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Discussione: LA DESTRA DIVINA

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    Predefinito LA DESTRA DIVINA

    C'è destra e destra
    L'analisi poco morale, moralista e molto pasoliniana di Langone


    di Camillo Langone

    Il Foglio, 21 novembre 2009





    C’è destra e destra. C’è la destra grattacielara di Roberto Formigoni e Letizia Moratti, la destra in Chanel di Stefania Prestigiacomo, la destra alla moda omosessualista di Mara Carfagna, la destra opportunista e nichilista di Gianfranco Fini, la destra che entra negli antichi borghi in Suv neri e lunghi come carri funebri, sul sedile posteriore il labrador da pubblicità e il bambino con gli occhi azzurri pure quello da pubblicità, magari comprato nei laboratori della fecondazione eterologa o strappato dall’utero di una nuova schiava con due figli piccoli e il marito scappato con un’altra, la destra ingioiellata che invoca leggi severe contro scippatori e rapinatori ma a sentir parlare di pena di morte si ritrae come una lumaca nel guscio, perché l’Europa non vuole, la destra spaventata dai maomettani in preghiera in piazza Duomo a Milano che però il giorno dopo anziché a messa è andata al centro commerciale e al multisala, la destra che si commuove quando c’è l’inno nazionale e poi ordina champagne, la destra che non ha una lingua sua e per dire stranieri dice “extracomunitari” e per dire omosessuali dice “gay”, tale e quale la sinistra, la destra che invece di fare figli va in vacanza, che invece di leggere guarda la televisione, che invece di comportarsi virilmente va dall’avvocato, la destra delle villette a schiera, la destra che colleziona orologi, la destra che dice “weekend” e poi addirittura li fa, la destra che ci tiene alla tradizione e che la tradizione sarebbe l’albero di Natale in giardino e il panettone in tavola, la destra dei ristoranti di pesce di mare sul lago, la destra del tonno scottato e dello Chardonnay, la destra che per dire limetta dice “lime”, la destra che per dire ateo dice “laico”, la destra che dice “ok”, la destra che chiama Croazia la Dalmazia, la destra che manda il figlio unico a studiare all’estero, la destra che divorzia e si mette con le slave e le sudamericane, la destra che dice “centrodestra”, la destra che va alle mostre pensando che siano arte, che siano bellezza, la destra che a vent’anni punta alla laurea e a cinquanta alla pensione, la destra degli occhiali da sole firmati… Io con questa destra dall’egoismo infantile e senile, talpesco, cieco, con questa destra di ciucci presuntuosi, come si dice a Trani, con questa destra di furbi fessi non voglio avere nulla a che fare. Ho sempre sospettato l’esistenza di due destre ma la cosa mi si presentò in tutta la sua evidenza solo all’alba degli anni Zero, quando conobbi a Parma una giovane donna, benestante e politicante, eletta nelle liste di un partito che usurpava la nobile parola di nazione.

    Bene, anzi male, quella femmina parmigianissima sfoggiava in contemporanea un foulard e una borsa Burberry, il quadrettato della perfida Albione che fino a quel giorno credevo disegnato in esclusiva per le signore rotariane della provincia più remota. Con uno sguardo capii che: 1) Parma non era più Parma (finita per sempre quell’eleganza peculiare, composta di motivi e colori che già nella vicina Reggio apparivano esotici); 2) le due destre non condividevano nemmeno più il guardaroba (da una parte la destra capace di pagare per pubblicizzare marchi alieni, dall’altra quella che non lo farebbe nemmeno se pagata). Poco dopo lessi “Di padre in figlio” di Marcello Veneziani e scoprii che Augusto Del Noce aveva pensato a una “destra morale” da contrapporsi alla “destra economica”. Fuochino, fuocherello: il filosofo cattolico era arrivato vicino alla fiamma senza però catturarla. Eviterò di criticare chi non può controbattermi e per giunta ha avuto un figlio, Fabrizio, che sfoggiando cachemire pastello e rombanti Ferrari è la caricatura della forma di destra contro cui si è battuto suo padre.

    Da “destra morale” a “destra moralista” il passo è abbastanza breve e in poche mosse si finisce dalle parti della destra più demagogica e bavosa, che pur di evacuare il proprio risentimento è disposta a militare nello schieramento avverso, insomma la destra di Antonio Di Pietro e della sua Italia degli invidiosi. E poi a fare gli etici sono capaci in tanti, quasi tutti. Basta non credere in niente, o in varianti del niente come la Costituzione o la coscienza, e si può pronunciare “etica” con onanistico compiacimento, facendosela girare in bocca come un Brunello di Montalcino riserva 1988. La cosiddetta “etica laica” funziona solo negli editoriali, nella realtà non può reggere un condominio e figuriamoci un popolo. Che sostegno può offrire un qualcosa che a sua volta, è privo di fondamento? Il barone di Münchhausen scampa alle sabbie mobili tirandosi per i propri capelli, che favola meravigliosa, forse anche troppo suggestiva se ai nostri più pensosi soloni, Eugenio Scalfari e Claudio Magris tanto per dirne due, è apparsa trasferibile nella vita quotidiana. Non esiste causa incausata che non sia Dio, né morale efficace che non sia religiosa, dove per morale efficace intendo un insieme di norme capace di vincolare senza dover mettere un poliziotto a guardia di ogni cittadino e un avvocato a guardia di ogni poliziotto.

    Tornando a Del Noce inteso come Augusto, anche la definizione di “destra economica” è fuorviante. Come se l’altra destra fosse antieconomica, magari pauperistica. E’ sbagliato dare l’idea che da una parte esistano gli spiritualisti, poveri sognatori, e dall’altra i materialisti, gente pratica. E’ sbagliato concedere l’esclusiva della materia, della carne, a miscredenti che in quanto tali non sanno nemmeno usarla: solo chi ama il Dio incarnato può dare al corpo un grande valore. Nelle ultime righe ho nominato Dio due volte, non invano perché sto avvicinandomi al cuore di questo libro. La destra divina. Meravigliosa definizione ricavata da “Saluto e augurio”, poesia finale e perciò testamento di Pier Paolo Pasolini. Il poeta friulano-bolognese-romagnolo-romano la scrisse poco prima di essere ucciso, o di farsi uccidere (secondo la teoria che Giuseppe Zigaina ha formulato in alcuni libri affascinanti e piuttosto convincenti). Versi da brivido, dichiaratamente terminali: “E’ quasi sicuro che questa è la mia ultima poesia…”. Versi che si concludono in modo ancora più esplicito, con un passaggio di testimone: “Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello…”. Scusate, ogni volta che arrivo a questo punto mi salgono le lacrime agli occhi. Adesso mi riprendo. “Prenditi tu questo peso, ragazzo che/ mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò leggero, andando/ avanti, scegliendo per sempre/ la vita, la gioventù”. Qui devo fare davvero molta fatica a non piangere.

    Se nel Ventunesimo secolo c’è ancora qualcuno che considera Pasolini un autore di sinistra, è qualcuno che non lo ha mai letto. Un vecchio vizio, collocare gli scrittori in base al sentito dire. Antonio Tabucchi alla fine del Novecento inventò per i clienti delle librerie Feltrinelli un Fernando Pessoa sincero democratico. Lo scrittore portoghese era semmai il contrario, un sebastianista ovverosia un monarchico che mitizzava il re Sebastiano I e criticava il dittatore Salazar in quanto colpevole di avere instaurato un regime non abbastanza elitista, ma girare la frittata riuscì facile, coi lettori ignoranti e boccaloni che ci sono in giro: bastò pubblicare le opere innocue e seppellire nell’oblio i titoli minacciosi, innanzitutto il nerissimo “L’interregno. Difesa e giustificazione della dittatura militare in Portogallo” e poi “Messaggio”, visionario, quasi delirante nel suo patriottismo da febbre alta. Questo libro del 1934 contiene qualcuno dei versi più destrodivini che mi siano capitati sotto gli occhi: “Pieno di Dio, non temo ciò che verrà,/ perché qualunque cosa avvenga, non sarà mai/ più grande della mia anima”. E’ la descrizione di un uomo che riconoscendo di essere piccolo si innalza, sfidando la storia sotto l’usbergo del suo Signore. Con Pasolini l’operazione mistificatoria si presentò un filino più difficile, se non altro per la maggiore accessibilità dei testi. Perfino un critico letterario non troppo acuto come Asor Rosa, uno che d’estate va a Capalbio, sgamò la reale natura del nostro eroe: “Egli scambia se stesso, letterato decadente e palesemente conservatore, per uno scrittore progressista”. Solo che l’autore de “L’usignolo della chiesa cattolica” non si sbagliava affatto, lo sapeva benissimo di essere un reazionario e per questo sosteneva i comunisti, unica vera opposizione alla Democrazia Cristiana colpevole di aver favorito il boom economico e quindi la modernizzazione, la mutazione, la scristianizzazione.

    In una fase iniziale il Partito comunista con la sua morale austera gli sembrò poter concedere qualche altro anno di vita all’amatissima arcadia friulana, al dialetto, alla civiltà contadina. Ben presto si rese conto che era un’illusione. Comunque Pasolini non sovrappose mai il comunismo, in fondo un’eresia cristiana, con la sinistra, che di cristiano non aveva nemmeno l’origine, e questa distinzione divenne plateale nel ’68 quando in occasione degli scontri di Valle Giulia prese le parti dei poliziotti contro gli studenti. Non voglio però descrivere la traiettoria intellettuale pasoliniana, mi limito al punto zenitale costituito dalla poesia-testamento che per un verso somiglia alla “Lettera Rubata” di Edgar Allan Poe: invisibile perché in mostra. Pasolinologi, pasoliniani e pasolinisti sembra che non l’abbiano mai letta, nonostante il suo valore di ricapitolazione, lascito e svelamento di una vita straordinaria, e nonostante le ripetute pubblicazioni. Io l’ho trovata all’interno di un libro in catalogo, “La nuova gioventù”, e pubblicato da Einaudi, non dall’ultima delle tipografie. Niente da fare, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Capisco che avendo di Pasolini una certa idea (sbagliata) a pagina 255 ci sia da rimanere traumatizzati. A fine volume e a fine vita ecco un congedo che ribalta la prospettiva, che illumina a giorno un passato in chiaroscuro. I versi di “Saluto e augurio” sono in friulano e in italiano (la traduzione è dell’autore che giustamente non si fidava dei traduttori) e inequivocabili: “Difendi, conserva, prega!”. Accidenti. “Difendere, conservare, pregare”. Insiste. “Tu difendi, conserva, prega”. Ripete tre volte la triplice esortazione, si capisce che gli sta molto a cuore e che teme l’ottusità dell’interlocutore, un giovane fascista anni Settanta, e dei posteri. Nella poesia c’è dell’altro, parole che smentiscono l’arruolamento tra le file del cattocomunismo o di un cristianesimo informe e protestantico. “Ma in Città? Ascolta. Là Cristo non basta. Occorre la chiesa.” (C’è Pasolini che si dichiara cattolico romano). “Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re”. (C’è Pasolini che si dichiara monarchico). Se non siete convinti andatevelo a leggere… Poi c’è la definizione che ho preso come gli staffettisti prendono il testimone, però senza quella fretta e non per vincere ma per portarlo un poco più avanti e trasmetterlo a chi verrà: “Destra divina che è dentro di noi”. Ecco, vorrei mostrare ciò che è dentro di noi, in prosa anziché in poesia, svolgendone le intuizioni e aggiungendovi del mio. Se “Saluto e augurio” è un manifesto io comporrò un manifesto e mezzo.

    Che cos’è la destra divina? Pasolini scrive che è difendere, conservare, pregare. I primi due verbi sembrano sinonimi però “difendere” implica più impegno di “conservare”. E’ implicita una dose di rischio: se è necessaria la difesa significa che qualcuno sta perpetrando un’offesa. “Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie/ abbandonate. Difendi il prato/ tra l’ultima casa del paese e la roggia”: quello pasoliniano è il grido di un creaturale se non di un creazionista, di un uomo che rispetta ogni filo d’erba perché sa che di ogni filo d’erba non è proprietario ma usufruttuario, e che ne dovrà rispondere. Come si difendono il campo e la casa e il paese e la roggia? Non so Pasolini ma un santo concreto come Bernardo di Chiaravalle si preoccupa di lasciare libere le mani del difensore: “Quando uccide un malfattore, non deve essere reputato un omicida ma, per così dire, un malicida”. E con quali strumenti si attua la difesa?

    Quando diventerò ricco (la narrativa necessita di ozio) scriverò un romanzo ambientato a Brescia con un protagonista amante della caccia e dei fucili, nel frattempo ritengo non siano indispensabili le armi da fuoco. Sono utili, certo, e sulle orme di Cesare Beccaria (altro pensatore frainteso) sono favorevole al loro libero acquisto, mentre in via subordinata ricordo la fionda di Davide e riporto i suggerimenti di almeno un paio di autori meno divini eppure non meno destri di san Bernardo: Nicolás Gómez Dávila (“La civiltà è un uomo armato di frusta tra animali famelici”) ed Ernst Jünger (“L’inviolabilità del domicilio si fonda sul capofamiglia che si presenta sulla soglia di casa brandendo la scure”). Più del calibro conta la buona volontà. Nella destra profana, nel centro accidioso e in qualche pezzo di sinistra non del tutto privo di senso della realtà la legittima difesa gode sì di una stentata cittadinanza ma viene intesa come diritto. Solo la destra divina la stabilisce in dovere. Soltanto l’imperio della legge, beninteso una legge divinamente fondata, può garantire l’ordine che protegge il debole, sostiene il povero, rassicura il vecchio, conforta il malato. L’anarchia può far comodo a vent’anni, specie se hai in tasca la carta di credito di papà.

    A settanta oppure ottanta, in un ospedale pubblico, c’è solo da sperare che i regolamenti siano rispettati con scrupolo: che gli amministratori non siano corrotti, che in mensa non si riciclino cibi scaduti, che l’infermiera non tralasci i degenti per guardare la televisione, che il chirurgo non inserisca protesi difettose ai malati senza parenti influenti. “Nessuno è buono” dice Gesù Cristo. E’ pertanto divino, oltre che ragionevole, credere nel peccato originale e di conseguenza nell’educazione, nella civilizzazione, mentre è diabolico, oltre che stupido, confidare nel buon selvaggio. La destra divina sa che le colpe sono dell’uomo, non della società, e che l’inferno è pieno. Pensa che l’egoismo non sia un diritto e di conseguenza che divorziare non sia un diritto, abortire non sia un diritto, adottare un bambino se lesbiche non sia un diritto, parcheggiare sul marciapiede non sia un diritto, sfrecciare con auto e moto rumorose sotto le finestre di chi dorme non sia un diritto, pisciare sotto i portici di Bologna non sia un diritto, riempire i muri di scritte non sia un diritto, coprire le chiese di megaposter non sia un diritto, costruire un palazzo di sette piani in centro storico o sulla riva del mare non sia un diritto. Cattivi maestri fanno credere ai ragazzi che tutto sia loro dovuto, formando generazioni di frustrati siccome nella vita il dovere spinto fuori dalla porta dell’ideologia rientra immancabilmente dalla finestra sulla realtà.

    A un ragazzo bisogna spiegare che nemmeno suicidarsi è un diritto: prima devi studiare la “Divina Commedia”, perché hai un dovere verso Dante, prima devi lavare i piatti, perché hai un dovere verso tua madre, prima devi innaffiare il basilico, perché hai un dovere verso il desco familiare, prima devi andare a trovare la nonna o il tuo amico ammalato e devi farlo in bicicletta, perché hai un dovere verso la città, e poi, e poi ne riparliamo. No, non solidarizzo con gli aspiranti suicidi, “solidarietà” è parola che mi causa il voltastomaco, profuma di tasse, ruberie e bugie, mi piacerebbe percepire la parola “fraternità” e il sentimento di essere fratelli, figli dello stesso padre. Ma perché la destra divina è più umana? Non perché più indulgente o sensibile ma perché orante. Se conservare e difendere è anche degli animali, penso allo scoiattolo che nella tana accumula noci per l’inverno e morde se qualcuno si intrufola per prenderle, pregare è un’esclusiva degli uomini. Gli scoiattoli non pregano. Io diffido degli uomini che non pregano: o sono presuntuosi o sono disperati, in entrambi i casi sono pericolosi perché capaci e incapaci di tutto. In particolare le donne che non pregano mi fanno impressione, più le guardo più mi appaiono bestie, mi sembrano grossi scoiattoli depilati.

    E io che sono un uomo semplice, dall’orizzonte erotico limitato, non capisco la zoofilia. La crescente miscredenza trascina con sé un crescente vegetarianesimo, moderno surrogato dei digiuni mistici. Le signorine che per tutto l’oro del mondo non mangerebbero il macinato crudo di cavallo, specialità di Parma da me divorata con gioia e bramosia (venerdì esclusi), pensano di essere ultraspirituali. Errore, è come se volessero insegnare lo spirito allo Spirito: Dio incarnato mangia pesce arrosto (Vangelo di Luca 24, 41-43), non si limita alle verdurine. “Non sono un grande uomo, semplicemente credo in grandi idee” disse un presidente americano. La destra divina non è migliore perché rispetta il Decalogo, è migliore perché nel Decalogo crede. Il vitello è succulento e l’oro è scintillante, l’essenziale è mantenerli separati: il vitello d’oro oltre che abominevole è incommestibile, oltre che incommestibile è cannibale e questo risulta più flagrante oggi che al tempo del Sinai, nei nostri giorni in cui da ogni pulpito profano si intima all’uomo di inginocchiarsi di fronte alla Tecnica.

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
    di Camillo Langone



    C'è destra e destra - [ Il Foglio.it › La giornata ]
    Ultima modifica di Florian; 21-01-10 alle 16:40

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    Predefinito Rif: La Destra divina

    Maschio, cattolico, italiano, erotomane e papista
    Tutti i volti di Langone raccontati da Marina Valensise


    di Marina Valensise

    Il Foglio, 21 novembre 2009





    Avrà letto Joseph de Maistre? Il savoiardo autore delle “Soirées de Saint-Petersbourg”, infernale maestro della controrivoluzione, di cui Baudelaire diceva: “E’ l’uomo che mi ha insegnato a ragionare”, sarà fra i prediletti di Camillo Langone? E che dire di Bonald, Chateaubriand, Ballanche, Barbey d’Aurevilly e i tanti profeti disarmati che finita la tormenta giacobina si batterono per restaurare l’alleanza tra il trono e l’altare? Da dove viene la foga apodittica di Camillo Langone, difensore della destra divina, dell’“unica causa incausata esistente, che è Dio”, dell’“unica morale efficace che è quella religiosa”? E da dove nasce l’umore atrabiliare di quest’eccentrico fedele all’autarchia, italiano etnocentrico ma universale, come può esserlo solo un egocentrico che si considera “patriota” non per amor di patria, ma perché ama se stesso e dà valore a se stesso e alle cose che ama, ergo la lingua italiana, e per questo ha deciso di “stare dentro di lei”, figlio improbabile di un paese e di una tradizione che per molti non esiste più, tanto è sconosciuta, offesa e vilipesa, dimenticata e pochissimo rappresentata?

    C’è qualcosa di miracoloso in Camillo Langone, che prima di essere un erotomane risolto e dal forte appetito carnale, un peccatore cattolico dal conclamato senso di colpa e un pornografo in grande stile, è un papista di lungo corso che detesta i preti e il mondo senza Dio, ma si professa devotissimo al culto mariano, tanto da frequentare assiduamente tutti i santuari d’Italia – da Loreto a Fontanellato, in provincia di Parma, dalla Madonna delle Grazie a Curtatone alla Madonna di San Luca di Bologna – e ogni domenica alla fine della messa si commuove quando si intona il Salve Regina in latino. C’è il lui qualcosa di classico, nel senso di remoto e primordiale, di essenziale e necessario, che sopravvive alle molte contraddizioni che abitano chi ama il lusso e la ricchezza, la carne e i bei vestiti come lui e si dichiara un esteta, ma sa vivere in ascesi come un francescano, rispettando il digiuno al tempo di Quaresima, rinunciando a bere vino tranne di domenica, e nutrendosi di soli pane e acqua il Venerdì santo, sino a farne del Vangelo e dell’Antico Testamento il perenne serbatoio delle sue invettive, e la ragione ultima e sovrana delle idiosincrasie di un cristiano, che sogna di battersi solitario come un santo, un guerriero, un eroe, nel nostro mondo d’oggi triste e senza luce.

    Ed è per questo che, sia che parli di messe, liturgie e candeline elettriche, sia che parli di puttane cocainomani in calore o assatanate ragazze punk, c’è molto più che un retaggio della grande letteratura, che è sempre estrema, violenta e micidiale, nel furor sacro che brucia Langone e lo muove contro l’ovvio, il banale, il conforme, le illusioni emancipatorie del progresso e gli incubi nati da troppo razionalismo, illuminista e ateo.
    Il fatto è che l’uomo non è buono, e lui lo sa. E uno che poco poco lo conosca, sa benissimo che per scrivere quello che scrive Langone non ha avuto bisogno di leggere i libri, di studiare De Maistre e i teorici della controrivoluzione, di spulciare i “Mémoires d’Outretombe”, o “Mon coeur mis à nu” di Charles Baudelaire, di battere tutta la letteratura romantica che arriva dritto fino a Manzoni e ancora oggi respira negli aforismi di Nicolás Gómez Dávila. Gli è bastato vivere e mettersi a leggere la vita, a cominciare da quell’eterna lezione di vita contenuta nei Vangeli, che infatti conosce a menadito e cita sempre a proposito. “L’uomo non è buono”, scrive infatti l’evangelista Marco quando racconta la parabola di quel tizio che corre incontro a Gesù, gli si getta ai piedi e, appena gli domanda: “Maestro buono, cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”, viene gelato da una risposta feroce: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo”.

    Per uno che dice di non aver mai creduto nel prossimo, di conoscere solo il male, il peccato, la colpa, e di aspirare alla redenzione, è evidente che bisogna credere nella parola di Cristo, il Dio incarnato. “Il Vangelo non è una favoletta”, dice Camillo, guardando un po’ schifato chi si fa addirittura vanto di non averlo mai letto. “E’ essenziale per capire la vita, per vaccinarsi contro l’utopia, contro l’ottimismo del progresso, contro l’illusione della ragione”. Non per niente, “Maschio, cattolico e italiano”, Langone esordì come scrittore con il racconto autobiografico di un erotomane disperato, che si intitolava proprio così, e ebbe scarsa fortuna. Più di un editore lo lesse, più di un editore sembrò interessato, ma alla fine nessuno lo stampò. Langone ci rimase un po’ male, ma non si fece scoraggiare. Era all’epoca, e continua a esserlo ora, un animale solitario. Una sera, alla libreria Feltrinelli di Bologna, davanti alle Due Torri, ebbe la sua rivelazione: era andato alla presentazione dell’ultima edizione di “Fratelli di Italia”, di Alberto Arbasino, e in un colpo solo incontrò il grande scrittore e su due piedi decise quale sarebbe stato il suo destino, strinse amicizia col filosofo Stefano Bonaga, il quale, all’epoca assessore alla Cultura del comune di Bologna, nonché fidanzato di Alba Parietti, con pochi altri maestri, come Piero Buscaroli, Alfredo Cattabiani e Vittorio Sgarbi, lo instradò al gusto per le grandi idee.
    Niente infatti predisponeva alle lettere questo figlio di un’Italia umile e povera, remota e dimenticata, che ancora negli anni Sessanta piangeva la miseria dell’emigrazione, fra cugini malati tornati dalle miniere del Belgio, bisnonni operai morti in America costruendo ferrovie, nonni carabinieri emigrati a Cremona e contadini analfabeti ma operosi. Educato a una vita frugale da una madre abruzzese di Picciano, provincia di Pescara, trasferitasi con tutta la famiglia a Casal Maggiore, provincia di Cremona, e da un padre di Picerno, provincia di Potenza, Langone ha vissuto un’infanzia e una giovinezza itineranti, vagando da una città all’altra al seguito del padre, ufficiale dell’aviazione leggera dell’esercito (altra stranezza langoniana: anche l’esercito vola), e cambiando scuola e classe persino due volte l’anno, e dunque sempre molto solitario, introverso, attratto dalla lettura, e specialmente quella del “Don Camillo” di Giovanni Guareschi, che gli servì da antidoto sin dalla più tenera età all’intossicazione filocomunista allora imperante. Si spiega dunque come mai Langone oggi non nutra alcuna nostalgia per la sua infanzia, né alcun rimpianto per gli anni del passato, e soprattutto nessuna indulgenza per la Fgci, per la militanza comunista o di sinistra che irretì invece tanti dei suoi coetanei. “La stagione migliore della mia vita è l’anno in corso”, dice sempre Langone che da uomo senza tempo e fuori dal tempo, spregiatore di orologi e mezzi di trasporto veloci, è convinto fautore della cultura dell’oblio, del “bisogno di dimenticare per reinverginarsi”. Sua madre, donna semplice ed economa, fu la prima a instillargli il gusto paradossale dell’antifrasi, del non conformismo. Leggenda vuole che quand’era piccolo la madre cucinasse per lui, tenendolo lontano dai vizi dei bambini del boom. Mai visto un barattolo di Nutella o una lattina di Coca-Cola in casa loro. Per merenda, bastava una semplice fetta di pane.

    La loro era una casa povera, frugale, senza grilli per la testa, dove il pane era pane e si impastava una volta al mese con farina di crusca e panelle di patate, si cuoceva in grandi forme rotonde nel forno a legna, lasciandole asciugare lentamente, per farle durare più a lungo possibile. Di quel tempo remoto, resta oggi il gusto per i sapori genuini, per i piatti arcaici, senza contraffazione come gli strascinati, parenti stretti delle orecchiette, o i ferretti, sorta di bucatini che più a sud chiamano ziti, e così detti per il ferro da calza intorno ai quali si avvolgevano, altro prodotto di pasta fresca fatta a mano, specialità della nonna analfabeta e inurbata a Potenza, presso la quale visse lunghi periodi della sua vita da bambino. Il mondo di Camillo era tutto molto povero, un mondo autarchico, amico della ristrettezza, dove per nutrirsi si doveva mangiare qualsiasi cosa e fino all’ultima briciola e soprattutto molta verdura. Poteva succedere che uno zio andando a caccia anziché un coniglio prendesse una volpe, animale incommestibile? Benissimo, si cucinava anche la volpe, ingentilendola magari con un soffritto di carote. Poteva succedere che la nonna d’improvviso vedesse entrare in cucina un uccellino? Caspita, che fortuna! La nonna lo prende, lo uccide e lo mette nel sugo.

    “Quel mondo è ancora intatto dentro di me, non è cambiato niente”, confessa oggi Camillo che appena arriva in casa di un amico vuol subito mettere mano ai fornelli, anche se finge di odiare cucinare, e dice di preferire bere solo vino da vitigni italiani. Nasce così la sua passione esclusiva per l’autoctono, che domina sia i gusti del palato, sia l’uso della lingua, e ha radici antiche, consustanziali alla sua prima esperienza. Se oggi Langone non beve Chardonnay, Cabernet, Sauvignon e guarda con commiserazione chi si abbevera di quegli innesti fasulli; se insiste con ossessiva perseveranza a scovare in ogni lista di vini l’originario Gaglioppo, che anticamente era il Magliocco, l’autentico Sangiovese oppure il Montepulciano; se confessa una passione smodata per l’Aglianico quando si trova al sud e per il Lambrusco quando si trova a nord; se odia l’esotismo al punto da ignorare fieramente tutti i prodotti stranieri, dal Burberry al Suv, dal Cointreau alla Vodka, al punto da ostinarsi a professarsi monoglotta restando sempre dentro le frontiere italofone, e coltivare con la stessa devozione con cui studia i segreti dei vitigni autoctoni gli innesti che nei secoli hanno trasformato la lingua di Dante, grazie ad Ariosto, Boccaccio, Gioacchino Belli, Manzoni, ma anche Arbasino e Gianni Brera; è ché Langone è un italiano vero, uno che ha vissuto un’infanzia senza contraffazioni in una casa povera, ma piena di grazia, fra gente semplice, ma pronta alla gratitudine, e per la quale ogni gesto quotidiano era espressione di civiltà, e traduce il sentimento antico e quantomai desueto che la vita è fragile e sacra al tempo stesso, e per questo va protetta e conservata, amata e difesa. “Io vengo dall’Italia, e l’Italia è un’altra cosa”, proclama oggi Langone che da abruzzese-lombardo-lucano si vanta di aver vissuto in tutta Italia, isole escluse, visto che non prende l’aereo, e nemmeno in Calabria, visto che per la sua distanza è quasi un’isola. E la cosa può sembrare strana, perché oggi, come dice lui, il grosso del sistema mediatico italiano è per lo più romano e milanese, ma l’Italia è un’altra cosa.

    Eccentrico, refrattario ai maestri, agli esami, alle accademie, animato da una sorta di furore iconoclasta e paesano che lo porta a irridere i famosi, gli arrivati e gli intoccabili (il suo “Manifesto per una destra divina” ne offre una lista lunga e dettagliata) Langone è soprattutto un magnifico autodidatta. Lui che scrive un italiano scolpito nei classici, non ha mai studiato il latino. Anzi non ha mai veramente studiato. Ha frequentato un istituto tecnico agrario, ma sporadicamente, stando spesso a casa, andando volentieri in giro, o sedendo sempre all’ultimo banco impegnato a leggere per conto suo piuttosto che a seguire la lezione. Per non gravare sul bilancio familiare ed evitare di farsi mantenere dai genitori, cosa indegna agli occhi di un fautore della virilità, Langone ha fatto mille mestieri. Il disc jockey, il commerciante di abbigliamento, il venditore ambulante di “abitacci”, cosa che da esteta aborriva, e dovette abbandonare, e poi il barista, il gestore di discoteche, qualcuno aggiunge anche il tenutario di casini, o meglio l’organizzatore di orge con ragazze slave, ma sono le malelingue che confondono la verità della vita con la verosimiglianza della letteratura e pensano al suo esordio narrativo, “Scambi di coppia con uso di cucina”, che oggi è considerato un piccolo classico della letteratura pornografica contemporanea e gli editori ristampano di continuo senza che all’autore sia mai arrivata una royalty.

    Certo è che quando nel 2000, segnalato da Pietrangelo Buttafuoco, Langone si presentò al Foglio con un ritratto portentoso di Emilio Colombo, colto fra i centrini di merletto del suo salotto buono di Potenza, rinfrescato dal vento che batte sul ponte di Montereale, aveva l’aurea sulfurea, incerta e molto ambigua di un oste dell’Oltretorrente di Parma, che aveva deciso di lasciare la pubblicità, schifato dal dover scrivere asservito a Mammona, dai viaggi in treno da pendolare a Milano, dall’intimità forzata con altri maschi – lui che essendo un uomo virile odia la vita tra maschi, il parlare coi maschi, le tavolate di maschi. Tentato da Cl, rinunciò ad entrare nel movimento di Giussani perché c’era già Formigoni, ricorda oggi Langone, che sin dall’ora aveva chiarissima l’incompatibilità mentale in seno alle famiglie della destra italiana. Allora, però, nessuno sapeva che fra i tanti mestieri aveva fatto persino il bagnino, nella riviera romagnola, al Lido del Savio di Milano Marittima. E se uno, conoscendo un po’ la sua avversione per la fitness e per ogni tipo di sport, al di là degli amplessi carnali, gli avesse chiesto incredulo se sapesse anche nuotare: “Evidentemente un pochino sapevo”, avrebbe risposto Langone, alludendo a quel tanto di nuoto che basta non per salvare le ragazze da morte sicura per annegamento, ma più modestamente per andare a recuperare i pedalò di quei furbi che per non pagarli li abbandonavano al largo, rientrando a riva a nuoto, o di quei deficienti che colti all’improvviso dal Gherbino, vento ostile che batte da terra sull’Adriatico centro settentrionale, non riuscivano più a rientrare…”. Era una vita molto avventurosa”, ricorda oggi Camillo indulgendo ironico alla fantasmagoria poetica.

    E fra i pochi episodi sottratti al culto dell’oblio gli piace ricordare il servizietto reso a Mogol, che all’epoca era già il famoso paroliere di Lucio Battisti, e un giorno, arrivato in spiaggia con una donna molto bella, chiese al bagnino che era il giovane Langone di andargli a comprare le sigarette, ma non avendo spiccioli, si fece anticipare i soldi, e alla fine scomparve. Langone ci rimase malissimo: sperava di riavere soldi e mancia, ma non ebbe né gli uni né l’altra. Nessuno è buono. Nemmeno Gesù, figuriamoci Mogol che anni dopo di qull’infelice episodio nemmeno si pentì, perché non ricordava più nulla.

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
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    Predefinito Rif: La Destra divina

    La ''Destra divina'' di Langone è la chiave per mettere d'accordo Fini e il Cav.

    di Sandro Bondi

    Il Foglio, 22 dicembre 2009


    Caro Direttore,

    l’ultimo libro di Langone, La destra divina, è la conferma che la cultura, soprattutto l’intelligenza viva, non alberga solo a sinistra. Anzi fa comprendere che l’intellettuale di “destra” è assolutamente libero, intrinsecamente irriducibile ad ogni rapporto organico con uno schieramento politico. Questo fa della “Destra divina” di Langone (edito da Vallecchi) un prodotto finissimo, una perla rarissima di questi tempi. Il titolo è il programma del cattolico antimoderno, reazionario nel senso etimologico del termine, non prono al diktat del politicamente corretto e, perciò, obbediente alla vocazione di testimone limpido della verità. Queste pagine mostrano una scrittura all’altezza del genio dissacratore di Gomez Davila: icastica e sulfurea, tipicamente ancorata all’anima dell’osservatore minuzioso. Il tutto per rappresentare una verità che esiste e palpita dentro di noi.

    Non a caso il libro prende le mosse dai versi di Pasolini: “Destra divina/che è dentro di noi”. “Se nel Ventunesimo secolo – scrive Langone - c’è ancora qualcuno che considera Pasolini un autore di sinistra, è qualcuno che non lo ha mai letto”. Analogamente si potrebbe dire: se c’è qualcuno che considera Langone un autore di destra, è qualcuno che non lo ha letto. Langone al pari di Pasolini, e di altri pochi intellettuali come ad esempio Leonardo Sciascia, critica la modernità perché è ideologia. Langone illustra questo concetto preferendo il presepe all’albero di Natale, con questa divina motivazione “se il presepe è iperfigurativo l’albero tende all’astratto quindi prescinde dal reale e dall’umano”. La caratteristica principale dell’ideologia è infatti quella di separarsi dal reale, dalla vita e dell’umano. Questa radice guerriera della cultura europea, secondo la definizione di Maria Zambrano, influenza ancora, particolarmente in Italia dove l’ideologia è stata più dominante che altrove, la nostra vita civile, culturale e politica. La frattura fra popolo e intellettuali deriva dal peso preponderante dell’ideologia, che si interpone alla conoscenza della realtà. Il popolo è così privo di punti di riferimento che non siano la televisione e ciò che resta dell’influenza della Chiesa cattolica nel campo dell’educazione.

    La destra divina di Langone è innanzitutto lo sforzo di guardare alla realtà senza le lenti deformanti dell’ideologia, mantenendo però la capacità di uno sguardo critico nei confronti della realtà del nostro tempo. Questo sguardo critico deriva dalla cultura cattolica. L’unica religione, secondo Langone, capace “di tenere insieme mistica e realismo, anima e corpo, infimo e sublime, grazie non alle parole dei teologi ma ai fatti del fondatore, Cristo uomo e Dio”. L’unica religione, aggiungerei, capace di tenere insieme piena accettazione della realtà e utopia, considerata come cammino verso il Regno escatologico, per citare l’indimenticabile e caro don Gianni Baget Bozzo. Questo aureo libretto ci aiuta a capire di più anche quello che sta accadendo in Italia, nel momento in cui un esponente di punta della destra come Gianfranco Fini sembra avere l’ambizione di rappresentare una nuova destra: una destra repubblicana, moderna, una destra dei diritti, molto rassomigliante però alla sinistra. Che cos’è la destra, che cos’è la sinistra, direbbe Giorgio Gaber. Io direi che una certa destra e una certa sinistra, orfane delle visioni ideologiche rassicuranti del loro passato, hanno oggi in comune un certo conformismo, una acritica accettazione della realtà, l’adesione alle mode e agli stili di vita dominanti.

    Per questo Pasolini e Langone sono così simili e così vicini. Come Pasolini, Langone è in realtà un rivoluzionario che vuole elevare spiritualmente gli uomini partendo dalla realtà e senza violentarne l’umanità e la libertà. Al pari di Giovanni Lindo Ferretti, un altro lucido testimone della crisi delle ideologie e della ricerca di un nuovo fondamento della cultura, Camillo Langone ricostruisce i frammenti di una nuova visione dell’uomo e della società. Langone è agli antipodi della sinistra, ma non ama neppure una destra sciatta e nichilista. “Io con questa destra dall’egoismo infantile e senile, talpesco, cieco, con questa destra di ciucci presuntuosi, come si dice a Trani, con questa destra di furbi fessi non voglio avere nulla a che fare”. Chissà che, meditando su un libro come quello di Langone, non si trovi la chiave per costruire davvero il Pdl, e che non si trovi la strada giusta per mettere d’accordo Fini con Berlusconi?

    Con affetto

    Sandro Bondi
    Ministro della Cultura


    PdL - Il Popolo della Libertà - BONDI: La ''Destra divina'' di Langone è la chiave per mettere d'accordo Fini e il Cav.
    Ultima modifica di Florian; 21-01-10 alle 16:17

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    Predefinito Rif: La Destra divina

    L’autentica «destra divina»? Figlia di Pier Paolo Pasolini

    di Marcello Veneziani

    Il Giornale, 27 novembre 2009


    Dov’è finita la destra? È ascesa in cielo e siede alla destra del Padre. Prima di chiamare la neuro per farmi ricoverare o accusare Fini di avermi fatto impazzire, mandate l’ambulanza a Parma dove vive Camillo Langone, che mi ha ispirato questo delirio. Langone ha scritto un succoso pamphlet dal titolo ghiotto e folle, Manifesto della destra divina (Vallecchi, pagg. 152, euro 12).

    L’inventore moderno della destra divina è uno scrittore sui generis, con tessera Pci: Pier Paolo Pasolini. La destra divina di Pasolini non era una destra storica ma onirica, perché viveva nella dimensione del sogno. Stupido è dunque cercarla nella realtà. Ne parlai anni fa in un mio saggio, ripescando la sua poesia Saluto e Augurio, l’ultima prima di morire che Pasolini scrive quasi presago della sua morte, ed è dedicata a un giovane fascista. In quei versi in friulano Pasolini sciorina la sua destra divina, il suo amore disperato del passato e della tradizione ed esorta il giovane fascista a servire la destra divina attraverso un triplice comandamento: difendi, conserva, prega. La poesia di Pasolini, che si definiva «uno sgraziato reazionario», diventa il viatico del testo di Langone e il triplice imperativo pasoliniano campeggia sotto il titolo del suo libretto.
    Ma, informo Camillo, l’inventore storico e mitico della destra divina è addirittura un Re normanno, Ruggero II Altavilla, che nel sud Italia coniò il mirabile motto: Dextera domini fecit virtutem, dextera domini exaltavit me. Traduco anche se è un latino trasparente: la destra del Signore fece la virtù, la destra del Signore mi esaltò. Insomma la destra divina ha quasi nove secoli, quella umana neanche tre, se partiamo dal Parlamento inglese o dalla Rivoluzione francese.

    Langone non scrive un saggio politico e nemmeno teologico, naturalmente, e non riferisce la sua destra divina a Ratzinger, che pure Del Noce definì, quando era prefetto della Congregazione della Fede, il più alto esponente della cultura di destra. No, lui la declina in modo furbo e impolitico, nella vita, attraverso una serie di opposizioni che ripercorrono in versione intelligente gli stupidi antagonismi tra destra e sinistra che da Gaber in poi ci hanno perseguitato per anni: Abruzzo contro Patagonia, ovvero amore del vicino rispetto alle fughe esotiche; Amore rischioso contro sesso sicuro, insomma natura contro profilattici; e così via in una serie di antitesi: caccia/animalismo; confessione/ psicanalisi; culto/cultura; domenica/week end; durata/incostanza; gonna/pantalone; indissolubilità/divorzio; messe/mostre; muri/mondo aperto; onomastico/compleanno; presepe/albero; tabarro/Zara; trullo/grattacielo; ubbidienza/coscienza. Segue una breve guida ai libri, alla musica e ai film della destra divina.
    Sono convinto che l’unica destra possibile oggi sia fuori della politica, nella vita di ogni giorno, nella profondità dell’anima dei popoli e delle persone, o nell’iperuranio dove riposano gli archetipi celesti. E sono convinto che sopravviva sotto falso nome, anche se più spesso mi assale il dubbio opposto che falso sia il nome di destra per definire questa sensibilità verso la tradizione.

    Naturalmente molte delle cose che difende Langone sono oltraggi alla modernità e lamenti di un conservatore che loda il tempo andato. Ma si avverte pure la civetteria un po’ dandy del suo torcicollo, da esteta della tradizione che cerca di esser trendy vestendo fuori stagione. Conobbi Langone anni fa, mi aveva scritto che voleva conoscermi e mi colpì il suo presentarsi in modo del tutto inconsueto: come porno-cattolico e come nullafacente a carico di sua moglie. Lo convocai in un caffè di Bisceglie, perché lui era in vacanza natalizia a Trani ed ebbi conferma del suo perverso ma creativo tradizionalismo e del suo sfizioso catto-erotismo. Lo incoraggiai a scrivere e credo di avergli procurato qualche buona opportunità per esprimere la sua originale miscela. Pochi anni dopo spiccò il volo sui giornali, dove si reinventò come recensore di ristoranti, vini e messe, cantate e no. Non mancò di ficcarsi in alcuni pasticci per una patente e a volte criminale leggerezza di vivere e non curarsi degli effetti.

    Ora plana con la sua leggerezza fertile e irresponsabile nel terreno sconnesso delle ideologie e si diverte a scrivere un vademecum sulla destra, in opposizione alla destra «opportunista e nichilista» di Fini e alle altre simildestre, borghesucce e futili. Per chi come me è autore pentito di libri come La cultura della destra, con tredici ristampe e trecento rimorsi, la destra di Langone è un tuffo nel passato morto e sepolto. Certo, la sua destra divina è eccentrica rispetto ai percorsi della cultura politica e non è proponibile come scelta attiva di un movimento; ma mi chiedo se abbia più senso chi si definisce ancora di destra e poi pretende di tesserare nel suo club neodestro Michael Jackson e Vasco Rossi, i matrimoni gay e le fecondazioni artificiali.

    Rispetto a chi usa ancora l’ombrello protettivo della destra per bucarlo dall’interno e godere della pioggia che filtra, meglio chi preferisce intabarrarsi dentro un pastrano antico e affrontare il temporale con allegro fondamentalismo & minimalismo.



    L’autentica «destra divina»? Figlia di Pier Paolo Pasolini - Cultura - ilGiornale.it del 27-11-2009

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    Predefinito Rif: La Destra divina

    Una destra divinamente chic
    La tradizione come risposta alle battute di Giorgio Gaber


    di Piero Vassallo


    Strumenti utili all’educazione dei popoli all’onestà di vita, che costituisce il fine ultimo dell’azione politica, non sono i testi teologici e filosofici accessibili soltanto agli studiosi, ma i discorsi retorici, che incidono sull’animo umano, infiammandolo e mettendolo in condizione di adeguare l’agire alla verità.

    Insorgendo contro il razionalismo cartesiano, Giambattista Vico elaborò una ratio studiorum intesa alla formazione di educatori e politici capaci di indirizzare i sudditi al bene mediante l’uso religioso dell’eloquenza.
    Sant’Alfonso de’ Liguori, il quale, prima di diventare grande educatore, fu studente nell’università di Napoli dove Vico insegnava, fu luminoso interprete della retorica intesa come reazione al razionalismo dilagante nel XVIII secolo. Reazione che seppe far scendere (senza tradirla) la teologia in un discorso accessibile anche agli analfabeti.

    Non avrebbe pertanto senso contestare il tentativo di volgere il pensiero tradizionale in un discorso retorico, comprensibile e godibile dalle masse giovanili, oggi frastornate dai rumori del pensiero debole e incantate dalle distrazioni della cultura di massa.

    Giustificata è invece la critica della cultura di destra agitata dalla frenesia dell’et … et e perciò intesa – qualunquisticamente - all’accatto di pensieri, figure e immagini estranee alla sua autentica tradizione.
    Esempio di tale tendenza è la solenne litania di antitesi stereotipate, proposta da Camillo Langone nel “Manifesto della destra divina”, edito in questio giorni dalla fiorentina Vallecchi.

    La destra divina, di Langone, è frutto del tentativo oggettivamente umoristico di dare una risposta seria alla scherzosa domanda di Giorgio Gaber “che cosa è la destra?”.

    Sciorina, infatti, una paradossale sequenza di sfide - caccia versus animalismo, bicicletta versus aereo, gonna versus pantalone, tabarro versus Zara ecc. – che appiattiscono la tradizione sul pensiero da palcoscenico, a suo tempo proposto dai neodestri.

    Fonte di tale allineamento all’avanspettacolo sincretista è il progetto di un’avanguardia disorientata, che depone la propria identità per impegnarsi nella cattura e nell’emulsione di autori lontani e incompatibili: l’effervescente Mishima e il pensoso Del Noce, il progressista Gramsci e il decadente Pessoa, il barzellettiere colombiano Gómez Dávila e San Josemaria Escrivá de Balaguer, il furente Pasolini e Dante Alighieri, per citare solo alcuni degli autori affastellati nel surreale elenco proposto da Langone.

    Sia detto per inciso: il comunista Antonio Gramsci è catturato da intellettuali di destra dimentichi (o ignari) della vicenda eroica di Mario Gramsci, una storia che appartiene alla migliore destra del Novecento.
    Il risultato di tali acrobazie e di tali oblii (Langone dimentica o censura tutti i pensatori che hanno illustrato e nobilitato la cultura della destra postfascista: Balbino Giuliano, Giorgio Del Vecchio, Armando Carlini, Michele Federico Sciacca, Marino Gentile, Nicola Petruzzellis, Ettore Paratore, Ernesto De Marzio, Nino Tripodi, Giovanni Volpe, Francesco Grisi, Attilio Mordini, Ennio Innocenti, Fausto Gianfranceschi, Fausto Belfiori, Primo Siena, Giano Accame, Silvio Vitale, Giovanni Torti, Roberto De Mattei, Tommaso Romano ecc.) è il deragliamento del progetto di stupire e scandalizzare in una ridicola contaminazione, degna di essere collocata nella bacheca confusionaria del club “fare futuro”.


    LA RISCOSSA CRISTIANA - LIBRI: Camillo Langone - MANIFESTO DELLA DESTRA DIVINA - Editore Vallecchi, 2009 - pagg.168, euro 12,00

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    Predefinito Rif: La Destra divina

    La «destra divina» che non piace alla destra

    di Paolo Bianchi

    Il Giornale, 28 novembre 2009


    «I nemici non vorrei averli, non credo che il loro numero misuri l’onore, ma li ho». La frase compare a pag. 115 del Manifesto della destra divina di Camillo Langone (Vallecchi, pagg. 153, euro 12). Per forza. A quanti intellettuali il pensiero dello scrittore di Parma provoca, come minimo, l’orticaria? A tanti. Langone, autore fra l’altro di una caustica rubrica quotidiana sul Foglio, tiene con vigore inossidabile il punto delle argomentazioni clerico-reazionarie, tanto conservatrici da finire per risuonare come trombe dell’avanguardia. Sentite l’incipit del mordace volumetto: «C’è destra e destra. C’è la destra grattacielara di Roberto Formigoni e Letizia Moratti, la destra in Chanel di Stefania Prestigiacomo, la destra opportunista e nichilista di Gianfranco Fini».

    Una destra che certe argomentazioni non vuole neanche sentirle. Alla sede romana della fondazione FareFuturo, serbatoio del pensiero di Gianfranco Fini, tace il direttore della rivista on line Filippo Rossi, declina l’invito a esprimersi il direttore scientifico Alessandro Campi, si sottrae il direttore editoriale Angelo Mellone, lui che almeno il libro ammette di possederlo, ma non di averlo letto.

    Gaetano Cappelli è uno scrittore nato a Potenza, una città dove Langone è vissuto da piccolo. Una volta forse erano amici, poi hanno litigato. «La sua idea del mondo è pasoliniana», spiega Cappelli. «Ce l’ha con la modernità che corrompe l’antico, l’agreste, il paese e la campagna, che per lui sono sinonimi di purezza e sincerità. Peccato però che non conosca la qualità principe del cattolicesimo, che chiama “fratellanza”. Peccato che dalla fratellanza lui escluda buona parte dell’umanità».

    Anche il poeta cattolico Davide Rondoni, pur lodato in quanto cantore del sacro presepe contro il pagano albero di Natale, prende le distanze: «Non mi riconosco in quella destra cattolica. E questo libro non so nemmeno se lo leggerò».

    Per un laico di origini radicali come Massimo Teodori, oggi più moderato, autore del recente esplicito saggio Contro i clericali (Longanesi) «è sempre esistita una corrente antiliberale e reazionaria che va dal Joseph de Maistre della visione autoritaria del potere al collaboratore dei nazisti Charles Maurras dell’Action française. Sostenendo che il liberalismo, la democrazia e la laicità sono la sciagura dell’età moderna, questa corrente ha storicamente sempre rappresentato l’alimento culturale dei regimi autoritari, clericali e fascisti. La sua riproposizione oggi, dunque, mi pare che non riguardi il dibattito delle idee, e tantomeno delle idee politiche, quanto piuttosto il folclore provinciale che anche nelle versioni più brillanti non è per questo meno grottesco».

    Chiosa Giordano Bruno Guerri: «Andare troppo a messa fa male. Si diventa superstiziosi e si sottrae tempo allo studio e alla scrittura. Inoltre ci sono uomini pii che sviluppano una tendenza eccessiva a distribuire posti in Paradiso e all’Inferno. Però Langone è meglio che ci sia».



    Polemica La «destra divina» che non piace alla destra - Cultura - ilGiornale.it del 28-11-2009

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    Predefinito Rif: La Destra divina

    Orfani e nuovi nati

    Manifesto dei conservatori italiani in versione rigorosamente divina
    Intervista a Camillo Langone di Giorgio Demetrio


    l'Occidentale, 25 Dicembre 2009


    Il destro italiano medio, nato nel XX secolo con il Movimento Sociale e ora più berlusconiano del Cavaliere (effetti miracolosi dei tradimenti del capocondomino di Montecitorio) si è definito in tutti i modi fuorché “conservatore”. Nel Bel Paese, per ragioni storiche note - anzitutto il primo fascismo socialista che stronca le possibilità di sviluppo di un partito tutto conservatore e cambia la storia della destra che sarebbe seguita - è un’etichetta che rimanda ai surgelati o al reazionarismo più gretto, ascrivibile a qualsiasi parrocchia. Si possono portare esempi in quantità: la CGIL che resta attaccata agli schemi veteromarxisti è “conservatrice”, come “conservatori” - per i nuovisti della stessa comitiva - sono i democratici che detestano il partito liquido. Camillo Langone, penna caustica de “Il Foglio” che - oltre al tratto ispirato dalla Verità - ha l’ulteriore merito di scrivere di letteratura e di nettare di Bacco, col suo ultimo libro ha voluto spiegare che i conservatori (divini, rigorosamente non laici, non laicisti, non agnostici, non atei) meritano un posto più nobile dell’inferno di Epifani. Così prende forma il “Manifesto della destra divina” (ed. Vallecchi), una guida agile, godibilissima, che si nutre di immagini didascaliche ed esilaranti, e aiuta a non diventare Fini o Tettamanzi.

    Langone, il miglior complimento che un destro divino può farle è “finalmente un libro che dice chi sono”. Lo stile sarà pure lieve, ma il libro non si propone esplicitamente di essere il primo manifesto dei conservatori italiani (in versione divina rispetto a quella laica di Prezzolini), dando voce a una categoria che il destro medio italiano non sa lontanamente cosa sia?

    Il libro non è nato per colmare una lacuna. Solo dopo mi sono reso conto di aver dato il microfono a una destra diffusa ma complessata, che vota Berlusconi e un po’ se ne vergogna. E’ una destra smarrita, fatta di migliaia di orfani di Fini che rischiano di finire tra le braccia di destre per nulla divine, come dimostrano i posizionamenti dell’ex capo di An, di Casini, di Rutelli. E’ vero, anche Prezzolini ha scritto un “Manifesto dei conservatori”, ma pur avendo il merito di aver intercettato il sentire di una destra non rinchiudibile in un partito, il suo non era un manifesto “entusiasmante”, nel senso filologico dell’aggettivo: non aveva Dio dentro.

    La penna puntuta di Langone tratteggia un destro divino radicatissimo al territorio; che spara e si ciba di qualsiasi cosa si muova non antropomorfa; che va a messa ma non a mostre; che denuncia i guasti di aborti e divorzi. Troppo “dogmatica” questa destra? O, pensando alla lista delle trentatré destre, quella che parla solo di cittadinanza breve, di voto agli immigrati e della costituzione come fosse la Bibbia è arrivata trentaquattresima?

    La destra non può che essere dogmatica. L’idea stessa di destra affonda le radici nella consapevolezza del peccato originale, nel riconoscimento di princìpi certi ed esterni all’uomo ricettacolo di desideri. Tutto il resto non è destra. Questi valori certi non possono derivare dalla Costituzione - che non è un idolo da adorare - ma vanno cercati nel Decalogo, nella legge di Dio. A chi pontifica di destra “europea, moderna e repubblicana”, ricordo che è impensabile costruire IL modello di destra su un personaggio, tantopiù se il riferimento – e penso al marito di Carla Bruni – viene privato perfino delle sue uniche connotazioni conservatrici (il contrasto culturale del ‘68). Chi usa la Costituzione come feticcio, spacciandosi per destro molto “nuovo”, si inginocchia davanti a istituzioni ammuffite. Non si discute, il vero giovane è Berlusconi.

    I destri divini non disdegnano l’etichetta di “reazionari”, soprattutto nella misura in cui fa venire l’orticaria ai progressisti (di varia estrazione). Al di là della vena politicamente scorretta, il destro divino vuole portare indietro le lancette della Storia o è piuttosto l’ultra-realista che, depurato dall’ideologia, può essere uno dei riformatori più incisivi?

    Le lancette della Storia non devono essere portate indietro. Tutto sta a usare - e usare bene - il libretto delle istruzioni che ci è stato dato. Il Decalogo è l’unica guida di cui l’uomo ha bisogno fino a quando esisterà come tale. Il destro divino non è un reazionario nostalgico perché riconosce – da buon riformatore potenziale - che il Decalogo va adattato ai tempi nuovi. Mi sorprende sempre la reazione di chi si stupisce della mia presenza su Facebook. Perché mai non dovrei esserci? Lo Spirito Santo è sceso sugli apostoli dando loro il dono della lingua; le lingue dell’oggi sono Internet o qualsiasi altro marchingegno.

    La poesia “Saluto e augurio” di Pier Paolo Pasolini, in cui invita a tirare fuori la “Destra divina che è dentro di noi, nel sonno”, in cui Pasolini esorta a difendere, conservare e pregare, è la premessa programmatica del libro. Perché Pasolini? Perché non un “conservatore doc” come i nemici della rivoluzione francese? Troppo “ortodossi” rispetto al conservatorismo disorganico di Pasolini?

    Perché Pasolini è più presente nella mia vita. I conservatori allergici alla rivoluzione francese, e più in generale al giacobinismo, mi sembrano espressione di un passato remoto. Al contrario Pasolini è l’interprete di un passato prossimo che ha saputo prefigurare il presente. Non è secondaria, poi, la scelta del componimento: in primo luogo perché Pasolini è riuscito a sintetizzare in poche righe ciò che volevo dire; quindi perché volevo rendere maggio alla poesia, alla poesia italiana in particolare.

    Ce ne sono destri divini nella politica dell’Italia di oggi?

    Ci sono ma purtroppo per ora non sono candidati alle presidenze del consiglio o della repubblica. Sono i Mantovano, i Farina, i parlamentari che – un esempio su tutti – hanno promosso l’appello contro la proposta di legge della Concia sull’omofobia.

    Berlusconi, Fini Bossi, Casini: hanno rapporti, mediati o immediati, con la destra divina?

    Berlusconi è un uomo dell’Italia di sempre, è un italiano vero e quindi è destro divino antropologicamente, senza starci a pensare. Bossi è un mistero: all’inizio era pagano come tanti missini e ora si scopre amante del Crocifisso. Fini è il nemico numero uno della destra divina. Tra Fini e Bersani voterei Bersani, non avrei dubbi. Il suo rapporto con la destra divina ora è inesistente, ma considerato che il personaggio non crede in nulla da sempre, se domani sarà opportuno potrà cambiare idea ancora. Conosco Fini e non mi sorprendono le sue posizioni attuali: l’ho sempre percepito come uno in linea con ciò che sostiene oggi. Ma – ribadisco – è un oggi momentaneo. Non è un fatto personale, il capo di Montecitorio è espressione di una ribellione reale dell’homo italicus a qualsiasi ragionamento che superi l’ombelico. Casini è il male minore che incombe su di noi. Non possiamo neanche elencare i suoi difetti ma dobbiamo attaccarci a quel pochissimo di buono che ha.

    Chi sono i più ostili culturalmente alla destra divina?

    Tettamanzi, Martini, che, al livello ecclesiastico, è il principale nemico della destra di Dio; anche lui negatore del peccato originale attraverso un mezzo avallo concesso a Vito Mancuso. Peccato che così cade il cristianesimo e il principio stesso di destra, di ubicazione del senso al di fuori della corporeità.
    Sulla polemica recente della Lega contro Tettamanzi sono dalla parte del Carroccio, ma il mio è un allineamento incidentale, da cattolico praticante, non da organico. Lo dico perché Tettamanzi, un maestro assai cattivo, è quello che organizza convegni sull’Islam ogni tre per due.

    La destra divina non poteva avere imperatore migliore di Benedetto XVI?

    Sogno sempre, e vorrei un Benedetto XVI più giovane, più energico. Sogno un pastore più simpatetico, meno teologo. Ma al momento è senza dubbio il migliore.


    Manifesto dei conservatori italiani in versione rigorosamente divina | l'Occidentale

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    Predefinito Rif: La Destra divina

    Intervista a Camillo Langone: “Serve un conservatorismo eccitante"

    di Simone Bressan e Dario Mazzocchi

    notapolitica, 17 gennaio 2010


    È nato a Parma, ha vissuto a Vicenza, Verona, Caserta, Viterbo, Pisa, Bologna, Reggio Emilia, Trani e, dopo aver girato mezza Italia maturando un'ossessione geografica, da qualche anno è tornato nella città natale. Basterebbe per descrivere Camillo Langone, uno che dalle pagine del Foglio si è inventato la guida alle celebrazioni eucaristiche, poi diventata un libro ("Guida alle messe", Mondadori). Sempre sul quotidiano di Ferrara tiene la rubrica "Preghiera" e anche questo basterebbe per descriverlo. Ma da qualche mese fa parlare di sé per il "Manifesto della destra divina" (Vallecchi, 168 pp., 12 euro), il cui motto è: difendi, conserva, prega! Celebra Pasolini e prende a pallinate il "laicismo consumistico" che minaccia il tabarro ed esalta Zara o che al culto preferisce la cultura o che, ancora peggio, sostituisce le messe con le mostre.

    - Difendi, conserva, prega. D'accordo Langone, ma quanto rimane da conservare in Italia?

    La lingua italiana e la religione cattolica ti sembran poco?

    - Se qualcuno la prendesse in considerazione come un nuovo Prezzolini, che fa? Si arrabbia o risponde "grazie, ma meglio non esagerare nei paragoni"?

    Non lo trovo esagerato, lo trovo sbagliato. Prezzolini non era divino, era uno scettico, e per questo il suo conservatorismo era ben poco entusiasmante. Invece urge un conservatorismo eccitante.

    - Il suo libro è, lo dice il titolo, un manifesto. Moltissimi lo hanno letto, tanti lo hanno apprezzato. Potrà diventare argomento di discussione anche all'interno della destra italiana?

    In qualche modo lo è già diventato. Sandro Bondi, che non è l'ultimo dei peones, ha scritto sul Foglio che nel Manifesto si potrebbe trovare la chiave per mettere d'accordo Fini con Berlusconi. Lo ringrazio ma non sono così ottimista, a me basterebbe mettere d'accordo Alemanno con Berlusconi.

    - Esalta la caccia, fa le pulci agli ambientalisti che terrorizzano l'opinione pubblica, mentre con le polemiche sul global warming fa capolino una visione panteista della terra e dei suoi elementi. Quanto panteista è l'Italia di oggi?

    Gli italiani non credono in nulla, nemmeno in Gea. Però sanno che nell'anglosfera l'ambientalismo va forte e, in ossequio a un sempiterno costume nazionale, corrono in soccorso del vincitore.

    - E quando è nichilista la destra finiana?

    Nel loro non credere in nulla, se non nelle carriere presenti e soprattutto future, i finiani sono profondamente italiani. Di più, sono profondamente romani. Anzi, sono profondamente di Roma Nord.

    - È forse un caso che la cultura contadina sia scomparsa con gli attacchi a quella cattolica?

    Non costringermi a fare discorsi pasoliniani, non voglio concedermi nessuna nostalgia: Cristo è più necessario nell'epoca del mouse che in quella dell'aratro, per motivi teologici che ti dirò un'altra volta.

    - Dica la verità, quante ragazza ha trovato che non si chiamassero Sabrina e preferissero la domenica al week end, la messa alle mostre e sapessero fare il pane?

    Più del previsto. E comunque dieci ragazze per me posson bastare.

    - Lei non ha una laurea e nemmeno un diploma. Frank Zappa ha detto: se vuoi andare a letto, vai al college; se vuoi un'educazione, vai in libreria. Che si fa, lo si mette di diritto nella destra divina?

    In verità ho un diplomuccio in agraria, ovviamente rubato perché ero in tutt'altre faccende affaccendato. Venendo a Frank Zappa: certo, era un musicista divino e adesso che ci penso anche piuttosto destro. Un suo pezzo si intitola "Questi cazzi di piccione" e potrebbe essere la colonna sonora dello sterminio dei volatili in Piazza San Marco, a Venezia.

    - A proposito, perché Guareschi non compare con una delle sue opere nei libri della destra divina? C'è il film "Don Camillo", ma l'autore parmigiano non ha mai nascosto che le pellicole hanno tradito a volte le sue intenzioni.

    Guareschi ce l'ho talmente vicino che a volte mi dimentico di lui, come succede alle cose troppo famigliari. Pensa che abito nello stesso isolato di Parma in cui abitava da giovane. Il mio macellaio equino ha la vetrina proprio sotto la sua finestra, in borgo del Gesso.

    - Stesso discorso per Cormac McCarthy e il suo "Non è un paese per vecchi": indica il film dei fratelli Cohen, ma non il romanzo dove l'anima della storia, lo sceriffo Ed Bell con i suoi dialoghi, ha molto più peso.

    Non è che posso leggere tutto e un film richiede meno tempo di un libro.

    - Pasolini non era di sinistra. E la sinistra senza dubbio si è appropriata di Pasolini. Ma perché la destra non riesce mai a stringere rapporti stabili con l'establishment artistico di questo paese?

    Bisogna premettere che Pasolini, tutt'altro che un candido, tutt'altro che un Guareschi, si era impegnato per farsi annettere, senza riuscirci del tutto perché venne sempre percepito come un corpo estraneo. Poiché la verità rende liberi l'artista di destra è un uomo libero, o almeno un uomo che cerca di esserlo, ed è difficile infilare nelle gabbiette della politica un uomo libero. Qualsiasi governo preferisce avere a che fare con relativisti scodinzolanti.

    - Ha digerito le critiche dagli intellettuali di destra come Marcello Veneziani al suo manifesto? O meglio, ma davvero nella destra italiana c'è spazio per degli intellettuali?

    L'articolo di Veneziani non era altro che un elenco di pettegolezzi di paese, da parte sua un gesto molto triste. I pezzi più belli sono venuti da firme di sinistra, Stefano Di Michele e Rina Gagliardi, forse perché con loro non c'è il problema della competizione.

    - Formigoni no, Moratti no, Prestigiacomo no...: c'è qualcuno nel centrodestra che le piace?

    Potrei farti una lista lunga un chilometro, per non tediare mi limito a citare Alfredo Mantovano, Luca Zaia, Renato Farina, Giancarlo Gentilini, Isabella Bertolini...

    - Berlusconi "esiste" politicamente dal 1994. Tempo sufficiente a fare un bilancio: che giudizio dà del Cav politico?

    L'unico statista che l'Italia abbia avuto dopo Amintore Fanfani e forse, sottolineo il forse, Bettino Craxi.

    - In tutto il mondo sembrano avanzare nuovi leader per una nuova destra. Cameron in Inghilterra, Sarah Palin negli Stati Uniti, la Merkel in Germania, Sarkozy in Francia. Chi di loro è più vicino alla Destra Divina?

    Cameron ancora lo devo capire. Merkel e Sarkozy ma fammi il piacere. Ovviamente Sarah Palin, diana cacciatrice, che purtroppo ha il difetto di essere protestante. Ma per geografia e non per storia, per accidia e non per superbia: non è mica Rosy Bindi.

    - Dovesse indicare un uomo per il futuro della destra di casa nostra, su chi punterebbe?

    Daniela Santanché.



    notapolitica.it

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    Predefinito Rif: LA DESTRA DIVINA

    Manifesto della destra divina

    di Mario Secomandi

    Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 18 gennaio 2010


    Camillo Langone, prendendo ispirazione anche dai versi della bella poesia-testamento (Saluto e augurio) del compianto intellettuale Pier Paolo Pasolini, traccia nel suo nuovo libro un vero e proprio manifesto di un nuovo conservatorismo,

    dove per «destra divina» si intende il recupero e la salvaguardia degli autentici valori spirituali in favore di un'elevazione e compimento della dignità e libertà della persona. Non si tratta di esaltare un moralismo bigotto e bacchettone, ma di ritrovare e rilanciare l'assoluta fiducia in un impianto valoriale e di fede allo scopo di rendere la stessa vita su questa terra più bella, profonda, piena, vera ed entusiasmante. Non è questione di coltivare progetti etici di perfezione o rincorrere utopie passatiste o meramente reazionarie, ma, grazie all'ancoraggio ai valori naturali e alle radici cristiane, di vivere da uomini e donne libere così da sfuggire alla muffa dell'omologazione, alla scialba banalità del conformismo ed all'appiattimento alla «schiavitù» delle varie mode del momento. Lo scrittore parmense, scrutando i segni della realtà, opera dei paragoni e coglie delle importanti differenze sostanziali e di fondo circa l'approccio dei nichilisti rispetto a quello delle persone che invece non hanno smarrito, ma ritrovato la «destra divina» che è in loro stessi, e che non rinunciano a rispondere ad un primordiale appello a vivere senza fare a meno di «difendere, conservare e pregare».

    In contrapposizione agli ideologismi astratti, fuorvianti e generalizzanti di marca relativista, laicista e nichilista propri della sinistra post-sessantottina, l'invito rivolto a noi e a tutte le persone di buona volontà è quello di un sano ritorno alla realtà e di una gioiosa riscoperta della verità. Questo lo si pone in essere anche passando attraverso la messa in evidenza dello specifico «particolare» che caratterizza l'identità e la vita concreta di ognuno di noi. Langone inoltre non prescinde dal sottolineare a più riprese l'importanza, tutt'altro che banale, di giungere a riconoscere come l'Italia sia una nazione realmente stupenda, per noi la più bella del mondo intero, sol per com'è ricca di una vastità di paesaggi mozzafiato, dai mari ai monti alle campagne, passando per tantissimi variegati paesini caratteristici e città più o meno d'arte, col corredo di campanili e cattedrali. Per non parlare del nostro bel clima mite e temperato. E dobbiamo essere semplicemente ed al contempo dignitosamente orgogliosi e fieri dell'unicità e grandezza della nostra amata patria.

    Non c'è poi dubbio che una «destra divina» che si rispetti non possa slegarsi dall'abbraccio e compenetrazione col cattolicesimo, che, a differenza di altre religioni, non si fonda su pagane superstizioni od annichilimenti sacrificali e degradazioni mortificanti della persona, ma che unisce sapientemente e laicamente spirito e materia, corpo ed anima, fondandosi sull'Avvenimento e Fatto per eccellenza, quello di Dio che si fa uomo in Gesù Cristo. Il Creatore è quindi sceso qui sulla terra, proprio per salvare, liberare ed innalzare noi creature. Dunque, su questa scia, non può che ritrovare la giusta attenzione l'importanza ed il rispetto della sacralità della vita umana dal concepimento sino alla morte naturale e della famiglia fondata sull'unione stabile tra uomo e donna, aperti più alla nascita, crescita ed educazione della prole che non ad aborti e divorzi. Questi, accanto all'esperienza di una dimensione vitale più comunitaria nel proprio territorio, sono i migliori antidoti naturali all'individualismo atomistico e sradicato, che, ove lasciato a se stesso, può proliferare e dunque corrompere, sfilacciare e disgregare a poco a poco la società.

    Come testimonia lo stesso autore del libro, possiamo allora serenamente prendere a riferimento persino sant'Agostino, il quale, nella Città di Dio, rivela che «la pace di tutte le cose è la tranquillità dell'ordine. L'ordine è la disposizione degli esseri uguali e diversi, che assegna a ciascuno il posto che gli compete». Oltre a ciò, e come argutamente Langone svela nei suoi azzeccati raffronti, si può ben andare a preferire, a titolo esemplificativo, alla Patagonia l'Abruzzo, al «sesso sicuro» l'«amore a rischio», all'aereo la bicicletta, all'animalismo la caccia, alla psicanalisi la confessione, alla cultura il culto, al week end la domenica, all'incostanza la durata, al pantalone la gonna (quanto al gentil sesso), al divorzio l'indissolubilità, alle mostre le messe, al mondo i muri (e le legittime naturali frontiere), al compleanno l'onomastico (ed ai nomi hollywoodiani i nomi dei nonni e dei santi), all'albero il presepe, alla Zara (abito di moda all'ultimo grido) il tabarro (abbigliamento regionale e tradizionale), al grattacielo il trullo, alla coscienza l'ubbidienza.

    Camillo Longone
    Manifesto della destra divina
    Vallecchi - euro 12, 00 - pp. 148



    Manifesto della destra divina | Miradouro

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    Predefinito Rif: LA DESTRA DIVINA

    La faglia tra destra e sinistra è il peccato

    Tradizionalista a chi? Così Langone risponde all’affronto del Secolo



    Di Camillo Langone

    Il Foglio, 4 dicembre 2009


    Io sono un uomo d’ordine e Luciano Lanna e Franco Cardini sono due disordinati, tengono i loro articoli e i loro libri come gli studenti fuorisede tengono le loro stanzette: nessuna cosa al suo posto. Quando le parole non hanno più un’accezione sicura, diceva Confucio che “il paese non sa dove poggiare”. Lanna, sul Secolo d’Italia da lui diretto, colpisce la Destra Divina usando gli argomenti di Cardini, un appassionato di minareti che sarebbe un tradizionalista come il sottoscritto. A parte che ogni volta che sento la parola “tradizionalista” la mia mano è irresistibilmente attratta dal mouse: tradizionalista sarà tua sorella, mi viene voglia di scrivere a Lanna. Come se rimpiangessi le penne d’oca e i lumi a petrolio: io per sua norma e regola ho cominciato a collaborare ai giornali grazie al personal computer (invenzione provvidenziale siccome un incidente mi ha leso un nervo della mano destra e mi risulterebbe molto difficile scrivere in altro modo) e aspetto con ansia che l’imminente tecnologia led soppianti le obsolete lampadine a incandescenza, colpevoli di surriscaldare le stanze delle mie estati emiliane. Se qui c’è un nostalgico è proprio Lanna, che con “Fascisti immaginari” compilò un insuperato catalogo del modernariato missino. A parte questo, devo assolutamente fare un po’ d’ordine altrimenti “il paese non sa dove poggiare”. Comincerei con l’escludere recisamente che Lanna e Cardini siano di destra: il primo è finiano, il secondo è multikulti. Perciò nessuno dei due crede nel peccato, la faglia teo-antropologica che separa la destra dalla sinistra secondo l’analisi dello storico belga Léo Moulin ripresa da Vittorio Messori in “Perché credo”: “I sinistri pensano che i mali dell’umanità siano risolvibili con l’impegno socio-politico, con l’educazione, con il miglioramento delle condizioni economiche, con una maggiore giustizia. Non c’è bisogno di Redenzione perché non c’è nulla da redimere”. E’ precisamente il pensiero del giornalista laziale, che pensa di curare la società con la proliferazione dei diritti, de del professore toscano, la cui ricetta prevede la proliferazione delle moschee. Che entrambi occupino o abbiano occupato posizioni di potere grazie agli elettori del centrodestra testimonia la confusione culturale dello schieramento medesimo, non l’invalidità delle opzioni destra/sinistra che Lanna vorrebbe invece mandare nella soffitta gozzaniana dei vecchi giochi, tra i cavallucci a dondolo e i trenini Rivarossi. “Destra” è parola parlamentaristica, allude alla collocazione degli eletti nell’emiciclo, e quindi chi vuole abolirla dovrebbe avere il coraggio di proporre l’abolizione del Parlamento (e ci potrebbe anche stare). Ma è anche parola divina, ricca di connotazioni positive nel Vecchio e Nuovo Testamento, dove “sinistra” appare con impressionante frequenza come sinonimo di “sinistro”. Esemplificativa è la citazione che ho anteposto al “Manifesto”: “La mente del sapiente si dirige a destra / e quella dello stolto a sinistra” (Ecclesiaste 10,2).

    Altri problemi di accezione, frammenti di disordine lessicale. Lanna presenta Cardini come un alfiere della tradizione subito dopo averne ascoltato la seguente rflessione sul referendum svizzero: “Nel paesaggio non c’è niente di definitivamente bello. Agli antichi elvezi i templi degli antichi romani non piacevano affatto e agli elvezi romanizzati non dovevano garbare granchè i campanili. Che quindi qualche minareto avrebbe davvero compromesso l’armonioso paesaggio svizzero è lecito dubitare”. Solo a un relativista forsennato poteva venire in mente di ridurre templi, chiese e moschee a variazioni del piano regolatore, aggiunte edilizie a cui si deve solo fare l’abitudine. Un alfiere della dismissione, altroché, come quel monaco intervistato dal Foglio che invitava il cristianesimo europeo a elegantemente congedarsi. Senza bisogno di Cardini, basandosi sulle sue sole forze, Lanna definisce “occidentalista” il “Manifesto della destra divina”, forse perché non ha nemmeno letto i titoli dei capitoli contro i grattacieli, gli aerei, la psicanalisi, il weekend. Non pago di confondere le parole confonde i regimi e apparenta il placido Regno delle Due Sicilie, tutto mandolini e quasi senza tasse né esercito, con l’inferno iracheno prima dell’intervento americano.

    Infine Pisolini, magnifica ossessione. Il direttore responsabile del Secolo definisce la sua figura “contraddittoria”, più un modo di cavarsela che una parola. Quando di un problema non si conosce la soluzione lo si dice “complesso”, quando un autore non lo si capisce lo si dichiara “contraddittorio”. Quando Lanna cerca di cogliermi in fallo lo fa in modo disordinato, suicida, con una citazione pasoliniana che rafforza la mia tesi: “Bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura”. Pisolini palpitava per la cultura cattolica, per la cultura contadina, per la cultura classica che percepiva minacciate, era un acerrimo conservatore e Luciano Lanna non lo sa. Pensare che ci era arrivato persino Asor Rosa.



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