Un sommo “minore”
tra arte sacra e ritratti


L’attesa antologica su Daniele Crespi fa luce sulla doppia anima pittorica della Milano spagnola. Con fogli e tele da tutta Europa

di Matteo Tosi

Il Domenicale 3-06-2006


Era il 1973 quando la Città di Milano organizzò a Palazzo Reale una prima grande retrospettiva sulla produzione artistica del Seicento lombardo. Un avvenimento unico e di ampissima portata che resta ancora oggi una pietra miliare nello studio della storia dell’arte e della storia tout court. Perché, grazie alla grande varietà delle opere in mostra (e dei loro stili, intenti e committenti), fu il primo a rendere palese le molteplici influenze – artistiche, politiche e spirituali – che animavano la più grande diocesi cattolica negli anni della Controriforma e nei decenni che subito la seguirono. Dimostrando che Milano non era solo l’orticello privato dei Borromeo (come alcuni volevano e continuarono a voler sostenere), né esclusivamente un dominio spagnolo (come piaceva pensare ad altri), né, ancora, l’infida culla di sentimenti progressisti e anticlericali che tessevano trame con il resto d’Europa per prepararsi a minare il potere e il prestigio del papato romano. Milano, insomma, era questo e molto di più, era il luogo in cui queste istanze e queste spinte così diverse convivevano e si confrontavano, ora nell’ombra e ora alla luce del sole. E se questo fu, almeno dal punto di vista storico, il merito più alto di quella mostra oggi così lontana, nondimeno le va riconosciuto l’onore di aver riportato in auge – e all’attenzione del grande pubblico – una non così ristretta cerchia di artisti che, accanto ai più noti Cerano, Morazzone e Procaccini, affrescarono, dipinsero e decorarono le più sontuose ville patrizie e i più bei santuari di tutta la Lombardia e del Nord Italia, ispirati da un ritorno ai temi della classicità e, insieme, dalla volontà di dare corpo a quell’intento “verista” che Carlo e Federico Borromeo scelsero per la loro arte.




Un progetto venuto da lontano

Un cenacolo di pittori e scultori tra cui spiccava e spicca la figura di Daniele Crespi, che (rappresentato in quell’occasione da ventidue dipinti e diciassette disegni) suscitò fin da subito l’interesse di Giovanni Testori. Il quale, visto fallire il progetto di una grande monografica a lui intitolata, si fece promotore insieme a Francesco Frangi di una sua prima ristretta antologia, in attesa di una futura grande «rassegna pubblica; intrapresa che, da parte mia, continuo a ritenere, tra Varese e Busto, ancora aperta; anzi apertissima».
Ed eccola, finalmente, questa esposizione. Nata dalla volontà della città di Busto Arsizio (che, al di là di qualche immancabile polemica biografica, continua a vantare i natali del grande pittore) e dall’indefesso lavoro scientifico di Andrea Spiriti – docente presso l’Università dell’Insubria di Varese – che setacciando biografie e cataloghi, pinacoteche e documenti archivistici, è riuscito a portare alla luce un significativo numero di inediti e a dare il via a ingenti opere di restauro, tanto da convincere alcuni tra i più prestigiosi musei d’Italia e d’Europa a partecipare alla mostra con ingenti prestiti. Dallo studio per una Madonna col Bambino e i santi Francesco e Carlo Borromeo proveniente dal Museo delle Belle Arti di Budapest al movimentato Martirio di san Giovanni Battista custodito nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, dall’Elevazione della croce del Louvre alla livida e sofferta Pietà del Prado di Madrid e da un insolito quanto composito Autoritratto esposto nella Galleria degli Uffizi a una Madonna col bambino proveniente dall’Accademia Carrara di Bergamo.

Un artista eclettico, a tutto tondo

Ma i grandi nomi, in fondo, servono solo a confermare il livello e l’intensità della pur breve esperienza artistica del Crespi (morto intorno ai trentacinque anni, stroncato dalla peste), perché sono la complessità del progetto scientifico e la completezza del percorso espositivo a sancirne l’effettiva grandezza. Quella di un disegnatore formatosi nelle botteghe dei “frescanti” alla confluenza tra il Seprio e il Sottoceneri (su tutte quella dei Pozzi e degli Avogadro), ma subito sensibile alle influenze del tardomanierismo romano e a quelle della scuola genovese; quella di un artista che seppe coniugare “realtà” e “maniera”, e poi reinterpretarle dando vita a una propria scuola pittorica di chiara ispirazione neoclassica; quella di un pittore che, pur avendo costruito la sua fama e la sua fortuna grazie a un altissimo numero di committenze religiose, seppe trasformarsi in ritrattista laico e di corte, quando incontrò Velázquez e ne comprese l’infinita grandezza, come dimostrano diverse tele in mostra, provenienti soprattutto dalla Collezione Koelliker di Milano e da altre prestigiose raccolte private.

Devoto a Dio e alla sua terra

Ma al di là dei ritratti e di alcuni cicli ispirati alla mitologia greca e romana (realizzati per alcune ville di ricchi mercanti lombardi e genovesi), dicevamo, la fama di Daniele Crespi venne soprattutto dal grande numero di pale, tavole e affreschi commissionatigli dai più importanti santuari lombardi. A partire, sembra, dal progetto integrale per la milanese Santa Maria della Passione, in occasione del Giubileo del 1625. Una fortuna che seppe coltivare e meritarsi anche in virtù della sua sincera devozione religiosa e della sua levatura morale (indiscutibile, nonostante la leggenda voglia che, pur di ricostruire con estrema naturalezza gli spasmi della morte di un uomo, si sia macchiato di omicidio), provata dall’intensa partecipazione alla sofferenza dei corpi di tutti i suoi martiri e dall’etereo misticismo dei volti delle sue madonne, dei suoi cristi e dei suoi santi.
Che riempirono gli altari, le volte e le pareti di chiese di ogni ordine e grandezza, a partire dalla Basilica della sua città – dove campeggia uno splendido ciclo dedicato a San Protaso ad Monachos – per arrivare ai grandi affreschi della certosa di Pavia e di quella di Garegnano, alle porte di Milano. Città dove si trasferì giovanissimo e dipinse per tutta la vita, lasciando testimonianza della sua arte anche nella chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia e nella basilica di San Vittore al Corpo, alternando illustrazioni dell’Antico Testamento ad altre delle vite dei santi. Sempre scegliendo di dare vita a una “pittura di storie”. Che oggi, finalmente, fa storia.

Daniele Crespi. Un grande pittore del Seicento lombardo (a cura di Andrea Spiriti), Busto Arsizio, Palazzo Marliani Cicogna, fino al 25 giugno. Info: 0331/635505