strage di Ishaqi
Ishaqi, a nord di Baghdad (verso Samarra nell´enclave sunnita): il 15 marzo scorso un raid delle truppe a stelle e strisce costa la vita a 11 civili, sei adulti e cinque bambini. Il Pentagono (che ha confermato solo la morte di 4 civili) parla di un attacco contro una casa in cui si riteneva fosse si passaggio un leader di Al Qaeda. I soldati statunitensi sostengono di aver ingaggiato un conflitto a fuoco talmente violento che la casa era crollata e sotto le macerie erano rimasti l'estremista, una donna e due bambini. Ma un video, girato dalla polizia locale e adesso inviato a Bbc e Rainews 24, smentisce adesso questa ricostruzione. Le immagini, molto cruente, mostrano molti più corpi e soprattutto mostra inequivocabilemnte che le vittime sono state uccise a colpi di arma da fuoco. Secondo l'inchiesta del Pentagono durante il raid di Ishaqi i soldati seguirono le regole d'ingaggio. Il verdetto di «assoluzione» è stato accolto con durezza dal governo iracheno, che ha deciso di portare avanti la propria inchiesta su questo tragico episodio. Adnan al-Kazimi, collaboratore del primo ministro Nuri al-Maliki, ha inoltre detto che il governo potrebbe chiedere le scuse formali degli Stati Uniti e un risarcimento per le vittime di diversi episodi.
Del resto quella di Ishaqi non è l´unica strage di civili inermi compiuta dai soldati che combattono «per la libertà e la democrazia». Uno degli episodi più tristemente noti è quello di Haditha: 24 civili inermi massacrati nelle loro case con fucili mitragliatori con intenzionalità e non uccisi per errore da una bomba, come fu la versione ufficiale. Secondo gli ultimi sviluppi i generali sapevano, probabilmente avevano anche le foto dei cuscini, dei letti sporchi di sangue, dei tappeti macchiati. Un´esecuzione di massa, per rappresaglia, contro la popolazione civile per la morte di un commilitone in un agguato. Come in un villaggio vietnamita, così a Haditha.
E gli ufficiali sapevano tutto di quel 19 novembre 2005 e nascosero, ignorarono, insabbiarono. Lo confessa un alto generale dei marines in un'intervista al New York Times.
All'epoca dei fatti, la versione ufficiale dell'esercito Usa parlava dell'esplosione di un ordigno piazzato lungo la strada, che aveva ucciso prima quattro poi 15 civili e un militare Usa, seguita da uno scontro a fuoco in cui erano morti otto presunti ribelli. Nel marzo scorso, tale versione venne smentita da un'inchiesta giornalistica di Time, secondo cui i civili sarebbero stati uccisi da un gruppo di marines in seguito alla morte di un loro commilitone colpito dalla deflagrazione.
Il Pentagono ha avviato ora due inchieste per accertare la reale ricostruzione dei fatti e stabilire se ci fu la volontà di insabbiare la vicenda. E la fonte citata dal New York Times è molto vicina alla seconda indagine, condotta dal generele Eldon A. Bargewell.
Il marine ha affermato che non è ancora stato accertato a quale livello della catena di comando possa essere attribuita la responsabilità di un'eventuale copertura. Tuttavia, ci sarebbero forti sospetti sul fatto che alcuni ufficiali si resero conto delle discordanze e delle lacune presenti nelle diverse ricostruzioni fornite dai marines nei giorni successivi alla vicenda, ma decisero comunque di non indagare. «È impossibile dire che non sapessero», ha detto il generale riferendosi agli ufficiali di medio e alto livello. E comunque, aggiunge, «avrebbero dovuto rendersi conto che la cosa puzzava».
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