OMNIA SUNT COMMUNIAQuel New Deal oltre il patto luciferino tra guerra e liberismoEnzo ModugnoLe ragioni non dette della guerra sono diventate a tal punto > gli insopportabili arcana imperii di questi anni, che anche gli > antropologi si sono impegnati ad indagare il New Imperialism, > titolo originale del libro di David Harvey tradotto dal Saggiatore > come Guerra perpetua. Il suo è un tentativo ampio e documentato > di approfondire l'argomento che va considerato, perché nelle > interpretazioni dell'imperialismo sono frequenti invece le semplificazioni > delle visioni troppo specialistiche. I politologi hanno fornito > analisi parziali solo politiche. Perfino Schumpeter - uno dei > maggiori economisti del '900 - volle credere che l'imperialismo > fosse un residuo feudale e non un fenomeno capitalistico. Gli > economisti ufficiali poi, o non hanno visto il saccheggio, o > erano pagati per giustificarlo.> Per questo il movimento operaio resta l'interprete insuperato > di questa fase del capitalismo. Nel giro di pochi anni, all'inizio > del '900, Rosa Luxemburg, Hilferding e Lenin, hanno detto tutto > ciò che c'era da dire su questo argomento.> I punti fermi del libro pertanto sono numerosi.> Prima di tutto, e a maggior ragione a distanza di un secolo, > si pone la questione che affrontarono sia Luxemburg che Lenin, > se cioè sia l'imperialismo ad assicurare la sopravvivenza del > capitalismo, continuamente sconvolto da crisi economiche e considerato > dalle previsioni di destra e di sinistra sempre a rischio di > crollo imminente.> La teoria marxiana della crisi ne vede l'origine nella contraddizione > tra produzione da un lato e mercato, circolazione, realizzazione > del plusvalore dall'altro: si tratterebbe quindi di crisi di > sovrapproduzione. A partire da questa formulazione però si è > aperto un ventaglio di interpretazioni. Prima di tutto tra riformisti > e rivoluzionari, cioè tra chi ritiene possibile ovviare alla > crisi e chi postula invece il superamento del capitalismo. Tra > questi ultimi si è svolto il dibattito principale: Rosa Luxemburg > da una parte, con la sua teoria del sottoconsumo e l'importanza > data alle spese militari che ha influenzato i «neomarxisti» come > Kaleski e Sweezy, e dall'altra parte le posizioni di Lenin e > dei marxisti «ortodossi». Questo contrasto però, almeno per ciò > che concerne le spese militari, è più apparente che reale, perché > se Luxemburg sostiene che queste spese consentono al capitale > di realizzare il plusvalore, gli «ortodossi» rispondono che questo > non è vero per la totalità del mercato mondiale capitalistico, > ma è vero solo per la nazione dominante che se ne avvantaggia > a spese di quelle dominate. E questo potrebbe essere un buon > compromesso, almeno ai fini del nostro discorso.> Questa premessa per segnalare che il testo di Harvey, che è del > 2003, contiene un'ipotesi che non si è verificata: le spese militari > - ormai sappiamo da Joseph Stiglitz che le spese per le ultime > guerre sono dieci volte superiori alle previsioni - non solo > non hanno provocato, come Harvey sostiene, una più profonda recessione, > almeno finora, ma hanno invece contribuito a sospingere il Pil > degli Stati uniti oltre il 4,5%. Né si è verificata la sua previsione > di petrolio a buon mercato.> Ma tornando alle interpretazioni dell'imperialismo, Harvey procede > saggiamente giudicandole non per la loro purezza teorica, ma > al vaglio di oltre un secolo di storia. E aggiunge il suo punto > di vista. Riformulando la teoria marxiana della caduta tendenziale > del saggio di profitto, rileva una cronica tendenza verso crisi > di sovraccumulazione, di eccesso di capitale. Per assorbire tali > eccedenze si imporrebbe quindi l'«espansione geografica» e l'«accumulazione > per espropriazione», per ritardare, se non risolvere, la tendenza > alle crisi.> Il dominio sul territorio esercitato dal potere politico insomma > - la logica «territorialista» secondo la definizione di Arrighi > - svolge un ruolo influente nell'allestire la scena dell'accumulazione > capitalistica. Stati o imperi dunque operano, «quasi sempre», > coerentemente con le motivazioni capitalistiche. Per questo Harvey > considera l'interferenza degli Usa nel «permanente stato di insicurezza», > non come la soluzione ma come il cuore del problema: perché il > capitalismo, se non ha a portata di mano gli sbocchi per i capitali > eccedenti, «deve in qualche modo produrli».> Harvey tuttavia pensa che valga la pena di battersi per un nuovo > New Deal. Sa bene che esistono soluzioni più radicali «in agguato > tra le quinte» ma ritiene che, almeno nella presente congiuntura, > non siano praticabili. Piacerà dunque alle sinistre che rimpiangono > il welfare. Volendo sondare soluzioni più radicali invece, proprio > a partire dalle sue lucide conclusioni, dovremmo considerare > il processo storico che ha portato alla ormai irreversibile combinazione > di neoliberismo e militarismo, strutturalmente complementari, > prodotti dalla logica dell'accumulazione. Le trasformazioni produttive > hanno reso possibile l'emergere del neoliberismo perché le nuove > macchine informatiche non hanno più bisogno di tenere insieme > le competenze del team di operai e tecnici necessario alla fabbrica > fordista. Questo rende inutile il keynesismo civile perché le > nuove macchine incorporano nuove competenze e possono perciò > essere servite da nuovi lavoratori precari, flessibili, delocalizzati > e senza diritti.> Per questo possono essere spogliati di quel sistema di garanzie > che era la loro unica difesa contro le vicissitudini dell'economia > di mercato, e ridotti a trovare l'unica fonte di guadagno nella > vendita non garantita della propria forza-lavoro, costretti a > lavorare alle nuove condizioni poste dalle nuove forme di capitale. > Cambia non solo la fabbrica ma tutta la società, in un processo > storico contro il quale potranno ben poco i nostri in Parlamento.> Il necessario controllo della domanda globale invece, nonostante > l'iconoclastia antikeynesiana del neoliberismo, viene affidato > sempre di più al solo keynesismo militare, «keynesismo in un > paese solo» come ha scritto Halevi su questo giornale. Il militarismo > Usa dunque, con il riarmo illimitato per sostenere la domanda > da un lato, e dall'altro con la conseguente capacità di dominio > sui mercati, i campi di investimento e le risorse, costituisce > l' indispensabile sostegno per la sopravvivenza stessa del capitalismo: > chi lo intralcia diventa «un nemico dell'Occidente». Per questo > le lotte del precariato e le lotte antimilitariste non possono > tendere al lato buono perduto del capitalismo, ma ormai soltanto > al suo superamento.> TUTTO E’ DI TUTTI




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