero benissimo essere identificati nella tormentata geografia delle organizzazioni di estrema destra che sono proliferate in Italia negli ultimi anni. Molto diverso, dodici giorni dopo, I'atteggiamento dell'organo ufficiale del MSI, Il Secolo d'Italia Il giornalista Sergio Tè insiste sull'ipotesi del delitto politico e parla esplicitamente di estrema sinistra. Ma è molto vago quando si tratta di definire l'attività della vittima: tra i molti a "pare" il Fronte Nazionale è scomparso, si parla solo di un indefinito "gruppo politico". I,'articolo di Sergio Tè, ex militante del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, si chiede inoltre se la inchiesta senza risultati dipenda solo da una eccessiva lentezza nelle operazioni di ricerca "oppure da una troppo efficiente organizzazione interessata a " far sparire" certe persone dopo essersene servita per sottrarre loro importanti informazioni". Ma di quali informazioni poteva essere in possesso Armando Calzolari, tanto importanti da costargli la vita?
    Che di delitto si tratti, è difficile dubitare. Il pozzo della Bravetta è nascosto agli sguardi da una scarpata sopraelevata e da un canneto, in mezzo a un ampio terreno recintato. reso fangoso dalle piogge: un posto tutt'altro che ideale per una passeggiata col cane, in una mattina di dicembre. D'altra parte è molto difficile cadervi dentro, per un uomo e tanto più per un cane da caccia. La buca, del diametro di circa m. 1.50, è ben visibile e protetta da una spalletta di mattoni alta 40 centimetri. Il punto più profondo misura un metro e 76 centimetri, cioè poco più della statura di Calzolari, e !'acqua stagnante non supera gli 80 centimetri. Inoltre le pareti offrono molti appigli. Improbabile morire d'inedia lì dentro, come afferma chi ha assistito all'autopsia, specie per un uomo come Armando Calzolari, un atleta robusto. campione di lotta giapponese ed esperto nuotatore subacqueo.
    Tre giorni dopo la sua scomparsa, il 28 dicembre, mentre i cani poliziotto seguono inutili piste, la "500" bianca di Armando Calzolari viene improvvisamente ritrovata in un parcheggio a 200 metri dalla sua abitazione. La moglie e i vicini escludono di averla notata prima. Il giorno successivo la donna, Maria Piera Romano, riceve la visita di alcuni "amici del partito". Dice loro che vuole dichiarare a qualche settimanale di conoscere i rapitori e le loro intenzioni, ""per impaurirli e impedire che facciano del male a Armando". Gli amici, dei quali la donna non vuole fare i nomi, la sconsigliano dicendo che la sua iniziativa "potrebbe avere l'effetto contrario". Il 4 gennaio la signora Calzolari riceve un'altra visita: questa volta è il capitano dei carabinieri Castino il quale, nel corso di un lungo colloquio, cerca di convincerla a scartare l'ipotesi del delitto politico adombrata dal Tempo e la consiglia di aver fiducia nel ritorno del marito.
    L'unica persona, a parte carabinieri e camerati, che sino a oggi è riuscita ad avvicinare Maria Piera Romano, racconta così l'incontro:
    "La stanza di questo appartamento al quarto piano di via Baglioni, al Quartiere Gianicolense, è modesta e impersonale: una piccola libreria, una scrivania, una poltrona, un paio di tavolinetti e poche altre cose. Mi colpisce una serie di volumi con legature nuovissime delle quali non riesco a decifrare i titoli in carattere dorati,poi mi accorgo che i volumi sono tutti capovolti. Altra cosa che mi sembra strana, una serie di frasi di Kipling chiuse fra parentesi e tradotte in italiano su un foglio dattiloscritto. La signora mi dice che conobbe Calzolari dieci anni fa e che si sposarono quando lui era ancora commissario di bordo, la qual cosa contrasta con quanto afferma il portiere che sostiene che non sono legalmente marito e moglie. E' agli ultimi due anni di navigazione che risalgono tutte le "importanti amicizie" contratte dal Calzolari. Si sono trasferiti a Roma da Genova solo due anni fa e adesso l'attività principale del Calzolari consisterebbe in un lavoro di pubbliche relazioni presso una ditta che costruisce strade e ponti, della quale però la signora non vuole fare il nome. Questo lavoro lo interessava moltissimo perché lo portava a fare quella vita mondana che aveva sempre amato. La sua grande passione era la gente importante, con la quale amava stringere amicizia che poi coltivava anche a distanza di anni e di continenti. Amava tutti gli sport praticandone parecchi. in particolare la lotta giapponese nella quale era abilissimo. Il suo lavoro consisteva quasi essenzialmente nel coltivare e aumentare le relazioni e i contatti della "ditta" anche a livello ministeriale. Quasi tutte le occasioni per questi incontri erano offerte da pranzi sapientemente organizzati, quasi sempre in un ristorante assai noto (Ville Radieuse. via Aurelia 641). Intervenivano principalmente industriali, uomini politici e prelati. La signora ricorda di una volta in cui, lei presente, c'erano il carrozziere Zagato e il cardinale Tisserant.(1)
    "Certo mio marito era un nazionalista", dice la signora Calzolari che preferisce usare questa parola per dire che C. era per un governo forte e che ammirava i colonnelli greci nonchè gli israeliani. Naturalmente non gli piacevano gli arabi e tantomeno i negri, esseri incapaci e inferiori. La grande ammirazione per Mussolini lo portava spesso a violente discussioni in luoghi pubblici, anche dal giornalaio se capitava. C. partecipava anche alle manifestazioni ma pare che non abbia mai picchiato nessuno; anzi una volta disse che stava per scattare contro la polizia ma pensando alle sue qualità di lottatore si era frenato in tempo. Non aveva mai fatto vita di sezione e non aveva la tessera del partito (il MSI). In quanto a lavoro politico, la signora non esclude che ne abbia svolto ma dice di non saperne nulla. Oltre ai rapporti con prelati del Vaticano, C. frequentava assiduamente la confraternita di San Battista dei Genovesi in via Anicia in Trastevere e la messa della domenica era solito ascoltarla in Sant'Andrea della Valle.
    In merito alla scomparsa del C., l`opinione della signora è molto vaga. Non esclude che suo marito, quella mattina, sia stato avvicinato da persone che potrebbero averlo convinto con ricatti o promesse a seguirlo per partecipare a un lavoro connesso con qualcuna delle tante conoscenze che C. aveva all'estero e che potrebbe anche essere legato a fatti politici: un lavoro forse per il quale lui era stato individuato come l'uomo adatto.(2) E' escluso che sia stato portato via con la forza date le sue qualità atletiche e data anche la presenza del cane. Mi dice che in questi giorni cerca di controllarsi molto allo scopo di non cadere nella disperazione. E nel silenzio pensa di trovare la verità. A volte crede di esserci vicina: ci sono tre nomi, dice, sui quali mi sono fermata e uno in particolare. Si tratta di un industriale che non è a Roma, di cui non fa il nome, il quale avrebbe mandato a suo marito un regalo il cui valore sembra del tutto sproporzionato. trattandosi di una comune conoscenza limitata allo scambio di biglietti da visita. Le chiedo perché non sia andata a trovare questa persona e mi offro anche di farlo io per lei, se crede Ma non sembra propensa, dice che ci penserà e in caso mi telefonerà".
    Dopo questo incontro. avvenuto verso la metà di gennaio, nessuno riesce più a entrare in contatto con la moglie di Calzolari. E alla fine di quel mese, trovato il cadavere nel pozzo della Bravetta e emessa la versione ufficiale di morte accidentale, la donna si dice soddisfatta di queste conclusioni dell'inchiesta e parte per Torino. Passano due mesi e di nuovo avvicinata, questa volta telefonicamente, dalla stessa persona, la vedova di Calzolari le confida di essere preoccupata perché la magistratura non ha ancora archiviato la pratica. il che "la danneggia economicamente". Fatto inspiegabile, visto che Armando Calzolari non risulta assicurato: a meno di pensare che qualcuno abbia promesso alla vedova di aiutarla economicamente, nel suo silenzioso dolore, solo quando, e a condizione che il caso fosse stato definitivamente archiviato.

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    Venerdì 12 dicembre

    Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano e a Roma. l,a strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. I'attentatore ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica dell'esplosivo sotto il tavolo al centro dell'atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. L'esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16.37: poco dopo in un'altra banca distante poche centinaia di metri. in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. E' la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa forse perché il "timer" del congegno d'innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l'hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca.
    E' una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori.(3) In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il "timer" di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l'esplosivo è anch'essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all'operazione di un dinamitardo esperto.
    Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell'Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell'Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.
    La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli.(4)

    Italia 1969, un attentato ogni tre giorni

    Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l'intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.
    Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto
    Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca fascista, o per il loro obiettivo (sezioni del PCI e del PSIUP, monumenti partigiani, gruppi extraparlamentari di sinistra, movimento studentesco, sinagoghe. ecc.) o perché gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di origine ufficialmente incerta (come la serie degli attentati ai treni dell'8-9 agosto), oppure vengono addebitati a gruppi della sinistra estrema o agli anarchici (come le bombe del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione centrale di Milano). In realtà ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che li promuove è sempre la stessa, e cioè una mano che pone diligentemente in atto i presupposti necessari alla "strategia della tensione" che sta maturando a più alto livello politico.

    Si tirano le somme della "strategia della tensione"

    Cosa significhi in concreto questa "strategia della tensione" lo dice questo secondo elenco di fatti. anch'essi noti, che accadono in Italia nei quaranta giorni che precedono la strage del 12 dicembre. Ai primi di novembre la F.N.C.R.S.I., Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana - fascista "di sinistra" - distribuisce a Roma un volantino in cui si invitano i paracadutisti e gli ex-combattenti a "non farsi strumentalizzare per un colpo di stato reazionario".
    Il 10 novembre, in un discorso a Roma, il presidente del partito socialdemocratico Mario Tanassi rilancia con forza un tema molto caro al PSU: "O il centrosinistra pulito o lo scioglimento delle Camere", con conseguenti elezioni anticipate. Cinque giorni dopo a Monza il colonnello comandante del distretto militare afferma pubblicamente, alla presenza del procuratore della Repubblica: "Stante l'attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l'esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del Paese: l'esercito èl'unico baluardo ormai contro il disordine e l'anarchia".
    Nel corso dello sciopero generale nazionale per la casa del 19 novembre, la polizia attacca i lavoratori in via Larga a Milano e un agente, Antonio Annarumma rimane ucciso in uno scontro tra due automezzi della stessa polizia. (5) Si diffonde la versione dell'assassinio, e non solo da parte di uomini politici e giornali di destra. Lo stesso presidente della Repubblica, in un telegramma trasmesso ripetutamente alla radio e alla televisione per tutta la giornata del 19 e del 20 novembre, oltre ad anticipare una sentenza di "barbaro assassinio", afferma: "Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare. e mettere in condizione di non nuocere, i delinquenti, il cui scopo è la distruzione della vita. e deve risvegliare non soltanto negli atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la solidarietà per coloro che difendono la legge e le comuni libertà".
    Il giudizio di Saragat piace molto al segretario nazionale del MSI, Giorgio Almirante, il quale gli fa eco sul Secolo d'ltalia: "L'assassinio dell'agente di P.S. a Milano ci indurrebbe a chiamare in causa il Signor Presidente della Repubblica se egli, nel suo telegramma, non avesse duramente qualificati "assassini" i responsabili. Ora occorre individuare e colpire i mandanti"
    Ma chi sono i responsabili, gli "assassini", i "delinquenti"? Secondo la CISL "L'intervento della polizia non legittimato da fatti obiettivi non favorisce l'ordinato svolgersi delle manifestazioni e come, per altro, l'insistenza provocatoria di gruppi estremisti - la cui provenienza diviene sempre più dubbia - provoca effetti negativi nell'azione dei lavoratori". Contro i gruppi estremisti si scagliano anche Gian Carlo Pajetta, che li definisce "massimalisti impotenti", e l'Unità che commenta così gli incidenti di Milano nel suo articolo di fondo: "Mai come in questi giorni è apparso chiaro che l'avventurismo facilone, il velleitarismo pseudo-rivoluzionario. La sostituzione della frase rivoluzionaria allo sforzo paziente, sono sterili e si trasformano in un'occasione offerta alle manovre e alle provocazioni delle forze di destra".
    In questo crescendo di clima da caccia alle streghe si inserisce il giornale ufficiale del PSU che però approfitta dell'occasione per allungare il tiro: "L'assassinio di Annarumma chiama in causa la responsabilità diretta dei comunisti e dei loro complici nel PSIUP, nel PSI, nella DC e nei sindacati".
    La notte dopo la morte di Annarumma, in due caserme di Pubblica Sicurezza a Milano scoppia una rivolta che, alimentata ad arte, vedrebbe gli uomini dei battaglioni mobili scatenati per la città a fare piazza pulita degli "estremisti delinquenti" (6).Il giorno dei funerali dell'agente il centro di Milano è teatro di gravi disordini provocati dai fascisti che partecipano al corteo funebre coi labari della Repubblica Sociale Italiana. I fascisti non sono i soli a seguire il feretro e a dar vita a episodi di isteria collettiva: sotto i portici di corso Vittorio Emanuele quel giorno è presente anche la borghesia milanese che si commuove e poi chiede "il sangue dei rossi": signori distinti, bottegai arricchiti, pensionati nostalgici, donne impellicciate partecipano e fomentano i tentativi di linciaggio dei malcapitati che sembrano sospetti, che hanno "la faccia da comunista".
    Il repubblicano La Malfa e il socialdemocratico Tanassi lanciano un duro attacco contro i sindacati che stanno vivendo, sotto la spinta operaia, i giorni più caldi delle battaglie contrattuali, con quasi cinque milioni di lavoratori mobilitati. Nello stesso giorno, 21 novembre, un comunicato della Confindustria: "... il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento ed a stabilire un rapporto diretto con il potere esecutivo. Ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico". Sul settimanale Oggi il deputato della destra democristiana Guido Gonella lancia un appello alla "reazione del borghese timido contro i picchetti degli scioperanti". Da Londra il settimanale The Economist rivela l'esistenza di un documento "segreto solo a metà" in cui un gruppo di giovani industriali italiani proclama la necessità di un "governo forte". Pietro Nenni, in una intervista al Corriere della Sera, traccia un paragone tra la situazione attuale e quella del 1922. Intanto è stato dato il via alla serie di arresti e condanne per reati di opinione: il primo a finire in carcere è Francesco Tolin, direttore di Potere Operaio.
    Ai primi di dicembre, a rendere più precario l'equilibrio parlamentare, e come prima avvisaglia della dura campagna che sarà scatenata tra poco, compare sull'Osservatore Romano, organo del Vaticano, un attacco contro il voto favorevole espresso dalla Camera sul divorzio. In un paese della Lombardia, il sindaco-industriale spara contro il picchetto dei suoi operai in sciopero.
    Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer pubblicano il testo del dossier inviato dal capo dell'ufficio diplomatico del ministero degli Esteri di Atene all'ambasciatore greco a Roma. Contiene allegato il rapporto segreto sulle possibilità di un colpo di stato di destra in Italia, inviato dagli agenti dei servizi di spionaggio dei colonnelli. "Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali", scrive The Observer, "sta tramando in Italia un colpo di stato militare, con l'incoraggiamento e l'appoggio del governo greco e del suo primo ministro, I'ex colonnello Giorgio Papadopulos" (Vedi testo integrale del dossier greco)

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    Testo integrale del dossier segreto greco



    Il microfilm di questo documento è stato consegnato nell'autunno dei 1969 al giornalista Leslie Finer, ex corrispondente da Atene del settimanale inglese " The Observer ", da un rappresentante di quei gruppi moderati della resistenza greca che hanno stretti contatti con elementi filo-monarchici dell'apparato burocratico dei regime militare. Varie "expertises" - fra cui quella di un alto funzionario dei servizi segreti inglesi - l'hanno giudicato sicuramente autentico. l'unico giornale italiano a pubblicarne integralmente il testo - reso noto una settimana prima degli attentati del 12 Dicembre - è stato, oltre all'U'nità ed al Paese
    Sera, il settimanale L'Espresso. La stampa d'"informazione", in maggioranza, l'ha minimizzato. Da parte del governo italiano non c'è stata alcuna presa di posizione ufficiale. Il dossier è stato compilato nel maggio dei 1969 da un agente dei servizi segreti greci (K.Y.P.) in Italia ed inviato ad Atene all'agente della C.I.A. Giorgio Papadopulos, presidente del Consiglio dei Ministri greco. Da Atene una copia ne è stata inviata, per conoscenza, all'ambasciatore greco a Roma Pampuras assieme a questa lettera, firmata dal capo dell'ufficio diplomatico del Ministero degli Esteri, Michail Kottakis:

    "Ministero Affari Esteri, Ufficio dei Ministro. Segreto: da aprirsi soltanto dal sig. Ambasciatore

    All'Ambasciata Reale di Grecia a Roma.
    Atene, 15 maggio 1969.

    Ho l'onore di trasmetterLe qui appresso, per Suo uso personale esclusivo, un rapporto confidenziale inviato al Presidente del Governo ellenico da una delle nostre fonti in Italia. Vorrà notare, in tal rapporto, che la situazione in Italia presenta per noi molto interesse e prova che gli eventi si evolvono in senso molto favorevole per la rivoluzione nazionale. Sua Ecc. il Presidente ritiene che i difficili sforzi intrapresi da lunga data dal governo nazionale ellenico in Italia cominciano a produrre frutti. Il Presidente mi ha incaricato di trasmetterLe innanzi tutto il Suo compiacimento per l'opera che Lei ha compiuto nel paese in cui è accreditato e di pregarLa inoltre di continuare la sua azione, rinforzandola al fine di sfruttare le possibilità che, stando al rapporto, sembrano profilarsi. Infine, mi ha incaricato di farLe conoscere il Suo desiderio che d'ora innanzi tanto Lei quanto gli
    estensori del rapporto aumentiate le vostre precauzioni ed occorrendo cessiate qualsiasi contatto tra di voi, in modo da
    escludere che si possa individuare un legame tra l'azione dei nostri amici italiani e le autorità ufficiali elleniche. Pensa che d'ora in poi Lei debba indirizzare gli italiani, per tutto quanto riguarda i problemi tecnici di aiuto, ai nostri rappresentanti ufficiosi e che Lei debba cessare qualsiasi contatto che possa pregiudicare la posizione internazionale del nostro paese.,

    Obbedientissimo,

    per ordine dei Ministro il Direttore Michail Kottakis


    TESTO DEL RAPPORTO INVIATO A S.E. IL PRIMO MINISTRO.


    CAPITOLO 1 Incontri e discussioni con il signor P. (1)

    1. Dopo il suo ritorno da Atene il signor P. ha immediatamente preso contatto, ed ha fatto una relazione dettagliata sul suo viaggio in Grecia, sugli incontri avuti, nonché‚ sugli accordi conclusi tra Lei e lui, per uso della direzione del Movimento. Ne è scaturita un'ampia discussione, nonché lo studio delle questioni sopra menzionate. Infine egli ha impartito a ciascuno dei suoi collaboratori compiti precisi.

    2. Poi, il signor P. ha avuto un incontro con i rappresentanti delle Forze Armate e ha lungamente analizzato le opinioni del governo ellenico sulle questioni italiane. A seguito di tali contatti, il sig. P. mi ha ricevuto e mi ha comunicato i risultati dei suoi sforzi. Desidero sottolineare che il nostro incontro ha avuto luogo per iniziativa del sig. P.

    3. li primo argomento da lui trattato è stata la gioia di aver compiuto la visita in Grecia. Sembra che la visita l'abbia profondamente colpito, e l'impressione perdura tuttora. E' stato particolarmente affascinato (sono le sue parole) "dalla potente e completa personalità del Primo Ministro ellenico".

    4. Abbiamo poi trattato la questione dell'azione futura ed abbiamo proceduto ad una precisa ripartizione dei compiti. Abbiamo alltresì studiato i mezzi per tenerci in contatto e comunicare in futuro. Infine, ci si è accordati, cosa che risponde peraltro alle istruzioni ricevute, di interrompere i contatti con le autorità diplomatiche ufficiali in Italia. Per quanto mi riguarda trasmetterò d'ora in poi i miei rapporti secondo la via indicata, utilizzando la via diplomatica per i soli messaggi di grande urgenza, e ciò quando mi sarà totalmente impossibile usufruire della nuova strada.

    5. Per quanto riguarda i contatti con i rappresentanti dell'Esercito e della Gendarmeria, (2) il sig. P. mi ha riferito che la maggior parte dei suoi suggerimenti sono stati accettati. Il solo punto di disaccordo riguarda la fissazione delle date precise e della azione, come Lei ha proposto. E ciò perché‚, secondo gli italiani, essi si trovano sul piano organizzativo ad un livello basso, poiché i loro sforzi sono appena cominciati, ed altresì certe iniziative deI centro-sinistra italiano, che tende a consolidare la sua posizione.

    6. Una delle misure del governo italiano riguarda la decisione di creare unità militari di facile dislocamento, specializzate nell'affrontare le manifestazioni popolari cittadine. (3)
    I nostri amici ritengono che il governo desideri provare con tale decisione a taluni elementi della vita pubblica italiana che esso è pronto a prendere disposizioni più drastiche per mantenere l'ordine. I nostri amici ritengono che tali misure siano superficiali e che non eserciteranno alcuna influenza sull'opposizione.

    7. Le informazioni di cui sopra mi sono pervenute dopo il ritorno del sig. P. da Atene ed è per questa ragione che le menziono nel presente rapporto. Peraltro, alla luce di tali informazioni e delle istruzioni portate dal sig. P. da Atene, bisognerebbe, credo, modificare un poco il primitivo piano. Il lavoro preparatorio già è cominciato; nel prossimo rapporto La terrò informata dello sviluppo dei lavori.

    8. Ma sono già in grado di riferire che qui l'opinione prevalente è che l'intenso sforzo d'organizzazione deve cominciare con l'Esercito. Ciò risulta dall'incontro dei sig. P. con i rappresentanti delle Forze Armate italiane. E' stato acquisito che i metodi utilizzati dalle Forze Armate elleniche hanno dato risultati soddisfacenti: perciò vengono accettati come base per l'azione italiana. Alcuni interlocutori del sig. P. ritengono che nella realtà italiana tali metodi susciteranno qualche problema poiché‚ l'esercito italiano non ha la tradizione dell'esercito greco nel creare organizzazioni segrete. Però, anche i sostenitori di questa tesi affermano che le informazioni da noi fornite sono utilissime ed è in base a tali informazioni che hanno intrapreso l'elaborazione dei loro metodi.

    Paragrafo B.

    La nostra proposta riguardante un'offensiva su più fronti contro il PSI (partito socialista italiano) è stata accettata all'unanimità. Ho peraltro detto che un'offensiva di propaganda aperta, analoga a quella che aveva avuto luogo in Grecia contro l'Unione di Centro, non è possibile per il momento anche se si dispone di una gran parte della stampa di qui. Essi non possono ancora valutare con precisione l'effetto di una simile offensiva sul pubblico. La maggior parte si è dichiarata concorde con l'opinione che una tale campagna propagandistica dovrebbe essere lanciata solo poco prima dell'offensiva rivoluzionaria.

    Paragrafo C.

    1. Per quanto riguarda la Gendarmeria italiana, il sig. P. mi ha detto che i suoi rappresentanti hanno studiato con grande interesse la sua proposta. Essi sono stati profondamente impressionati dalle informazioni sul ruolo assunto dalla polizia militare ellenica nella preparazione della rivoluzione. Hanno accettato unanimemente la Sua opinione che in Italia soltanto la Gendarmeria potrebbe assumersi analogo compito.

    2. Si è parlato anche dei preparativi compiuti finora. Il sig. P. ha fatto loro conoscere la Sua opinione sulla necessità di una immediata azione contro la stampa ed in ispecie contro quei giornali che sono sotto il controllo comunista. Ha insistito sull'importanza fondamentale da Lei accordata a questo problema. In particolare ha trasmesso le opinioni del sig. Ladas (4) che richiama la loro attenzione sul fatto che non bisognerà consentire alla stampa di distruggere la loro azione con rivelazioni ed informazioni, azione che è il frutto di una lunga. difficile, attività pianificata. Infine il sig. P. ha trasmesso dettagliatamente il punto di vista del comando "diretto" della polizia militare secondo le informazioni tratte dalla nostra esperienza. Tutti i rappresentanti della Gendarmeria italiana hanno convenuto che tale comando "diretto" costituisca un fattore essenziale di successo.
    A parere loro, occorre che in seno alla Gendarmeria italiana si operi in modo che il comando supremo sia in grado di dare ordini che possano giungere direttamente fino al più basso livello.

    CAPITOLO II - Azione concreta

    A. Le azioni la cui realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere realizzate prima del 20 aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l'accesso al padiglione Fiat. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto. (5)

    B. I nostri amici organizzano per il 10 maggio a Roma una pubblica manifestazione. Prenderà la parola il sig. Turchi.(6) Ho fatto un dettagliato rapporto su quest'ultimo nel mio ultimo rapporto. Egli ha l'intenzione di esaltare gli obiettivi delle realizzazioni ed i leader della rivoluzione ellenica e di terminare il suo discorso con degli evviva a loro favore. Desidero di nuovo sottolineare che malgrado il sig. Turchi non faccia parte della nostra organizzazione egli si è più volte espresso in senso favorevole a noi. I nostri amici qui lo considerano uomo degno di totale fiducia.

    C. Per quanto riguarda il mondo studentesco, ritengo che esistano condizioni favorevoli, capaci di dare buoni frutti in un prossimo futuro. Spero di potere, tra brevissimo tempo, sottoporLe un rapporto dettagliato sul problema studentesco.

    D. 1. Per quanto riguarda la stampa non sarei troppo soddisfatto. Attualmente oltre a "Il Tempo", ho continui contatti con "Il Giornale d'Italia". (7) Penso di essere in grado di ottenere su questi due giornali la pubblicazione di qualunque materiale che il governo nazionale giudicasse utile. Credo però che un invito, rivolto a un redattore di ciascuno di questi due giornali (come avevo già suggerito in passato) avrebbe benefici effetti e faciliterebbe assai il nostro lavoro.

    2. Allo scopo di assecondare i miei sforzi nei confronti della stampa il sig. P. ha promesso di presentarmi a taluni redattori di sua conoscenza.

    E. Chiudendo il presente rapporto, mi sia lecito sottolineare che considero indispensabile che la Grecia continui nel suo aiuto morale e materiale e nell'elargire consigli per lo sviluppo dei gruppi di azione. Mercé un aumento di aiuto, sarebbe possibile ottenere risultati migliori rispetto al passato e ciò poiché‚ le presenti condizioni sono più favorevoli, dato che l'opposizione al governo di centro-sinistra è in costante aumento in tutti gli strati della società italiana: parallelamente aumenta il numero dei cittadini che, sul piano estero, auspicano il miglioramento delle relazioni con la Grecia e, sul piano interno, desiderano ordine e tranquillità.

    W

    (1) Alcuni giornali lo identificarono nel presidente di Nuova Repubblica, Randolfo Pacciardi, il quale si era incontrato ad Atene nella primavera del '69 con il Ministro degli Esteri greco Pipinelis. Pacciardi smentì e querelò. Nello stesso periodo si era però recata ad Atene un'altra persona: il redattore del quotidiano romano Il Tempo P. Rauti, presidente di Ordine Nuovo: molto introdotto negli ambienti militari italiani grazie al volumetto "Le mani rosse sulle Forze Armate" da lui pubblicato sotto lo pseudonimo di Flavio Messala; organizzatore, nel marzo del 1968, dei viaggio-premio dei fascisti italiani in Grecia a cui partecipò anche Mario Merlino. Anche P. Rauti querelò un quotidiano, Paese Sera, che aveva timidamente ipotizzato rapporti tra lui e i colonnelli greci.

    (2) E' il termine greco con il quale viene indicata l'Arma dei Carabinieri.

    (3) L'argomento fu oggetto di discussioni riservate tra il Ministro degli Interni Restivo, il capo della polizia Vicari ed il capo dei carabinieri Forlenza, nei giorni successivi all'eccidio di Battipaglia. Esso non fu mai reso noto ufficialmente.

    (4) Si tratta di Giorgio Ladas, segretario generale del Ministero dell'interno greco e Presidente della Giunta. Era a capo della gendarmeria militare al tempo del colpo di Stato. Il suo braccio destro è l'agente del KYP Costantino Plevris, intimo amico di P. Rauti e presidente del movimento neonazista greco 4 Agosto nella cui sede di Atene, nel marzo del '68, si incontrò con Mario Merlino e con altri fascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale.

    (5) Si tratta degli attentati dinamitardi eseguiti il 25 aprile 1969 a Milano, al padiglione Fiat della Fiera Campionaria ed all'Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Nel marzo del 1970 i difensori degli anarchici che in seguito alle indagini condotte dal commissario aggiunto Luigi Calabresi erano stati identificati come gli esecutori (i coniugi Corradini, indicati come i mandanti, furono rilasciati dopo sette mesi di carcere per "mancanza di indizi a carico") chiesero al magistrato inquirente che il testo del "dossier greco", accompagnato da una perizia che ne, affermava l'autenticità, fosse allegato agli atti dell'istruttoria. Il magistrato, dottor Antonio Amati, rifiutò. Dopo 13 mesi gli anarchici sono ancora in carcere in attesa di processo.

    (6) La manifestazione ci fu. Tra i vari oratori intervenne il deputato dei M.S.I. Luigi Turchi.

    (7) Di proprietà dei petroliere-editore Attilio Monti.

  4. #4
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    I profeti del 12 dicembre

    Mancano pochi giorni allo scoppio delle bombe. Sabato 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, rilascia al settimanale Gente questa dichiarazione: "O il quadripartito o le elezioni anticipate". La decisione di scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato che ne ha il potere previsto dalla Costituzione... e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato". Domenica 7 dicembre, in un discorso a Alessandria, Ferri ribadisce il leitmotiv socialdemocratico: "Quadripartito o elezioni anticipate" e fa un nuovo, esplicito richiamo al presidente Saragat. Due giorni dopo, in un'intervista a La Stampa di Torino, Ferri afferma che "non è aberrante" l'ipotesi di una collaborazione tra democristiani, socialdemocratici e liberali, nel caso si presenti la "drammatica necessità" di garantire la libertà come dopo la crisi del luglio '60".
    Mercoledì 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel pubblica una dichiarazione del segretario del MSI, Almirante: organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile in Italia; nella lotta contro il comunismo tutti i mezzi sono giustificabili, per cui non ci deve essere più distinzione tra misure politiche e misure militari. Di fianco a Almirante, il dirigente confindustriale Ferruccio Gambarotti specifica ancora meglio: "Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani. Occorre una organizzazione sovrapartitica, una coalizione dai monarchici sino ai socialdemocratici con una fede mitica nell'ordine".
    Giovedì 11 dicembre: lo stesso "fiuto" dimostrato da Mauro Ferri (che ha parlato di "drammatica necessità di garantire la libertà" tre giorni prima delle bombe) lo dimostra anche il settimanale Epoca. Mancano ventiquattro ore alla strage di piazza Fontana e il giornale appare nelle edicole con una vistosa copertina tricolore. l.'articolo è di Pietro Zullino e conclude così: "...se la confusione diventasse drammatica, e se - nell'ipotesi di nuove elezioni - la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le Forze Armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana. Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia... Tuttavia il ristabilimento manu militari della legalità repubblicana, possibile nel giro di mezza giornata, potrebbe non essere sufficiente. La situazione generale è terribilmente intricata... Come si può garantire un minimo di stabilità al potere economico?... Questa Repubblica, così com'è, funziona ancora? La confusione che stiamo vivendo non sarà dovuta al fatto che le sue istituzioni sono ormai insufficienti e superate? Perché i costituenti crearono l'articolo 138. che prevede la possibilità di riformare la carta fondamentale della Repubblica? Chi ci impedisce di utilizzare l'articolo 138 per sorreggere i difetti ormai evidenti delle nostre istituzioni? Perché non possiamo imparare qualcosa dalle grandi democrazie dell'Occidente? Perché non ci poniamo seriamente il problema della Repubblica Presidenziale, l'unica capace di dare forza e stabilità al potere esecutivo? Vi sono giorni in cui la storia impone riflessioni di questo tipo. Forse questi giorni sono venuti. Questi giorni, forse, noi li stiamo già vivendo". (7) È.

    Riunioni segrete

    Riletti oggi, questi fatti noti fanno pensare che la data tragica del 12 dicembre ha avuto molti profeti, consapevoli e no. E poi ci sono alcuni fatti ignoti che diciamo adesso, per quello che possono significare. Questi:
    Roma, 15 novembre: in un appartamento nei pressi di piazza Tuscolo si svolge una riunione alla quale partecipano Michele Caforio (generale di divisione, paracadutista), il "comandante" Bianchini (ex Decima Mas e uomo di fiducia di Junio Valerio Borghese nel Fronte Nazionale), un tale Buffa detto il Lupo di Monteverde (membro dell'associazione paramilitare Europa Civiltà), un gruppo di paracadutisti tra i quali alcuni ex repubblicani della Nembo, ed altri militanti di gruppi di estrema destra, dei quali un paio provengono dalla vecchia Avanguardia Nazionale. Presente anche Armando Calzolari come membro del Fronte Nazionale. Il tema da discutere è la situazione politica italiana alla vigilia dello sciopero generale del 19 per la casa. Tutti sono sostanzialmente d'accordo sulla necessità di opporsi al "caos dilagante" ma non sulla scelta dei mezzi da usare. Si crea una frattura tra "duri" e "moderati" e questi ultimi, tra i quali c'è Armando Calzolari abbandonano la riunione dopo un violento alterco.
    Roma, 6 dicembre: i "duri" si riuniscono nella sede della Associazione Nazionale Paracadutisti in viale delle Milizie 5. Vi partecipa, sembra, anche Junio Valerio Borghese.
    Milano, 11 dicembre, sera : riunione di ufficiali dei servizi segreti; riunione di alti ufficiali dell'esercito, "in previsione di qualcosa di grosso che sarebbe successo l'indomani".
    Roma, 12 dicembre, primo mattino: attorno alla capitale viene segnalato un movimento di truppe e carri armati. Roma, 12 dicembre, tardo pomeriggio: alla notizia dei gravi attentati di Milano e di Roma, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat convoca il ministro degli interni Restivo, il generale Forlenza comandante dei Carabinieri e altri. Si discute sull'opportunità di proclamare lo stato di emergenza. Si oppongono quasi tutti i presenti. Interviene, al fine di dissuadere, il ministro del lavoro Donat Cattin. Nello stesso senso si pronuncia l'ambasciatore degli Stati Uniti a Roma.
    Roma, 15 dicembre: il tenente G.A., appartenente al Fronte Nazionale, riceve alcune confidenze da Armando Calzolari, del quale è molto amico, circa alcune minacce che l'uomo avrebbe ricevuto negli ultimi giorni.
    Roma, 20 dicembre: nell'appartamento di un funzionario di banca, il signor D., in via degli Appennini, ha luogo una riunione alla quale partecipano Junio Valerio Borghese, il comandante Bianchini, tre deputati del MSI, due greci e alcuni ufficiali, dei quali due dei carabinieri e uno di pubblica sicurezza. L'argomento in discussione non è noto.
    Arrnando Calzolari scompare cinque giorni dopo, Ia mattina di Natale.

    Lo confessione di Evelino Loi

    Il cadavere di Armando Calzolari viene ritrovato oltre un mese dopo la sua scomparsa, il 28 gennaio. Verso la metà dello stesso mese un uomo si era presentato nella redazione di un settimanale romano e aveva rilasciato una lunga dichiarazione, registrata su nastro magnetico alla presenza di alcuni testimoni. Il suo racconto finiva con questa frase: "Ho deciso di parlare con voi perché mi sono accorto di avere sbagliato a frequentare gli ambienti di destra e poi perché ho paura. Non vorrei fare la stessa fine di Calzolari".
    L'uomo si chiama Evelino Loi, è un sardo disoccupato e ha 25 anni. Al suo arrivo a Roma era stato protagonista di una clamorosa protesta: salito sul Colosseo aveva minacciato di gettarsi nel vuoto se non gli veniva dato un lavoro. Lo assumono in Vaticano, come uomo delle pulizie in casa di un monsignore. Dopo qualche giorno Loi si licenzia e comincia a frequentare i portici della stazione Termini in compagnia di un gruppo di sottoproletari meridionali e sardi. Vive di espedienti. Quando nell'inverno del 1968 il movimento studentesco occupa la facoltà di Magistero in piazza Esedra, di fronte a Termini, Evelino Loi, che proviene da una famiglia di comunisti, chiede di partecipare alle lotte degli studenti e viene accolto. La facoltà occupata gli serve anche come asilo notturno. Nel giro di pochi giorni organizza una squadra coi suoi amici meridionali che aiutano gli studenti a respingere gli attacchi dei fascisti.
    Il 3 febbraio 1969, durante la visita del Presidente Nixon a Roma, i fascisti danno l'assalto alla facoltà con razzi e bombe incendiarie. Un anarchico, Domenico Congedo, precipita dal quarto piano e muore. La polizia, che ha assistito all'attacco senza intervenire, coglie il pretesto per sgomberare l'edificio. Gli studenti continuano l'occupazione alla città universitaria, dove si trasferisce anche Evelino Loi col suo gruppo. Dopo qualche giorno 3.000 poliziotti e carabinieri irrompono all'alba: nelle aule sono presenti solo sette ragazzi, che vengono malmenati e arrestati Tra essi c'è un operaio meridionale del gruppo di Loi. Il movimento studentesco organizza una colletta e Loi è uno degli incaricati: raccoglie circa 400.000 lire. Quando i sette escono dal carcere si scopre che quei soldi non gli sono mai stati consegnati. Evelino Loi confessa il furto e viene immediatamente allontanato. Poco dopo, il quotidiano di destra La Luna pubblica una sua intervista nella quale egli accusa il movimento studentesco di "teppismo" e di "fregarsene degli operai". In cambio di quelle dichiarazioni ha ricevuto 100.000 lire.
    Da quel momento Evelino Loi diventa uno dei tanti mazzieri dei fascisti, partecipa in prima fila alle loro manifestazioni vestito della divisa di Volontario del MSI. Nell'autunno 1969 tenta di riavvicinarsi agli ambienti di sinistra offrendo informazioni sui fascisti ma è guardato da tutti con sospetto: a parte i suoi precedenti, sono molti i compagni che, fermati nel corso di qualche manifestazione, se lo sono ritrovato nella stessa camera di sicurezza della questura a fare domande, chiedere nomi, episodi. Inoltre, nonostante gli sia stato consegnato più volte il foglio di via obbligatorio. ha sempre contravvenuto alla diffida riuscendo a rimanere a Roma.
    E' questo tipo d'uomo che, un giorno di metà gennaio 1970, si presenta nella redazione di un settimana!e della capitale per rilasciare una lunga confessione. Per prudenza, non è mai stata pubblicata. Tuttavia, credibile o no, oggi è doveroso renderla nota.
    "Alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre fui avvicinato dal comandante Bianchini e dal vicecomandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla decima Mas e attuali collaboratori di Valerio Borghese nell'organizzazione di estrema destra Fronte Nazionale. (8) Mi accennarono all'eventualità di compiere azioni terroristiche simultanee a Roma e Milano e mi chiesero se, dietro pagamento, fossi disposto a parteciparvi. Compresi che doveva trattarsi di qualcosa di grosso e rifiutai. I due non insistettero e passarono circa dieci giorni finchè, subito dopo la manifestazione dei metalmeccanici a Roma, il 29 o 30 novembre, si misero di nuovo in contatto con me su questo argomento. Mi riproposero di partecipare ad azioni terroristiche molto importanti e alla mia richiesta di maggiori chiarimenti dissero che "poteva scapparci anche il morto". Mi promisero però molti soldi. Io mi spaventai e rifiutai ancora.
    "Dopo un paio di giorni mi presentai in Questura, a San Vitale, e chiesi di parlare con il capo dell'ufficio politico, dott. Provenza. Mi rilasciarono un regolare "passi" e fui ricevuto dal dott. Improta a cui raccontai tutto. Mi sembrò molto scettico e mi disse di ripassare il giorno 5. Il 5 dicembre tornai in Questura, mi feci rilasciare il a "passi" e fui ricevuto dal dottor Improta e dal dott. Provenza. Mi chiesero se sapessi dove tenevano l'esplosivo e alla mia risposta negativa minimizzarono la cosa e mi congedarono. Ritornai spontaneamente una terza volta, 9 dicembre, mi feci rilasciare il "passi" (9) ed andai dal dottor Provenza. Il suo atteggiamento era sempre scettico. Il giorno 12 dicembre ci furono gli attentati di Roma e Milano.
    "Il giorno successivo, sabato 13. seppi da alcuni iscritti alla Giovane Italia che il dottor Improta mi aveva fatto cercare nella sede di via Firenze che io frequentavo abitualmente. Telefonai al dottor Improta il quale mi disse di passare direttamente da lui senza farmi rilasciare il "passi", entrando dall'ingresso secondario di via Genova. In Questura c'era una grande confusione, mi fecero attendere un po' in una stanza da so!o e poi fui ricevuto da Improta. Improta mi chiese di rifargli il racconto delle proposte che avevo ricevuto in merito alle bombe. Poi mi congedò raccomandandomi di non parlarne con nessuno. In particolare mi disse: "E' meglio per te. Non passi guai . Poi mi fece uscire, in fretta, dalla stessa uscita secondaria. Da allora non mi hanno più cercato."
    "Il vicecomandante Santino Viaggio lo avevo conosciuto ad un comizio di ex combattenti tenutosi al cinema Quirinale. In quella occasione mi condusse con sé nella sede del Fronte Nazionale e volle che gli raccontassi dei particolari sulle mie precedenti esperienze politiche. La sede del Fronte era in via XXI Aprile. Gli dissi che avevo fatto parte del movimento studentesco di Magistero ma che poi. deluso dalle sinistre, ero entrato nella Giovane Italia. Gli dissi anche che ero in grado di mobilitare un discreto numero di disoccupati disposti ad azioni anche pericolose. In effetti io assolvevo il compito di reclutatore per la Giovane Italia. In alcune occasioni reclutai tra i sardi e i calabresi disoccupati che frequentano la Stazione Termini e vivono di espedienti, spesso prostituendosi, alcuni elementi per azioni violente come quelle davanti alla RAI-TV. Santino Viaggio mi promise dei soldi e infatti il giorno dello sciopero generale del 19. Mi diede 50.000 lire perchè portassi della gente, cosa che feci. (10) In più di una occasione accennò con me all'eventualità di affittare un locale nei pressi della stazione e di farci dormire dentro questi ragazzi disoccupati in modo da averli sempre a portata di mano per eventuali azioni. Un giorno sentii Santino Viaggio e Bianchini parlare di fare un'azione al Parlamento con dei gas per addormentare tutti i deputati. Mi pare che qualcuno mi disse poi che l'azione non era stata fatta per l'opposizione di alcuni deputati del MSI.
    "Dopo lo sciopero generale del 19, Viaggio, nella sede del MSI in via Quattro Fontane, ebbe un violento litigio con Almirante. Credo che poi si siano riappacificati perchè al comizio tenuto al Palazzo dello Sport da Almirante, una settimana dopo gli attentati, c'era anche Viaggio. Qualche giorno dopo gli attentati telefonai a Viaggio chiedendogli notizie sull'attività del Fronte Nazionale e lui mi disse che non ne faceva più parte perchè aveva litigato con gli altri. Non mi risulta che Viaggio e Bianchini siano stati interrogati dalla polizia dopo gli attentati. Personalmente non sono più stato nella sede del Fronte Nazionale".
    "Quando mi staccai dalla sinistra (.. ) ricominciai a frequentare i portici della stazione ed un giorno fui avvicinato da un certo King, che io sapevo essere un poliziotto abituale frequentatore di quella zona. Egli si congratulò con me per l'intervista (rilasciata a La Luna, n.d.r.) e mi disse più o meno: "Bene! Hai capito finalmente di che razza sono i comunisti! ". Mi propose quindi di entrare nella Giovane Italia e la sera stessa mi portò nella sede centrale di via Firenze 11 dove mi presentò ad un certo Franco De Marco, allora presidente dell'associazione. Fui accolto molto bene e non mi facevano mancare i soldi; si fidavano molto di me. Io procuravo dei ragazzi per le azioni e ricevevo, a seconda dei casi, tra le cento e le 300.000 lire che poi distribuivo in parte ai reclutati. Quelli della Giovane Italia parlavano molto ma mancavano di coraggio. Le bottiglie molotov alla sede della RAI-TV le fecero tirare ai sardi portati da me. Io partecipavo alle discussioni e all'organizzazione ma non agivo materialmente perchè ero troppo conosciuto e inoltre avevo una diffida. Conobbi personalmente, in quel periodo, l'onorevole Caradonna e Massimo Anderson, dirigente del MSI. In varie occasioni vidi fra i frequentatori delle sedi missine dei greci, degli spagnoli e dei portoghesi".
    "Franco De Marco mi portò un giorno nella sezione del MSI del quartiere Trionfale. Quando arrivammo il locale era pieno di attivisti. C'erano due greci, uno dei quali (sui trent'anni) stava tenendo una conferenza sul colpo di Stato dei colonnelli. Tra le altre cose disse che per arrivare al colpo di Stato occorreva fare continue aggressioni e attentati contro le sinistre per provocarne le reazioni e suscitare il caos. Ci fu un dibattito molto vivace durante il quale gli fecero molte domande. Il greco sosteneva che i colonnelli erano troppo democratici e che lui avrebbe preferito un regime più autoritario. Alla fine del dibattito si erano tutti scaldati e alcuni tirarono fuori dei manganelli. Uno di loro disse: "Uscite in piccoli gruppi. La direzione già la sapete". Franco DeMarco mi prese con lui in macchina e si diresse alla sezione PCI del Trionfale che stava poco distante da quella del MSI. Aspettammo li e dopo qualche minuto arrivarono gli altri tutti in gruppo. Franco De Marco scese e diede il via all'azione (segue la descrizione dell'assalto che, a una verifica, si è rivelata fedele: n.d.r.)".
    "In varie occasioni ho conosciuto degli ufficiali di polizia, dei carabinieri e dell'esercito che frequentavano le sedi del MSI. Nella sede nazionale, in via Quattro Fontane, veniva spesso il maresciallo Scarlino, sottufficiale della squadra politica, a portare informazioni. Il 28 novembre, giorno della manifestazione dei metalmeccanici, ci disse che se gli operai si fossero mossi, loro avrebbero fatto una carneficina perché avevano l'ordine di usare le armi. Varie volte ho visto, nel corso di manifestazioni, dei carabinieri e dei poliziotti in divisa che avevo già visto in borghese nelle nostre sedi. Ricordo il capitano dei carabinieri Servolino,che in più occasioni ho visto parlare con alcuni funzionari della sede di via Quattro Fontane. Credo che appartenga al comando carabinieri di viale Mazzini. Tra i frequentatori del Fronte Nazionale conosco: tenente colonnello dell'esercito Giordano; tenente colonnello Lilli; capitano Nobili, comandante la compagnia carabinieri di piazza Venezia; generale Della Chiesa".
    "La lunga dichiarazione di Evelino Loi si presta a diverse ipotesi e merita alcune considerazioni. Prima ipotesi: Loi è un mitomane, un pazzo irresponsabile. In questo caso si capisce perché i dirigenti dell'ufficio politico della questura romana non hanno tenuto in nessun conto le sue denunce. Se è così passerà i suoi guai. Tuttavia non si è inventato tutto: alcuni episodi da lui citati (il poliziotto King, (11) la meccanica dell'assalto fascista alla sezione PCI del Trionfale, il ruolo svolto da Franco De Marco, il reclutamento dei sardi e dei meridionali, ecc.) sono risultati autentici a una successiva verifica.
    Seconda ipotesi: Loi è un confidente della polizia e viene da essa strumentalizzato per rilasciare certe dichiarazioni. onde sviare i sospetti su falsi colpevoli. Ma questo significherebbe una precisa complicità della polizia italiana negli attentati, o quanto meno una sua funzione di copertura. Resta da spiegare però la convenienza di coinvolgere in questa provocazione poliziesca i dirigenti dell'ufficio politico di Roma.
    Terza ipotesi: Loi è un provocatore che, al soldo di chissà chi ritenta un gioco già attuato in questi mesi. Si veda l'episodio dell'ex legionario che rivela all'Espresso come la Legione Straniera addestra in Corsica i giovani squadristi fascisti, salvo poi ritrattare tutto e coinvolgere il settimanale in un processo diffamatorio.
    Dalla seconda e dalla terza ipotesi discende questa conclusione logica: ammesso che l'operazione tentata da Evelino Loi sia quella di far sorgere precisi sospetti su polizia e fascisti, per poi smentire e quindi da un lato scagionare automaticamente chi ha incolpato e dall'altro far perdere ogni attendibilità presso l'opinione pubblica a quei giornali che seguono queste piste, che senso avrebbe tutto ciò se chi muove Evelino Loi è davvero estraneo agli attentati? A che scopo tentare queste provocazioni, col grosso rischio che comportano di essere smascherate. se chi le organizza ha davvero mani pulite?
    La dichiarazione di Evelino Loi. (12) rilasciata verso la metà di gennaio, fu registrata su un nastro magnetico. Il nastro fu riposto in una delle due casseforti del giornale. Circa due settimane dopo ignoti ladri sono penetrati negli uffici e hanno asportato una cassaforte: il nastro però era custodito nell'altra

    (1) Fino al 1929, prima di prendere i voti sacerdotali. Eugenio Tisserant ricopriva, con il grado di colonnello dell'esercito un incarico di rilievo nei servizi segreti francesi nel Medio Oriente. Assieme ai Cardinal Ottaviani. della cuna romana in uno dei più autorevoli"protettori" vaticani dei membri dell'OAS rifugiatisi in Italia dopo il fallito "putsch" algerino del 1961 e, in particolare, di Georges Sange, e del colonnello Lacheroi. condannati a morte in contumacia dal governo francese. Il segretario particolare del cardinal Tisserant è il vicentino Monsignor Scalzotto - già assistente spirituale degli studenti dell'università cattolica quando ne era rettore l'ex fascista Padre Gemelli - ed attualmente "grande elettore" del deputato democristiano Altilio Ruffini, nipote del defunto cardinale e consigliere politico dell'on. Mariano Rumor.

    (2) Un esponente del "Fronte Nazionale" rivelò ad alcuni amici che il Calzolari era stato reclutato come istruttore dei "reparti speciali" israeliani e che avrebbe dovuto "prendere servizio" nella primavera del 1970.

    (3) 1I maresciallo dell'esercito Guido Bizzarri, un artificiere che in 45 anni di attività ha disinnescato circa 20.000 ordigni. dichiarerà alla stampa: "L'avrei disinnescata io ma nessuno me lo ha chiesto, E' stato più pericoloso farla brillare che aprirla".

    (4) Un discorso a parte meriterebbero il ruolo giocato in questa fase dalla stampa "indipendente". Basterà sottolineare che, oltre ovviamente al "Secolo d'Italia", si sono distinti nell'incitare alla caccia all'"estremista di sinistra". la "Stampa" di Torino e i quotidiani della catena editoriale del Cav. Attilio Monti il "Tempo" di Roma, il 13 dicembre è arrivato al punto di pubblicare con ampio risalto che "La notizia degli attentati è stata data nel corso di un'assemblea alla Città Universitaria da un oratore di " Potere Operaio" il quale ha rivendicato al suo gruppo la paternità della strage, riscuotendo l'applauso degli studenti presenti... ".

    (5) Alcuni giorni dopo la morte di Antonio Annarumma un gruppo di dirigenti della RAI-TV, tra i quali alcuni giornalisti. ha assistito a una proiezione privata di un film sugli incidenti di Via larga. Verso la fine del film appariva questa sequenza: un gippone isolato avanza contro mano in direzione di Largo Augusto, con le ruote di sinistra in bilico sul marciapiede. Ridiscendendo sulla strada. I'automezzo ha uno sbandamento. Il berretto a visiera cala sugli occhi dell'autista che cerca di liberarsene scuotendo il capo, In quel momento una jeep gli taglia la strada. Nello scontro l'autista del gippone viene proiettato in avanti e batte violentemente la testa contro il parabrezza, poi ricade sul sedile esanime, abbandona il capo sulla spalla. L'operatore del film ha girato la scena dal lato opposto della strada inquadrandola perfettamente anche perché il gippone ha la guida a destra. E' un film di eccezionale importanza perché costituisce la prova che la ferita mortale di Annarumma è stata prodotta dalla guida di ferro sporgente che si trova al lato della intelaiatura del parabrezza del gippone e serve a orientare l'inclinazione del vetro. Dopo la proiezione privata nella saletta di Via Teulada, questo film è scomparso. A quanto si sa è stato girato da una equipe che lavorava per conto del'Office de la Radio et Television Francaise, Sono state fatte ricerche negli archivi dclla ORFT a Parigi ma senza successo. Dove è finito? Chi lo ha fatto scomparire?

    (6) gli agenti che fomentarono i disordini, durante i quali alcuni ufficiali furono costretti ad allinearsi contro i muri della palestra sotto la minaccia delle armi, non furono sospesi. dal servizio. Furono invece espulsi dal corpo quegli agenti che, la notte del 18 novembre. si erano rifiutati di scendere dalle brande a causa dei massacranti turni di servizio.

    (7) Il giornalista Pietro Zullino è notoriamente legato a Italo De Feo, il vice presidente socialdemocratico della RAI-TV. Il settimanale Epoca già nel luglio 1964 era apparso con una vistosa copertina tricolore e la fotografia dell'allora presidente della repubblica Antonio Segni di fianco al titolo "I 'ltalia che lavora chiede al capo dello Stato un governo energico".

    (8) E' vero che il giorno dello sciopero generale Santino Viaggio reclutò un certo numero di meridionali. Essi furono condotti assieme ad altri fascisti alla sezione Colle Oppio del MSI da cui doveva partire un corteo di macchine con tricolori e gagliardetti. La polizia proibì il corteo provocando le proteste dei dirigenti, Caradonna in testa, che lo giustificavano come a un mezzo per alleviare alla cittadinanza i disagi provocati dallo sciopero degli autobus". I fascisti erano armati di sassi, catene e bastoni.

    (9) Questi tre "passi" ,. sono stati consegnati da Evelino Loi al giornale al quale ha rilasciato questa dichiarazione.-

    (10) E' vero che Loi ha svolto questa funzione di reclutatore. Le testimonianze al proposito abbondano. L'uomo che lanciò la bottiglia molotov contro la sede della RAI-TV a Roma, ad esempio, fu ricompensato con 10.000 Iire. A Milano. secondo quanto hanno dichiarato i disoccupati Gaetano L., Tommaso M., Giuseppe C., Salvatore V., Antonio L., i reclutamenti avvenivano nell'atrio della Stazione Centrale, la sera tardi. Se ne occupava un certo Paolo dirigente della Giovane Italia. Uno dei reclutatori, che ha dormito per un certo tempo nella sede di Corso Monforte, ha rilasciato questa testimonianza: "In un cassetto c'erano delle pistole. Quando si usciva per fare delle azioni, con i bastoni e il resto, passavamo davanti ai poliziotti di guardia che si voltavano dall'altra parte facendo finta di non vederci" Un altro, un giovane siciliano di Palagonia. ha detto: "Una volta ci dissero che dovevamo andare a menare degli studenti di Mao, mi pare che fosse in un posto di Piazza Mazzini. Quelli però erano stati avvertiti da qualcuno e, quando andammo ci picchiarono. Io andai all'ospedale, i fascisti mi diedero 50.000 Iire perchè non dicessi chi mi aveva mandato là. Quello che pensava a distribuire i soldi dopo le azioni era Salvatore V. che li riceveva dall'On. Servello (sic)".

    (11) Trattasi di un agente della "celere", tale Murino.

    (12) Nell'aprile 1970 Evelino Loi è stato condannato per contravvenzione al foglio di via obbligatorio e rinchiuso nel carcere di "Regina Coell".

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    II CAPITOLO

    Gli anarchici

    Colpevoli, subito
    Perché proprio gli anarchici
    Gli attentati del 25 aprile
    Il circolo 22 Marzo
    Mario Merlino fascista
    Mario Merlino fascista e provocatore
    Mario Merlino prima delle bombe
    Mario Merlino delatore


    Colpevoli, subito

    Invece, della strage del 12 dicembre vengono incolpati gli anarchici. L'accusa è immediata e esplicita I più zelanti a lanciarla sono, a Milano un giudice istruttore del tribunale e un commissario politico della questura: Antonio Amati e Luigi Calabresi. (1)
    Da un articolo del Corriere della Sera: subito dopo l'esplosione il giudice Amati telefona in questura per informarsi sull'accaduto. Gli rispondono che, forse, è saltata la caldaia di una banca in piazza Fontana, che ci sono alcuni morti e numerosi feriti: si avanza anche l'ipotesi di un attentato terroristico. "Sono dell'idea che si tratti di un attentato", replica il magistrato, e consiglia di iniziare subito le indagini negli ambienti anarchici".
    Il commissario Calabresi non è meno chiaro. All'invito della.Stampa di Torino, la sera degli attentati dichiara che i responsabili vanno cercati tra gli estremisti di sinistra e, per non lasciare nessun dubbio, emette il suo verdetto: "E' opera degli anarchici".
    Anche il questore di Milano Marcello Guida (2) fa la sua parte. A un giornalista che quella sera stessa gli chiede se vi è una connessione con gli attentati alla Fiera Campionaria e alla Stazione centrale del 25 aprile dice di "non escluderlo".
    A questa sicumera di alcuni personaggi della polizia e della magistratura milanesi fa invece riscontro un atteggiamento molto più cauto del potere centrale. Il ministro degli Interni Restivo si limita a dichiarare: "Abbiamo iniziato indagini in tutti i settori..."

    Perché proprio gli anarchici

    Ma perché si scelgono proprio gli anarchici? Per diversi motivi, alcuni dei quali possono essere così riassunti per il momento. Innanzitutto gli anarchici rappresentano la parte più debole dello schieramento di sinistra, perché priva di protezione, senza amici, di fatto isolata politicamente. Inoltre sono pressoché privi di organizzazione, e seguaci di una teoria politica articolata in varie tendenze, alcune delle quali sono spesso indefinibili o mal definite: due caratteristiche che permettono ogni tentativo di infiltrazione e di provocazione al loro interno. Esiste poi la possibilità di utilizzare la loro firma, i loro simboli in tutta una serie di attentati i cui obiettivi (chiese, banche, caserme, ecc.) non sarebbero attribuibili a nessun'altra forza di sinistra, sia parlamentare che extraparlamentare. Da non sottovalutare il valore simbolico negativo che essi incarnano agli occhi della maggioranza dell'opinione pubblica, la più sprovveduta, facile preda di ogni tentativo di manipolazione "culturale": per l'italiano medio, gli anarchici rappresentano le forze scatenate e disgregatrici dello Stato, il rifiuto delle istituzioni e di ogni valore borghese. senza idee o alternative precise; "fanno paura", una paura generica e indefinibile, che di conseguenza impone il ricorso a forze che siano in grado di ristabilire l'ordine e l'autorità minacciati dal nichilismo.
    Infine gli anarchici, abilmente "pubblicizzati" da una massiccia campagna di informazione tendente a esagerare e a mitizzare questo loro ruolo negativo, consentono anche una escalation della repressione che si attui in modo subdolo e strisciante, che coinvolga lentamente, usando i tempi lunghi, le stesse forze della sinistra più solide e organizzate (sindacati e PCI), senza provocare traumi né nell'opinione pubblica moderata né nelle forze politiche costituzionali. (3)
    Quanto succede in Italia in tutto l'anno 1969 è esemplificativo di questa manovra. Ecco alcuni casi.
    Tra aprile e maggio, a Palermo, vengono attuati numerosi attentati: contro la chiesa Regina Pacis, le stazioni dei Carabinieri di Castellammare e Pretoria, una caserma dell'esercito e il carcere dell'Ucciardone. La responsabilità viene attribuita, con grande clamore di stampa, agli anarchici. E non conta che poco più tardi il 15 maggio, siano rintracciati i veri colpevoli: sette neofascisti della Giovane Italia i quali però, guarda caso, si erano dimessi dall'organizzazione proprio alcuni giorni prima degli attentati.
    Lo stesso avviene a Roma, nell'inverno 68-69, per i 12 attentati ai distributori di benzina e nel dicembre '69 per quelli a una caserma dei C.C. e per l'ordigno in una cassetta postale; a Reggio Calabria. in dicembre, per gli attentati all'ufficio della SIP ad una chiesa ed alla Questura.
    Fatti analoghi avvengono un po' dappertutto nelle città italiane. Come a Legnano, dove due giovani fascisti compiono degli atti vandalici, come firma una A cerchiata e la scritta "Viva Mao" a Reggio Emilia, dove un altro fascista è autore di un attentato contro la Questura; a Terni, dove i muri di alcune chiese vengono profanati con scritte blasfeme. E si tenta di attribuire agli anarchici la responsabilità della catena di attentati dinamitardi compiuti sui treni tra 1'8 e il 9 agosto, anche questi di chiara marca fascista come verrà dimostrato poco dopo. (vedi IV capitolo - Chi è Bruno Giorgi)
    Per capire la complessità della manovra che si andava preparando sulle spalle degli anarchici. serve rileggere, fra i tanti, questo brano di un articolo della Stampa di Torino che esce in quei giorni. Sotto il titolo "Scomparsi gli anarchici per evitare gli interrogatori", il quotidiano della Fiat scrive: "Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi. per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dall'estrema destra totalitaria e dall'estremismo di sinistra". Come si vede, il pogrom antianarchico è già giustificato e programmato e nello stesso tempo si è aperto quel discorso sugli opposti estremismi, di destra e di sinistra, che al momento buono potrà servire alle forze moderate per invocare il ripristino dell'"ordine" turbato.

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    Gli attentati del 25 aprile

    Ma il caso più clamoroso resta quello degli attentati del 25 aprile a Milano, i più gravi di questo mese che è il più "caldo" di tutti: 45 attentati sui 145 dell'anno l969.
    Quel pomeriggio di festa, nel padiglione Fiat alla Fiera campionaria e nell'ufficio cambi della Stazione centrale scoppiano due bombe che provocano alcuni feriti (ma solo per una serie di fortunate coincidenze il bilancio delle vittime è rimasto modesto: una strage poteva avvenire anche stavolta).
    Vengono subito fermati una quindicina di anarchici, indicati come colpevoli da una isterica campagna di stampa condotta da tutti i giornali dell'arco borghese, da quelli dichiaratamente di destra a quelli considerati moderati. Altre indagini in direzioni diverse non vengono nemmeno tentate. Eppure i fascisti a Milano non scherzano nel maneggiare l'esplosivo: nelle settimane precedenti hanno lanciato bombe a mano e incendiarie contro tre sedi del PCI, ordigni vari contro l'Unità, I'ANPI, un circolo di sinistra e una galleria d'arte, hanno sparato contro una sezione comunista e, il 12 aprile, hanno gettato due bottiglie Molotov contro l'ingresso dell'ex albergo Commercio, occupato e trasformato in Casa dello studente e del lavoratore, colpendo due ragazzi che hanno rischiato di morire bruciati vivi.
    Degli anarchici arrestati, alcuni vengono rilasciati. Gli altri - Paolo Braschi, Paolo Faccioli, l'architetto Giovanni Coordini e sua moglie Elbane Vincileone - rimangono in galera. Si aspetta un mese per controllare i loro alibi e interrogare i testimoni; cinque mesi prima di interrogare gli stessi imputati. Il giudice istruttore è Antonio Amati, il funzionario di polizia che più degli altri segue le indagini è Luigi Calabresi: gli stessi accusatori del 12 dicembre. Non emergono né prove né indizi eppure si respingono tutte le istanze presentate dagli avvocati dei coniugi Corradini con delle ordinanze di rigetto abnormi proprio perché sprovviste della lista degli indizi a carico. Il caso supera i confini nazionali, se ne occupano i giornali stranieri, il tribunale per i Diritti dell'Uomo.
    Ma gli anarchici rimangono in galera. (4) E ai loro compagni che in quei mesi hanno dato vita a una serie di manifestazioni di piazza e di scioperi della fame per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, si risponde con la violenza, le cariche di polizia e le incriminazioni. Il 26 settembre cinque cittadini denunciano il questore di Milano Marcello Guida, il vicequestore, i commissari Calabresi e Pagnozzi e alcuni agenti per attentato ai diritti politici dei cittadini, abuso di ufficio (Calabresi ha inseguito e malmenato un fotografo durante una manifestazione), omissione in atti di ufficio, concorso in percosse e lesioni. Il quotidiano di destra La Notte (5) apre tra i suoi numerosi lettori una sottoscrizione a favore"a polizia soldi per i "tutori dell'ordine che di questi tempi hanno tanto da fare e da rischiare e sono così mal pagati". Le bombe del 25 aprile sono scoppiate tre giorni prima che alla Camera dei deputati iniziasse il dibattito sul disarmo della polizia in funzione di ordine pubblico una proposta che fa sorridere, con l'aria che tira. Ma se non sono gli anarchici, chi sono gli attentatori del 25 aprile? Quando la stampa inglese pubblica il famoso e già citato rapporto inviato dal ministero degli Esteri di Atene al proprio ambasciatore a Roma, sulle possibilità di un colpo di stato di destra in Italia, tra le altre cose vi si legge: "Le azioni la cui realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere realizzate prima del 20 aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l'accesso al padiglione Fiat. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto".

    Il circolo 22 marzo

    A poche ore dagli attentati del 12 dicembre non solo si è stabilito con grande sicurezza che la loro matrice politica è anarchica ma si sta già cercando l'ideatore, l'organizzatore e l'autore della strage di Milano: Pietro Valpreda, 37 anni, di professione ballerino, disoccupato(6) E' milanese ma vive soprattutto a Roma dove frequenta, come anarchico, il circolo 22 marzo in via del Governo Vecchio Viene riconosciuto dal supertestimone Cornelio Rolandi come "l'uomo con la borsa nera" che egli dice di aver trasportato, pochi minuti dopo le quattro di quel pomeriggio di sangue, vicino alla banca di piazza Fontana.
    Con Pietro Valpreda sono coinvolti, sotto l'imputazione di associazione a delinquere e concorso in strage, (7) altri cinque ragazzi del circolo 22 Marzo: Roberto Mander, 17 anni, studente di secondo liceo, figlio di un direttore d'orchestra; Emilio Borghese, 18 anni, figlio di un alto magistrato; Roberto Gargamelli, 19 anni, figlio di un cassiere della Banca Nazionale del Lavoro dove è scoppiata una delle bombe; Emilio Bagnoli, 24 anni, studente d'architettura. Il sesto imputato è Mario Merlino, classe 1944, laureato in filosofia, figlio di una famiglia della media borghesia romana; il padre, avvocato, è impiegato all'organizzazione cattolica Propaganda Fide.
    Passata la confusione frenetica dei primi giorni d'inchiesta, quando si comincia ad andare a guardare con calma la biografia politica degli imputati, la presenza fra essi di Mario Merlino fa tirare un sospiro di sollievo ai cronisti dei giornali di sinistra. Merlino è un ex fascista, si è recato recentemente in viaggio nella Grecia dei colonnelli ed è il fondatore del 22 Marzo: ergo, invece che a deg!i anarchici, qui si è di fronte a degli "anarco-fascisti", "più vicini a Goebbels che a Bakunin", secondo quanto scrive frettolosamente il settimanale comunista Vie Nuove. E già che c'è, per definire meglio l'ambiente, il giornalista ci aggiunge anche il solito pizzico di droga.
    I conti a questo punto, oltre che alla polizia e al pubblico ministero, quasi tornano anche alla sinistra italiana: in fondo se le cose stanno davvero così, se non si tratta nemmeno di anarchici ma di anarco-fascisti perché Pietro Valpreda non potrebbe davvero essere l'autore della strage di Milano? Salvo ad accorgersene subito dopo, quando i particolari si definiscono meglio, che si è fatta una grande confusione, si è rischiato di cadere nella trappola: neanche più quella dell'estremismo anarchico, di sinistra, colpevole, ma l'altra trappola. ben più pericolosa, della colpevolezza dei due opposti estremismi, di destra e di sinistra, anarchia e fascismo, che ormai si sono compenetrati, e assieme hanno ucciso.
    Perché non ci siano dubbi, per fare opera di chiarezza assoluta, è necessario qui definire esattamente chi è Mario Merlino e quale ruolo egli ha svolto nel piano di preparazione degli attentati.

    Mario Merlino fascista

    Gli anni dal 1962 al 1968 vedono Mario Merlino militare attivamente nei gruppi di estrema destra: Avanguardia Nazionale, Giovane Italia e Ordine Nuovo. In prima fila nel corso di innumerevoli azioni squadristiche, egli nutre tuttavia ambizioni intellettuali. (8) Passa ogni anno l'estate in Germania, di preferenza a Monaco e Francoforte. Tra il '65 e il '66 vi rimane sei mesi; al suo ritorno racconterà di aver frequentato un campo clandestino di addestramento organizzato dai neo nazisti tedeschi di "Nazione Europea". (9) In questi anni stringe stretti rapporti, tra gli altri, con Stefano Delle Chiaie, Pino Rauti e con il deputato del MSI Giulio Caradonna.
    Mario Merlino compare per la prima volta mescolato alle forze di sinistra durante la battaglia di Valle Giulia che si combatte tra studenti e polizia ai primi di febbraio 1968, davanti alla facoltà di Architettura. Per Merlino, che è presente tra le fila di un gruppetto di picchiatori fascisti di Avanguardia Nazionale, gli scontri di Valle Giulia sono due fronti: i camerati cercano di bastonare in parti uguali poliziotti e studenti. l'importante per loro è provocare il massimo degli incidenti. Il neofascismo romano a quella data è infatti ancora incerto: con la esplosione dell'"anno degli studenti" sono finiti i bei tempi in cui dominava incontrastato con le sue squadre di manganellatori nell'università romana. Che fare quindi? La nuova tattica della infiltrazione tra i gruppi di sinistra, il momento in cui i "nazimaoisti" tenteranno di confondere le acque coi loro slogan "Hitler e Mao uniti nella lotta" sono ancora lontani. D'altra parte l'attacco frontale come una volta è ormai impossibile.
    Ci riprovano, certo, e il 17 marzo un manipolo di duecento picchiatori giunti da ogni parte d'Italia, gli onorevoli Almirante,Caradonna e Turchi in testa, dà l'assalto alla facoltà di Lettere o ccupata dagli studenti e provoca gravi incidenti (lo studente Oreste Scalzone ha la colonna vertebrale fratturata). Anche in questa occasione Mario Merlino marcia coi fascisti. Tuttavia questa fase sta per chiudersi: il viaggio in Grecia che i giovani fascisti italiani compiono nell'aprile 1968 segna una svolta definitiva. Il viaggio è promosso dall'ESESI, (vedi IV capitolo - l'ESESI) la lega degli studenti greci fascisti in Italia, ed è organizzato dal giornalista Pino Rauti del Tempo di Roma e da Stefano Delle Chiaie i quali scelgono fra i militanti di Nuova Caravella, Ordine Nuovo e dell'ex Avanguardia Nazionale una quarantina di giovani che si sono particolarmente distinti nell'attività a favore del regime dei colonnelli. Giunti a Atene, i fascisti romani si recano in delegazione all'ambasciata italiana per presentare una nota di protesta "contro il modo in cui la RAI-TV diffama il regime greco". Qualche giorno dopo appendono sul petto del ministro Pattakos un distintivo di Nuova Caravella: nella foto ricordo della cerimonia si vede anche Mario Merlino (Merlino quando sarà interrogato dal giudice dichiarerà che "non vi furono conferenze e non fummo ricevuti da personalità"). Ad Atene i giovani fascisti italiani prendono anche contatti col movimento nazista greco "4 Agosto" diretto da Costantino Plevris. Da quel momento, tornato a Roma, Mario Merlino cambia pelle. La cambia fisicamente, perché comincia a vestire in modo dimesso e si fa crescere i capelli, poi anche barba e baffi. E la cambia politicamente: non sono passati quindici giorni dal rientro da Atene che ha già fondato il gruppo XXII Marzo (da non confondersi con il 22 Marzo, che verrà molto più tardi). Un volantino diffuso nella città universitaria rappresenta la sua prima carta politica: il gruppo proclama di "rifarsi alle esperienze del Maggio francese e, in particolare, alle sue punte più avanzate: Daniel Cohn Bendit e gli arrabbiati di Nanterre". L'esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti all'ambasciata francese. Dietro a Mario Merlino, che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo, ci sono gli esponenti più rappresentativi del gruppo, e del neofascismo romano: Stefano Delle Chiaie, Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e l'ex legionario e parà Buffa, detto il Lupo di Monteverde. Mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia. Il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri.
    Il giorno dopo i quotidiani di Roma parlano in toni apocalittici di "piano preordinato", di "guerriglia cittadina", di "inutili vandalismi" e della "cieca violenza con cui i teppisti, manovrati dal PCI, hanno danneggiato e incendiato auto di privati cittadini" (Il Tempo)
    La provocazione non passa inosservata, gli studenti hanno riconosciuto fra i seguaci di Mario Merlino i più noti esponenti del neofascismo romano e il XXII Marzo, a neppure un mese dalla sua fondazione, cessa di esistere. Merlino non si scoraggia, da Cohn Bendit passa al libretto rosso del presidente Mao Tse Tung, da leader mancato si trasforma in semplice militante di base e avvicina un esponente del gruppo di sinistra Avanguardia Proletaria vantando certi contatti politici che egli dice di avere con la redazione dell'Etincelle, una rivista marxista-leninista svizzera. L'approccio fallisce: i suoi precedenti sono noti all'esponente di Avanguardia Proletaria.
    Merlino ci riprova con il Partito Comunista d'ltalia (linea rossa).Qui non lo conosce nessuno e oltretutto lui si offre come semplice diffusore della rivista di Verona Lavoro Politico, in attesa di essere ammesso nel partito. Ma ancora una volta si tradisce. Viene fermato durante gli scontri con la polizia che seguono un tentativo di assalto contro la direzione del PCI in via delle Botteghe Oscure organizzato da diversi gruppi fascisti, al termine di un comizio di Arturo Michelini. Il nome di Mario Merlino compare nella lista degli arrestati pubblicata da tutti i giornali. D'ora in poi sarà più prudente nel mantenere i contatti con i suoi "ex" camerati.

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    Mario Merlino fascista e provocatore

    La pausa estiva, della quale Merlino approfitta per compiere uno dei suoi abituali viaggi in Germania, gli è utilissima per cercare di farsi dimenticare. Per la rentrée, nell'autunno-inverno 1968, sceglie la facoltà di Magistero occupata dal movimento studentesco. Il terreno è propizio essendo la facoltà di piazza Esedra decentrata non solo fisicamente ma, in parte, anche politicamente rispetto alla città universitaria. Mentre occupa, Mario Merlino collabora a qualche seminario sulla riforma dei piani di studio e intanto propone ad alcuni studenti di partecipare a un "corso" che egli sta organizzando.

    Testimonianza n. 1:

    "Un giorno ci prese da una parte e ci disse che se volevamo lezioni sul modo di fabbricare ordigni esplosivi lui sarebbe stato in grado di darcele. Aggiunse che un suo amico di 35 anni, che abitava fuori Roma, aveva un deposito di armi, tritolo e gelatina esplosiva, e che sarebbe stato disposto a fornirceli e a partecipare lui stesso alle azioni, purché organizzate seriamente, dato che la polizia lo teneva d'occhio... ".
    Qualcun altro intanto teneva d'occhio Mario Merlino. Un giorno, mentre si sta formando un corteo del movimento studentesco, l'assistente universitario M. D. gli confisca una bottiglia molotov che gli spunta da una tasca dell'eskimo. La provocazione riesce poco dopo, durante la manifestazione di protesta contro la visita del presidente Nixon a Roma Merlino lancia una bottiglia incendiaria contro la vetrina della ditta americana Mlinnesota e la polizia, che segue da vicino gli studenti, dà il via alle cariche che si concludono con decine di fermi. Alla fine di febbraio 1969 Merlino si ripete in un altro "a solo": al termine di una protesta davanti alla sede della RAI-TV, quando già il corteo si sta sciogliendo, lancia con una fionda un bullone di ferro che infrange il parabrezza di una jeep della polizia. Seguono cariche, scontri, feriti. fermi e denunce. Fa il bis un mese dopo, nella manifestazione per i fatti di Battipaglia. Cambia solo il bersaglio, il parabrezza di un furgone della polizia invece che quello di una jeep, ma il risultato è identico. Questa volta però viene fermato anche lui, denunciato e processato per direttissima: esce di galera il primo aprile, con una assoluzione e un'ottima referenza che gli serve per entrare in un collettivo di studenti comunisti che stanno preparando un esame di filosofia.
    Nessuno sospetta di lui fino al giorno in cui smarrisce un'agendina che contiene tutti nomi e i relativi numeri di telefono dei più noti esponenti del neofascismo romano. (vedi appendice - Il taccuino di Mario Merlino). Messo alle strette, Merlino fa una pubblica autocritica: ammette di aver svolto "per un certo periodo" il ruolo di provocatore ma sostiene di essersi pentito e di mantenere coi camerati solo rapporti di amicizia, non politici. Per rafforzare la tesi della "conversione" aggiunge: "Quando fui fermato per la manifestazione di Battipaglia un funzionario della squadra politica mi promise che non mi avrebbero denunciato e che, anzi, mi offrivano centomila lire al mese se accettavo di svolgere la funzione di confidente negli ambienti del movimento studentesco. Io rifiutai decisamente, preferendo la denuncia".
    Allontanato dal collettivo Merlino parte per Rimini, dove dice di avere una casa. Al ritorno avvicina alcuni iscritti all'Unione dei Comunisti Italiani. Si informa sul loro programma politico e consistenza organizzativa, chiede di entrare a farne parte. Ma ormai le notizie sulla presenza di spie e provocatori, veri e presunti, si sono moltiplicate e hanno creato allarme. La richiesta di Merlino viene accolta con riserva, si vuole prima accertare la consistenza delle voci che circolano sul suo conto.
    L'attesa non è lunga. Nel mese di maggio, subito dopo l'attentato al palazzo di Giustizia di Roma. Mario Merlino chiede ad un iscritto all'Unione un grosso favore: ha paura di subire una perquisizione e deve nascondere del materiale compromettente. E' disposto il compagno a tenerselo per qualche giorno, sino a quando si saranno calmate le acque? Quello dell'Unione dice apposta di si e Merlino gli consegna alcuni metri di miccia e un numero considerevole di detonatori. Due giorni dopo la polizia compie una perquisizione nella casa del compagno il quale però si era sbarazzato del materiale il giorno stesso in cui l'aveva ricevuto.
    Merlino con la sinistra marxista-leninista ha finito, I'Unione lo diffida dal presentarsi alla sede, dal frequentare le manifestazioni e dall'avvicinare i suoi iscritti.
    Ritenta con le briciole. Alla vigilia del 2 giugno si è aggregato a un gruppetto di radicali che ha un incontro con alcuni comunisti della Federazione Giovanile per concordare una azione di volantinaggio comune da farsi durante la sfilata militare ai Fori Imperiali. L'appuntamento è stabilito per l'indomani mattina alle 8, davanti alla sezione Campo Marzio. Ci va anche la polizia, che sequestra i volantini e porta tutti in questura. per rilasciarli solo a sfilata conclusa (e per provocare una interpellanza alla Camera dove i deputati comunisti denunciano questo inammissibile fermo preventivo). Merlino no, non si è presentato all'appuntamento, quella mattina si è svegliato tardi.
    Quando, precedentemente, era avvenuta la serie di attentati dinamitardi contro i distributori di benzina, proprio mentre era in corso un'aspra vertenza sindacale che opponeva i piccoli gestori alle grandi società petrolifere Mario Merlino venne invitato dalla polizia a a "collaborare" nelle indagini. Fece i nomi di F.P., L.R..e E.M.D., tre studenti che da tempo hanno abbandonato gli ambienti dell'estrema destra. I tre vennero subito arrestati ma alla fine risultarono totalmente estranei agli attentati. Come mai Merlino sempre così scrupoloso, quella volta ha messo la polizia su una falsa pista?
    La risposta salta fuori qualche tempo dopo, quando viene identificato il vero responsabile. E' Mario Palluzzi, organizzatore di un vero e proprio racket che estorceva denaro ai gestori che non partecipavano allo sciopero con minacce di rappresaglie dinamitarde. Ma Mario Palluzzi è anche qualcos'altro: è il capo dell'UNSI, il sindacato dei benzinai fascisti, ed è un ex di Avanguardia Nazionale, oltre che intimo amico di Stefano Dalle Chiaie, a sua volta legato a Merlino. Il chiosco dove prestava servizio era, tra l'altro abituale luogo di riunioni per un gruppo di fascisti dell'ex Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo.
    Affrontato da uno degli studenti che ha denunciato. Mario Merlino si giustifica dicendo che la delazione gli è stata estorta dalla polizia durante una delle sue crisi di epilessia, e rilasciata anche una dichiarazione autografa in cui ammette di essere un confidente.
    Nel settembre 1969 a Mario Merlino, ormai definitivamente bruciato in tutti gli ambienti della sinistra extraparlamentare, sono rimasti solo gli anarchici come possibile terreno di infiltrazione e provocazione. Avvicina il giovane G., si fa passare per perseguitato dalla polizia e chiede di essere presentato al circolo Bakunin di via Baccina

    Testimonianza n. 2:

    "All'inizio aveva un atteggiamento riservato anche se cordiale. Si definiva anarchico ma non partecipava quasi mai alle discussioni sulle teorie e la prassi libertarie; mi sembrò che avesse nozioni molto vaghe sulla storia dell'anarchia. Era un abile parlatore ma quando si approfondiva questo argomento o lasciava cadere il discorso oppure si limitava a darmi ragione".
    Nel frattempo Merlino trova il tempo per partecipare ai convegno studi organizzato dal MSI al Terminillo, durante il quale Giulio Caradonna tiene una relazione sul tema "Genesi del colpo di stato"
    Quando Merlino arriva al Bakunin gli iscritti al circolo sono divisi in due frazioni. C'è una maggioranza, che è posta sotto accusa da un gruppo dei giovani, tra cui Pietro Valpreda e Emilio Bagnoli. Burocratismo, dirigismo, incapacità di cogliere le nuove prospettive politiche create dall'esplosione delle lotte operaie e studentesche: queste le accuse dei giovani che a loro volta vengono tacciati di avventurismo dai più anziani. L'ingresso di Mario Merlino, che si lega subito al gruppo degli "arrabbiati", contribuisce a peggiorare sensibilmente la situazione. Alle denunce di essere ancora in contatto coi fascisti e confidente della polizia, lui replica dicendo che "i vecchi" del Bakunin usano la calunnia per coprire le vere ragioni del loro dissenso, che sono politiche. Merlino è il primo a sostenere esplicitamente la necessità di una scissione, onde formare un nuovo circolo. Per questo si offre anche di reperire i fondi necessari, 150.000 lire che gli sarebbero state promesse da un imprecisato "gruppo cattolico". Nonostante la crisi, l'attività politica del Bakunin prosegue, tra i baraccati della periferia romana e gli operai della Fiat in sciopero. Merlino comincia a fare delle proposte.

    Testimonianza n. 3

    "Mi chiamò da parte e mi chiese se ero disposto a partecipare a una azione notturna contro la Fiat. Si trattava di lanciare delle bottiglie Molotov. Io avrei dovuto accompagnarlo con la mia macchina. Gli risposi che non ero d'accordo e lui non insistette. Mi disse tuttavia che gli dispiaceva di avermi sopravvalutato".
    Sempre assiduo della vita del circolo, solo il sabato e la domenica Merlino non si fa vedere, dice che va a trascorrere il week-end ai Castelli Romani per fare un po' di footing e ossigenarsi. Invece partecipa ai campeggi "a cielo aperto" dell'associazione neofascista e paramilitare Europa Civiltà nell'Alta Sabina e nel Parco Nazionale degli Abruzzi, organizzati dal suo vecchio amico Loris Facchinetti. Quando rimane a Roma, la domenica mattina va alla messa delle dieci nella chiesa del convento delle suore di via Montanelli, luogo di convegno di un gruppo di cattolici integralisti. Merlino è un fervido commentatore dei brani evangelici che vengono discussi collettivamente. Ma la sua fede non gli impedisce durante lo sciopero della fame degli anarchici sulle scalinate del Palazzo di Giustizia, di esibirsi con in mano cartelli con lo slogan "Ne' dio né stato, né servi né padroni". Il lungo sciopero della fame è fatto, a Roma come a Milano, per protestare contro la carcerazione illegale degli anarchici incolpati degli attentati del 25 aprile. In quei giorni Merlino ripete le sue proposte ad altri giovani del Bakunin.

    Testimonianza n. 4

    "Merlino mi confidò che aveva intenzione di organizzare un corso per la fabbricazione di bombe e che di questo progetto aveva già parlato a R. Disse che Stefano nelle Chiaie, quando militavano assieme nelle organizzazioni fasciste, lo aveva istruito su questo argomento e che sarebbe stato in grado di farci delle lezioni. Aggiunse che aveva una pellicola da sviluppare dove erano illustrati vari modi di fabbricazione degli ordigni esplosivi".

    Testimonianza n. 5

    "Merlino una volta invitò me e altri due anarchici del circolo Bakunin in casa sua per discutere "alcune cose molto riservate". Non ricordo con esattezza il periodo ma credo che fossero gli ultimi giorni di settembre o i primi di ottobre. Quando arrivammo da lui lo trovammo assieme a un suo amico, un certo Roberto, che si presentò come un ex camerata convertitosi all'anarchia. Disse che aveva un'edicola di giornale all'EUR. Dopo un breve preambolo Merlino ci propose la costituzione di un commando terroristico, dicendo che una persona a lui molto vicina era in possesso di materiale informativo sulla fabbricazione di ordigni esplosivi. Il suo amico aggiunse che egli era in grado di procurarsi del "materiale". Merlino ci invitò a casa sua due volle. La prima volta ci propose una azione di sabotaggio alla Fiat di viale Manzoni, organizzata in questo modo: alcune auto avrebbero bloccato le vie adiacenti per ostacolare l'arrivo della polizia, mentre gli altri compagni sarebbero penetrati all'interno e dopo aver tagliato con dei coltelli i tubi dei distributori avrebbero appiccato il fuoco alla benzina fuoriuscita. Così- ci disse - sarebbe saltato tutto in aria. La volta successiva ci propose di assaltare una caserma situata nei pressi di casa sua, della quale diceva di avere una pianta dettagliata, per portare via armi e munizioni. In quella occasione era presente alla riunione un altro suo amico, che noi non conoscevamo, il quale disse di essere in possesso delle piante di vari tralicci della televisione che si potevano far saltare. Aggiunse che se le era procurate quando lavorava come disegnatore, presso l'ingegnere che aveva realizzato il traliccio Tv di Viareggio. Noi, comunque. lasciammo cadere queste proposte perché contrarie al nostro concetto di "azione esemplare".
    Infatti, l'unica azione esemplare che il gruppo di anarchici realizzò, è la costruzione, eseguita nottetempo, di un muro di mattoni in mezzo al cortile di un caseggiato popolare, i cui inquilini erano stati sfrattati a scopo speculativo. (10).
    Il 23 ottobre 1969, per l'anniversario della battaglia di El Alamein, è previsto a Roma un raduno nazionale di paracadutisti e i fascisti si mobilitano per dare un tono nostalgico alla manifestazione. G!i "arrabbiati" del Bakunin decidono di diffondere un volantino di protesta e Mario Merlino si offre di stenderne il testo. Quando le copie sono già stampate e pronte per essere distribuite, vengono bloccate da alcuni anarchici che giudicano il contenuto politicamente scorretto e provocatorio, e impongono che sia tolta la firma "Circolo Bakunin".
    Il nuovo episodio esaspera la polemica all'interno del Bakunin. Negli stessi giorni poi esce sulla rivista giovanile Ciao 2001 una inchiesta sui gruppi minoritari di destra e fra essi è citato il "gruppo anarco-fascista XXII Marzo, fondato da Mario Merlino". Si tratta di una inesattezza, nel senso che il gruppo non esiste più da oltre un anno, ma è un'altra occasione (prefabbricata?) per aggravare i dissensi all'interno del circolo. Merlino fa l'indignato e cerca di coinvolgere altri nella sua protesta sostenendo che è giunto il momento di dare una forma consistente al loro dissenso. Inoltre dice. c'è la prospettiva di chiedere una smentita e un risarcimento danni alla rivista che lo ha "diffamato". Ciao 2001 per evitare noie, pubblica un nuovo articolo, consistente in una intervista collettiva al gruppo dei dissidenti del Bakunin con relative fotografie in cui abbondano i pugni chiusi e i medaglioni con la A cerchiata. Tutto viene ricompensato con 40.000 lire.
    I soldi serviranno per pagare il primo affitto di una sede e il circolo creato dagli scissionisti del Bakunin si chiamerà 22 Marzo, dove i numeri arabi sostituiscono quelli romani del vecchio gruppo fondato da Merlino nella primavera 1968. Con lui se ne vanno Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli. Emilio Borghese e un'altra quindicina di giovanissimi In attesa di trovare una sede decidono di riunirsi nel negozietto di lampade liberty di via del Boschetto che l'anarchico Ivo Della Savia, rifugiato all'estero renitente alla leva, ha lasciato al suo amico Pietro Valpreda.

    Mario Merlino prima delle bombe

    Tra il 9 e il 10 novembre Mario Merlino parte per il Nord. Dice che va a Modena e poi a Venezia per partecipare ai lavori di coordinamento del gruppo di sinistra Lotta Continua. Ma è falso, la sua presenza a Venezia è esclusa. Il 18 novembre, vigilia dello sciopero generale nazionale per la casa (Merlino è tornato a Roma da due giorni), gli anarchici del nuovo 22 Marzo tengono due riunioni. La prima, allargata, per discutere i modi di partecipazione al corteo autonomo. organizzato dal movimento studentesco, la seconda ristretta, alla quale intervengono solo Merlino e altri due.

    Testimonianza n. 6

    "Merlino ci rivelò che, da fonti sicure, aveva appreso di una provocazione che i fascisti stavano organizzando contro il corteo. Bisognava prepararsi a respingerla, disse. Propose di preparare delle molotov da tenere a disposizione. durante il corteo, in caso di necessità. Ci lasciammo dandoci appuntamento la mattina successiva alle 8 nel negozio di via del Boschetto, dove dovevano trovarsi anche gli altri".
    Il mattino del 19 all'appuntamento in via del Boschetto ci sono tutti meno Mario Merlino che anche questa volta, guarda caso, non si è svegliato in tempo. Arriva, al suo posto, la polizia che perquisisce il negozio e ferma tutti i presenti. In questura. durante l'interrogatorio, agli anarchici viene contestata l'intenzione di aver voluto compiere attentati con bottiglie molotov. (11)
    Il 22 novembre Merlino si presenta nella sede del circolo in via del Governo Vecchio, appena inaugurata, con un nuovo personaggio. Si chiama Pio d'Auria, ha 24 anni, fa il venditore ambulante di libri per la casa editrice Rizzoli, è un fascista. Fisicamente ha una certa somiglianza con Pietro Valpreda. (12) Merlino lo presenta come "un ex camerata in crisi che guarda con simpatia all'anarchia". Il nuovo arrivato comincia a frequentare le riunioni del 22 Marzo ma si tiene in disparte, non partecipa alle discussioni. Si avvicina il giorno del grande raduno nazionale dei metalmeccanici: centomila operai sfilano per le vie di Roma. E' un momento di estrema tensione politica per l'Italia: i sindacati gestiscono le lotte contrattuali ma gli slogan delle avanguardie rivoluzionarie sono stati fatti propri da migliaia di operai.

    Testimonianza n. 7

    "Il giorno dello sciopero nazionale dei metalmeccanici, 28 novembre, ero assieme agli altri al corteo sindacale quando Merlino propose di andare a pranzo ai Castelli Romani. Partimmo con la mia macchina: Merlino, Pio d'Auria, Emilio Borghese e io. Merlino propose di andare a Frascati. Lì giunti telefonò a un suo amico.
    Dopo la telefonata ci disse di aspettarlo perché doveva andare a parlargli. (13) Stette via una mezz'ora. Quando ritornò andammo a mangiare in una trattoria e quindi ripartimmo per Roma. Durante il viaggio di ritorno Merlino ci propose: " è l'occasione giusta per scatenare un gran casino; fermiamoci a un distributore di benzina, facciamo il pieno, prepariamo quattro molotov e confondiamoci tra la folla del comizi (dei metalmeccanici in piazza del Popolo: n.d.r.). Appena capita l'occasione giusta, le tiriamo addosso a qualche camionetta della polizia". Pio d'Auria mi sembrò particolarmente entusiasta dell'idea. Io e Borghese rifiutammo giacché l'iniziativa ci parve assolutamente improduttiva dal punto di vista politico. Fummo comunque ostacolati dal traffico e quando arrivammo la manifestazione era finita"
    Da quel giorno Mario Merlino non si fa più vedere al circolo: strano, è sempre stato un frequentatore assiduo. Il 2 dicembre telefona a Emilio Bagnoli dicendogli di essere malato: però rifiuta, ringraziando, ogni visita dei compagni. Questi, preoccupati per la sua salute, sei giorni dopo vanno ugualmente a casa sua. Lo trovano in piedi, sanissimo. Sono appena guarito, dice Merlino, e si fa finalmente vivo, il pomeriggio di mercoledì 10 dicembre, nella sede di via del Governo Vecchio che è ancora in fase di allestimento. I compagni gli rinfacciano, scherzando, di essersi dato malato per non lavorare con loro. Merlino lascia 3.000 lire come contributo al circolo e se ne va dicendo che ancora per qualche giorno non si farà vedere perché si sta "lavorando" alcuni cattolici che dovrebbero dare dei soldi. Chiede anche notizie di Valpreda e gli rispondono che il Pietro è in partenza per Milano dove è stato convocato dal giudice per un certo processo, una vecchia storia.
    Siamo alla vigilia della strage del 12 dicembre.

    Mario Merlino delatore

    Roma, verso le 9,30 di giovedì sera 11 dicembre 1969. Alla fermata di viale Manzoni vicino a via Liberiana, un ragazzo magro coi capelli lunghi e gli occhiali, infagottato in un eskimo color verde, aspetta il tram che porta verso via Tuscolana. Quando sale a bordo, tre passeggeri, giovani come lui, lo guardano incuriositi: a ognuno quella faccia sembra nota, ma sul momento non riescono a identificarla. Infine uno dei tre si ricorda. "Ahò, ma quello è Merlino". I tre lo chiamano e il ragazzo con l'eskimo si avvicina. Ma appare imbarazzato, nervoso e al loro tentativo di fare conversazione risponde ogni volta in modo da far cadere il discorso. E' strano: Mario Merlino, che di solito è così loquace, questa sera non parla, quasi fosse infastidito per l'incontro imprevisto. "Beh, come va col 22 Marzo?", gli chiedono. "E' un periodaccio, non si combina nulla", risponde. "Noi scendiamo. Tu che fai, dove vai?". "Niente, vado a trovare certi amici miei". I tre ragazzi scendono e il tram prosegue la sua corsa verso via Tuscolana con a bordo Mario Merlino.
    Dove sta andando? Chi sono gli "amici" con cui si deve incontrare? Dato che si tratta di stabilire come uno degli imputati ha trascorso la sera precedente gli attentati, sarebbe logico supporre che chi svolge le indagini abbia rivolto a Mario Merlino domande del genere. Invece, dai verbali di interrogatorio resi noti non risulta che gli sia stato chiesto nulla in proposito. Gli inquirenti, mentre sono stati molto scrupolosi nel porre a Merlino domande su episodi e circostanze che riguardano soprattutto gli altri cinque inquisiti (Valpreda, Mander, Bagnoli, Borghese e Cargamelli), lo sono stati molto meno nel chiedere sia ai cinque che a lui delle testimonianze sulla sua persona e sulla sua attività. (14) Sino dal primo momento, quando la sera di venerdì 12 dicembre viene fermato e interrogato dalla polizia, Merlino svolge la parte del delatore, parla e parla. e sarà soprattutto grazie alle sue "confessioni" che si arriverà a incastrare gli altri ragazzi del circolo 22 Marzo. Ma perché non si è cercato di scoprire fino in fondo chi è Merlino? Perché non si è andati a indagare nemmeno su cosa egli può aver fatto quella ssera di giovedì 11 dicembre. dopo che è stato visto sul tram che porta verso via Tuscolana? Chi può avere incontrato in quella zona di Roma?
    Presumibilmente la sua meta avrebbe anche potuto essere una di queste tre. Primo: via Tor Caldara. che è nei pressi della via Tuscolana, dove abita Pio d'Auria, il suo amico fascista che è stato indicato come uno dei possibili sosia di Pietro Valpreda. Secondo: via Tommaso da Celano, che è sempre nei pressi di via Tuscolana,dove al numero civico 119. risiede Stefano Delle Chiaie, il più noto boss del neofascismo della capitale, anch'egli molto legato a Mario Merlino. Terzo: via Tuscolana n. 572, dove c'è l'abitazione di Leda Minetti. Lo stesso posto dove egli dirà di essersi recato il pomeriggio del giorno dopo, onde avere un alibi per il momento degli attentati, fornito dai due figli Minetti e dalla donna stessa. (15) Se anche il giovedì sera Merlino è venuto qui, può benissimo essersi incontrato con Stefano Delle Chiaie che da dieci anni è l'amico della Minetti e ne frequenta abitualmente la casa. (16)
    Insistere su questa possibilità ha un significato ben preciso. Vuol dire che, se le indagini su Mario Merlino fossero state più approfondite, sarebbe per forza venuta alla luce, spuntando da sotto la superficiale crosta dell'"anarchia", la sua vera figura di fascista e perciò di provocatore infiltrato con uno scopo ben preciso nell'ambiente del 22 Marzo. E a questo punto automaticamente, l'inchiesta non avrebbe potuto non tener conto della necessità di estendersi anche agli ambienti e ai personaggi del neofascismo della capitale.
    I fascisti, ma chi sono questi fascisti romani del dicembre 1969? Per capirlo bisogna fare un po' di storia, partendo dalla primavera

    (1) Il commissario aggiunto Luigi Calabresi ha 32 anni. Nel 1966 era collaboratore del giornale del PSDI La Giustizia e nel 1968, con pseudonimo, del quotidiano romano della catena editoriale Monti, Momento-Sera. Il settimanale Lotta Continua lo ha più volte definito il "commissario CIA", riferendosi ad un "corso di aggiornamento" da lui frequentato per alcuni mesi negli Stati Uniti. Nel 1966. L'anno successivo, in occasione di un viaggio in Italia del generale americano Edwin A. Walker, il Calabresi gli fece da accompagnatore ufficiale. Fu lui a presentarlo al generale Giovanni De Lorenzo, con il quale il "braccio militare" di Barry Goldwater si incontrò ripetutamente in un appartamento romano in Via di Villa Sacchetti 15.

    (2) Marcello Guida, uomo di fiducia di Mussolini, ricoprì, negli ultimi anni del ventennio, l'incarico di direttore del confino politico di Ventotene.

    (3) E' esattamente ciò che si è verificato in Italia nei mesi successivi alla strage di Milano. Alle decine di denunce, arresti e condanne contro militanti della sinistra extra-parlamentare - quasi tutti per reato di opinione - seguirono in breve le denunce contro iscritti al PCI, giornalisti dell'Unità, sindacalisti e operai (circa 14.000, secondo quanto denunciato e documentato da CGIL, CISL e UIL).

    (4) Soltanto i coniugi Corradini. indicati dagli inquirenti e dalla stampa come i mandanti degli attentati, verranno scarcerati dopo 7 mesi, per "mancanza di indizi".

    (5) Di proprietà del cementiere lombardo Carlo Pesenti.

    (6) A tre anarchici, fermati e condotti alla questura di Milano un'ora e mezza dopo l'attentato di Piazza Fontana, il commissario Calabresi chiese insistentemente notizie di una persona soltanto: Pietro Valpreda. Benché il ballerino, in passato non fosse mai stato implicato in attentati, il funzionario disse loro testualmente: "Perché permettete che un pazzo sanguinario come Valpreda frequenti i vostri ambienti?"

    (7) Le accuse verranno formalmente precisate soltanto parecchi mesi dopo l'arresto.

    (8) Nel 1965. sul giornale Azione (sovvenzionato dal Ministero dei Lavori Pubblici dell'on. Togni) Mario Merlino scriveva: "(...) L'avvento del cesarismo sembrava concretarsi nelle forme dei regimi sorti in Italia e in Germania a rivendicare la dignità dei valori organici della nostra civiltà, quali il senso dell'onore c della fedeltà, l'amore per la propria razza. l'impulso dinamico dominante che ha caratterizzato tutta la storia dell'occidente moderno. onde ci fu chi stupì per il crollo dcl fascismo e del naizonal-socialismo ed il ripresentarsi delle forme ormai superate delle democrazie parlamentari nei rispettivi paesi".

    (9) Esponenti di maggior rilievo dell'organizzazione erano Arthur Ehrahrd ed Helmuth Sunderman. ex-addetto stampa di Hitler e direttore della Casa Editrice Druffel Verlug.

    (10) Fu attivamente presente in quella occasione, il "tutore dell'ordine" Salvatore Ippolito. alias studente anarchico Andrea Politi (vedi IV capitolo - La spia del 22 Marzo) che si incaricò di trasportare personalmente i mattoni sul luogo prescelto.

    (11) Il merito di aver sventato questo "attentato" sarà attribuito dalla polizia al già citato Salvatore Ippolito. Mario Merlino quella stessa mattina, all'interno dell'Università, fu visto entrare nell'ufficio del vice-questore Mazzatosta dove si trattenne per circa mezz'ora.

    (12) Nel marzo 1970 alcuni giornali, hanno indicato Pio d'Auria come un probabile sosia di Valpreda. D'Auria, subito difeso a spada tratta dal quotidiano di Roma, Il Tempo, che gli ha fornito un avvocato, ha sporto querela. Sembra avere un alibi di ferro: afferma che il giorno degli attentati era a letto malato, come può testimoniare il medico che lo ha visitato. Non si spiega però perché , il giorno successivo alle rivelazioni dei giornali sul suo conto, abbia tentato "inutilmente" di convincere una ragazza, tale F., a testimoniare sulla sua presenza a Roma il 12 dicembre. La Stampa di Torino e L'Unità pubblicarono infatti la notizia che egli il giorno degli attentati si trovava a Milano. L'unico fatto accertato è che Pio D'Auria, il 4 dicembre 1969 partì in auto da Roma dicendo a tre persone, sue amiche, che si recava in Germania, a Monaco, e quindi a Milano. Dopo quel giorno, la prima volta che gli anarchici del "22 Marzo" lo rividero fu il 29 dicembre, quando lo incontrarono in Piazza dei Cinquecento intento a vendere libri. In quella occasione egli si allontanò velocemente fingendo di non conoscerli e il giorno successivo si trasferì con il camioncino in Via Appia. Pio D'Auria nel 1962 aveva aderito All' Avanguardia Nazionale fondata da Stefano Delle Chiaie e nel '64 aveva partecipato ai corsi di tecnica degli esplosivi che si tenevano nella sezione di Via Gallia. Nel 1966 fu fermato dalla polizia perché implicato negli scontri culminati con la morte di Paolo Rossi e, due anni dopo, prese parte, sempre insieme ai fascisti di Avanguardia Nazionale, alla "battaglia di Valle Giulia". Nel luglio '69 era in Corso Traiano, a Torino, durante i gravi incidenti scoppiati nel giorno dello sciopero generale per la casa.

    (13) Si tratta di Sandro Di Manzana, un altro fascista infiltrato nel Movimento Studentesco della facoltà di Magistero, molto legato a Serafino Di Luia.

    (14) Il trattamento riservato a Mario Merlino dagli inquirenti, nel corso degli interrogatori ha dell'incredibile. Dai verbali, pubblicati integralmente da tutta la stampa italiana, risulta che non gli è stato chiesto né cosa abbia fatto nei giorni precedenti gli attentati, né quali fossero i suoi rapporti con elementi "estranei" al "22 Marzo", abbondantemente pubblicizzati nei giorni immediatamente successivi. Nonostante le innumerevoli, inedite rivelazioni fatte dalla stampa sul suo conto in questi mesi, egli non è stato più interrogato dopo il 9 gennaio. Il paragone con Pietro Valpreda sottoposto nei sei mesi successivi a circa 100 ore di interrogatorio pressante, lascia stupefatti. C'è da chiedersi perché Mario Merlino sia stato incriminato, dal momento che - a parte l'assoluta assenza di indizi obiettivi - non esiste contro di lui alcuna dichiarazione accusatoria - del resto mai richiesta - da parte dei testimoni e degli altri imputati. La sua posizione appare molto simile a quella di un teste a carico che si voglia "proteggere".

    (15) Nel verbale di interrogatorio del 19-12-69, Mario Merlino insinua nel magistrato il dubbio che "la conferenza tenutasi nel pomeriggio degli attentati al "22 Marzo" sia stata organizzata per avere una copertura" e aggiunge "mi lasciò anche perplesso il fatto che venisse spostata improvvisamente dal Bakunin". A parte il fatto che egli era perfettamente al corrente che l'idea della conferenza proveniva da Antonio Serventi, detto "il Cobra", persona estranea al circolo e che lo spostamento "improvviso" - come gli era staio riferito telefonicamente da Emilio Bagnoli - era imputabile ad un ripensamento dell'ultimora degli anarchici del Bakunin, che non vollero concedere la propria sede per un dibattito sulla "storia delle religioni": in realtà l'unico fra i sei imputati che abbia un alibi decisamente traballante è proprio lui, Mario Merlino. Prelevato in casa dalla polizia alle ore 19 del 12 dicembre, un'ora e mezza dopo l'esplosione dell'ultima bomba romana (Altare della Patria: ore 17,24) e condotto in questura egli - a differenza di tutti gli altri fermati - verrà ufficialmente interrogato dal Dott. Improta soltanto il mattino successivo. (I verbale: ore 1l,45 di sabato 13).I,e sole domande che gli vengono rivolte riguardano il suo alibi per il pomeriggio del 12: ne fornirà uno falso. affermando di essere uscito di casa verso le 17 e di esservi tornato alle 19, dopo una passeggiata nella zona. Esce dall'interrogatorio turbato: confida a due anarchici che attendono il loro turno che la madre - interpellata telefonicamente dal dott.Improta - ha dichiarato che egli è uscito di casa prima delle ore 17. Chi ha un minimo di esperienza di uffici politici della questura conosce il trattamento che viene riservato in questi casi, ai fermati: contestazioni pressanti o, nella migliore delle ipotesi, isolamento assoluto in attesa di ulteriori verifiche. A Mario Merlino, invece, viene concesso di parlare liberamente con gli altri fermati, alcuni dei quali, la mattina successiva, lo vedranno gironzolare da solo nel cortile di S. Vitale. A 34 ore di distanza dal primo interrogatorio ne subisce un secondo (II verbale: ore 22 di domenica 14) nel corso del quale dà il via alla girandola delle accuse contro i compagni del "22 Marzo" e fornisce il suo secondo alibi. Incriminandolo per concorso in strage, il magistrato dimostrerà di non credere neppure a questo. In effetti il tempo che egli afferma di aver impiegato per recarsi dalla sua abitazione a quella della signora Minetti e viceversa, appare - ad un controllo anche superficiale - molto poco credibile. In quanto ai testi che confermano le sue dichiarazioni - Riccardo e Claudio Minetti - si tratta di due giovani fascisti, molto legati - per la particolare situazione familiare - a Stefano Delle Chiaie e abituali frequentatori assieme a Mario Merlino, dei campeggi paramilitari organizzati da Europa Civiltà. Ma quello che deve avere fatto maggiormente dubitare il magistrato della loro attendibilità è il fatto che Maria Grazia Minetti, la sorella maggiore che vive per proprio conto, quando i giornali riferirono i particolari dell'alibi fornito a Merlino dai fratelli, si recò da loro mettendone in dubbio la veridicità e fu picchiata violentemente. Resta da domandarsi, anche in questo caso. perché ai fratelli Minetti non sia stato riservato dagli inquirenti lo stesso trattamento - una denuncia per falsa testimonianza - del quale è stata fatta oggetto Rachele Torri, la zia di Pietro Valpreda.

    (16) Inoltre nella zona di Roma dove il tranvetto fa capolinea, quella di Cinecittà, abitano una decina di aderenti all'Avanguardia Nazionale (come risulta dal taccuino degli indirizzi di Mario Merlino) e c'è la sede stessa dell'organizzazione fascista, affittata proprio in quei giorni.

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    III CAPITOLO

    I fascisti

    La crisi del fascismo squadrista
    Vita e opere di Stefano De!le Chiaie
    Avanguardia Nazionale
    I precedenti del luglio '64
    L'entrismo
    La morte di Paolo Rossi
    La morte di Antonino Aliotti
    La nuova tatticanfiltrazione e nazimaoismo


    La crisi del fascismo squadrista

    Nella primavera 1968 il neofascismo romano è in crisi, battuto proprio nel suo feudo tradizionale: I'Università. Il 15 marzo, nella facoltà di Lettere occupata, l'assemblea permanente del Movimento Studentesco discute il programma per l'indomani, che prevede un incontro con le delegazioni di altre sedi universitarie, gli studenti medi e alcuni rappresentanti della UNEF parigina, dell'SDS tedesco e del Black Power americano. A qualche centinaio di metri anche la facoltà di Legge è occupata, ma dagli studenti fascisti di Caravella e pacciardiani di Primula Goliardica. Anche lì si discute di "lotte contro il sistema", di "nuove strategie rivoluzionarie". Nel pomeriggio un vicequestore, responsabile dell'ordine nella città universitaria, si presenta per avvertirli che "i comunisti stanno preparando un attacco per domani". Gli studenti neofascisti non lo stanno nemmeno ad ascoltare, lo scherniscono. Lo stesso succede a Stefano Delle Chiaie che più tardi cerca di convincerli dell'assalto imminente dei "rossi". Qualcuno addirittura lo insulta, lui, il capo riconosciuto dell'estrema destra extraparlamentare, gridandogli "servo dei padroni" e "cane da guardia del capitale". Durante la notte nello scantinato della facoltà scoppia una bomba che distrugge il locale delle caldaie e provoca un incendio. Ma neppure questo attentato serve a creare la psicosi dell'attacco comunista tra i giovani di Caravella e Primula Goliardica. Chi si aspettava una loro reazione, chi ha bisogno di incidenti tra gli "opposti estremismi" per spazzare via la marea nascente della contestazione studentesca di sinistra, non ha tenuto conto della profonda crisi che travaglia anche i seguaci del "Credere, Obbedire, Combattere".
    A provocare i necessari incidenti provvederanno, allora. gli squadristi di pelo vecchio. Il giorno dopo una colonna di circa 200 uomini guidati da Giorgio Almirante, Giulio Caradonna e Luigi Turchi marciano verso il piazzale della Minerva già affollato da migliaia di militanti del movimento studentesco. Caradonna ha fatto le cose in grande: per l'occasione le sue squadre di picchiatori sono arrivate da tutte le parti d'ltalia e sono armate di spranghe di ferro, bastoni e catene. (1) Lungo la strada la colonna fa una sosta alla facoltà di Legge per cacciare fuori gli studenti irresoluti, i camerati rammolliti, e convincerli a partecipare alla azione. Ma sono pochi quelli che si accodano.
    Lo scontro nel piazzale della Minerva è violentissimo. Superato il momento della sorpresa il Movimento Studentesco reagisce, caccia e insegue i fascisti che per la ritirata hanno scelto la facoltà di legge. Assediati da qualche migliaio di studenti esasperati, gli uomini di Caradonna lanciano dalle finestre tutto quanto hanno sotto mano, persino delle scrivanie, e feriscono molti degli assedianti. Nonostante i lanci le porte stanno per cedere e i fascisti farebbero la fine che si meritano se non intervenisse provvidenzialmente la polizia a disperdere gli studenti. (2) I fascisti fermati, che vengono scortati uno a uno dagli agenti sino ai cellulari, sono 162. Fra essi ci sono anche Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e una decina di bulgari reclutati al campo profughi di Latina, i quali non saranno portati in questura: la polizia li lascia andare in una zona tranquilla lontana dall'università. All'onta di essere stati sconfitti e salvati dalla polizia i fascisti devono aggiungere l'amara sorpresa di avere visto tra gli studenti che li assediavano molti dei "camerati" di Legge che essi erano venuti a "salvare dai rossi".
    Battuto militarmente, isolato politicamente, con una base giovanile profondamente disorientata, per il fascismo romano è arrivato il momento di elaborare una nuova strategia, sia per sopravvivere, sia per continuare a fornire i servizi richiesti da chi lo paga.

    Vita e opere di Stefano delle Chiaie

    Sino alla primavera del 1968, e a partire grosso modo dagli inizi degli anni Sessanta, le caratteristiche del fascismo romano, il più importante e organizzato a livello nazionale, erano state ben diverse. E' possibile, e utile, ripercorrere le tappe fondamentali della sua storia seguendo la vita e l'opera di uno dei più importanti leader, Stefano Delle Chiaie, detto il Caccola (che a Roma vuol dire basso di statura), 34 anni. studente fallito di scienze politiche, ufficialmente di professione assicuratore. Ex segretario della sezione missina del quartiere Appio dal '56 al '58, quell'anno il Caccola aderisce all'organizzazione neonazista Ordine Nuovo il cui fondatore a Roma è un giornalista del quotidiano Il Tempo. Pino Rauti, noto per aver coniato la definizione "la democrazia è un'infezione dello spirito". Nato ufficialmente su posizioni di dissenso dalla linea parlamentaristica del Movimento Sociale, Ordine Nuovo - come del resto tutti gli altri gruppi e gruppetti frazionisti dal MSI - ha in realtàˆ il doppio compito di ancorare ideologicamente i fascisti "puri" e più scatenati al controllo indiretto del partito e nello stesso tempo di assicurare al MSI la copertura necessaria per le sue attività a livello propagandistico-squadrista (3) Ma questo tipo di servizi non è necessario solo al Movimento Sociale. Quando nel 1960 Stefano Delle Chiaie fonda i GAR (Gruppi di Azione Rivoluzionaria), viene contattato, per tramite di un deputato missino, da un funzionario del ministero degli Interni: siamo ai giorni del governo Tambroni che si regge in parlamento sui voti dell'estrema destra ed è utile che i GAR, i quali sino ad allora si sono limitati ad azioni squadristiche all'interno delle università, programmino un'attività clandestina di appoggio allo stesso governo e alle forze politiche ed economiche che lo sostengono, in previsione dei mesi caldi e dei violenti scontri di piazza che stanno per arrivare. Nel luglio Tambroni è costretto a dimettersi ma la breve esperienza ha convinto molti dell'importante funzione che possono svolgere le squadre fasciste organizzate nei prevedibili, futuri momenti di tensione sociale e di tentativi reazionari.

    Avanguardia nazionale

    Nel 1962 Stefano Delle Chiaie fonda Avanguardia Nazionale, forse il più importante dopo Ordine Nuovo dei gruppi dell'estrema destra extraparlamentare degli anni Sessanta. I reclutati provengono per la maggior parte dalla piccola e media borghesia, sono i figli del ceto impiegatizio tradizionalmente nostalgico, dei commercianti e dei nuovi imprenditori nati col boom economico, più alcune frange di sottoproletari di borgata. I personaggi di maggior rilievo sono i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, i fratelli Cataldo e Attilio Strippoli, i fratelli Coltellacci, Flavio Campo e l'allora giovanissimo Mario Merlino.
    I finanziamenti son consistenti: 300.000 lire al mese sono assicurate da un noto cementiere lombardo, altri soldi arrivano da alcuni notabili della capitale, e da ex gerarchi del regime fascista. In pochi mesi Avanguardia Nazionale apre sezioni in via Michele Amari, via del Pantheon, via delle Muratte, Via Gallia e al Quadraro, che diventa il covo principale dei picchiatori.
    L'organizzazione di Delle Chiaie svolge bene i compiti per i quali è stata creata, e che sono di tipo assai diverso. Nonostante sia ufficialmente in polemica col Movimento Sociale, per le elezioni comunali del 1962 Avanguardia Nazionale viene "affittata" dal candidato missino Ernesto Brivio meglio noto come "l'ultima raffica di Salò", ex brigatista nero ed ex uomo di fiducia del dittatore cubano Fulgencio Batista. L'anno seguente il gruppo fascista entra in contatto coi monarchici che stanno organizzando l'associazione paramilitare delle Camicie Azzurre. Durante il congresso nazionale del MSI, che vede lo scontro tra i "duri" di Giorgio Almirante, l'ex direttore della Difesa della Razza, e i "molli" del rag. Arturo Michelini, Avanguardia Nazionale si schiera coi primi, che dispongono di notevoli mezzi finanziari (4) e nel corso della campagna elettorale per le "politiche" si mettono a disposizione di Pino Romualdi, Luigi Turchi e Giulio Caradonna. Ma per capire chi sta dietro ad Avanguardia Nazionale, oltre ai missini e ai soldi della Confindustria, succede, sempre nel 1963, un altro episodio significativo. A Roma, in visita al papa, arriva Ciombè, I'assassino di Patrice Lumumba, e a caricare gli studenti di sinistra che manifestano la loro protesta in piazza Colonna, ci sono, a fianco dei poliziotti e delle S.S. (le Squadre Speciali di agenti in borghese agli ordini del commissario Santillo), i fascisti di Avanguardia Nazionale che per l'occasione sono armati degli stessi manganelli neri usati dalla polizia. Presente anche stavolta Mario Merlino che con il suo capo Stefano Delle Chiaieè attivissimo nell'indicare agli agenti quali sono gli studenti più in vista da inseguire e picchiare. (5)

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    I precedenti del luglio '64

    Agli inizi del 1964 Delle Chiaie ricomincia a teorizzare, come ha già fatto nel 1960, la necessità di organizzarsi clandestinamente. Vanta certi contatti con ufficiali del SIFAR, sostiene che sta per succedere qualcosa di grosso e che bisogna prepararsi. (6) In primavera, in diverse sezioni di Avanguardia Nazionale, si svolgono dei corsi teorico-pratici sulla tecnica di fabbricazione degli ordigni esplosivi a miccia e a tempo. Le lezioni sono impartite dallo "scienziato", uno studente d'ingegneria meridionale che è anche l'autore dei manifesti del gruppo. Vi prendono parte un po' tutti i fedelissimi di Delle Chiaie, e in più Saverio Ghiacci, Paolo Pecorella e Pio D'Auria Non manca, naturalmente, Mario Merlino.

    Testimonianza n. 8

    "Mario Merlino mi disse che lui, Delle Chiaie e altri due erano stati avvicinati da un ufficiale dei carabinieri e da un sottufficiale, tale Pizzichemi o Pizzichemini, non ricordo bene il nome, i quali gli avevano proposto di nascondere dell'esplosivo in alcune sezioni del PCI. che loro poi avrebbero provveduto a far perquisire. aggiunse che gli suggerirono, come obiettivi ideali per degli attentati, la sede romana della DC, quella della Confindustria in piazza Venezia e quella della RAI".
    La provocazione contro il PCI non riesce perché i tre fascisti che avevano cercato di infiltrarsi in una sezione comunista vengono riconosciuti e cacciati. Ma le bombe alla RAI e alla sede della Democrazia Cristiana scoppiano davvero. Per questi attentati vengono arrestati e condannati i fratelli Strippoli, Nerio Leonori, Antonio Insàbato e Carmelo Palladino, tutti di Avanguardia Nazionale. Quando dopo qualche mese escono di prigione, i cinque accusano Stefano Delle Chiaie di averli traditi perché gli aveva garantito una "copertura" che in realtà non c'è stata.
    Nonostante abbiano molto da fare, i fascisti di Avanguardia Nazionale non trascurano quello che resta il loro territorio di caccia preferito, cioè l'ambiente universitario. Il 25 aprile 1964, durante le celebrazioni della Resistenza, assaltano gli studenti di sinistra sotto gli occhi dei poliziotti impassibili, e la notte del 26, guidati da Serafino Di Luia, irrompono nella Casa dello studente per farsi consegnare tre "sinistri", ne feriscono gravemente due e se ne vanno indisturbati cantando in faccia ai poliziotti che non sono intervenuti "Il 25 aprile è nata una puttana e gli hanno messo nome repubblica italiana". Il mattino dopo occupano la sede delI'ORUR, l'organismo rappresentativo studentesco, ed espongono una bandiera con la svastica. Qualcuno protesta e i fascisti fanno una sortita, colpiscono a colpi di martello degli studenti tra i quali c'è il figlio del professor Pasquale Saraceno, che riporta delle fratture guaribili in due mesi. La polizia si rifiuta sempre di intervenire, così come il rettore Ugo Papi al quale si sono rivolti alcuni docenti democratici. Gli studenti aggrediti ormai non sporgono neppure denuncia, anche perché chi si decide a farlo viene minacciato personalmente di più gravi rappresaglie. E' in questo clima che il gruppo universitario fascista Caravella ottiene la maggioranza assoluta nelle elezioni universitarie.
    All'inizio del 1965 Avanguardia Nazionale accorre sollecita al richiamo di Giorgio Almirante che si appresta a scatenare un'altra offensiva contro la gestione "molle" del segretario Arturo Michelini al congresso del MSI di Pescara. I lavori si trasformano in una gigantesca rissa. Dopo essersi scannati in pubblico Michelini e Almirante si accordano in privato: il primo conserverà la segreteria del partito, al secondo andrà la carica di presidente del gruppo parlamentare missino alla Camera. Alcuni delegati del congresso scrivono delusi: "Il MSI è un porcaio in cui alcune migliaia di imbecilli fanno la coda per avere l'onore di riempire la greppia a quattro ruminanti".
    Ma Stefano Delle Chiaie non si scandalizza. Promuove l'unità dei gruppi universitari di destra, sempre divisi sul problema del controllo dei fondi dell'organismo rappresentativo. Avanguardia Nazionale, Caravella, Ordine Nuovo, i pacciardiani di Primula Goliardica, uniti, danno il via a una nuova serie di violenze. Il 12 aprile 1965 arrivano al punto di interrompere la lezione che Ferruccio Parri sta tenendo all'istituto di Storia Moderna. Inneggiano al fascismo, lanciano candelotti lacrimogeni nell'aula, picchiano degli studenti e insultano e prendono a spintoni lo stesso Parri (7). Il rettore Papi non interviene. La Polizia ferma ed identifica gli studenti aggrediti, lascia che gli aggressori si allontanino indisturbati. Sono gli stessi che in quei giorni, aizzati da una campagna di stampa razzista condotta dal Tempo e dal Messaggero. danno la caccia ai "capelloni" di piazza di Spagna.
    Alla vigilia del congresso nazionale del PCI, nell'inverno del '65, appaiono sui muri di Roma migliaia di falsi manifesti stalinisti volti a fomentare la scissione del partito: tra i vari "committenti" di Avanguardiaˆ Nazionale non potevano mancare i Comitati Civici. (8)

    L'entrismo

    Improvvisamente, nel 1966, Avanguardia Nazionale si scioglie per rendere operativa la nuova politica "entrista" che Stefano Delle Chiaie ha elaborato. Il programma si articola grosso modo su questi tre punti:
    1) I camerati più "duri" come Flavio Campo, Serafino Di Luia, Saverio Ghiacci, devono scomparire per qualche tempo dalla circolazione onde rifarsi una verginità politica in previsione di nuovi e più impegnativi compiti;
    2) Altri cameratiri entrano nel MSI per occuparvi posti chiave. Cataldo Strippoli diventa dirigente nazionale giovanile, suo fratello Attilio segretario provinciale del partito. Coltellacci, Perri, Di Giovanni e altri entrano nel gruppo universitario Caravella. Mario Merlino, grazie ai suoi buoni rapporti con Giulio Caradonna, sarà il nuovo segretario provinciale della Giovane Italia che raggruppa gli studenti medi;
    3) Stefano Delle Chiaie, il capo, resta invece nell'ombra con funzioni di coordinatore. Gli rimangono al fianco Nerio Leonori e Carmelo Palladino, noti "bombaroli".
    Si tratta in realtà di una scissione simulata perché il gruppo di Avanguardia Nazionale continuerà a frequentarsi. Anche la sua sede più importante, quella di Via del Pantheon, rimane aperta.
    In quel periodo Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino si fanno vedere spesso in giro con un certo Jean, un francese dell'OAS che essi presentano ai camerati come istruttore militare ed esperto in esplosivi. Assieme al francese, secondo quanto dirà un giorno Merlino, depongono una notte un ordigno esplosivo presso l'ambasciata del Vietnam del Sud, "per far ricadere la responsabilità sulla sinistra". I contatti di Avanguardia Nazionale con elementi dell'estrema destra internazionale non sono nuovi. Uomini dell'OAS entrati clandestinamente in Italia sono stati aiutati da loro, uno è stato ospite per diverso tempo nella casa di Serafino Di Luia in via Gallipoli. Stefano Delle Chiaie compie frequenti viaggi in Spagna, Austria, Germania, e nel 1962 ha partecipato, a Londra. al congresso per la costituzione dell'lnternazionale Nera promosso da Colin Jordan, il capo del partito nazionalsocialista inglese.

    La morte di Paolo Rossi

    Tuttavia i tempi stanno per cambiare e in senso sfavorevole, per il neofascismo romano. Il 27 aprile 1966, durante gli scontri violentissimi provocati dai picchiatori di Delle Chiaie davanti alla facoltà di Lettere, muore lo studente socialista Paolo Rossi. Un incidente, dirà la polizia: il ragazzo si è sentito male ed è precipitato dalla scalinata. Invece ci sono molti testimoni a dichiarare che PaoloRossi è stato picchiato e per questo è caduto sul piazzale (9). Anche le foto parlano chiaro, dimostrando le violenze dei fascisti che si accaniscono su studenti isolati, mentre i poliziotti stanno a guardare. Riconoscibilissimi sono Serafino Di Luia, Flavio Campo, Saverio Ghiacci, Adriano Mulas-Palomba, Alberto Questa, Loris Facchinetti e Mario Merlino.
    La morte di Paolo Rossi risveglia le coscienze, mobilita i giovani della nuova sinistra. Alcune facoltà vengono occupate. La notte tra il 28 e il 29 gli squadristi di Delle Chiaie aggrediscono nuovamente alcuni studenti isolati, bloccano l'auto su cui viaggia la figlia del deputato comunista Pietro Ingrao assieme a due amici assistenti universitari, a uno dei quali un colpo di coltello asporta la falange di un dito. Tra i denunciati per il vile episodio c'è Serafino Di Luia ed un certo Angrillo, un militare dell'Aeronautica. Il 2 maggio tutta l'universitàˆ romana è occupata. Tremila studenti riuniti in assemblea e 51 docenti titolari di cattedra denunciano in una lettera inviata al presidente della Repubblica "la situazione di violenza e illegalità che regna nella città universitaria dove un'infima minoranza di teppisti che hanno fatto propri i simboli del nazismo, del fascismo, delle SS e dei campi di sterminio possono impunemente aggredire studenti e professori che non condividono metodi e idee appartenenti al più vergognoso passato e condannati dalle leggi di tutti i paesi civili". E concludono: "Di fronte a questo stato di cose, anche noi ci sentiamo responsabili della morte di Paolo Rossi perché abbiamo tollerato tutto ciòsino ad oggi". Il giorno precedente un corteo di centinaia di operai si era recato alla Città Universitaria per portare la propria solidarietà agli studenti occupanti. Il ministro della pubblica Istruzione, a scanso di guai ulteriori, costringe alle dimissioni chi, più degli studenti e dei professori democratici, è stato responsabile per anni della situazione che ha portato alla morte di Paolo Rossi: il rettore Ugo Papi. In una intervista rilasciata al giornale Rome Daily American l'ex fascista Papi dichiara: "L'unico mio tortoè stato quello quello di aver sempre cercato di ostacolare i professori di sinistra". Eppure i fascisti attaccano ancora. Il 2 maggio 300 squadristi guidati da Caradonna e Delfino danno l'assalto alla facoltà di Legge: ma ormai gli studenti sono in grado di reagire e di battersi e anche la polizia interviene (10).
    In realtà, la presenza dei fascisti si era rivelata utilissima per la creazione nell'Università di quel clima di terrorismo e di rissa latente su cui il vecchio corpo accademico, incolto e clientelare, fonda le sue tradizionali fortune. Impossibilitati a sviluppare la dialettica delle idee, gli studenti di sinistra stentavano a mettere a fuoco gli obiettivi di lotta avanzati e restavano prigionieri della logica anacronistica - anche se legittimata da esigenze di conservazione fisica - della battaglia antifascista. Dall'esperienza di quegli anni il corpo accademico e, più in generale, le forze interne all'apparato statale. trarranno utili indicazioni per il futuro: in quel momento, l'applicazione di alcuni elementari principi costituzionali nell'ambito universitario nasce più dalla paura della reazione studentesca che da una, sia pur tardiva, resipiscenza democratica delle autorità.

    La morte di Antonino Aliotti

    Esclusi per il momento, ma non ancora definitivamente, dall'università, i fascisti dell'ex-Avanguardia Nazionale si mettono a disposizione per attività esterne. Ma nel gruppo c'è qualche segno di crisi. Stefano delle Chiaie non ha ancora risposto alle accuse che gli erano state mosse dai suoi fedeli finiti in galera per l'attentato dinamitardo alla RAI di via Teulada. Li abbia o no traditi, è un fatto che solo lui fra tutti riesce sempre a cavarsela, a non avere noie con la polizia. Questo aumenta la sua fama di intoccabile, di individuo potente e pericoloso ma nello stesso tempo lo espone anche a certe critiche da parte di chi crede nella "rivoluzione nazionale". Come, per esempio, Antonino Aliotti.
    Aliotti è figlio di comunisti ma è anche uno sbandato che è finito giovanissimo negli ambienti della estrema destra. In poco tempo è diventato uno dei più noti picchiatori fascisti del gruppo di Delle Chiaie, ha partecipato all'aggressione contro la figlia di Pietro Ingrao. Si sente un "puro". Ma non è un irrecuperabile. Parte soldato e entra in crisi, ritorna a Roma e comincia ad accusare il Caccola di averlo ingannato, di non essere un "rivoluzionario" che lotta contro il sistema, bensì un mazziere al servizio del sistema.
    Dopo qualche giorno Antonio Aliotti riceve il primo avvertimento. Viene fermato dalla polizia che gli perquisisce l'automobile: nel cofano vengono trovati degli esplosivi che lui giura di non aver messo. E deve essere vero visto che. processato, è assolto per insufficienza di prove A questo punto Antonino Aliotti si è chiarito le idee sino in fondo. Affronta Stefano Delle Chiaie e lo minaccia di rivelare pubblicamente i rapporti che lui, il Caccola, mantiene col Ministero degli Interni. Passano pochi giorni, il mattino del 25 febbraio 1967 Antonino Aliotti, ragazzo sbandato, viene trovato morto a bordo della sua auto che ancora una volta è carica di armi ed esplosivo. Suicidio, dice subito l'inchiesta di polizia. La sera prima di morire Aliotti aveva cercato disperatamente di mettersi in contatto con alcuni amici, anch'essi tutti dissidenti dal Caccola. Si scopre che sulla sua mano destra, quella con cui si sarebbe sparato, c'è un graffio. Qualcuno si rivolge ai carabinieri, racconta che Antonino Aliotti negli ultimi giorni era spaventato, diceva di aver ricevuto delle minacce. I carabinieri filmano tutte le persone che partecipano al suo funerale e poi interrogano quanti riescono a identificare. Ma non si verrà mai a sapere se l'inchiesta ha portato a qualche risultato.
    Quasi nello stesso periodo Stefano Delle Chiaie conosce un'altra persona destinata a una morte misteriosa: Armando Calzolari. Verso la fine del 1967 lui e il gruppo della, ufficialmente disciolta, Avanguardia Nazionale frequentano assiduamente la sede del Circolo dei Selvatici, in via deil'Anima 55. Il circolo è la copertura culturale del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Mescolati tra generali in pensione, ex combattenti di Salò, ufficiali dell'esercito e carabinieri in servizio e congedati, i mazzieri di Avanguardia Nazionale assistono alle conferenze tenute da alcuni stimati intellettuali dell'estrema destra, quali ad esempio il giornalista Giano Accame, collaboratore del pacciardiano La Folla, del Borghese, del Fiorino e corrispondente dall`ltalia del bollettino dell'NPD, il partito neonazista tedesco di Adolfo von Thadden. (11)

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    La nuova tattica: infiltrazione e nazimaoismo

    In questo periodo di forzata stasi, tra la fine del '67 e i primi del '68, Stefano Delle Chiaie stringe nuovi legami con gli amici di Junio Valerio Borghese, consolida quelli già esistenti con Giulio Caradonna, Luigi Turchi e Pino Rauti, giornalista del Tempo di Roma. E' con lui che, nella primavera del 1968, organizza il viaggio in Grecia per la quarantina di fedelissimi amici dei colonnelli tra i quali c'è Mario Merlino. Ed è al ritorno da questo viaggio che ha inizio la vasta operazione di infiltrazione negli ambienti di sinistra e di creazione di nuovi gruppi fascisti mascherati sotto etichette che riecheggiano vagamente la terminologia marxista. (12) Mario Merlino, di cui abbiamo già raccontato la storia, è un esempio macroscopico ma è solo uno fra i tanti. Alcuni altri sono questi.
    Serafino Di Luia. assieme a un gruppo di fedelissimi viene incaricato di tenere sotto controllo i fermenti eterodossi della base neofascista che nella facoltà di Legge ha il suo punto di maggior forza. (Basta pensare a come si sono comportati questi "ribelli" dell'estrema destra in occasione dell'assalto delle squadre di Giulio Caradonna contro il movimento studentesco). Di Luia svolge egregiamente il suo compito, riuscendo via via a emarginare dal Movimento Studentesco di Giurisprudenza (così si sono autodefiniti i fascisti "ribelli") tutti quegli elementi che sono entrati in crisi quando la mitologia fascista nella quale avevano creduto è crollata sotto l'incalzare delle lotte del movimento studentesco. Con quelli che gli rimangono, fascisti autentici, Serafino Di Luia organizza il Movimento Studentesco Operaio d'Avanguardia e, più tardi, il gruppo Lotta di Popolo. I cosiddetti nazi-maoisti si presentano nelle assemblee del movimento studentesco gridando slogan tipo "Hitler e Mao uniti nella lotta" e "Viva la dittatura fascista del proletariato", e provocando spesso gratuiti scontri con la polizia. Inoltre Lotta di Popolo rilascia numerosi comunicati stampa che, mascherati da una fraseologia pseudorivoluzionaria, danno un taglio nettamente qualunquistico e provocatorio alla critica svolta dal movimento studentesco contro i sindacati e i partiti revisionisti e condannano l'aggressione israeliana in Medio Oriente in termini razzisti e antiebraici. Questi comunicati vengono ampiamente ripresi dai giornali del centro e della destra che,. gridando allo scandalo, li spacciano agli occhi dei lettori come rappresentativi della ideologia e della politica del movimento studentesco. Dopo gli attentati del 12 dicembre 1969 la maggior parte di questi seguaci di Serafino Di Luia sono rientrati nel MSI o hanno ridato vita, sempre sotto la guida di Stefano delle Chiaie, alla vecchia Avanguardia Nazionale ritornando ai metodi squadristici di attacco frontale contro i "rossi" che usavano una volta.
    Attilio Strippoli. Sulla falsariga di Mario Merlino fonda il sedicente anarchico Gruppo Primavera mettendo insieme una decina di studenti medi della Giovane Italia. Il gruppo - come del resto il 22 Marzo di Merlino - ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di prendere contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia, si scioglie e i suoi aderenti tornano a militare nella Giovane Italia. Tentativi analoghi a quelli sopra descritti avvengono, oltre che a Roma, anche a Milano, Napoli, Palermo, Reggio Emilia e altre città. E' curiosa la "versione rurale" di queste iniziative: a Cave, un paese a una sessantina di chilometri da Roma, feudo elettorale di Giulio Caradonna e situato vicino a Artena, dove Junio Valerio Borghese ha un castello e una tenuta, viene costituita la locale sezione del Fronte Nazionale. La propaganda svolta tra i contadini, molti dei quali sono iscritti al PCI, avviene con la diffusione del libretto rosso di Mao Tse Tung e con argomentazioni prese a prestito dai giornali dei gruppi marxisti-leninisti. Promotore dell'iniziativa è un certo Lippariti, intimo amico di Caradonna c di Borghese (13).
    Domenico Pilolli (14) (Ordine Nuovo) e Alfredo Sestili (Avanguardia Nazionale) entrano nel Partito Comunista d'ltalia marxista-leninista. Ambedue vengono scoperti e allontanati come provocatori. Domenico Pilolli è molto amico della contessa F., moglie di un colonnello del ministero degli Interni, che diffonde a Roma il bollettino del partito neonazista tedesco NPD. Alfredo Sestili, che ha partecipato al viaggio in Grecia con Mario Merlino, ha proposto spesse volte a vari militanti del PC d'l di compiere attentati dinamitardi. Tre mesi dopo l'espulsione dal partito marxista-leninista, il 15 ottobre 1968 è stato arrestato assieme ad altri quattro fedelissimi di Stefano Delle Chiaie per detenzione di esplosivi e per aver organizzato attentati alla sezione comunista del Quadraro e a un cinema dove si proiettava il film sui fratelli Cervi. (15)
    Marco Marchetti. (16) Tornato dal viaggio in Grecia, lascia Ordine Nuovo e entra nel comitato di base del movimento studentesco del liceo Vivona. Scoperto e allontanato, rientra ad Ordine Nuovo e partecipa alla ricostruzione di Avanguardia Nazionale. E l'elenco potrebbe continuare. In generale la tattica usata è sempre la stessa: una volta infiltrati i fascisli svolgono il doppio ruolo di informatori (a favore dei loro stessi camerati che sono rimasti all'esterno, o della polizia, o di agenzie di stampa di destra) e di provocatori. proponendo attentati e cercando di causare scontri con la polizia. Ma anche quando non c'è infiltrazione, i fascisti tentano in tutti i modi di confondere le acque: basta pensare al gruppo di Stefano Delle Chiaie che si presenta alla manifestazione contro la visita di Nixon a Roma con i bracciali delle guardie rosse. Un altro personaggio assiduo ai cortei organizzati dai giovani di sinistra, il cosiddetto "Lupo di Monteverde", alias Buffa, ex legionario e istruttore dell'associazione paramilitare Europa Civiltà, alternava la tuta mimetica dei paracadutisti all'eskimo verde con il distintivo di Mao.

    (1) All'assalto partecipa anche Ugo Venturini il capo dei volontari del MSI di Genova che hanno risposto all'appello di Caradonna. Ugo Venturini è "l'operaio di 32 anni. padre di due figli" che. ferito nello scontro tra fascisti e antifascisti che cercavano di impedire un comizio dell'onorevole Giorgio Almirante a Genova, nell'aprile 1970 è morto una settimana dopo per una sopraggiunta infezione da tetano e è diventato il "martire" del MSI nella campagna elettorale del 7 giugno Nelle foto degli incidenti il Venturini è riconoscibile nel gruppo di fascisti che. impugnando aste di ferro acuminate, si lanciano contro un gruppo di studenti medi: il suo nome figura nella lista degli arrestati e denunciati all'autorità giudiziaria (cfr. "Il Messaggero" del 17 marzo 1968).

    (2) Un'ora e mezzo circa dopo l'inizio degli scontri (cfr. "Il Messaggero" del 17-3-68, quando già le autoambulanze avevano portato via una ventina di studenti feriti.

    (3) Ordine Nuovo è nato nel 1956 dalla scissione dal MSI di un gruppo neonazista, Ha rappresentato un efficace punto di riferimento, organizzativo e propagandistico, per l'OAS e !e altre: organizzazioni europee del colonialismo negli anni '60. Subito dopo il colpo di stato in Grecia, il suo presidente Pino Rauti è stato ricevuto dal ministro Pattakòs, e da allora i rapporti con il regime dei colonnelli si sono fatti strettissimi. Nel '68 e '69 P. Rauti ha fatto frequenti viaggi a Atene. Nella sede romana di Ordine Nuovo, via degli Scipioni 268, durante l'autunno-inverno '69. si sono tenute riunioni alle quali hanno partecipato membri dell'ESESI, la lega degli studenti greci fascisti in Italia. Nello stesso periodo gli iscritti al Fronte d'Azione Studentesca - la sezione giovani di Ordine Nuovo - hanno compiuto numerose azioni squadristiche davanti a licei romani e contro sezioni di partiti di sinistra. Il 15 novembre 1969 il gruppo dirigente di Ordine Nuovo è improvvisamente confluito nel MSI. dove è stato cooptato nel comitato centrale. A Pino Rauti è stata affidata la direzione del settore Iniziative sociali e di pubblica opinione. Tra i membri più attivi del gruppo ci sono Paolo Andreani, Giulio Maceratini, Carlo Magi, Giuseppe Spadaro, Gaetano Grazioni, Salvatore De Domenico, Oscar Marino, Paolo Zanadoff, Antonio Lombardo, Franz Primicino, Nunzio Bragaglino, i fratelli Cascella, Fabio Mari, Domenico Pilolli, Tommaso Mauro, Grillo e Cospito. Ordine Nuovo ha organizzato esercitazioni a fuoco nella zona di Tolfa. nei dintorni di Civitavecchia. L'incaricato alle armi è Daniele M., abitante a Roma, in via Ugo Bignami.

    (4) In quella occasione l'on. Giovanni Malagodi "dirottò" parte dei fondi confindustriali a lui destinati verso la corrente di Almirante, preoccupato della concorrenza elettorale che un MSI " moderato" avrebbe potuto esercitare nei confronti del PLI (cfr. Le nuove camicie nere di M. Giovana - Ed. I Radar, 1966).

    (5) Della esplicita connivenza tra fascisti e polizia parlò diffusamente anche la stampa estera. Per soffocare lo scandalo il Ministero degli Interni sciolse le squadre speciali in borghese e trasferì il commissario Santillo dalla Questura di Roma a quella di Reggio Calabria.

    (6) Su questo tipo di reclutamento esistono varie testimonianze. Un ex aderente all'organizzazione giovanile pacciardiana "Primula Goliardica" dichiara, ad esempio, che lui ed altri iscritti parteciparono, nell'estate del 64, ad un corso di addestramento para-militare tenuto da ufficiali del SIFAR in una località della Sila. Nel 1969 uno di questi ufficiali, per I'esattezza un colonnello, volle essere presente, nell'ufficio politico della Questura di Roma, agli interrogatori di alcuni fascisti, sospettati di attentati dinamitardi. fra i quali un paio dei suoi ex "allievi".

    (7) In quella circostanza distribuirono il seguente volantino:"Giovani! A voi che rappresentate il futuro della Nazione spetta il dovere morale di dire "basta" alla banda di cialtroni che da vent'anni appesta l'aria della nostra Patria. Dire "basta" ai rinnegati che con il loro tradimento videro coronato vent'anni fa il loro servilismo. Dire "basta" ai rinnegati che ancora oggi celebrano la vittoria di quegli eserciti stranieri che permisero d'instaurare in Italia il più infausto sistema di governo che la nostra Storia ricordi! Firmato: Avanguardia Nazionale. Iniziativa Rivoluzionaria MSI (via del Pantheon 57)".

    (8) La denuncia, presentata all'autorità giudiziaria dal PCI, non ebbe seguito nonostante alcuni fascisti di AN fossero stati fermati e identificati dalla polizia durante l'attacchinaggio, forse perché scambiati per autentici comunisti. Questi - tra i quali Flavio Campo - furono condannati in Pretura ad una multa per "affissione in luogo non idoneo"(!). La divisione dei tre milioni di compenso diede luogo a contestazioni. Il Delle Chiaie - che aveva rinnovato il guardaroba ed acquistato un'auto Austin A40 nuova fiammante - fu accusato dagli altri di aver fatto la parte del leone.

    (9) 1I quotidiano Il Tempo, tradizionale sostenitore - in alcuni casi - "ispiratore" dell'Avanguardia Nazionale. scrisse che Paolo Rossi "era precipitato per un attacco di vertigini, causato da una crisi epilettica". I genitori del ragazzo - provetto rocciatore - querelarono il giornale. La Magistratura, in base alle risultanze dell'autopsia, aprì un'inchiesta che si concluse, un anno più tardi, con una archiviazione motivata dalla formula "omicidio ad opera di ignoti".

    (10) Emersa drammaticamente la sua connivenza con i fascisti, il commissario l)'Alessandro - responsabile dell'ordine pubblico nella città universitaria - fu rimosso dall'incarico e trasferito.

    (11) Nel novembre 1967 il tenente colonnello dei paracadutisti Roberto Podestà, ex ufficiale del SIM e comandante dei corsi di ardimento della scuola militare di Cesano, ha rilasciato a un giornalista del settimanaleABC, convocato d'urgenza nel suo appartamento in via Gianicolense a Roma, clamorose dichiarazioni riguardanti il tentato colpo di Stato del luglio '64. Il colonnello Podesà ha affermato di essere stato avvicinato allora dal giornalista Giano Accame che gli propose di collaborare con il movimento Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi in vista dei "gravi compiti che attendevano tutti gli uomini d'onore e tutti i veri soldati". Per questo il Podestà si era impegnato a prendere contatti con "elementi fidati" come il colonnello dei paracadutisti Palumbo e altri ufficiali della scuola di Cesano. Accertata la sua disponibilità , Giano Accame lo presentò all'onorevole Randolfo Pacciardi il quale, dopo alcuni colloqui interlocutori, gli propose " un'azione dolorosa ma necessaria per riportare l'ordine in Italia", e cioè l'eliminazione fisica dell'allora presidente del consiglio Aldo Moro. Sempre secondo il Podestà, Pacciardi aggiunse che "in vista dei disordini che ne sarebbero seguiti. sarebbe entrato in funzione un piano - concordato con il generale De Lorenzo - che prevedeva l'arresto, ad opera dei carabinieri, di parlamentari, sindacalisti e militanti di sinistra". L'operazione si sarebbe conclusa con l'accentramento di tutti i poteri nelle mani del presidente del Senato Cesare Merzagora. Il colonnello Podestà disse di avere finto di stare al gioco "per prendere tempo e mettersi in contatto con altri eventuali complici" ma poche settimane dopo fu "inspiegabilmente" trasferito da Roma a Trieste. A pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni rilasciate a ABC Roberto Podestà è stato arrestato e rinchiuso a Regina Coeli per "irregolarità amministrative"

    (12) Non tutta l'ex Avanguardia Nazionale vi partecipa. Alcuni confluiscono nei vari Ordine Nuovo, G.A.N., Europa Civiltà, Nuova Caravella, Fronte Nazionale: è una diaspora, comunque, più apparente che reale: nelle migliori tradizioni "politiche" del gruppo la maggior parte dei suoi membri manterrà regolari contatti fino a ricostituirsi ufficialmente, nell'inverno del '69, sotto il vecchio simbolo della "runa". Infiltrazione a parte, in questi ultimi due anni alcuni di essi continueranno a praticare l'attività in cui eccellono, quella degli attentati dinamitardi. Calcolando, per difetto, negli anni tra il '62 e il '67 il gruppo compie a Roma una quindicina di attentati "ufficiali" - per i quali undici dei suoi membri vengono condannati a lievi pene detentive - ed una ventina di attentati "ufficiosi" la cui paternità è nota a tutti tranne che alla polizia. Ai primi di settembre del '68, in sei o sette viaggi successivi, arrivano a Roma tra i 200 e i 250 chilogrammi di esplosivo, il cosiddetto "plastico viola". Provengono dalla Germania, nascosti nelle ruote di scorta di alcune auto e - divisi in pacchi di 5 chilogrammi l'uno - vengono nascosti in tre luoghi diversi. Una parte verrà usata in ottobre per gli attentati agli automezzi di P.S. in via Guido Reni, in novembre per quelli ad una scuola elementare e a due licei, e in dicembre per gli attentati ai distributori di benzina. Considerando gli altri attentati "minori" fatti nella capitale nel '69 ed eventuali "esportazioni", ne resta sempre una discreta riserva. Complessivamente finiscono in galera soltanto cinque h avanguardisti E' il loro leader indiscusso, Stefano Delle Chiaie - il quale trascorrerà i mesi di marzo-aprile in frequenti "missioni" al nord Italia - non ha problemi di "repressione". Una volta soltanto, nel 1962, fu arrestato con una pesante imputazione - aggravata da una precedente, antica, condanna a 1 anno con la condizionale - ma riuscì a cavarsela grazie al camerata Ernesto Brivio il quale - confiderà il Delle Chiaie ad un'amica - sborsò un milione "per cavarlo dagli impicci".

    (13) Gli autori di questa inchiesta sono venuti a conoscenza, tramite la segnalazione di alcuni contadini del luogo, che nel fondo circostante la villa del Lippariti esisterebbe - sepolto accanto a un pilone dell'energia elettrica - un notevole quantitativo di esplosivi e di armi da guerra. La cosa, per scrupolo, viene notificata "a chi di dovere".

    (14) Nel marzo del 1970 è stato denunciato per apologia di fascismo.

    (15) I nomi degli altri arrestati sono: Carmine Palladino, già implicato nell'attentato alla RAI del 1964, Claudio Fabrizi, Gregorio Manlorico, Lucio Aragona, tutti di A.N., e Corrado Salemi, guardiano della sezione del MSI del Quadraro. Alfredo Sestili è molto legato a Mario Merlino. I due si frequentarono assiduamente durante lutto il 1969. Il 12 dicembre 1969, giorno degli attentati. passarono la mattinata assieme in casa della studentessa G.M., figlia di un alto funzionario del Ministero degli Interni.

    (16) Nel marzo del 1970 è stato denunciato per apologia di fascismo.

 

 
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