Lidia Menapace e la carpa di destra
Maurizio Blondet
10/06/2006
Lidia Menapace, nel dopoguerra impegnata nei movimenti cattolici progressisti; tra le fondatrici de Il Manifesto, si è candidata alle ultime elezioni tra le file di Rifondazione Comunista.La compagna Lidia Menapace certo non lo sa, ma ha calcato le orme di un grande della rivoluzione: Danton.
La Menapace vuole abolire le Frecce Tricolori perché puzzano, costano, fanno rumore e sono militariste.
Danton abolì, come malsane, costose e monarchiche, le carpe.
Sì, avete letto bene: le carpe.
Quei pescioni d’acqua dolce che sanno un po’ di fango, ma che la cucina francese riesce a rendere appetibili imbottendole di aglio e finocchio.
Vi racconto come andò.
C’erano in Francia, da tempo immemorabile, almeno 14 mila stagni e laghetti artificiali per l’allevamento delle anatre e dei pesci.
Nel 1790 erano i soli beni immobili formalmente rimasti agli ordini privilegiati, alto clero e nobiltà, a cui la Rivoluzione aveva già confiscato tutti i terreni utili.
In realtà, si trattava di una delle tante proprietà condivise tipiche dell’antico regime feudale, un bonario comunismo agricolo di cui avvantaggiavano soprattutto i contadini, che con le carpe di quegli stagni miglioravano la loro alimentazione e ci guadagnavano qualcosa, smerciandole nelle città.
Ma nel 1793 fu instaurato il Terrore: immediata conseguenza, rincararono tutte le derrate.
I sanculotti di Parigi, ossia quei ventimila ultrà che dall’inizio della rivoluzione avevano smesso di lavorare per «darsi alla politica» a tempo pieno (e venivano pagati dall’erario per presenziare, urlando e intimidendo i deputati moderati, alle sedute della Convenzione) cominciarono a protestare.
Fra l’altro, minacciarono lo sradicamento di tutti i vigneti francesi per seminare, al loro posto, il grano.
Fu allora che Danton ebbe l’idea geniale di accusare la carpe.
Ma quali vigneti da sradicare, proclamò: qui bisogna prosciugare gli stagni e trasformarli in pascolo, per produrre carne per il popolo rivoluzionario.
Quei laghetti sono un odiato rimasuglio dell’Ancien Regime, gridò: fanno male alla salute, e inoltre puzzano.
Chi vuole mantenere gli stagni fa parte di un complotto per affamare le masse.
Danton finì il suo storico discorso con queste parole: «Noi siamo tutti contro la congiura delle carpe, perchè vogliamo il regno del montone».
Era il 14 frimaio dell’anno secondo, ossia il 4 dicembre 1793.
Infiammati di entusiasmo ideologico, comitati di attivisti in cappello frigio e coccarde tricolori si buttarono nelle campagne a prosciugare i laghetti e a sterminare quei pesci, ormai smascherati come strumenti della reazione che, come si sa, trama nell’ombra.
Sui motivi per cui Danton scatenò la lotta alla carpa, gli storici hanno pochi dubbi.
Con la rivoluzione, il tribuno era diventato miliardario e latifondista.
Da poco aveva sposato una quattordicenne a cui stava insegnando, per sua pubblica ammissione, le gioie del sesso.
Insomma, aveva i suoi motivi per «raffreddare» i bollenti spiriti della plebe parigina.
Tanto più che i sanculotti «comunardi», rintanati nel municipio di Parigi (la celebre Commune) minacciavano di far fare un altro passo alla Rivoluzione, abolendo la proprietà privata: ossia di redistribuire quei latifondi strappati all’aristocrazia che Danton e gli altri rivoluzionari di riguardo avevano acquistato per un boccone di pane, e da cui traevano profitti enormi grazie ai vigneti e ai rincari.
Sviò dunque i bollori dei comunardi verso un bersaglio innocuo per i nuovi privilegiati.


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