Certo che lo vogliamo...Originally posted by Ferruccio
E ora vi lascio. Tornerò, se vorrete, dopo l'otto ottobre, perché devo assentarmi per lavoro.
A presto.


Certo che lo vogliamo...Originally posted by Ferruccio
E ora vi lascio. Tornerò, se vorrete, dopo l'otto ottobre, perché devo assentarmi per lavoro.
A presto.


Quasi alla fine dell’anno scolastico 1943-44 fui espulso dal Collegio, per diverse marachelle.
Il fatto che, tra queste, vi fosse anche il furto dal magazzino viveri del Collegio di alcune scatole di Wafer Saiwa, con l’aggravante di averle in parte nascoste in Sacrestia, sotto l’armadio dei paramenti sacri, dice quali fossero le nostre condizioni alimentari. Eravamo quasi alla fame, e c’era da augurarsi di non prendere neppure l’influenza poiché la cura principale consisteva nel dare al malato solo minestra. Il mio fratellino Marco, che mi aveva seguito in collegio nell’autunno del ’43, al ritorno fu dichiarato dal medico di famiglia in “stato di denutrizione”, con assegnazione speciale di biscotti savoiardi per farlo riprendere. Visto nudo era né più né meno come i bambini che poi vedemmo nelle foto, reduci dai campi di concentramento, o quasi.
Trascorsi le ultime due settimane di scuola a pensione dal canonico di una chiesa vicina, dove ero stato messo affinché non perdessi l’anno.
E la scuola finì con dieci giorni d’anticipo, subito dopo la presa di Roma da parte anglo-americana.
C’erano già state lunghe vacanze, in inverno, durante le quali si studiava per… posta. Dal collegio arrivavano i compiti da svolgere e, sempre per posta, a nostra volta dovevamo mandare gli scritti.
In collegio avevamo poche notizie, o nessuna. Ricordo solo la caduta di Roma. Rammento inoltre che, a casa per le vacanze invernali, rividi mio cugino Franco, che era diventato un partigiano metropolitano nel I GAP milanese, agli ordini di Giovanni Pesce. Lo descriverò meglio in un capitoletto specifico.
La vita in collegio era molto dura e, per mancanza di alimenti e di riscaldamento, si aggravava sempre più. E così, quando i familiari del Rettore ammazzavano il maiale, andavamo a vedere il macabro spettacolo della morte del suino urlante per poter avere un poco di “sanguinaccio” caldo.
Tutti i ragazzi manifestavano una spiccata turbolenza, diventando ogni giorno più insofferenti a ogni disciplina. Quest’ultima era tenuta a suon di “camerino di rigore”, dove venivano messi i più riottosi senza neppure la possibilità di andare al gabinetto. I nostri bisogni li facevano nel pitale, che poi nascondevamo nella stufa per non sentire il puzzo. Grande abbondanza, poi, di scapaccioni piuttosto violenti, che ti facevano volare un metro più in là. Nella camerata-dormitorio vi era inoltre la classica punizione dell’ora in ginocchio sui ceci. Una tortura!
Eravamo diventati selvaggi. Una volta bersagliammo con grossi sassi e pezzi di tegole di una chiesetta sul Colle Crosio il trenino della Valseriana, che risaliva faticosamente da Ponte Nossa a Clusone. Non vi furono feriti per puro caso. E il collegio proibì le gite sulla collinetta vicina, prima che ci scappasse il morto.
Dei Balilla neppure il ricordo. Ma, in compenso, eravamo spesso occupati con lavori scritti che facevano capo all’Azione Cattolica. Ricordo premi costituiti da “brillanti di carta adesiva” per i nostri compiti… cattolici.
Fu, in pratica, un anno di quasi totale isolamento. E fu una vera liberazione quando, nel giugno del 1944, tornammo a casa. Lasciai così l’abitazione del Canonico che mi aveva accolto. Ricordo la sua grande sala da pranzo dove, finalmente, mangiavo in modo per me addirittura luculliano. Con lui c’era una vecchissima perpetua, ed entrambi si divertivano un mondo ad ascoltare i racconti delle mie marachelle nel vicino collegio.
Poi, di nuovo, a Milano. La mia città e la mia casa, finalmente! Iniziò allora un anno per me straordinario. C’era la guerra, anche quella civile, ma per uno che, come me, veniva dal collegio era il più bel mondo possibile. Un mondo di avventura e libertà, che io vissi intensamente. Ero libero!
Un saluto.


Subito dopo il ritorno da Clusone mia mamma scucì da tutta la mia biancheria l'etichetta con il n. 47, che mi identificava al guardaroba del Collegio dove le suore ci consegnavano quello di cui avevamo bisogno e dove lo riconsegnavamo per il lavaggio; così cessai definitivamente di essere il n. 47 di quella specie di lager che era stato il Collegio Angelo Maj per ben tre anni.
Non ho ricordi particolari di quel giugno-luglio 1944, se non che a Milano la vita era difficile. Eravamo riforniti da mio nonno materno che, da Lodi, ci portava parecchia roba, mentre mia madre spesso cuoceva anche il pane in un fornetto apposito che si metteva sopra la cucina a gas (quando il gas c'era).
Tutti sentivano Radio Londra, e ricordo la voce del Colonnello Stevens con il suo “BUONASERA!” dal tono leggermente menagramo; ma anche la voce di Fiorello La Guardia, sindaco di New York. Rammento molto bene anche una voce italiana da Radio Bari, controllata dagli inglesi, che incitava a far fuori i fascisti e i tedeschi; e i cosiddetti "messaggi speciali", con frasi convenzionali, diretti alla resistenza.
Nel frattempo mia padre aveva acquistato una piccola fattoria sopra Lesa, sul Lago Maggiore; questo per trovarci un posto tranquillo, perché temeva una ripresa dei bombardamenti a Milano e, comunque, una situazione pericolosa nel futuro.
Si chiamava "Masseria della Volpe" e si trovava appena fuori dal paese di Massino, sulla strada di San Salvatore. Era un'autentica bicocca, senza luce e senz'acqua. Quella potabile si otteneva da una piccolissima sorgente, cascando goccia a goccia in un secchio che si riempiva molto lentamente. Per quella per lavarci mio nonno, idraulico, aveva fatto realizzare una cisterna per raccogliere l'acqua piovana; con lui, che voleva finire i lavori, un giorno andai a Massino. Era esattamente il 20 luglio del '44, lo ricordo bene perché l'indomani acquistammo il Corriere della Sera e c'era la notizia dell'attentato a Hitler.
Tornando alla masseria vidi per terra un pacchetto vuoto di sigarette NAVY CUT e lo raccolsi, chiedendomi come mai si trovasse lì. Fu il primo segnale che non eravamo affatto nel posto creduto tranquillo da mio padre, bensì in piena zona di Resistenza. Le sigarette erano parte di quanto gli aerei alleati gettavano ai partigiani, con i quali stavano (lo seppi dopo) ufficiali inglesi ex prigionieri di guerra fuggiti l'otto settembre dai campi di concentramento.
Loro stavano sulla montagna che dava sopra i paesi lungo la sponda del Lago Maggiore, mentre i tedeschi, che utilizzavano gli alberghi di Stresa per i feriti provenienti dal fronte, si trovavano appunto nei paesi come Arona, Meina, Lesa, Stresa, ecc.
Correva voce di una fatto tragico accaduto verso la fine del '43, quando alcune SS provenienti da Milano, su delazione, avevano buttato un gruppo di ebrei nel Lago annegandoli. Una parte di loro era riemersa giorni dopo, andando a finire sulla spiaggia di Meina, dove c'era l'Hotel Milano che era stato il loro ultimo rifugio. Ciò aveva provocato un grande turbamento, dando fiato ai partigiani benché i tedeschi dei presidi locali non c'entrassero nell'accaduto.
Nella zona tra Domodossola e il Lago d'Orta operavano varie formazioni partigiane, di diversa estrazione politica. Ricordo un manifesto verde affisso ai muri di Massino e firmato dai Fratelli di Dio.
I partigiani limitavano le loro azioni a piccole scorribande e spari contro singoli tedeschi. Questi ultimi reagivano con rastrellamenti ma, tutto sommato, con moderazione. Non ricordo quindi fatti sanguinosi, come invece accaddero in altre parti d'Italia. Una sola volta si videro soldati della Xa Mas.
Un giorno ci fu anche uno scambio di prigionieri fra tedeschi e partigiani, seguito da una gran pranzo in una trattoria del paese. Quindi, dopo pochi giorni, altro rastrellamento, anche con l’uso di un carro armato.
Il paese cambiava spesso di mano e io, che ero incaricato di comprare il pane al mattino, cautamente mi informavo su chi "comandasse" quel giorno.
Tanto per cambiare, il cibo faceva molto difetto e noi eravamo riforniti settimanalmente da mia madre che, in treno e poi a piedi, ci portava tutto quello che poteva. Eravamo io, la nonna Lucia, il fratellino Marco, la sorellina Anna e due cugine poco più grandi di noi.
Ricordo che, durante un rastrellamento tedesco, una mitragliatrice pesante cominciò a sparare e il rumore ci terrorizzava. Stavamo acquattati sotto il bordo di una finestra, per schivare eventuali pallottole. A un certo punto vidi il pavimento riempirsi di acqua. Fui sorpreso perché, nella masseria non ce n'era. E infatti non era acqua; era pipì di mia sorella, di mia nonna e delle mie cugine, che se la stavano facendo addosso.
Non possedendo in quel momento orologi, avevo realizzato in cortile una specie di meridiana che era necessaria quando, se stavamo sopravento, dal campanile del paese non ci arrivava più il suono dall'orologio della parrocchia. Aveva solo due posizioni: le dodici, ora di pranzo, e le sedici, ora di merenda. Con noi c’era una piccola volpina che, quando le davamo croste di formaggio, andava a nasconderle sotto mucchietti di terra come se facesse sue scorte private; e non perdeva mai d'occhio tali ripostigli. In realtà è un'abitudine che hanno spesso i cani, ma io non lo sapevo e la consideravo una reazione della bestiola alla nostra situazione di scarsità di cibo. L'unica cosa che abbondava era la frutta, ma ormai ne avevamo la nausea (mi è rimasta tuttora, dopo quasi sessant'anni). Non poteva essere venduta, data la scarsità dei mezzi di trasporto; inoltre gli americani avevano bombardato il ponte sul Ticino, a Sesto Calende, ostacolando ancora di più il traffico ferroviario.


Devo dire che se mio padre avesse avuto l'intenzione di metterci veramente, come si dice, "all'avventura", non avrebbe potuto scegliere di meglio. Peraltro eravamo, e me ne resi conto solo più tardi, in un punto privilegiato per osservare di persona avvenimenti che poi furono raccontati spesso con distorsioni notevoli rispetto a quella che fu la realtà.
La gente, tutto considerato e - come si dice - in mezzo a tutto, propendeva certamente più per i partigiani che non per i tedeschi e i fascisti, anche perché in quella zona notevole era stato il prestigio dei fratelli Di Dio, che non erano comunisti. Caduti, mi sembra, tutti e due; almeno uno certamente.
I partigiani di orgine strettamente locale lo erano più per sfuggire ai bandi di arruolamento di Graziani che non per grandi ideali patriottici; o così a me sembrò. L'entita' delle forze partigiane non era evidente, e la leggenda diceva che tra Massino e il lago d'Orta i partigiani fossero piu' di 10.000. Benché della fattoria di mio padre facessero parte anche piccoli appezzamenti di terreno sparsi sul monte, noi ci guardammo bene dall'andare a controllare per non ritrovarci nella zona in cui dovevano esserci questi diecimila partigiani. Era una notizia messa evidentemente in giro più per ragioni psicologiche che altro. Mai i partigiani impegnarono in combattimento chicchessia e mai controbatterono i tedeschi, la cui azione, compresa la famosa mitragliatrice pesante che aveva fatto orinare dallo spavento le donne di casa, era per lo più di carattere psicologico e dimostrativo. E' anche vero che, in quella zona, non ci furono mai incendi di paesi o di cascine né fucilazioni reciproche, salvo quella (ma solo nel '45) di un elemento partigiano risultato una spia dei tedeschi. Ciò avvenne in occasione di un nostro ritorno alla masseria, mesi dopo, per recuperare alcune nostre cose; per questo ne sono informato.
Ripeto che la gente del paese era piuttosto indifferente, come chi è capitato in una bufera e attende che, prima o poi, passi.
Ambiente che destò molto la mia attenzione fu, invece, quello degli sfollati da Milano giù a Lesa e Solcio, che ogni tanto frequentavamo essendoci là un coppia di amici di famiglia.
Giù sul lago l'atmosfera era un poco irreale. Era un ambiente di piccola e media borghesia benestante, di cui mi colpì l'indifferenza a quanto andava succedendo poco sopra. Sembrava che quanto accadeva non li riguardasse nemmeno, mentre noi eravamo consci di vivere ai limiti della tragedia di una guerra civile. Della quale, inoltre, arrivavano i riflessi di avvenimenti tragici sul Ticino, dove le Decima Mas si era scontrata con i partigiani, con morti, agguati sanguinosi, cascine bruciate ed episodi efferati da ambo le parti; oppure in Valsesia, dove la lotta tra i partigiani comunisti di Moscatelli e le forze della RSI era feroce. O così si disse poi; io là non c'ero.
La buona borghesia ripeteva, in quelle circostanze, gli stessi "riti" cui era abituata giù in città: la partita di calcio scapoli-sposati, gli inviti reciproci, ecc. Ricordo un: "Venite domani da noi alle cinque, che abbiamo una torta?". Insomma, la gran parte era indifferente e non parteggiava per nessuno. Aspettavano che tutto finisse, come in fondo quelli di sopra, contadini. Ma quell'atteggiamento dei più mi è rimasto nella memoria; e non fu il solo episodio del genere, in quei mesi.
Per finire il "pezzo" di oggi devo ricordare un particolare buffo. In una casa vicino alla nostra bicocca stava sfollato il primo violino del Teatro alla Scala, che spesso si esercitava con il proprio strumento ma gli riusciva difficoltoso perché la mia cagnetta volpina, sollecitata dal suono, ululava accompagnando la musica; e più i toni salivano più la cagnetta faceva altrettanto, quasi fosse una soprano che seguiva, con il canto, la musica. Ci fu una rottura con il vicino, che ci impose di far tacere la cagnetta. Si incazzava veramente e tirava moccoli contro la cagnina.
La situazione, comunque, andava peggiorando sempre più, sia per azioni di guerriglia dei partigiani che per azioni di controguerriglia da parte tedesca e fascista. Poi ci si misero anche gli americani, che cominciarono a bombardare fino alla distruzione il ponte di Sesto Calende e, soprattutto, a mitragliare i battelli della navigazione lacustre.
Alcuni aerei americani, il 20 settembre, prima mitragliarono un
battello che stava andando da Stresa a Baveno, quindi scesero a mitragliare coloro che, ancora indenni, stavano nuotando per
arrivare all'imbarcadero. Una carneficina; e, in quei giorni, furono ben tre i battelli affondati sul Lago Maggiore, con decine e decine di morti e feriti. Un'azione criminale e malvagia, di cui nessuno più parla. "Danni colleterali", si direbbe oggi. Io, però, non dimentico.
Un certo giorno, in occasione di una delle sue visite, mia madre concluse che quello non era affatto un posto tranquillo e che era meglio andarcene a casa tutti, abbandonando la masseria sul lago.
Cosi' riunimmo le nostre poche cose e, portandoci dietro ognuno il suo materasso, raggiungemmo Sesto Calende in treno, traghettammo su una barca, demmo con gli altri il regolare assalto al treno per Milano (ci andò bene, perché i mitragliamenti dei treni civili erano ormai all'ordine del giorno) e arrivanno così, dopo l'ora del coprifuoco, a Milano Stazione Centrale. Qui restammo fino al mattino. A un certo punto della notte vedemmo avanzare verso di noi un militare tedesco. Ci preoccupammo. Invece il soldato si fermò davanti a mia cugina Angelina, scattò sull'attenti con un suono secco di tacchi e diede alla ragazza un gran pezzo di pane quadrato nonché un bel pezzo di salsiccia affumicata. Quindi fece un regolamentare dietrofront e si allontanò. Ancora oggi, quando passo dalla biglietteria della Stazione Centrale di Milano, lo rivedo davanti a noi.
Quella sera mangiammo pane e salsiccia. Non abbiamo avuto neppure il tempo di dirgli grazie. Glielo dico adesso.
Un saluto a tutti.


La situazione che trovammo a Milano a fine settembre del '44 era certamente peggiore di quella di due mesi prima.
C'era stata l'esecuzione a Piazzale Loreto di quindici ostaggi da parte della Muti di Milano, a seguito dell'attentato gappista in viale degli Abruzzi contro gente che riceveva dai tedeschi verdura e avanzi di cucina delle loro caserme. C'era uno stillicidio di azioni partigiane, in città e fuori.
Della caduta di Firenze non ricordo nulla, però rammento molto bene la bomba notturna di PIPPO che uccise un intera famiglia in viale Piceno.
Essendo prossima la riapertura delle scuole, e non potendo io più tornare nel Collegio a Clusone, si pose il problema di dove finire le medie. A Milano le scuole erano pressoché chiuse, e gli alunni erano istruiti svolgendo i programmi tramite lezioni saltuarie e con compiti a casa. Tale sistema era già stato d'attualità anche a Clusone, il passato inverno. Mia madre scoprì che l'unica scuola funzionante con regolarità era quella dei Gesuiti, il Collegio Leone XIII, e io vi fui iscritto come esterno. Gli interni erano già andati via da Milano, e stavano in una dipendenza del Collegio a Triuggio, in Brianza.
Fu così che, verso i primi di ottobre, fui convocato in segreteria per le pratiche usuali, e ci andai arrivando dai bastioni. Il Leone XIII stava in un un palazzo ottocentesco, sito all'inizio di corso di Porta Nuova venendo da via Fratebenefratelli, sulla sinistra.
Arrivando, notai una gruppo di ragazzi sul marciapiedi opposto all'ingresso del Collegio, che guardavano proprio verso il quest'ultimo. Girato lo sguardo, vidi che il marciapiede era ingombro di detriti. Mi avvicinai e seppi dai ragazzi che, nella notte, il Collegio era stato colpito da una o due bombe lanciate da Pippo. Non era crollato, ma la "dondolata" era stata notevole. Devo dire, e Voi ne sarete certamente scandalizzati, che i ragazzi erano letteralmente festanti. A nessuno di loro andava giù di essere gli unici scolari regolari, o quasi, in Milano.
Poco dopo, uscì dal collegio uno dei padri. Era un giovane prefetto, con capelli scuri e accento meridionale. Potrei anche sbaglare ma, secondo me, era proprio il Rev. Padre De Rosa, oggi anziano condirettore delle Rivista ufficiale della Chiesa "LA CIVILTA' CATTOLICA".
Semplicemente ci disse che il collegio, causa Pippo, era inagibile e che avremmo ricevuto a casa comunicazione su come si sarebbe affrontato l'anno scolastico. Noi ce ne andammo, sicuri che per noi l'anno scolastico fosse già terminato e si sarebbe proseguito con il sistema dei compiti a casa e lezioni saltuarie.
Non fu così. I reverendi padri Gesuiti affittarono lo stabile della vicina Via Parini, dove si trovava il Collegio delle Orsoline, anche loro trasferitesi, con le alunne, fuori Milano. Era pure quello uno stabile ottocentesco, dotato di Chiesa, refettorio palestra e di tutto quanto serviva; li ci presentammo che doveva essere il 18 o 19 ottobre del 1944. Notammo che a due passi, in piazzale Fiume angolo con quella che oggi è via Turati, c'era il comando della Decima Mas. La zona era circondata da filo spinato, che tagliava a metà via Parini all'ìncrocio con via Appiani.
Era il 20 ottobre, circa le 11, quando suono' il GRANDE ALLARME. Il rettore ci disse di uscire dal Collegio, che non aveva un rifugio antiaereo neanche appena affidabile, e di cercare posto in qualche casa vicina. Lo trovammo in una di Via Appiani, casa recente dotata di rifugio regolamentare, e insieme al nostro Prefetto Padre Dossi scendemmo nel rifugio. Ma qui avemmo una brutta sorpresa: gli inquilini dissero al Padre che quello era un rifugio privato e che, pertanto, dovevamo andarcene in uno pubblico.
Le preghiere di Padre Dossi non sortirono nessun effetto e noi, tutti e quindici della terza media, ci ritrovamnmo in strada. Da allora ho sempre avuto l'idea che, molte volte, la cosiddetta gente bene (quelle era una casa di benestanti, in un quartiere della Milano "su", come si dice ) fosse molto meno bene di quanto apparisse. Non so perché, collegai questo fatto a quanto avevo visto sul Lago Maggiore giu' a Solcio, con tanta brava gente che sembrava neppure accorgersi di quanto succedeva intorno.
Eravamo li sul marciapiede, incerti sul da farsi, quando sopra di noi sentimmo un rumore fortissimo, assordante, di motori. Pochi secondi e sbucò dai tetti una formazione di aerei americani. Volavano bassissimo, non piu' di 200/250 metri forse meno, e si vedeva benissimo la stella bianca sulla fusoliera. Erano
quadrimotori con ala alta, che piu' tardi seppi essere "Liberators B-24". Io sentivo lo sfintere aprirsi. Se quelli mollavano le bombe (eravamo vicinissimi alla Decima Mas), noi eravamo fritti.
Fortunatamente gli aerei proseguirono e noi ci incamminammo per tornare in Collegio, ma saranno trascorsi uno o due minuti, non di più, quando sentimmo fortissime esplosioni provenire grosso modo dalla Stazione Centrale. Continuarono per almeno un minuto.
A mezzogiorno, con il cessato allarme, tornai a casa e nulla seppi fino all'indomani quando, venendo a scuola, fui informato che era stata bombardata una frazione di Milano, Gorla, con centinaia di morti inclusi duecento e più bambini delle elementari.
Un mio compagno di scuola, un certo Dellorto, che abitava a Precotto (frazione di Milano contigua a Gorla) mi disse che, quella mattina, rientrando aveva trovato sul marciapiedi di casa un piede di donna ancora dentro la scarpa.
Questo fu l'inizio dell'anno di scuola 1944-1945.
Un saluto.
Per i piu' giovani: guardate che scrivo soprattutto per Voi, per darVi l'idea del nostro mondo di allora, che forse neppure immaginate cosa fosse.


Sono storie stupende Ferruccio...
Continua, ti prego... Sono veramente curioso di vedere il seguito...
Io non sono fascista ma le tue storie sono comunque stupende... Sono una validissima testimonianza della vita di allora...
Continua, continua...
__________
Saluti liberaldemocratici di Destra![]()


Grazie Aledex! Quanto scrivi mi incoraggia a proseguire con ancor maggiore motivazione.Originally posted by Aledex
Sono storie stupende Ferruccio...
Continua, ti prego... Sono veramente curioso di vedere il seguito...
Io non sono fascista ma le tue storie sono comunque stupende... Sono una validissima testimonianza della vita di allora...
Continua, continua...
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Saluti liberaldemocratici di Destra![]()
Tieni presente che, con il 1944-45, andavo ormai per i quattordici anni e pertanto i ricordi si infoltiscono, cosa che rende più agevole il mio lavoro.
Ogni tanto, per vari motivi, mi torrnano in mente dettagli. Per esempio, giorni fa, da una trasmissione sul gerarca fascista BOTTAI, Rai 3, ho saputo chi aveva introdotto nelle elementari statali il cosidetto "lavoro manuale".
Alla nostra classe a Milano, la IV D , era stato assegnato il lavoro di ebanista, cioè lucidatori di mobili.
Per un anno, armati di carta vetrata delle diverse misure, mordente e vernice per mobili, avevamo imparato questo lavoro. Come e chi ci aveva dato questo tipo di "apprendimento" non si sa.
Alla fine c'era stato anche il cosidetto "capolavoro", cioè qualcosa di simile all'esame che gli apprendisti dovevano fare in un'azienda per essere assunti.
Io aveva fatto un portacarte da scrivania in legno e con quello passai l'esame. Il giorno stesso lo persi sul tram e non mi è rimasto quel bel ricordo!
A presto!
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Ho gia' detto che l'Istituto Leone XIII, dei Rev. Padri Gesuiti, aveva ripreso a funzionare utilizzando la sede del Collegio delle Orsoline in via Parini, a circa cento metri dal collegio andato distrutto a causa di una o due bombe di PIPPO.
Era un ambiente ben diverso dal Collegio di Clusone. I Padri erano per lo piu' persone raffinate e di cultura notevolissima, che li portatava però a voler sempre avere l'ultima parola. In pratica, avevano sempre ragione loro. In sottordine stavano i cosidetti Fratelli, una sorta di persone di servizio permanenti che facevano tutti i lavori più umili. Una specie di proletariato religioso.
Sovrastavano tutti i Padri due figure di sacerdoti: il Preside Rev. Padre Andretta e il nostro Padre Spirituale Fossati, due santi uomini in tutto e per tutto dei quali conservo grande memoria e che, in fin dei conti, furono gli unici a darmi veramente qualcosa. L'educazione dei Padri Gesuiti era basata su una grande sfiducia in noi ragazzi. Tendevano a deresponsabilizzarci alquanto e mantenevano sempre una certa distanza con noi.
Niente scapaccioni e niente dialetto bergamasco. E neanche fame; quando iniziò il doposcuola, e di conseguenza la refezione di mazzogiorno, notai come i pasti fossero qualitativamente e quantitativamente regolari e accettabili.
Nella mensa c'era l'inconveniente dello sfasciarsi di sedie e tavoli, conseguenza del fatto che le Orsoline avevano portato via tutto ed era stata utilizzata mobilia recuperata dal bombardamento. Ogni tanto qualcuno sprofondava dal pavimento. Un giorno cadde tutta una tavolata.
La nostra giornata, salvo il sabato, finiva alle 17, ora di uscita e che ci vedeva volare fuori e correre verso i vicini bastioni di Porta Venezia, dove da mesi si trovava un Luna Park, impossibilitato ormai a trasferirsi data la situazione di pericolo. Era un'autentica "corte dei miracoli". Vi affluivano ragazzi, adulti, militari italiani e tedeschi. Noi ci divertivamo sulle giostre, che erano quelle di allora calcinculo compreso, gabbia a spinta, ecc.
Ma l'attrazione più importante stava in fondo, verso Porta Venezia, ed era un casottello dove si poteva fare il tirassegno
alle pipette di gesso ferme o in movimento. La sua particolarità di stava nel fatto che non si vincevano i soliti pupazzetti di peluche o simili. Il premio era dato dalla proprietaria stessa e cioè Francesca, una bionda sui trent'anni.
In ordine crescente, se si arrivava ad un certo punteggio raggiungibile, però, dopo ripetute serie di cinque palline o piumini) c'erano questi premi: palpare il sedere di Francesca, mettere la mano sotto la camicetta e toccarle di conseguenza il seno oppure oltre la sottana e in mezzo alle gambe.
Non c'era premio più grosso. Se uno voleva la COSA, ed era maggiorenne, da un pertugio nella rete che circondava i giardini pubblici poteva accoppiarsi con Francesca pagando.
Lei metteve una coperta sul prato, ecc.
Noi ragazzini potevamo guardare rimanendo a una certa distanza, magari dietro una pianta; però a un certo punto,
sul finire dell'anno scolastico, fummo ammessi a stare in cerchio intorno. Ricordo che la Francesca emetteva grida che, come capii dopo erano, una simulazione dell'orgasmo; una volta gridò in milanese: "Uh che bel! Uh che bel!".
Dai Padri Gesuiti la parola SESSO era proibita; tutto quanto riguardava il sesso lo ignoravano, lasciando che la natura facesse il suo corso. L'educaziomne dei Gesuiti era quello che era, ma qui avevano ragione perché, in tal modo, non creavano nei ragazzi né complessi né sensi di colpa (coseguenza molto comune, invece, dell'educazione religiosa in genere.
Ciò non toglie che mi pentii di aver raccontato tutto questo, in confessione, al Padre Spirituale Fossati. Temetti gli prendesse un colpo quando sentì cosa combinavamo fuori dal Collegio.
Talvolta, alla sera, nel giardino pubblico vicino al Luna Park si esibiva, a grande richiesta e a pagamento, un soldato tedesco che, tenendo il pubblico a debita distanza, faceva esplodere una di quelle bombe a mano con il manico in legno in dotazione al suo esercito. Si metteva l'elmetto e, tenendo la bomba dritta sulla testa e il manico di legno appoggiato all'elmetto, la faceva esplodere. Io questo non lo vidi mai, però mi fu raccontato dai compagni. Non so se fosse vero o meno, tuttavia là non c'era più da stupirsi di nulla.
Una variante a tutto questo era uno scherzo, direi psicologico, che ordivamo ai danni dei passeggeri del tram che passava per Viale Vittorio Veneto.
Erano tempi di attacchi aerei e quant'altro, e tutti erano molto tesi. Noi acquistavamo per qualche lira circa cinquanta centimetri di nastro da mitragliatrice dai quasi coetanei delle Decima Mas e andavamo a piazzarlo sui binari del tram, al passaggio del quale provocava il rumore di una raffica che seminava il panico specie nei passeggeri e nel guidatore. Il mezzo si bloccava e tutti scappavano via terrorizzati, pensando a un attacco aereo. Noi ci godevamo lo spattacolo fuori portata, ma poi smettemmo perché i tranvieri avevano mangiato la foglia e non era il caso di insistere.
La fiera di Porta Venezia era un parte molto importante della nostra vita scolastica. A scuola andavamo con il massimo entisiasmo poiché ogni giorno, si può dire, era come se fosse una nuova avventura. Poi tornavo a casa, compiti già fatti, con il tram. I miei erano molto contenti di avermi messo all'Istituto Leone XIII, e io con loro.
Di quanto accadeva fuori dal Collegio neppure una parola. La nostra era come un'isola sul mare in tempesta. A dare tono alla scuola erano anche le lezioni di scherma, che facevano parte dell'educazione fisica ma solo per chi pagava. La retta era, secondo mia madre, abbastanza salata.
La giornata cominciava alle ore 8 con una Santa Messa con relativa Santa Comunione, motivo per il quale chi si era comunicato faceva colazione (a pagamento) in Istituto. Non sempre la colazione arrivava a buon fine, perché bastava una parola di uno qualsiasi che interrompesse il silenzio affinché la colazione venisse tolta; ma si pagava lo stesso, anche se la colazione veniva lasciata sui tavoli e si saliva in classe. Inchiostro (da versare nell'apposito calamaio), quaderni, diari, carte per i temi in classe, gomme, matite, penne ecc., tutto (o quasi) si acquistava alla cartoleria interna.
Dopo il pranzo c'era il doposcuola (a pagamento), che era ottimo perché, con un poco di faccia tosta, grazie ai padri prefetti si risolvevano tutte le difficoltà, in particolare di latino.
Avevamo anche imparato che, quando si chiedevano lumi al doposcuola, se c'era un certo prefetto era meglio mettersi davanti alla sua cattedra, spalle alla classe, e non vicino a lui, onde non essere discretamente "palpati".
Il nostro insegnante, però, non era un gesuita ma un prete solito Don Manazza. Altezza metri 1.50 circa, dotato di una bacchetta di bambù, con questa teneva a posto tutta la classe sia con tre vergate sulla mani (voleva le nocche rivolte all'insù) sia con bacchettate sulle gambe nude.
Un giorno ebbe da dire con il padre di un nostro compagno di classe, perché aveva dato da studiare a memoria la poesia del Giusti "Sant'Ambrogio", il che era stato interpretato in chiave antitedesca. Dopo il 25 aprile il compagno ebbe anche qualche minaccia da qualcuno che ricordava l'episodio, ma finì in nulla.
Un saluto a tutti. Ditemi se Vi annoio.
Originally posted by Ferruccio
Un saluto a tutti.Ditemi se Vi annoio.
Ti leggo con la stessa attenzione con la quale ascoltavo mio padre nei suoi racconti...Con immenso piacere.
MarcoL.


Annoiarci? Sarebbe difficile immaginare, carissimo Ferruccio, uno spaccato più interessante ed emozionante della vita quotidiana di quel periodo... Grazie, anzi, per il patrimonio di ricordi che stai elargendo a noi tutti...Originally posted by Ferruccio
Un saluto a tutti.Ditemi se Vi annoio.
Ciao.