Da un paio di giorni sono a Gerusalemme. Mancavo da qualche mese ed avevo già una grande nostalgia di questa città. Dopo aver scaricato la posta, sono entrato nel forum per mandarvi un saluto da qui.
Vedo però che una persona che stimo parla dell'appartenenza alla Chiesa di Roma come di una 'malattia pediatrica'. Si discute se esser cattolici voglia dire neopaganesimo o eresia, ma in ogni caso vi è concordanza sul fatto che i convertiti devono ribattezzarsi.
Visti sotto questo cielo e tra queste mura, tali problemi appaiono da un lato vicinissimi (basta entrare al Santo Sepolcro e percepire la nevrosi ossessiva e le acrobazie rituali grazie alle quali le confessioni cristiane coabitano nella piena separazione), e da un lato veramente lontani, squittii di topolini, pattume intellettuale e spirituale da far rapidamente defluire nel cesso della dimenticanza.
Devo dire che mai come da quando frequento gli ortodossi (tra cui voi, ma non solo voi, evidentemente, cari amici del forum) so che cosa vuol dire la superbia spirituale. Io cercavo fra loro il grande silenzio apofatico, maestri di orazione nodosi come rami d'olivo e consumati dall'ascesi, occhi luminosi e febbrili, ma ho trovato rappresentanti di una minoranza piuttosto suscettibile e permalosa, guance pienotte e pance ragguardevoli, e soprattutto tantissime parole, la maggior parte vuote.
Se io fossi un ortodosso, penso che cercherei di essere un po' più umile, memore del detto del Signore:"hupokrita, ekbale proton ten dokon ek tou ofthalmou sou, kai tote diablepseis to karfos to en toi ofthalmoi tou adelfou sou ekbalein". Per esempio saprei di portare il peso di una storia che ha visto la Chiesa cui appartengo sempre sotto la tentazione di flirtare con il Potente di turno (selettivissima dottrinalmente, ma politicamente assai di bocca buona, visto che non ha fatto poi tanta differenza tra l'Imperatore Romano d'Oriente, lo Czar e i bolscevichi, facendo di volta in volta la sagrestana a tutti), che l'ha vista rimanere in un assordante silenzio mentre i rossi facevano carne di porco dei dissidenti, che l'ha vista attendere - per ottenere una parvenza di libertà - che un gigantesco Papa slavo desse una spallata storica al regime, dal momento che i Patriarchi tacevano con la coda fra le gambe.
E' ovvio: la chiesa cattolica non ha meno scheletri nelle sue sagrestie: tuttavia sono ormai decenni che non fa che chiedere scusa...
Se io fossi un ortodosso, penso che cercherei di evitare comportamenti palesemente contraddittori. Se non c'è un riconoscimento sostanziale della fraternità delle Chiese in Cristo (anche se non la piena comunione ad un unico pane e ad un unico calice), perché mai strepitare contro l'uniatismo? Se non vi è nulla di comune, allora la Chiesa di Roma non ha solo il diritto, ma ha il preciso dovere spirituale di chiamare le Chiese autocefale dell'Oriente a un ravvedimento, di chiedere loro di tornare in comunione col successore di Pietro, pur mantenendo intatto il loro rito (di fatto la cosa più interessante dell'ortodossia). Se Padre Giovanni accoglie un convertito nella sua parrocchia di Palermo e lo ribattezza, perché non deve fare altrettanto don Paolo della parrocchia romano cattolica di Novosibirsk? Se invece questi comportamenti vengono sentiti come ingiusti, allora, amici miei, vuol dire che si riconosce qualcosa di comune: due fratelli non vanno a mietere nello stesso campo. Però questo ha delle conseguenze.
Se io fossi un ortodosso, credo che guarderei con attesa e speranza ai viaggi del Metropolita Christodoulos e del Patriarca Alessio II a Roma. Qui a Gerusalemme l'ecumenismo non è quello da poltrone di pelle, aria condizionata, grandi vetrate e moquette azzurro acqua del World Council of Religion di Ginevra. Qui è carne, sangue, pietre, lotta. Uno è il Signore, Uno il Suo Sepolcro, Una la Buca in cui fu confitta la Croce, Una la Grotta ove fu deposto neonato. Nessuno può né vuole abbandonare i Suoi luoghi, né il latino, né il greco, né il copto, né l'armeno, né il siriano...E si è costretti a co-abitare anche senza co-amarsi.
Ma non sono un ortodosso. E - sotto questo cielo - neppure mi sento tanto un cattolico. Sento voi, e me, e quelle persone che ieri sera erano accanto a me impegnati della cantilazione della Torah, quando sono andato a baciare e a poggiare la fronte sulle bianche pietre del Kotel, del muro occidentale, e quelle che fra qualche minuto risponderanno allo struggente e solenne richiamo alla preghiera di Dhohur pianto dall'alto di un minareto (credo sia quello di al Omariya), e tutti quanti, come della povera gente che sta per essere inghiottita dalla morte. Possa la morte trovarci in un abbraccio, e non in una zuffa.
O Tu, l'aldilà di Tutto, abbi pietà, veramente, di noi.




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