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Risultati da 1 a 10 di 42
  1. #1
    DaBak
    Ospite

    Predefinito x salot e anche per gli altri

    postate tutto ciò che è possibile trovare sui rapporti tra islam, nazismo e fascismo, sui movimenti rivoluzionari islamici e sui movimenti del nazionalismo arabo!!!
    E' un ordine!!!

    P.s:non provate a dirmi che sono arrogante...non fate i democratici...se poi proprio volete..perpiacere...

  2. #2
    Forumista senior
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    'il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco' E. Rommel
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    saloth si scatenerà...

  3. #3
    DaBak
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Fenriz
    saloth si scatenerà...
    Lo spero
    zigaaaail Saloth....

  4. #4
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito

    «Mussolini è nel cuore dei musulmani di tutto il mondo, perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la loro fede».
    Queste parole di Halsuia el Morgani, discendente del Profeta ed esponente della "tariga khatmiyya" (un ordine iniziatico islamico presente in Sudan, in Egitto e sulle rive del Mar Rosso) sono emblematiche dei sentimenti che animarono le popolazioni musulmane dell'ex-Africa Orientale Italiana nei confronti del Fascismo.
    Molto diversamente, purtroppo, andarono le cose nella colonia libica, dove fin dal 1912 l'Italietta liberale aveva avuto a che fare con la guerriglia senussita. Il Fascismo ereditò una situazione difficilmente rimediabile, che fu probabilmente aggravata dalla funzione di un individuo come Pietro Badoglio, governatore della Tripolitania. Fu lui, Badoglio, a chiedere la testa del capo senussita, Omar al Mukhtâr, del quale viene revocata l'eroica figura in queste pagine di Muhammad Asad, un europeo entrato in Islam negli anni venti di questo secolo.
    Muhammad Asad, morto recentemente, quasi centenario, in Spagna, scrisse un'autobiografia, "La via verso la Mecca", che è stata tradotta in una quindicina di lingue, dall'olandese al giapponese. In Italia, il libro non è stato pubblicato, perché l'editore aveva posto come condizione che venisse eliminato il capitolo relativo alla guerriglia senussita. È questo «capitolo dello scandalo» che le Ed. all'insegna del Veltro hanno pubblicato col titolo di "Jihad": e ciò nel medesimo anno in cui un regista arabo girò un film, "Il leone del deserto", che si ispirava appunto alla storia di Omar el Mukhtâr. Nemmeno il film è mai circolato in Italia, se non in qualche circolo privato.
    Ai censori del libro ed ai sabotatori del film (antifascisti di regime ma anche post-fascisti come l'on. Olindo del Donno, egualmente preoccupati di impedire la «propaganda di Gheddafi») dedichiamo queste righe di Rodolfo Graziani, che rendono un cavalleresco onore delle armi al mugiàhid libico e manifestano una serenità di giudizio esemplare.
    «Era dotato di intelligenza pronta e vivace; era colto in materia religiosa, palesava carattere energico e irruente, disinteressato e intransigente; infine, era rimasto molto religioso e povero, sebbene fosse stato uno dei personaggi più rilevanti della Senussia».

  5. #5
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Faccio prima a mandarteli via email no ?

    Sono decine...

  6. #6
    ulfenor
    Ospite

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    Il sostegno dell'Italia alla prima intifâda

    di Stefano Fabei

    lunedì, 04 luglio 2005



    http://www.aljazira.it/


    Per gentile concessione dell'Autore, ripubblichiamo un articolo che getta nuova luce su una pagina misconosciuta dei rapporti italo-arabi: le relazioni tra il governo fascista di Roma e i patrioti palestinesi in lotta contro la colonizzazione della loro terra da parte del Sionismo.



    Il sostegno dell'Italia alla prima intifâda
    I rapporti tra fascismo e nazionalismo palestinese negli anni Trenta


    “Studi Piacentini”
    Rivista dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea
    n. 35/2004 – pp. 145-175


    L'analisi della documentazione del Servizio Informazioni Militari, relativa alla «Fornitura di armi belghe alla Palestina», conservata presso l'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, unitamente alla lettura di alcuni documenti dell'Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri relativi ai rapporti tra il nazionalismo palestinese e l'Italia negli anni Trenta (documentazione in questo caso restaurata e ammessa alla consultazione a metà degli anni Ottanta[1]) ci permette di affermare che l'Italia fu il primo Stato europeo a sostenere concretamente la lotta di liberazione del popolo palestinese dal mandato britannico e dal progetto sionista in Terra Santa, smentendo la tesi, sostenuta dallo storico palestinese George Antonius fin dal 1938, secondo cui nella rivolta iniziata nel 1936 non avrebbero esercitato alcun ruolo elementi esterni.

    Il sostegno finanziario italiano alla prima intifâda e alla lotta antisionista ed antibritannica dei palestinesi giocò una parte se non determinante certo significativa, che altrove abbiamo analizzato nei suoi presupposti e nelle sue implicazioni.[2]
    Di là dalle originarie prese di posizione filoarabe di Mussolini e di alcuni settori del fascismo, tale appoggio fu determinato da varie ragioni e offerto in vista di obiettivi geopolitici che non possono essere analizzati e compresi al di fuori del loro contesto storico: la lotta nazionale degli arabi di Palestina, la sempre più massiccia immigrazione ebraica, determinata dall'avvento al potere del nazionalsocialismo in Germania e rispondente ai progetti del sionismo, l'equivoca e incoerente azione della potenza mandataria in Terra Santa, il desiderio italiano di ricorrere a ogni mezzo per esercitare sull'Inghilterra pressioni, al fine di pervenire con Londra ad un accordo generale. Tutte queste attività dovevano estendere il prestigio di Roma a danno di quello britannico, senza tuttavia uscire dai limiti stabiliti dalle esigenze generali della politica estera orientale e di quella europea. L'Italia, insomma, auspicava una sempre più serrata competizione, ma non una rottura, con la Gran Bretagna e i caratteri di questa sua politica rimasero pressoché immutati fino al 1940, vale a dire fino all'entrata in guerra al fianco della Germania. In questo contesto vengono ad inserirsi le vicende che qui di seguito ricostruiamo sulla base dei documenti sopra citati.

    · Primi contatti con la leadership palestinese

    Per ordine di Mussolini i primi contatti con il Gran Mufti di Gerusalemme, Hâjj Amîn ‘Alî al-Husaynî, furono presi da Mariano De Angelis, console generale a Gerusalemme, nel 1933. L'atteggiamento della massima autorità politico-religiosa palestinese verso gli italiani era allora caratterizzato da diffidenza e scetticismo dovuti al fatto che Roma per due volte lo aveva già cercato e poi abbandonato nel corso dell'azione.
    Nel 1934 Riccardo Astuto, governatore dell’Eritrea, invitò il Mufti, reduce dalla missione di pacificazione alla Mecca e a San‘â’ tra Ibn Sa‘ûd e l’Imâm dello Yemen, a trascorrere tre giorni, suo ospite, all’Asmara. Fu però solo nel 1936 che cominciò, dopo i primi approcci e le dichiarazioni reciproche di simpatia, una fattiva collaborazione. Allora, all'inizio della grande rivolta in Palestina, Hâjj Amîn chiese all'Italia armi, munizioni e finanziamenti.
    Per comprendere i motivi che, da una parte, spinsero al-Husaynî a cercare l’appoggio di Roma e, dall'altra, indussero il Duce a sostenere l’attività del Mufti contro il dominio britannico e contro il Focolare Nazionale Ebraico, va considerato che per entrambi l'Inghilterra costituiva il nemico da combattere, anche se diverse erano le cause di tale ostilità e diversi, in quegli anni, gli obiettivi di italiani e palestinesi.
    Per al-Husaynî la Gran Bretagna era il nemico principale degli arabi e dell'Islâm e le vicende della Palestina lo avevano portato a radicalizzare sempre più questa sua convinzione. Per l’Italia i termini erano diversi nel senso che se esistevano motivi di rivalità con l’Inghilterra fu solo la crisi successiva alla guerra d'Etiopia a pregiudicare i rapporti buoni tra Roma e Londra. Per Mussolini questa era un avversario con cui si poteva trattare, tanto che quando si presentò l'opportunità, con aiuti finanziari e militari, di arrecare un duro colpo all’Inghilterra in Palestina, continuando a sostenere la rivolta araba, Roma, per non pregiudicare le relazioni con Londra, non lo fece.
    Nel 1936 i rapporti tra la leadership palestinese e l'Italia si intensificarono producendo i primi risultati concreti. Il31 gennaio Mussolini, alla presenza di Fulvio Suvich (sottosegretario agli Affari Esteri dal 20 luglio 1932 all'11 giugno 1935), ricevette De Angelis[3] che interrogò sulla situazione in Palestina e in Transgiordania. Il diplomatico, illustrate le posizioni dei tre elementi in gioco nell'area, l’inglese l’arabo e il sionista, evidenziò lo stato di crescente tensione determinatosi in seguito allo scoppio del «conflitto italo-anglo-etiopico», aggiungendo che, proprio in dipendenza dell’attuale stato di cose, il Mufti – leader con Ibn Sa‘ûd del movimento nazionalista arabo – lo aveva pregato di sottoporre all'attenzione e raccomandare al Duce quello che già da tempo costituiva una tendenza e un proposito ancora indefinito, ma che adesso, a causa dell’accresciuta immigrazione sionista e per ragioni contingenti tattiche, quali l’esasperato nazionalismo arabo e le preoccupazioni dell’Inghilterra su vari fronti, era diventato un piano preciso: l'azione in Palestina e in Transgiordania.
    Di fronte alla richiesta del Mufti, presentata da De Angelis a Mussolini, di 100.000 sterline, 10.000 fucili con relative munizioni e sei mitragliatrici antiaeree per porre fine all'immigrazione ebraica in Palestina e abbattere in Transgiordania l’emiro ‘Abdallâh, uomo dell’Inghilterra, il Duce volle concedere al Mufti il proprio aiuto, «in ragione della posizione assunta dall’Italia nei confronti del nazionalismo arabo, e per dar fastidio agli Inglesi».[4]
    De Angelis, che pure aveva sollecitato l'accoglimento di tali richieste raccomandò tuttavia che la cosa avvenisse in segreto e senza lasciar traccia del concorso italiano. Mussolini si disse d'accordo, affermando che bisognava evitare di fornire al giudaismo elementi utilizzabili a giustificazione del suo atteggiamento ostile all'Italia. Per quanto considerasse la sorte degli arabi in Palestina «compromessa», il Duce volle soddisfare il Mufti: sì quindi alla concessione di 100.000 sterline e alla fornitura di fucili e mitragliatrici che potevano essere inviati dall’Eritrea al re saudita che avrebbe dovuto prima richiederle e poi, una volta ricevute, inoltrarle in Palestina.
    Nei giorni successivi a questo incontro la temperatura in Palestina crebbe fino a degenerare nella rivolta che sarebbe durata fino al 1939. Già nei mesi prima c'era stato comunque un aumento della tensione. Con il secondo congresso degli ‘ulamâ’[5], apertosi a Gerusalemme il 14 febbraio 1936, il Mufti aveva invocato maggiori sforzi nella lotta contro l'immigrazione ebraica e la vendita delle terre da parte di latifondisti arabi non originari della Palestina, ritenuti complici del processo di spoliazione in corso. Non preoccupandosi dei bisogni della maggior parte della popolazione, procedevano infatti alle alienazioni accettando la condizione imposta dagli acquirenti ebrei che i terreni fossero messi a disposizione di chi li acquistava privi di qualsiasi occupante o servitù. Il fatto poi che i nuovi padroni non accettassero manodopera araba aveva gettato sul lastrico molte famiglie di contadini, i quali erano stati così costretti a trasferirsi nelle bidonvilles di baracche di Acri dove erano nate, fin dai primi anni Trenta, organizzazioni segrete che, come quella creata nel 1935 dallo sceicco ‘Izz al-Dîn al-Qassâm, avevano dato inizio all'attività di resistenza dei mujâhidîn, alla guerriglia contro gli inglesi e gli ebrei.[6] Dopo la morte in battaglia di al-Qassâm molti palestinesi avevano deciso di seguirne l'esempio e da allora fino all'inizio dello sciopero dell'aprile 1936, la «fratellanza di al-Qassâm» aveva condotto il jihâd contro le forze britanniche nel nord della Palestina. Il 5 aprile 1936 i capi della Società per la guerra santa (al-Jihâd al-Muqaddas) guidata da ‘Abd al-Qâder al-Husaynî, un parente del Mufti, avevano deciso di creare gruppi di resistenza che cooperassero con la fratellanza di al-Qassâm.[7] Anche gli ebrei, però, si erano intanto organizzati per proteggere i loro insediamenti e, dopo circa dieci giorni di scontri, il 24 aprile il Mufti aveva assunto la guida dello sciopero insieme al Supremo Comitato Arabo proclamandone la continuazione per indurre la mandataria a cambiare politica, a bloccare l'immigrazione e il trasferimento delle terre ai sionisti.
    La cosa era stata vista positivamente dalle autorità britanniche che confidavano nella sua azione di mediatore, ingannandosi però giacché il Mufti si proponeva di intensificare la rivolta fino a paralizzare la capacità d'azione della mandataria. Nello stesso tempo, come Roma gli aveva consigliato, avrebbe battuto, fuori del Paese, la via della propaganda a favore della Palestina, cosa per la quale al-Husaynî sollecitava il versamento delle ulteriori 16.000 sterline a lui promesse.[8]
    Se in gennaio il Duce aveva approvato la fornitura tanto del denaro quanto delle armi, nei fatti poi De Angelis fu incaricato da Palazzo Chigi di comunicare al Mufti che gli si accordavano, con la fornitura militare, 25.000 sterline.[9]
    Per non insospettire gli inglesi Ibn Sa‘ûd non richiese le armi ma grazie al ruolo d'intermediario tra al-Husaynî e l'Italia, sollecitò aiuti per il suo Paese, chiedendo un'esplicita dichiarazione in cui Roma affermasse di non avere pretese sul mondo arabo.[10]
    Delle 25.000 sterline promesse, ai primi di luglio ne erano state versate al Mufti solo 12.000.
    A differenza di Ibn Sa‘ûd, al-Husaynî puntava molto sull’aiuto italiano e, di fronte agli insperati sviluppi del movimento palestinese, tornava a chiedere 75.000 sterline, per condurre a buon fine, senza ulteriori aiuti, l’attuale importante fase della propria azione. Nella Transgiordania, fino allora tranquilla, erano pronte a mettersi in moto forze capaci di far traboccare la bilancia nel senso desiderato dagli arabi, ma condizione necessaria erano questi aiuti finanziari.
    Gli immediati obiettivi arabi erano tre: 1°) l'arresto dell’immigrazione; 2°) il blocco della vendita delle terre agli ebrei; 3°) la costituzione in Palestina di un governo nazionale a base rappresentativa.
    Esisteva, per il Mufti, una serie di circostanze che permettevano di ritenere tutt'altro che priva di fondamento la sua fiducia in un successo della causa palestinese: la resistenza insolita del fronte unico dei partiti arabi; la combattività con cui le masse rispondevano alla repressione inglese e la loro determinazione a disarmare solo ad obiettivi raggiunti; la crescente paralisi della vita del Paese, con i conseguenti gravi colpi agli interessi ebraici e agli sviluppi del sionismo; il disorientamento dell’amministrazione mandataria e il suo pessimismo di fronte alla situazione.
    Non c'era quindi da meravigliarsi del fatto che al-Husaynî guardasse con ansia all'Italia al cui console generale a Gerusalemme aveva dichiarato: «Dite al Signor Mussolini che sono sceso in campo io stesso perché credo alle sue promesse ed al suo appoggio».[11]
    Sostenere il Mufti, per De Angelis, era nell'interesse dell'Italia che così poteva interferire nella politica della Gran Bretagna mirante a consolidare le proprie posizioni in Medio Oriente.
    Appoggiando il movimento nazionalista nel Vicino Oriente Roma si sarebbe garantita una partecipazione all'immancabile utilizzazione futura «ai fini imperiali europei» di alcuni punti del territorio palestinese e sarebbe riuscita senza particolari problemi a esercitare la sua influenza sugli sviluppi internazionali del mandato in Palestina. Oltre a queste, c'era anche un'altra ragione, fondamentale, che induceva Roma a sostenere la causa palestinese: la consapevolezza che uno Stato ebraico avrebbe avuto un carattere sfavorevole ai suoi interessi. Indizi inequivocabili e ammonitori in tal senso erano emersi durante la conquista dell'Etiopia, ma fin dal 1933 De Angelis aveva avvertito circa i prevedibili atteggiamenti di un eventuale Stato ebraico verso l'Italia. A suo giudizio il movimento arabo sembrava poter pregiudicare in Palestina il successo dei progetti ebraici, l'appoggio inglese ai quali adesso non era più così sicuro. Pertanto le richieste del Mufti dovevano essere accolte fornendo gli aiuti con la massima discrezione, tanto più che, nonostante le voci di ingerenze fasciste nei disordini, le autorità mandatarie erano convinteche il rappresentante italiano in Palestina non avesse giocato alcun ruolo in tal senso.



    La nomina di Galeazzo Ciano a ministro degli Esteri l'11 giugno 1936 sembrò segnare l'inizio di una politica araba, se non più spregiudicata, certo meno prudente di quella fino allora adottata: dal 20 luglio del 1932 questo ministero era stato retto da Mussolini che si era avvalso della collaborazione del sottosegretario Fulvio Suvich, molto cauto nelle aperture al mondo arabo. Con l'arrivo di Ciano a Palazzo Chigi Suvich fu rimpiazzato, così come molti altri funzionari, da Bastianini. A quanto risulta dalla «Relazione di massima» sulla politica verso il mondo arabo, sottoposta al genero del Duce il 15 e da lui approvata il 20 luglio 1936, l'Italia, dopo l'impresa etiopica, aveva assunto un ruolo di grande rilevanza a livello europeo e internazionale. Pertanto Roma non avrebbe dovuto arrestare la sua azione verso il mondo arabo-musulmano ma, anzi, svilupparla ulteriormente, così da affermare sempre più la propria influenza morale, culturale e commerciale sui Paesi arabi ed esercitare, attraverso questi, pressioni sulla Francia e sull'Inghilterra. Occorreva pertanto agire sul piano della propaganda e dei contatti con le personalità politiche.[12]
    Undici giorni dopo la nomina di Ciano, De Angelis, dovendo rientrare a Gerusalemme, cercò ancora una volta (come aveva già fatto il 9 giugno, due giorni prima quindi dell'arrivo a Palazzo Chigi del nuovo titolare) di sapere cosa dovesse rispondere al Mufti circa la richiesta d'aiuto. Nell'appunto da lui redatto affermava che, rassicurando il leader palestinese circa l'appoggio italiano, lo avrebbe informato che era già stata disposta l'immediata corresponsione dell'arretrato sulla somma concessa in febbraio, spiegando il ritardo del versamento. Quanto alla richiesta di 75.000 sterline fatta da al-Husaynî sotto la pressione degli avvenimenti in corso e nella convinzione che la cifra gli sarebbe bastata a condurre l'azione intrapresa fino ai risultati sostanziali che già si stavano delineando – sospensione dell'immigrazione ebraica in Palestina – De Angelis faceva ancora presente come fosse necessario dare una risposta concreta. Al Mufti sceso in campo confidando nelle promesse di Mussolini non si poteva dare l'impressione che l'amicizia dell'Italia fosse esitante, specie in questo momento critico del nazionalismo arabo. Roma non poteva rischiare di perdere la fiducia di un capo così influente nell'Oriente.[13] De Angelis consigliava, quindi, di dargli una risposta di massima favorevole, precisando che, della somma richiesta, una prima quota di 25.000 sterline sarebbe stata corrisposta in settembre e le altre due quote uguali, ciascuna a distanza di due mesi, a seconda degli sviluppi degli avvenimenti in Palestina.
    Il 9 settembre a Cernobbio un fiduciario del Mufti, Mûsà Bey al-‘Alamî[14], incontrando un funzionario di Palazzo Chigi gli disse di essere venuto in Italia per consegnare una lettera di al-Husaynî al Duce e sollecitare aiuti per la causa palestinese. Oltre le 13.000 sterline già accordate e che il 10 settembre un corriere avrebbe consegnato al suo emissario a Ginevra, il Mufti chiedeva ancora le suddette 75.000 sterline, possibilmente in una sola rata o in poche rate da versarsi a breve scadenza; 10.000 fucili con 1.000 cartucce per ogni fucile; 5.000 bombe a mano; 25 mitragliatrici leggere e 12 pesanti con relative munizioni; alcuni lanciabombe con relativi proietti. Per compiere attentati di maggiori dimensioni rispetto a quelli fino allora compiuti, al-Husaynî chiedeva che l'Italia fornisse personale tecnico e agenti capaci di organizzare l'inquinamento dell'acquedotto di Tel Aviv, città in cui si trovava la grande maggioranza degli ebrei stabilitisi in Palestina.[15]
    Mûsà al-‘Alamî informò il suo interlocutore dell'accordo segreto tra il Mufti e importanti personalità del mondo arabo mirante a conseguire i seguenti obiettivi: la fine dell'immigrazione ebraica in Palestina; la sostituzione dell'emiro ‘Abdallâh in Transgiordania con Faysal, secondogenito del re saudita; l'indipendenza di Palestina, Transgiordania e Siria; la costituzione di una federazione comprendente Siria, Iraq, Palestina, Transgiordania, Hijâz e Yemen.
    Al-‘Alamî disse che avrebbe raggiunto Roma verso il 18 settembre, per incontrare Ciano e Mussolini, e che nell'interesse delle due parti occorreva mantenere su tutto il segreto più assoluto.
    Da un appunto per il Duce del 26 settembre 1936, da lui approvato e siglato, risulta che l'emissario palestinese, latore di una lettera, chiese al funzionario degli Esteri se l'Italia intendesse inviare ancora gli aiuti promessi. Dopo le assicurazioni sulle immutate intenzioni di Roma, all'uomo di al-Husaynî fu comunicato che, per quanto riguardava le armi e le munizioni, gli italiani avevano già preparato e accantonato, a cura del ministero della Guerra, 4248 fucili di marca belga, con 7.000.000 di cartucce, e 75 mitragliatrici «S. Etienne», con 70.000 cartucce, e che erano pronti a fornirli non appena si fosse trovato il modo di farlo senza alcun rischio. Circa il materiale e il personale per provocare attentati e inquinare l’acquedotto di Tel Aviv, Roma era disposta a fornirlo, ma solo in un secondo tempo avrebbe esaminato la convenienza di inviare uomini abili allo scopo, nel caso fosse possibile addestrare dei sottufficiali libici. Quanto alle altre 75.000 sterline, la richiesta sarebbe stata sottoposta a Mussolini, in considerazione delle non poche difficoltà dovute al fatto che si trattava di una notevole somma da esportare in valuta straniera. Il relatore dell'«Appunto per il Duce», esprimendo il proprio punto di vista, riteneva che si potesse accedere anche a quest’ultima richiesta, ma alle seguenti condizioni: versamento di 25.000 sterline, ogni quattro mesi, per tre quadrimestri successivi. Aggiungeva inoltre che i versamenti sarebbero stati puntualmente effettuati se gli arabi avessero continuato a mantenere in Palestina la situazione attuale, rendendola sempre più grave; sarebbero stati, invece, sospesi qualora essi avessero ceduto alla pressione inglese.[16]
    Sempre nel dicembre del 1936, allo scopo di perfezionare gli accordi presi, relativi all'invio di armi e munizioni e all'incontro in Grecia fissato per il 20 gennaio 1937, di controllare l'attività di al-‘Alamî e accertarne l'affidabilità, nonché per sollecitare notizie sull'attuale situazione palestinese, il maggiore I. Berionni del SIM si recò in Medio Oriente per incontrare prima, a Damasco, il negoziatore del Mufti, quindi quest'ultimo, a Gerusalemme.
    Il piano italiano prevedeva che un motoveliero, dopo esser partito da Taranto, trasbordasse il carico su apposite imbarcazioni a quattro miglia ad ovest della foce del fiume Litani, sulla costa meridionale del Libano. Da qui uomini di fiducia di al-Husaynî avrebbero provveduto al trasferimento del materiale in Palestina. L'incontro con i velieri avrebbe dovuto aver luogo la notte del 31 dicembre, in quanto si riteneva che in occasione della festa di capodanno la vigilanza dei doganieri francesi e libanesi nella zona sarebbe stata ancora minore del solito.[17]
    Nonostante la messa a punto dei dettagli relativi all'operazione Berionni decise poi che era opportuno sospendere l'invio.[18] Si recò a Gerusalemme per riesaminare la questione con il Mufti. Il rinvio dell'operazione – telegrafò il maggiore del SIM – si rendeva necessario per due ragioni: la prima era che la luna piena e il mare agitato avrebbero potuto comportare dei rischi; la seconda consisteva nel fatto che si sarebbe potuto provvedere all'invio del materiale con maggiori garanzie di sicurezza, sia tramite il re saudita, sia facendo effettuare in alto mare il trasbordo di tutto il materiale dal motoveliero italiano su un piroscafo appartenente al comitato esecutivo palestinese.[19]
    Dopo due giorni di permanenza a Gerusalemme, l'agente italiano incontrò il leader palestinese. Insieme decisero che il motoveliero giungesse, «palesemente», in un porto dell'Hijâz, considerando il materiale bellico ivi contenuto come spedizione di quanto richiesto dal governo saudita. Se Ibn Sa‘ûd non avesse dato il suo consenso – possibilità alquanto remota a giudizio di al-Husaynî – si sarebbe messo in atto un programma prestabilito, secondo modalità che il Mufti avrebbe studiato e preordinato in base ai particolari forniti da Berionni. Quelli relativi all'invio sarebbero stati ridefiniti il 20 gennaio 1937 ad Atene dove era previsto un incontro con «il signor Darwîsh Jahak» (Ishâq Darwîsh), altro fiduciario del Mufti, per il versamento di 10.000 sterline. Per il momento le armi e le munizioni vennero accantonate.[20]



    Il Mufti espresse a Berionni la sua riconoscenza verso l'Italia dichiarandosi dolente per il fatto che in quel momento il popolo arabo dovesse solo chiedere; assicurava, però, che «raggiunto lo scopo per il quale tutti lottano con fede, gli arabi non dimenticheranno l'aiuto ricevuto e sapranno tangibilmente dimostrare al governo italiano la loro gratitudine».[21] Circa la questione dell'affidabilità di Mûsà al-‘Alamî, Berionni fu rassicurato: «I versamenti fatti pel suo tramite sono giunti tutti puntualmente a destinazione».[22]
    Quanto alla Palestina – dove la commissione Peel aveva ultimato il suo compito e il governo britannico cercava di mantenere latente l'antagonismo esistente tra arabi ed ebrei continuando a «ricavare lauti profitti sfruttando la produzione del ricco israelita» – Berionni osservava che anche dopo la recente sconfitta politica nella questione etiopica, il prestigio inglese non sembrava diminuito e che la Gran Bretagna era sempre considerata scaltra, abile nella politica coloniale e potente, soprattutto dal punto di vista finanziario. Londra era in parte preoccupata dall'accresciuto dinamismo della politica araba di Roma – proprio in quegli anni si diffuse tra gli inglesi, a proposito del Medio Oriente, la psicosi dell'«italiano sotto il letto» – ma tali timori sarebbero poi risultati eccessivi. Certo è che allora l'Italia conquistò simpatie nel mondo islamico e, come il Mufti disse a Berionni, avrebbe potuto contare nel futuro non solo sui palestinesi ma su tutti gli arabi dell'Oriente.


    · Il ministero degli Esteri, il SIM e l'infinita trattativa con gli emissari del Mufti

    Ai primi di gennaio del 1937, anche per le intervenute intese con gli agenti palestinesi, tutto risultava pronto per procedere alle forniture. Il ministero degli Esteri, tuttavia, adducendo motivazioni politiche, le rinviò a varie scadenze successive, finché il 4 marzo decise di sospenderle definitivamente.[23]
    Nel frattempo, in considerazione del modo soddisfacente in cui aveva svolto il suo compito in Medio Oriente, Berionni fu incaricato di una nuova missione da compiere ad Atene il 20 gennaio 1937. Prosieguo di quella compiuta in Palestina a metà dicembre, doveva servire, fra l'altro, a definire gli accordi iniziati circa il trasporto del materiale militare promesso, a mettere a punto alcuni particolari relativi all'incontro di febbraio a Vienna, a consegnare 10.000 sterline. L'emissario Ishâq Darwîsh informò l'agente italiano che era stata chiesta al re saudita la disponibilità a permettere lo sbarco di materiale da acquistarsi in Europa con o senza regolare richiesta; Ibn Sa‘ûd aveva acconsentito, consigliando però, per nascondere il carico destinato al Mufti, di approfittare di un analogo acquisto che egli avrebbe fatto a marzo – dopo il pellegrinaggio alla Mecca, tra il 20 febbraio e il 7 marzo – in Belgio, dove avrebbe inviato un proprio ufficiale.
    Il piroscafo con il materiale per i palestinesi avrebbe pertanto dovuto raggiungere il Belgio e qui caricare quello acquistato dai sauditi. Al-Husaynî aveva quindi deciso d'inviare in Europa Darwîsh proprio nello stesso periodo, per far vedere che anche lui mandava nel vecchio continente un suo uomo alla ricerca e all'acquisto del materiale. In Belgio l'agente del Mufti avrebbe atteso il piroscafo per sorvegliare il proprio carico, già a bordo, mentre veniva effettuato quello destinato ai sauditi, e per assicurare l'incognita della provenienza. Qualora la suddetta modalità di trasporto fosse stata considerata inattuabile si sarebbe studiato il modo per «un invio diretto e regolare del materiale» in un porto a sud di Alessandretta (Iskenderun).[24]
    Per non mandare una seconda persona Darwîsh chiese all'agente italiano che l'incontro fissato per il 28 febbraio a Vienna fosse rimandato al 20 marzo, quando lui sarebbe stato in Europa per la pseudo ricerca e l'acquisto del materiale. Disse a Berionni che al-‘Alamî desiderava incontrarsi con il dottor Hoff[25] il 20 marzo all'ospizio italiano di Tiberia (Palestina) per parlare di questioni molto importanti. Questa data era stata stabilita per aspettare che il Mufti rientrasse dalla Mecca, dove si sarebbe recato il 15 febbraio per incontrarsi con il re saudita. Qualora quel giorno non fosse stato possibile effettuare l'incontro occorreva stabilire un'altra data dello stesso mese, comunque non prima del 7 marzo; questo per attendere il ritorno del Mufti dalla Mecca coi risultati del colloquio con Ibn Sa‘ûd. Se Caruso avesse accettato tale invito sarebbe stato possibile annullare l'incontro a Vienna. Il pacchetto contenente le 10.000 sterline avrebbe potuto essere consegnato da Caruso a una persona di fiducia a Damasco o a Beirut così da evitare sospetti alla frontiera palestinese, oppure laddove, come in Francia, non esisteva controllo di moneta.
    L'agente del Mufti chiese a Berionni 400 fucili lancia-bombe, altrettante pistole Mauser e munizioni per 6.000 fucili.
    Per il maggiore del SIM c'erano degli elementi da tenere presenti per la sollecita definizione della questione: non poteva essere accettato l'invio del piroscafo nel Belgio per la lontananza e soprattutto per la rotta che avrebbe dovuto seguire con un carico di estrema delicatezza; non poteva essere neppure accettato l'invio del materiale in Siria, anche perché, in virtù di un trattato esistente, solo al governo francese spettava il diritto di fornire armi e munizioni a Damasco. L'unica soluzione rimaneva quella di una richiesta regolare fatta dal re saudita; in tal senso si doveva pertanto esaminare la faccenda. Berionni aveva ritenuto opportuno far presente all'emissario del Mufti che non era il caso di preoccuparsi qualora, adesso, ostacoli di vario tipo avessero impedito di attuare l'operazione: si sarebbero potute attendere occasioni e circostanze più favorevoli per garantire all'impresa l'auspicato esito.[26]
    In aprile Palazzo Chigi, volendo procedere alla spedizione delle armi e degli esplosivi già accantonati a Taranto e poi ritirati in seguito al suo parere sospensivo, desiderava essere al più presto informato dal SIM se fossero disponibili, oltre ai materiali già apprestati, circa mille pistole di marca straniera, con relative munizioni, e un milione di cartucce per fucili inglesi e tedeschi; entro quanto tempo potessero essere nuovamente accantonati a Taranto; se il ministero della Guerra potesse fornire un piroscafo «che caricherebbe nostro materiale e poi – o prima – andrebbe a caricarne altro per Ibn Saud in porto estero o nazionale» e indicargli il nome, vero o fittizio, di un agente nazionale da segnalare al fiduciario del re saudita.[27] Dopo queste richieste di informazioni dal SIM, il 15 aprile Ciano, con una lettera a Pariani (dal 7 ottobre 1936 ministro della Guerra) rinnovava la richiesta d'invio dei materiali da attuarsi aggiungendo a quanto già accantonato a Taranto un quantitativo di cartucce per il munizionamento di 6.000 fucili e 500 pistole di marca straniera, se possibile Mauser.[28] Il materiale avrebbe dovuto essere trasferito sul piroscafo ingaggiato dai sauditi, sul quale sarebbe stato caricato anche quello acquistato in proprio in Italia; loro avrebbero poi inviato in Palestina quanto ad essa destinato.
    Il 17 aprile il capo gabinetto del ministero della Guerra trasmetteva al colonnello Angioy del SIM una copia delle lettera di Ciano a Pariani, informandolo sulla quantità disponibile di cartucce per fucili e di pistole con relativo munizionamento.[29]
    Il 21 aprile, due giorni dopo l'incontro di Casto Caruso con Angioy, il SIM di concerto con Palazzo Chigi dava il via all'approntamento del materiale bellico che avrebbe dovuto essere pronto a Taranto entro 20-25 giorni, raccomandando che negli involucri non fosse presente alcuna indicazione della provenienza italiana.[30] A fine aprile il materiale risultava pronto per la spedizione alla Direzione di Artiglieria di Taranto.[31]
    Fu predisposto l'ingaggio di un piroscafo da 1500 tonnellate che avrebbe dovuto raggiungere Taranto entro 8-10 giorni dal preavviso. Un agente di Ibn Sa‘ûd, in base agli accordi presi dal ministero degli Esteri con Caruso, avrebbe dovuto chiedere all'armatore, Aiello-Catruni, il mezzo di trasporto. Tale domanda sarebbe stata il primo preavviso per l'avvio dell'operazione. La richiesta saudita, tuttavia, non arrivò.[32]
    Il 16 e il 17 luglio al-‘Alamî incontrò a Vienna Berionni e lo pregò di esprimere a Ciano e Mussolini la gratitudine del Mufti per gli aiuti inviati nell'ultimo anno ai palestinesi. Discussero della situazione politica mediorientale e del ruolo dell'Italia nella regione. Berionni rassicurò al-‘Alamî che l'atteggiamento più moderato di recente assunto da Radio Bari non implicava affatto un mutamento nella politica verso gli arabi di Palestina, ma costituiva solo una concessione formale fatta agli inglesi per il momento, allo scopo di raggiungere un determinato obiettivo.
    Nell'Oriente arabo, disse al-‘Alamî,la situazione era tesa da ogni punto di vista, specie in Siria e in Palestina, dove le posizioni ostili all'Inghilterra, alla Francia e alla Turchia si stavano rafforzando. A giudizio del Mufti Londra, Parigi e Ankara, nell'ultimo anno, avevano solo tramato contro Roma la quale godeva ormai di una considerazione tale che i politici responsabili di Siria, Palestina, Iraq e regno saudita erano pronti, qualora incoraggiati da Ciano, ad abbandonare la linea di riserbo finora mantenuta e a iniziare «una nuova politica di amicizia».[33] Di fronte a tali aperture Berionni assicurava al palestinese che avrebbe sollecitato Ciano alla massima attenzione.
    I palestinesi erano decisi a rigettare le proposte della Commissione Peel perché la spartizione del Paese avrebbe segnato la loro fine. Il Mufti aveva la solidarietà dei Paesi vicini, ma non della Transgiordania il cui emiro voleva ampliare il proprio regno grazie al progetto inglese. Essendo questo diretto contro gli interessi italiani nel Mediterraneo e nel Mar Rosso, al-Husaynî auspicava il rafforzamento dei legami con Roma e il suo appoggio alle rivendicazioni palestinesi a Ginevra.
    Circa l'invio di armi e munizioni il fiduciario del Mufti dichiarava a Berionni che il re saudita era sempre deciso a passare il materiale in Transgiordania, qualora fosse stato trasportato a Gedda da un piroscafo italiano. Al momento la richiesta da parte di Ibn Sa‘ûd non era però pervenuta.
    Quanto detto dall'inviato di al-Husaynî a Berionni circa la situazione mediorientale corrispondeva alle notizie pervenute nell'ultimo anno dalle fonti diplomatiche e da quelle riservate come intercettazioni di telegrammi e di rapporti. Da queste notizie, molto favorevoli per l'Italia e la sua immagine, faceva notare Berionni a Ciano, si dovevano trarre valutazioni tali da indurre Roma a non incorrere in errori.
    Sul piano della politica internazionale l'Italia, con tale carta, poteva adesso imporsi maggiormente. Le preoccupazioni del Primo Ministro inglese Anthony Eden al momento della pubblicazione del rapporto Peel, la fretta con cui Londra lo aveva reso pubblico, nonché le assicurazioni dategli circa l'atteggiamento che Radio Bari avrebbe tenuto in tale occasione, ne costituivano la più valida prova. Ciò che si doveva decidere era se Roma dovesse mettere, adesso, sulla bilancia il suo peso, oppure attendere al fine di incrementarlo con nuovi impegni finanziari, che potevano essere interrotti solo rischiando di perdere le posizioni acquisite.
    Per Berionni la situazione doveva essere sfruttata subito e in pieno, prima che si presentasse la possibilità di pervenire a trattative con gli inglesi e «per evitare la possibilità di pericolosi abbinamenti» quali il riconoscimento de jure dell'impero, in cambio del riconoscimento di un nuovo stato di fatto in Medio Oriente. Ciò anche nell'interesse stesso degli arabi e dei rapporti dell'Italia con loro. Occorreva quindi affrettare i tempi: gli arabi se ne sarebbero avvantaggiati anche perché l'Inghilterra, permanendo l'attuale situazione internazionale – cattivi rapporti con l'Italia, questione spagnola, minaccia di un conflitto in Estremo Oriente – avrebbe potuto essere indotta a fare maggiori concessioni, anziché tentare un colpo di forza, quale l'occupazione della Palestina.
    Qualora Ciano avesse ritenuto conveniente far agire subito gli arabi in Palestina, secondo Berionni, si doveva determinare una precisa linea di condotta verso Londra e informare al-Husaynî affinché potesse secondarla con appelli diretti dal Supremo Comitato Arabo e dalla stampa palestinese a tutti gli Stati arabi, all'Italia e alla Germania; bisognava dire al Mufti di iniziare subito la rivolta in Palestina, ove già predisposta, ed estenderla appena possibile oltre i suoi confini.
    Delle sovvenzioni promesse nel 1936 ancora 5.000 sterline dovevano esser versate al Mufti e la cosa era da farsi al più presto. In un mese o due, alla luce dei risultati raggiunti, l'Italia avrebbe potuto corrispondere «un'ultima sovvenzione globale di sensibile ammontare», comunque inferiore alle 120.000 sterline richieste. Insieme al denaro avrebbero dovuto essere fornite le armi.
    Dovendosi ancora incontrare con lui il 27 luglio a Ginevra, il maggiore del SIM promise al palestinese di fargli conoscere le decisioni adottate da Ciano. A questa data tutte le somme dagli italiani investite in Palestina dal 1934 ammontavano a circa 100.000 sterline.
    Desideroso di dare una risposta esauriente alle richieste palestinesi, Berionni il 23 luglio comunicò a Ciano quanto aveva intenzione di dire all'emissario del Mufti, attenendosi a due principi.[34] Il primo era che l'Italia riteneva contrarie alla causa palestinese e ai propri interessi nel Mediterraneo e nel Mar Rosso le conclusioni della Commissione reale, che il 7 luglio aveva pubblicato il suo rapporto raccomandando la spartizione della Palestina in uno Stato arabo, uno ebraico e una parte, comprendente Gerusalemme e i Luoghi Santi, sotto amministrazione inglese.[35] Il secondo era che Roma si sarebbe impegnata al massimo per evitare che tali conclusioni fossero applicate, pur non potendo subito indicare i mezzi per poter conseguire l'intento, giacché non partecipava ad alcuna attività della Società delle Nazioni e il problema aveva sviluppi solo societari. L'Italia avrebbe fatto di tutto «per aiutare con mezzi indiretti e riservati gli arabi di Palestina, pur non potendo, per ragioni puramente finanziarie corrispondenti agli enormi sforzi che deve fare per valorizzare l'Impero, accordare altre sovvenzioni».[36] Pertanto, in agosto, avrebbe provveduto a versare le 5.000 sterline ancora dovute sulla sovvenzione concessa lo scorso anno e fornito, appena possibile, le armi e le munizioni promesse. Roma avrebbe studiato la possibilità di far preparare da propri tecnici degli esperti palestinesi, in materia di attentati.
    Alla richiesta formulata da ‘Alamî di ordigni esplosivi da impiegare in attentati agli oleodotti, Berionni riteneva che si dovesse dare una risposta negativa per quanto riguardava il loro invio da Rodi (dove velieri del Mufti sarebbero andati a prenderli), aggiungendo però che si stava studiando la possibilità di inviarli con la nota partita di armi e munizioni. Tutte queste proposte formulate dal maggiore del SIM furono approvate dal ministro degli Esteri.
    Berionni nell'incontro del 27 luglio disse all'emissario palestinese che Ciano riteneva il momento attuale propizio per riprendere la rivolta, aggiungendo che si trattava solo di un consiglio amichevole al Mufti, il cui inviato ribatté che la ripresa immediata dell'insurrezione, senza la concessione d'altri fondi, sarebbe stata problematica.[37]
    Da un appunto per Ciano del 28 luglio risulta che Berionni aveva anche comunicato ad ‘Alamî quanto disposto da Palazzo Chigi riguardo al versamento della residua quota di 5.000 sterline e circa la partita di armi e munizioni da fornirsi, con l'aggiunta di un apparecchio radio da campo, tramite il re saudita. L'emissario del Mufti gli avrebbe fatto sapere entro settembre dove versargli la somma; intanto confermava gli accordi intercorsi con Ibn Sa‘ûd sulla fornitura di armi, munizioni e radio. Quanto alla preparazione degli esperti in attentati, i due si erano accordati per esaminare la questione e considerare la possibilità di far venire in Italia Darwîsh Jawak per fargli apprendere quanto necessario a preparare altre persone in Palestina. Sull'eventualità di una fornitura, via Rodi, di ordigni esplosivi fu data, per volere di Ciano, una risposta evasiva.[38]
    Nei primi giorni dell'agosto 1937 Carlo Arturo Enderle[39], uno dei più efficienti contatti segreti italiani operanti con gli esponenti arabi e islamici, si incontrò con Aumi Abdul Chadri Bey il quale, a nome del Supremo Comitato Arabo, informava le autorità italiane che era predisposta la rivolta quale protesta contro la divisione della Palestina. Gli arabi si erano assicurati un contingente di armi e altre contavano di ottenerne dall'Iraq e dai loro amici in Transgiordania e in Arabia Saudita; la rivolta si sarebbe pertanto protratta da sei a dodici mesi. Chadri aggiungeva che l'ambasciatore tedesco a Baghdad aveva dichiarato che Berlino non poteva inviare direttamente armi ai rivoltosi, ma era disponibile a far aggiungere a quelle fornite all'esercito dell'Iraq delle aliquote destinate alla Palestina e ciò gratis purché il governo iracheno si fosse mostrato disponibile all'operazione. [40]
    Tramite il loro emissario i capi del movimento arabo-palestinese chiedevano che Germania e Italia esercitassero pressioni sui rappresentanti delle potenze amiche presso la Commissione dei mandati, perché una di queste almeno votasse contro la divisione della Palestina, per consentire agli arabi di condurre a termine i preparativi della rivolta e per poter traccheggiare fino allo scoppio della guerra mondiale, ritenuta non lontana. Allora gli arabi si sarebbero schierati a fianco dell'Asse.
    Oltre che Aumi Bey, con il quale parlò degli eventuali luoghi di sbarco delle armi, Enderle incontrò Jamâl al-Husaynî, uno degli organizzatori e dei capi della rivolta antibritannica, che sottolineò la pericolosità, per tutti i Paesi mediterranei, della creazione di uno Stato ebraico che si sarebbe per forza trasformato in un centro industriale e commerciale asservito agli interessi britannici in Medio Oriente. Esso avrebbe costituito una roccaforte militare inglese dall'organizzazione sempre più completa quanto più disubbidiente fosse diventato l'Iraq.[41]



    Il 22 settembre al-‘Alamî informò il suo interlocutore di Palazzo Chigi che il Mufti aveva intenzione, d'accordo con Ibn Sa‘ûd e con i nazionalisti iracheni e siriani, di iniziare in novembre un movimento, che sarebbe durato almeno un anno, per abbattere il regno di ‘Abdallâh di Transgiordania e provocare la caduta del progetto Peel. Obiettivo fondamentale la fine del mandato inglese nei Paesi dell'area mediorientale e la costituzione di una repubblica comprendente la Palestina e la Transgiordania o di una più ampia federazione tra questi due Paesi, Siria, Iraq e Arabia Saudita.[42] Al-Husaynî sollecitava pertanto, oltre all'invio quanto prima di 50.000 sterline e di altre 5.000 al mese per l'intera durata del moto rivoluzionario, le armi e le munizioni promesse. Il fiduciario del Mufti garantiva che, anche nel caso in cui l'Italia non avesse fornito gli aiuti, il movimento avrebbe avuto comunque luogo. In tal caso, però, prevedeva che nel giro di qualche mese gli inglesi sarebbero riusciti a soffocare nel sangue la rivolta.
    A Mûsà al-‘Alamî furono promessi i seguenti mezzi: la sovvenzione di 15.000 sterline iniziali, invece delle 50.000 richieste dal Mufti; quella mensile di altre 5.000 per la prevedibile durata del movimento, circa un anno; armi e munizioni nella misura promessa o maggiore; forniture speciali.[43]
    Per far arrivare il tutto a destinazione il governo saudita o quello iracheno avrebbe dovuto chiedere ufficialmente delle forniture agli italiani, che le avrebbero subito concesse a condizioni vantaggiose e dietro pagamento; Roma avrebbe provveduto a restituire al Mufti le somme incassate. Le armi e le munizioni sarebbero quindi passate in Palestina dall'Hijâz o dall'Iraq. Non era possibile al momento stabilire nei dettagli come, dove e da chi sarebbero state versate le somme e fatte le speciali consegne.[44] Palazzo Chigi auspicava da parte di Ibn Sa‘ûd una maggiore decisione nei rapporti con Roma. Il fatto che egli non si fosse mai deciso a richiedere ed acquistare armi in Italia aveva impedito che questa potesse procedere alle forniture per il Mufti. Le armi destinate ai palestinesi, intanto, continuavano ad essere accantonate a Taranto e lì sarebbero rimaste, per volere del ministero degli Esteri, fino all'estate dell'anno successivo.[45] La sera del 16 novembre 1937, a Milano, Alfredo Trinchieri (classe 1899 laurea in ingegneria, nel 1935 nel ruolo dei cancellieri del ministero degli Affari Esteri) consegnava al signor ‘Afîfî, un collaboratore di al-‘Alamî giunto dalla Siria, 20.000 sterline. Si trattava della prima sovvenzione da corrispondere al Mufti a fine ottobre, 15.000 sterline, più quella mensile di 5.000 per il mese di novembre. La valuta era stata nascosta in una valigia a doppio fondo preparata dal SIM e Trinchieri provvedeva ad accompagnare ‘Afîfî alla frontiera di Postumia, per intervenire nel caso in cui le autorità doganali avessero scoperto l'esportazione di valuta e arrestato ‘Afîfî. A questi fu anche detto che in gennaio un altro fiduciario sarebbe venuto a ritirare la mensilità di dicembre e che in quel momento si sarebbe esaminata la possibilità di far pervenire al Mufti denaro o altro materiale tramite il consolato italiano a Damasco. Allora si sarebbe pensato alla possibilità di un incontro con ‘Alamî in Egitto, in Turchia o altrove; per adesso gli italiani attendevano di conoscere se la somma rimessa fosse regolarmente pervenuta.[46]
    Quella di ‘Afîfî era una missione limitata non essendo egli al corrente nei dettagli né dei rapporti dell'Italia col Mufti né di tutta la situazione in Palestina. Da parte di al-‘Alamî riferiva che tutto si stava svolgendo come previsto; che il Mufti aveva urgente bisogno di denaro e di armi, dato che per queste Ibn Sa‘ûd poteva prestarsi come tramite solo dopo la fine del pellegrinaggio e cioè fra circa quattro mesi; che per l'invio del materiale edelle altre sovvenzioni mensili sarebbe stato necessario stabilire contatti col consolato italiano in Siria. Invitato a precisare come si sarebbe potuto provvedere all'invio delle armi senza dover ricorrere al re saudita, ‘Afîfî affermava che, con il consenso siriano, il Mufti voleva organizzare un rifornimento di contrabbando, imbarcando a Rodi il materiale su velieri e trasportandolo sulle coste davanti Latakia, fra Tripoli di Siria e Alessandretta. Ritenendo l'operazione rischiosa l'emissario italiano diceva ad Afìfi che era da escludere.[47]

    · La carta araba quale strumento di pressione sulla Gran Bretagna

    Alla luce di quanto emerge dall'analisi dei documenti sopra citati risulta evidente come per il successo della rivolta l’aiuto italiano fosse considerato di primaria importanza. Tra il 1936 e il 1938 l'Italia, tramite i delegati del Mufti in Europa, divenne l'unica potenza europea ad appoggiare, pur in modo non sempre lineare, continuativo e inequivocabile, la lotta di liberazione nazionale dei palestinesi. Allo stesso tempo recise i legami che da anni aveva stretto con alcune organizzazioni sioniste. Tra il 10 settembre del 1936 e il 15 giugno del 1938 il Mufti ricevette da Roma un sostegno finanziario di 138.000 sterline.[48] Nel periodo compreso tra il luglio del 1936 e la fine dell’anno successivo, anche grazie a Ciano, interlocutore per gli arabi più disponibile del predecessore Suvich, l’impegno italiano a favore dei palestinesi aumentò, pur permanendo un prudente atteggiamento da parte sia di Palazzo Chigi sia del SIM. Se entrambi fecero il possibile per evitare il coinvolgimento in alcuni progetti del Mufti, come quello d'inquinare l’acquedotto di Tel Aviv, approvato da Mussolini, e non inviarono le armi per le difficoltà sopra esposte, versarono somme di denaro certamente significative, per quanto inferiori alle richieste a causa della scarsa disponibilità di valuta pregiata.
    Tanto da Ciano quanto da Mussolini la carta araba fu considerata uno strumento di pressione sull'Inghilterra e sulla Francia, una moneta di scambio, tanto più preziosa nel caso ci fosse stata la possibilità di aprire un’effettiva trattativa per un accordo sul Mediterraneo. Stando così le cose non è casuale il fatto che sull’onda delle speranze suscitate dagli accordi di Pasqua, l'Italia bloccasse subito gli aiuti ai movimenti antibritannici moderando il tono delle trasmissioni di Radio Bari.
    Roma, nei primi mesi del 1938, tenendo conto del positivo andamento assunto dai negoziati con Londra, decise di porre fine a qualsiasi tipo di appoggio al Mufti che si doveva accontentare dell’aiuto «morale e indiretto, assai più vantaggioso di quello materiale dell’Italia». Palazzo Chigi aveva fatto sapere a Mûsà al-‘Alamî, che l'Inghilterra sembrava ormai consapevole di come la propria politica a sostegno dei sionisti fosse fallita e che, di conseguenza, quella verso gli arabi «sarebbe stata in avvenire notevolmente avvantaggiata da tale fatto». Roma raccomandava quindi agli arabi di cercare «una qualche intesa col governo britannico anche se questa dovesse soddisfare soltanto parzialmente le aspirazioni nazionali della Palestina».[49]
    A fine marzo ‘Alamî, incontrandosi a Roma con un emissario del ministero degli Esteri, gli esprimeva la «imperitura» gratitudine dei nazionalisti arabi e del Mufti il quale auspicava che, trattando con l’Inghilterra, l’Italia non abbandonasse la Palestina all’improvviso.[50]
    Gli arabi avevano al momento il vantaggio dell'iniziativa in Palestina quantunque la Gran Bretagna disponesse nel Paese di 36.000 uomini ben armati. Pertanto il Mufti prevedeva che in aprile l’insurrezione in Transgiordania, da tempo prevista e già rimandata, avrebbe avuto inizio. Egli era fiducioso nella riuscita del movimento e nella sua forza. Non a caso aveva ricevuto dagli inglesi, a modifica del rapporto Peel, alcune proposte. La prima prevedeva la divisione della Palestina in tre zone con l’assegnazione allo Stato arabo indipendente di tutta la Galilea, della zona a Sud di Giaffa (già assegnate allo Stato ebraico) e del corridoio Giaffa-Gerusalemme. Quest'ultima e Betlemme sarebbero state sottoposte a mandato inglese. La sola zona di Haifa e Giaffa (Tel-Aviv) sarebbe stata concessa agli ebrei, senza limiti di immigrazione.
    In alternativa a questa prima ipotesi ne esisteva un'altra che prevedeva una Palestina indipendente sotto l’egida della Società delle Nazioni con un'apposita convenzione che stabilisse che per un dato numero di anni gli ebrei non avrebbero dovuto superare il 35 per cento della popolazione. Gli ebrei sembravano disponibili ad accettare la costituzione di un tale Stato al cui interno essi non avrebbero mai dovutoandare oltre quella percentuale riferita alla popolazione palestinese, escludendo, quindi, gli ebrei «non cittadini» della Palestina.
    Il Mufti e i nazionalisti arabi parevano disposti ad accettare la soluzione che prevedeva il mandato inglese su Gerusalemme e Betlemme; uno Stato ebraico comprendente le zone al momento popolate in prevalenza da ebrei (Haifa-Giaffa), macon divieto di un'ulteriore immigrazione sionista; uno Stato arabo indipendente per il resto del territorio. Una soluzione del genere si riteneva in quel momento raggiungibile soprattutto qualora, come si prevedeva, il ministro delle Colonie inglese avesse rassegnato le dimissioni.
    Al-‘Alamî aggiunse che le speranze del Mufti si sarebbero più facilmente tradotte in realtà se egli avesse potuto contare ancora sull’aiuto del governo italiano cui veniva chiesto il versamento di una sovvenzione di 20.000 sterline subito e di un'altra di 10.000 sterline mensili per cinque mesi ancora: un totale di 70.000 sterline che sarebbero servite a dare al movimento in Transgiordania il massimo vigore e a mantenere un governo provvisorio da costituire subito dopo lo scoppio della rivolta. L'interlocutore di ‘Alamî, nell'appunto per Ciano, ricordava a questi che nel settembre del 1937 erano state promesse alla resistenza palestinese15.000 sterline, già versate in novembre, e 5.000 sterline al mese o 10.000 sterline ogni due mesi per la prevedibile durata di un anno. Quest’ultima concessione importava quindi un onere complessivo di 60.000 sterline: finora ne erano state versate 25.000, mentre altre 35.000 erano da versarsi ancora, fino al novembre 1938. Al-Husaynî faceva affidamento sul sostegno italiano per non dover contare sul sovrano saudita che forse avrebbe reclamato la cessione di una parte della Transgiordania a rivoluzione ultimata.
    Nonostante il redattore dell'appunto consigliasse a Ciano l’opportunità di regolare i rapporti con i palestinesi con un'ultima notevolesovvenzione di poco superiore alle 35.000 sterline da versarsi e inferiore alle 70.000 sterline che desiderava il Mufti, il 30 marzo al-‘Alamî fu informato della decisione di Mussolini di interrompere ogni sovvenzione dopo un ultimo versamento di 10.000 sterline. L'emissario arabo insistette, invano, affinché fosse ancora esaminata la possibilità di un aumento dell'ultima sovvenzione, in modo tale da consentire al Mufti un energico sforzo finale e dargli la possibilità di trattare con gli inglesi per raggiungere una soluzione del problema che fosse per gli arabi la più conveniente.[51]



    La delusione di al-Husaynî per questa nuova politica araba di Roma si accrebbe con gli «accordi di Pasqua» del 16 aprile 1938. Un appunto per Ciano del 10 giugno 1938 riferisce dell'incontro che un anonimo funzionario del ministero degli Esteri ebbe con il fiduciario del Mufti a Lucerna. ‘Alamî dichiarò di avere comunicato al suo capo il contenuto delle ultime conversazioni e che egli si era reso conto delle ragioni che avevano indotto Roma a troncare gli aiuti.[52] La comunione d'interessi che legava i Paesi arabi all’Italia non poteva che continuare a mantenere i rapporti sul piano della più stretta amicizia ma le ripercussioni dell’intesa con la Gran Bretagna nel Vicino Oriente erano state sfavorevoli anche per l'intensa propaganda fatta, dopo la firma degli accordi, a danno dell'Italia dagli inglesi, i quali avevano diffuso la voce che, con un patto segreto, era stata data loro mano libera in quell'area. La situazione degli insorti in Palestina era divenuta critica e Londra, dopo l'intesa con l'Italia, aveva ritirato le offerte fatte in precedenza, rimettendosi alle decisioni che avrebbe preso la nuova commissione d’inchiesta. Le prospettive per i palestinesi erano tutt'altro che rosee e in mancanza di ulteriori aiuti il movimento avrebbe dovuto presto cessare.
    L'emissario di Ciano dichiarò ad ‘Alamî che ciò non dipendeva dall’Italia. Roma, del resto, non poteva mantenere più a lungo uno stato quasi prebellico con l’Inghilterra per vedere risolta la questione della Palestina. Gli aiuti erano sempre stati consistenti e «disinteressati» e la mancata riuscita del movimento non era imputabile agli italiani. Se il re saudita avesse, a suo tempo accettato, e non solo a parole, di farsi tramite per l’invio ai palestinesi delle notevoli partite di armi, munizioni ed esplosivi che per circa due anni gli italiani avevano tenute inutilmente accantonate, il movimento stesso avrebbe già avuto il risultato che il Mufti si era prefisso. Questo faceva notare il funzionario all'emissario palestinese, cui non restava altro che convenire in pieno.
    ‘Alamî rivolgeva un’ultima preghiera del Mufti al Duce: «Data la impossibilità di trattare più con gli inglesi, data la necessità di cessare ben presto il movimento, il Mufti invoca da V. E. un ultimo aiuto, di qualsiasi entità (munizioni e danaro) per compiere un ultimo supremo sforzo che lo metta possibilmente in grado di ottenere dagli inglesi una onorevole capitolazione».[53] A sostegno della richiesta l'emissario arabo portava, invano, varie argomentazioni, tra cui quella dell'opportunità di non dare agli inglesi la prova che l’agitazione in Palestina fosse fomentata dall'Italia con il fatto che, terminato l'aiuto di Roma, dopo gli accordi, essa sarebbe finita. Per l'Italia adesso era impossibile continuare ad aiutare il Mufti, sebbene volesse dimostrare di avere ancora a cuore la sorte dei amici palestinesi. Il grande «NO» siglato da Ciano sull'appunto per lui redatto eliminava ogni dubbio sul nuovo atteggiamento verso la Palestina.
    Le armi che il ministero degli Esteri aveva acquistato in Belgio durante il conflitto italo-etiopico (l'intera partita di fucili, destinati dal Belgio al Negus, era stata comprata ad opera del SIM) così come altro materiale destinato ai palestinesi, nella primavera del 1938 erano ancora a Taranto, affidati al ministero della Guerra che, dopo tanti indugi e temporeggiamenti da parte di Palazzo Chigi, era adesso deciso a disfarsene o a servirsene in modo diverso. [54]
    Dopo gli accordi di Monaco del 29-30 settembre 1938, Londra, considerando i rischi che in caso di guerra avrebbero corso le sue posizioni in Medio Oriente, aveva deciso d'intensificare la repressione della rivolta in Palestina e d'allentare i rapporti coi sionisti, mentre, al fine di isolare il Mufti e intaccarne il prestigio, aveva qualificato come interlocutori privilegiati i notabili «moderati», come i Nashâshîbî, anche per indurre arabi ed ebrei a dialogare, ristabilire la pace e ridurre le tensioni in Medio Oriente.
    Nonostante gli sforzi e gli auspici britannici, gli incontri che tra il 7 febbraio e il 17 marzo 1939 si tennero a Londra tra arabi ed ebrei, non sortirono alcun risultato sebbene dai colloqui fossero stati esclusi i palestinesi schierati su posizioni radicali, i quali, come il Mufti, furono di nuovo incoraggiati a rivolgersi all’Asse: all’Italia, sebbene Roma avesse mutato allora la sua politica araba; alla Germania, per la quale, di là dalle prese di posizioni antiebraiche del nazionalsocialismo, esisteva fin dai tempi della Prima guerra mondiale una forte attrazione.
    Davanti a ulteriori richieste di al-Husaynî, fatte durante la crisi cecoslovacca, Roma assunse un atteggiamento irremovibile e chiese l'invio di un emissario. Giunto a Roma in ottobre ‘Alamî informò con dati di prima mano gli italiani sulla situazione in Terra Santa, dove, nonostante la scarsità dei mezzi disponibili, il movimento rivoluzionario arabo era riuscito ad espandersi negli ultimi tempi. Gli insorti erano padroni effettivi della maggior parte del Paese, da essi in molti centri organizzato e amministrato con la completa esclusione di ogni ingerenza britannica. Mancando i fondi, per raggiungere questi risultati, i combattenti palestinesi avevano dovuto ricorrere ad atti di brigantaggio, assaltare e svaligiare alcune banche inglesi e derubare gruppi di viaggiatori e di arabi facoltosi non aderenti al movimento. Era stato anche necessario ricorrere all'imposizione di veri e propri contributi finanziari alla popolazione che, pur essendo ormai in una condizione di miseria, aveva risposto e continuava a rispondere positivamente offrendo il proprio sostegno spirituale e materiale ai mujâhidîn i quali avevano provveduto alla costituzione di gruppi armati regolari posti sotto il comando di quattro capi, la cui azione era coordinata dal Mufti che si trovava in Libano. Un certo sostegno alla causa palestinese era giunto da alcuni Paesi musulmani. Aveva contribuito al successo del movimento anche l'inefficienza delle truppe inglesi in gran parte molto demoralizzate, al punto che in certi casi alcuni soldati si erano addirittura rifiutati di combattere.
    Al-‘Alamî informò Ciano che alcuni giorni prima del convegno di Monaco, in considerazione delle notevoli probabilità che scoppiasse una guerra europea, il governo britannico aveva offerto agli insorti una soluzione del problema molto vantaggiosa: la cessazione immediata dell’immigrazione ebraica e l'indipendenza politica. Appena risolta la crisi cecoslovacca, però, tali concessioni erano state subito ritirate. Considerato tutto questo, il Mufti aveva predisposto quanto necessario per estendere, come da tempo nei suoi propositi, il moto rivoluzionario in Transgiordania riuscendo addirittura ad assicurarsi la complicità del figlio dell’emiro ‘Abdallâh, disposto a detronizzare il padre, ritenuto un traditore della causa araba dati i suoi stretti legami con gli inglesi.
    Rinnovando le espressioni di gratitudine, il Mufti chiedeva una volta ancora a Mussolini di concedergli ulteriori aiuti, necessari per conseguire gli obiettivi che si era prefisso e che era sicurodi raggiungere. Nel dettaglio avrebbero dovuto consistere nella fornitura di almeno un milione di cartucce per fucili, fornitura da farsi, se possibile, da una delle isole italiane dell’Egeo e affidandone il trasporto ad imbarcazioni che gli insorti avrebbero colà inviate con personale di assoluta fiducia; nel versamento, entro il più breve tempo possibile, di una sovvenzione di almeno 20.000 sterline necessarie per far scoppiare la ribellione in Transgiordania; nella concessione di un sussidio mensile di 5.000 o 6.000 sterline per mantenere attivo il movimento in Palestina e Transgiordania fino al raggiungimento degli obiettivi prefissati.
    ‘Alamî dichiarò al suo interlocutore che il Mufti era molto scontento dell'atteggiamento di Ibn Sa‘ûd il quale, pur continuando ad aiutare, con finanziamenti per la verità molto modesti, il movimento, non prendeva nei riguardi della questione l'energico atteggiamento da tempo promesso, lasciandosi «trascinare lentamente dagli agenti inglesi a un livello morale certamente non consono alla posizione di prestigio finora mantenuta nel mondo mussulmano, sia col contrarre debiti, sia con lo sposare nuove mogli più giovani di lui».[55] Il funzionario di Palazzo Chigi nell'appunto per Ciano affermava che dal colloquio con ‘Alamî egli aveva avuto l’impressione che l'Italia continuasse a godere in Medio Oriente e nell'area arabo-islamica di un grande prestigio, come confermavano le rappresentanze diplomatiche, ma che gran parte dei risultati conseguiti rischiava di andare perduta qualora non fosse stato concesso nessun altro aiuto e che, qualora ‘Alamî fosse rientrato in patria senza aver ottenuto nulla, le impressioni derivanti dal fatto di aver compiuto un viaggio inutile sarebbero state sfavorevoli: «Poiché sembra assolutamente da escludersi la possibilità di fornire al Mufti le cartucce come egli vorrebbe e di dargli le sovvenzioni finanziarie che egli chiede, è da ritenersi che una sistemazione più o meno definitiva dei nostri rapporti con i Capi del movimento rivoluzionario di Palestina potrebbe essere raggiunta con la concessione di un’ultima sovvenzione divisa in due rate a breve scadenza. Tale sovvenzione per essere efficace e apprezzata dovrebbe ammontare per lo meno a 25.000 sterline. Poiché il signor Alami ha detto che il Mufti attende un cenno telegrafico per fare iniziare la ribellione in Transgiordania, si potrebbe ora fargli presente che la somma stessa verrebbe versata appena il movimento avesse avuto inizio».[56] La concessione di un ultimo notevole aiuto, corrispondente del resto alla somma già promessa ma poi non versata, avrebbe contribuito a togliere al Mufti ogni sensazione di abbandono da parte dell'Italia assicurando a Roma la possibilità di mantenere in futuro amichevoli rapporti che sarebbero potuti risultare preziosi in momenti molto delicati. Ciononostante Ciano, come aveva già fatto quattro mesi prima, non dette la sua approvazione a ulteriori finanziamenti.
    Tra l’ottobre del 1938 e il marzo del 1939 al-Husaynî si rivolse ancora a Mussolini per ottenere finanziamenti che gli avrebbero permesso, fra l’altro, di creare problemi ai francesi in Siria. Non ci fu, però, nulla da fare, per quanto alcuni esperti di Palazzo Chigi raccomandassero un atteggiamento più morbido, che non inducesse il Mufti e gli arabi a ritenersi del tutto privati del sostegno dell'Italia che non poteva pregiudicare le posizioni allora acquisite in Medio Oriente.[57]
    Per più di un anno, fino all'entrata in guerra dell'Italia, i rapporti tra Roma e al-Husaynî furono pressoché inesistenti. La politica araba di Ciano, infatti, non mutò nemmeno dopo lo scoppio del conflitto nel 1939: cosa tanto più incomprensibile considerando una serie d'eventi verificatisi nel frattempo e che l'Italia avrebbe potuto sfruttare a vantaggio proprio, oltre che degli arabi: dal maggio del 1939 l'Inghilterra, in Medio Oriente, aveva dato il via a un'intensa attività propagandistica contro l'Italia esercitando pressioni sul Cairo e Baghdad per far loro assumere un atteggiamento ostile a Roma; da novembre poi, secondo informazioni giunte a Palazzo Chigi, i nazionalisti palestinesi, siriani e iracheni stavano organizzando un vasto movimento di lotta alla Francia e all'Inghilterra; all'inizio del 1940 il Mufti inviava a Luigi Gabrielli, rappresentante italiano a Baghdad, un memoriale per illustrare i motivi per cui, scoppiata la guerra, il suo movimento aveva assunto una posizione neutrale, ed esprimere la disponibilità alla ripresa dei negoziati; nel marzo del 1940 la caduta del governo iracheno presieduto dal filobritannico Nûrî ’s-Sa‘îd e la costituzione di quello guidato da Rashîd ‘Âlî al-Gaylânî, nazionalista nemico dell'Inghilterra e vicino al Mufti; il patto di non aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939 aveva suscitato in Iran, Iraq e Afghanistan timori circa un'eventuale ripresa della tradizionale tendenza russa a espandersi verso il Golfo Persico e aveva fatto pensare all'esistenza di comuni interessi russo-tedeschi nella regione, con la perdita da parte del Reich di alcune delle simpatie di cui aveva fino allora goduto. [58]
    Nonostante tali opportunità, solo dopo l’entrata in guerra il 10 giugno 1940 l'Italia cambiò il carattere puramente strumentale della sua politica araba.

    © Stefano Fabei ( http://www.stefanofabei.it )

    Per approfondimenti:
    E. Galoppini, Il Fascismo e l'Islam



    [1] Alcuni dei documenti provenienti dall'Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri utilizzati in questa sede sono stati messi «a disposizione degli studiosi» da Luigi Goglia, nell'appendice ad un suo saggio su «Storia Contemporanea», a. XVII, n. 6, dicembre 1986. Quando citati, le note ad essi relative rinvieranno a questa fonte.

    [2] Ci riferiamo ai nostri Una Vita per la Palestina (Storia del Gran Mufti di Gerusalemme), Milano, 2003 e L'Italia fascista e la Palestina, al momento in cantiere,di cui il presente saggio costituisce un'anticipazione.

    [3] Nato nel 1886, Mariano De Angelis si era laureato in scienze economiche e commerciali nel 1907 e in giurisprudenza nel 1912. Dal 1914 aveva iniziato la carriera diplomatica e dal 1932 al giugno 1936 ricoprì la carica di console generale a Gerusalemme.

    [4]ASMAE, «Promemoria» di Mariano De Angelis del 2 febbraio 1936-XIV, in Goglia L., Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta, in «Storia Contemporanea», dicembre 1986, pp. 1211-1212.

    [5]‘Ulamâ’: plurale di âlim,letteralmente «sapienti». Nome attribuito nel mondo islamico ai teologi e ai giureconsulti, e, in generale, ai depositari del sapere religioso dell’Islâm.

    [6] Cfr.Darwaza I., Hawla al-harakat al-‘arabiyyat al-hadîtha [Sul movimento arabo moderno], Sidone, 1951, p. 120.

    [7] Cfr. al-Ghûrî E., Filastîn ‘abra sittîn ‘âman [La Palestina attraverso sessant’anni], Beirut, 1973, vol. II, p 47.

    [8] Cfr. ASMAE, «Appunto per Sua Eccellenza il Capo del Governo» del 7 maggio 1936-XIV, (sul lato sinistro in alto del foglio un «Si» e la sigla di Ciano, in alto a destra un segno di visto «V» e la sigla «M» di Mussolini), in Goglia L., art. cit., p. 1212.

    [9] Ibidem e ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» di De Angelis, del 9 luglio 1936-XIV, ibidem, p. 1213.

    [10] Cfr. ASMAE, Gabinetto Segreto, sc. II, fasc. «Rivolta in Palestina».

    [11] ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» di De Angelis, del 9 luglio 1936-XIV, in Goglia L., art. cit., p. 1214.


    [12] ASMAE, «Relazione di Massima» del 15 luglio 1936, (approvata pienamente da Ciano il 20 luglio 1936), ibidem, pp. 1216-1218.

    [13]ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 22 luglio 1936-XIV, (il documento, in alto a destra reca il segno visto e la «M» di mano del Duce), ibidem, p. 1219.

    [14] Nato a Gerusalemme nel 1897, figlio di un proprietario terriero, si laureò all'università di Cambridge. Negli anni Trenta fu segretario dell'Alto Commissario e consigliere della Corona nell'amministrazione mandataria. Dal 1936 segretario generale del Dipartimento legale di Gerusalemme, partecipò alla grande rivolta insieme al Mufti. Fu membro della delegazione palestinese alla conferenza di Londra e rappresentante dei partiti palestinesi alla conferenza preparatoria per la fondazione della Lega araba nel 1945. Fondò l'ufficio di propaganda arabo-palestinese a Gerusalemme, Beirut, Londra e Washington e creò uno speciale fondo per aiutare i contadini a conservare le loro terre nel 1945. Dopo la guerra del 1948 fondò la Società araba di sviluppo di Gerico; morì l'8 giugno 1984 a Gerusalemme.

    [15] Cfr. ASMAE, «Appunto» del 10 settembre 1936-XIV, in L. Goglia, art. cit., p. 1220.

    [16] Cfr. ASMAE, «Appunto per il Duce» del 26 settembre 1936-XIV, ibidem, p. 1222. Il materiale che nell'incontro con l'emissario arabo il funzionario di Palazzo Chigi aveva definito già pronto, in realtà non lo era ancora. Vedi a proposito: AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe in Palestina tramite l'Italia (1936-1937-1938), Saudia e Yemen. Materiale per ignota destinazione, 1936 - 1) Precedenti 1° periodo, 1936, «Promemoria, segreto e urgente, del Capo di Gabinetto del ministero della Guerra ai direttori generali dell'Artiglieria e del Genio, e, per conoscenza al SIM», novembre 1936, A. XV, prot. 86371; «IlMinistero della Guerra - Direz. Generale Artiglieria - Div. 2ˆ - Sez. 2ˆ, alle Direzioni di Artiglieria di Roma e Napoli»; oggetto: approntamento munizioni, 30 novembre 1936 A. XV, prot. 1259 S; «IlMinistero della Guerra - Direz. Generale Artiglieria - Div. 2ˆ - Sez. 2ˆ, alle Direzioni di Artiglieria di Roma e Napoli»; oggetto: approntamento munizioni, 1° dicembre 1936 A. XV, prot. 1278 S; «La Direzione generale del Genio al Gabinetto del ministero della Guerra»; oggetto: esplosivi per destinazione speciale, 1° dicembre 1936 A. XV, prot. 579 R. P.; «La Direzione generale del Genio all'Ufficio lavori Genio militare di Milano e, per conoscenza al SIM, e alla Direzione artiglieria R. E., Taranto»; oggetto: esplosivi per destinazione speciale, 1° dicembre 1936 A. XV, prot. 583 R. P.

    [17] Cfr. ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 1° gennaio 1937-XV, (in alto a destra, visto e sigla M di Mussolini di suo pugno), in Goglia L., art. cit., p. 1222.

    [18] Cfr.AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 1) Precedenti 1° periodo, 1936, «Relazione sulla missione compiuta in Palestina» Roma, 3 gennaio 1937-XV, p. 2.

    [19] Cfr. ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 1° gennaio 1937-XV, cit., in Goglia L., art. cit., p. 1223.

    [20] Cfr.AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 1) Precedenti 1° periodo, 1936, «Il Ministero della Guerra - Servizio Informazioni Militari al Signor Capo di Gabinetto»; oggetto. Materiale bellico per destinazione speciale, 19 dicembre 1936-XV, prot. 353;«La direzione di Artiglieria di Taranto del Corpo d'Armata di Bari (I) - Ufficio Tecnico Segreteria al Ministero della Guerra - Gabinetto», 23 dicembre 1936 XV, prot. 718/S.

    [21] AUSSME, ibidem, «Relazione sulla missione compiuta in Palestina» Roma, 3 gennaio 1937-XV, p. 5.

    [22] ASMAE «Appunto per S.E. il Ministro» del 1° gennaio 1937-XV, (in alto a destra, visto e sigla M di Mussolini di suo pugno), in Goglia L., art. cit., p. 1223; AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 1) Precedenti 1° periodo, 1936, «Relazione sulla missione compiuta in Palestina» Roma, 3 gennaio 1937-XV, p. 6.

    [23] Sulle vicende dei «materiali per ignota destinazione» fino al 4 marzo 1937, ovvero alla sospensione del loro invio decisa da Palazzo Chigi vedi:AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe in Palestina tramite l'Italia (1936-1937-1938), Saudia e Yemen. Materiale per ignota destinazione, 3) Precedenti 7ª sezione (periodo corrente), 1937-1938: «Comando in capo del dipartimento marittimo del Jonio e Basso Adriatico e della Piazza Marittima di Taranto alla Direzione di Artiglieria del R. Esercito - Taranto», 11 febbraio 1937-XV, prot. 5382; «Direzione di Artiglieria di Taranto del Corpo d'Armata di Bari (IX) Ufficio Tecnico - Sez. Esplosivi al Ministero della Guerra - Direzione Generale di Artiglieria Roma», 13 febbraio 1937-XV, prot. 2935; «Ministero della Guerra - Gabinetto al SIM», 21 febbraio 1937-XV, prot. 02162; «Servizio informazioni militare», 23 febbraio 1937-XV, prot. 7/658; «Ministero della Guerra - Gabinetto - alla Direzione di Artiglieria», 26 febbraio 1937-XV, prot. 02394; «Ministero della Guerra - Gabinetto - al Ministero della Marina - Gabinetto», 26 febbraio 1937-XV, prot. 02463; «Direzione Generale del Genio Militare all'Ufficio Lavori Genio Militare - Milano», 1 marzo 1937-XV, prot. 1443 R.P.; «Ministero della Marina - Gabinetto - al Ministero della Guerra - Gabinetto», 27 febbraio 1937-XV, prot. B 3294.

    [24] Cfr. ASMAE, «Relazione relativa alla missione compiuta ad Atene il 20 gennaio 1937 (seguito missione compiuta in Palestina il 15-XII-36)» del 22 gennaio 1937-XV, in Goglia L., art. cit., pp. 1224-1225.

    [25] Casto Caruso, nato nel 1904, diplomato in cultura coloniale 1920, laureato in giurisprudenza e in scienze politiche aveva iniziato la carriera diplomatica nel 1928, al gabinetto del ministro degliEsteri dal 21 ottobre 1935 al giugno 1939.Negli incontri con gli emissari del Mufti il suo nome di copertura era quello di «Dott. Hoff» e nella corrispondenza quello di «Jamil».

    [26] Cfr. ASMAE, «Relazione relativa alla missione compiuta ad Atene il 20 gennaio 1937 (seguito missione compiuta in Palestina il 15-XII-36)» del 22 gennaio 1937-XV, in Goglia L., art. cit., p. 1227.

    [27] AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe in Palestina tramite l'Italia (1936-1937-1938), Saudia Yemen. Materiale per ignota destinazione, 1937 - 2) Precedenti 2° periodo, 1937: «Ministero della Guerra - SIM, Promemoria», 10 aprile 1937 - XV.

    [28] Cfr. AUSSME, ibidem, «Ministero della Guerra - SIM, Promemoria», 10 aprile 1937 - XV; «Il Ministro degli Affari Esteri al Ministro della Guerra», 15 aprile 1937 - XV, 3438.

    [29] Cfr. AUSSME, ibidem, «Il Ministero della Guerra - Gabinetto al Sig. Colonnello Comm. Paolo Angioy - SIM - Segreto-Urgente», oggetto: invio armi 17 aprile 1937 - XV, prot. 05503 e due allegati.

    [30] In un «Pro-memoria per T. Colonnello Balzani, Gabinetto Guerra» del SIM, senza data, ma collocabile cronologicamente in quei giorni dell'aprile 1937 si legge: «Riferimento a precedente pratica per fornitura materiale bellico al governo Saudiano. Segnalare al M. E. che materiale di provenienza belga non è più disponibile. M. E. non ha nulla in contrario che fornitura cui sopra comprenda esclusivamente materiale bellico di fabbricazione italiana». (AUSSME, ibidem).

    [31] Cfr. AUSSME, ibidem, «Il Ministero della Guerra - Direzione Generale Genio - al Comando Corpo S. M. - Ufficio Trasporti», oggetto: spedizione esplosivi ed incendivi, 30 aprile 1937, XV, prot. 1708 - R.P.; «Promemoria del Ministero della Guerra - Gabinetto - al Direttore Generale Artiglieria, al Direttore Generale del Genio, SIM», in data 15 maggio 1937, XV, prot. 07585. Per l'elenco dettagliato dei materiali accantonati a Taranto vedi: «Promemoria del Ministero della Guerra - Gabinetto per il Signor Vice Capo del SIM», 17 maggio 1937, prot. 07740.

    [32] Cfr. AUSSME, ibidem, «Colloquio con Caruso », 26 maggio 1937.

    [33] ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 18 luglio XV, (reca la scritta di pugno di Ciano in alto al centro della prima pagina «Al Duce», al lato sinistro il visto e la M di Mussolini; sull'ultimo paragrafo del punto a si legge «armi non soldi oltre le 5.000»), in L. Goglia, art. cit., p. 1231.


    [34] Cfr. ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 23 luglio XV, (un vistoso «sta bene» scritto trasversalmente sua quasi tutta la prima pagina e la sigla di Ciano), ibidem, p. 1227.

    [35] Con la relazione della Commissione Peel, alle cui decisioni il SCA del Mufti si oppose, il sionismo aveva conseguito una significativa vittoria riuscendo per la prima volta a vedere posta in termini ufficiali la questione dello Stato ebraico; ciò non impedì tuttavia che l'Agenzia ebraica si pronunciasse contro la spartizione del Paese, considerato una violazione ai termini del mandato, dato che il Focolare Nazionale Ebraico riguardava tutta quanta la Palestina e non una parte di essa. (Cfr. OM, XV, 1937, p. 390).

    [36] ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 23 luglio XV, cit., in Goglia L., art. cit., p. 1227.

    [37] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 28 luglio 1937-XV, ibidem, pp. 1228-1229.

    [38] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro», del 28 luglio 1937-XV, ibidem, pp. 1234-1235.

    [39] Il professor Enderle (‘Âlî Ibn Jafer) era nato a Roma nel 1892 da genitori musulmani d'origine rumena. Docente di Psichiatria all'università di Roma, ex ufficiale medico, era consulente neurologo dell'Opera Nazionale Balilla.

    [40] ASMAE, «Incontro con Aumi Abdul Chadri Bey - 3, 4, 5, agosto 1937», ibidem, p. 1235.

    [41] ASMAE, «Conversazioni con Sayed Giamal El Husseini 7/8/37 », ibidem, p. 1238.

    [42] Cfr. ASMAE, «Appunto per il Duce» del 22 settembre 1937-XV, (sul documento è scritto «approvato in tutto riducendo le 50.000 a 25.000 sterline la prima nuova sovvenzione 23-9-1937»), ibidem, p. 1239.

    [43] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 24 settembre 1937-XV, ibidem, pp. 1239-1240.

    [44] Cfr. ASMAE, «Promemoria» del 28 novembre 1937 - XVI relativo agli accordi presi con ‘Alamî il 24 settembre 1937, ibidem, pp. 1241-1242.

    [45]Dopo il 4 marzo 1937 il ministero della Guerra – interessato alla possibilità di disporne – aveva ripetutamente interpellato Palazzo Chigi per sapere cosa fare delle armi accantonate a Taranto. Il ministero degli Esteri inizialmente aveva chiesto di tenere ancora impegnati per qualche tempo i materiali, aggiungendo che entro un mese al massimo, e quindi entro l'agosto del 1937, avrebbe preso delle decisioni definitive in merito. Cosa che non avvenne se non nella seconda metà del 1938. Sulle armi e gli esplosivi concentrati a Taranto e sul loro «stato di conservazione» vedi i seguenti documenti: AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 3) Precedenti 7ª sezione, (periodo corrente) 1937-1938: «Il Comando del Corpo di Stato Maggiore - SIM al Gabinetto del Ministero della Guerra », 11 luglio 1937 A. XV, prot. 7/2875; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Capo del SIM», 12 luglio 1937-XV, prot. 012998; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Sig. Capo del SIM», 6 agosto 1937-XV, prot. 019463; «Comando del Corpo di Stato Maggiore - SIM al Ministero Affari Esteri», 9 agosto 1937-XV, prot. 7/3421; «Comando del Corpo di Stato Maggiore - SIM al Gabinetto - Sede -», 12 agosto 1937-XV, prot. 7/3488; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Sig. Direttore Generale del Genio, al Sig. Direttore Generale d'Artiglieria, al Sig. Capo Servizio del SIM», 13 agosto 1937/XV, prot. 015859; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Sig. Direttore Gen. del Genio», 31 agosto 1937-XV, prot. 016959; «Direzione d'Artiglieria di Taranto del Corpo d'Armata di Bari (IX) al Ministero della Guerra, Direzione Generale Artiglieria Roma, 27 ottobre 1937-XV, prot. 768/S; «La Direzione Generale di Artiglieria al Gabinetto - sede», 31 ottobre 1937-XV, prot. 4909 S; «La Direzione Generale di Artiglieria - Ufficio del Direttore Generale alla Direzione Artiglieria Taranto», 19 gennaio 1938 Anno XVI, prot. 363 Segreto; «La Direzione Generale del Genio alla Direzione Generale di Artiglieria - sede», 17 gennaio 1938 Anno XVI, prot. 23039; «La Direzione Generale di Artiglieria - Ufficio del Direttore Generale alla Direzione Generale del Genio», 25 gennaio 1938 Anno XVI, prot. 455 Segreto; «La Direzione Generale di Artiglieria - Ufficio del Direttore Generale al Gabinetto - Sede», 10 aprile 1938 Anno XVI, prot. 1725; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra alla Direzione Generale del Genio», 13 aprile 1938-XVI, prot. 035698; «La Direzione Generale del Genio al Comando del Corpo di S.M. - Ufficio Trasporti - Sede», 20 aprile 1938 Anno XVI, prot. 23424-RP; «Il Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Trasporti alla Direzione Generale del Genio», 22 aprile 1938-XVI, prot. 6650.

    [46] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro», s.d., in Goglia L., art. cit., pp. 1242-1243.

    [47] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 17 novembre XVI, (sul lato sinistro del foglio di pugno di Ciano «sta bene» e la sua sigla), ibidem, pp. 1243-1244.

    [48] Cfr. ASMAE, «Riassunto versamenti fatti e da farsi al Mufti di Gerusalemme dal settembre 1936-XIV», ibidem, pp. 1244-1245.

    [49] ASMAE, Gabinetto Segreto, sc. II, fascicolo «Rivolta in Palestina»: «Appunto per S. E. il Ministro, 26 gennaio 1938».

    [50] Cfr. ASMAE, «Appunto per il ministro Ciano» in data 29 marzo 1938-XVI, (al centro del primo foglio in alto «10.000» sottolineato e la sigla di Ciano, sotto il visto di Mussolini con la sua M), in Goglia L., art. cit., pp. 1246-1248.



    [51] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 30 marzo 1938-XVI, (a metà della prima pagina a penna è scritto: «10.000 e non più»), ibidem, pp. 1248-1249.

    [52] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 10 giugno 1938-XVI, ibidem, pp. 1249-1250.

    [53] Ibidem.

    [54] Cfr. AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 3) Precedenti 7ª sezione, (periodo corrente) 1937-1938: «La Direzione Generale del Genio Militare all'Ufficio Lavori Genio Militare - Milano», oggetto: esplosivi concentrati a Taranto, 18 maggio 1938 Anno XVI, prot. 23464/RP.; «La Direzione Generale Genio al gabinetto del Ministero della Guerra - Sede», oggetto: armi ed esplosivi concentrati a Taranto, 27 giugno 1938 Anno XVI, prot. 23086/RP; «Il Comando del Corpo di Stato Maggiore al Ministero Affari esteri - Gabinetto - Roma», oggetto: armi e munizioni concentrate a Taranto, 28 maggio 1938 XVI, prot. 7/2555; «Il Gabinetto del Ministero degli Affari Esteri al Regio Ministero della Guerra Comando del Corpo di Stato Maggiore SIM - Roma», oggetto: armi e munizioni concentrate a Taranto, 31 maggio 1938 Anno XVI, telespresso n. 4898; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Ministero degli Esteri - Europa Mediterraneo - Uff. III - Roma», oggetto: armi e munizioni accantonate a Taranto, 27 luglio 1938 A. XVI, prot. 47329.



    [55] ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 20 ottobre 1938-XVI, in Goglia L., art. cit., pp. 1250-1253.

    [56] Ibidem.

    [57] Cfr. ASMAE, Gabinetto Segreto, sc. II, fascicolo «Rivolta in Palestina», appunti per il ministro degli Affari Esteri, Galeazzo Ciano, 12 dicembre 1938 e 13 marzo 1939.

    [58] Cfr. Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana, Direzione Generale Affari Politici, elenco 3, b. 61, fasc. 66, rapporto datato 12 gennaio 1940.

  7. #7
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    Evola e Nasser


    Proseguendo una ricerca della quale fornimmo i primi esiti qualche anno fa in un saggio compreso nel nostro Avium voces (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 67-87), sul numero di giugno della rivista informatica "La Nazione Eurasia" (numero speciale per il trentennale della morte di Julius Evola) abbiamo pubblicato un saggio intitolato Evola e l’Islam. Dal tentativo di ricostruire organicamente la visione evoliana della tradizione islamica è risultato un quadro che, se appare talvolta inesatto in qualche particolare e spesso condizionato da una prospettiva piuttosto personale, costituisce tuttavia, in fin dei conti, una rappresentazione ispirata al riconoscimento evoliano di ciò che è essenzialmente l’Islam: una manifestazione dello spirito tradizionale da cui non può prescindere la "rivolta contro il mondo moderno".

    A tale saggio, al quale rinviamo comunque il lettore, si ricollega il presente articolo, che nasce dalla recente riscoperta di un articolo di Evola sull’"emancipazione dell’Islam", compreso nella raccolta de I testi del Meridiano d’Italia (Edizioni di Ar, Padova 2003, pp. 217-219).

    L’articolo risale a un’epoca, gli anni Cinquanta, in cui gli ambienti fascisti italiani mantenevano ancor vivo il ricordo della posizione filoaraba e filoislamica assunta dall’Italia nel corso del Ventennio (1), nonché della solidarietà che negli anni del conflitto mondiale si era instaurata tra le forze dell’Asse e i movimenti indipendentisti del mondo musulmano (2). D’altronde il Manifesto di Verona, al quale continuava a fare riferimento una gran parte dei militanti del fascismo postbellico, aveva indicato tra i punti essenziali della politica estera della RSI il "rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come l’Egitto, sono già civilmente e razionalmente organizzati".

    E proprio in Egitto, negli anni Cinquanta, la rivoluzione dei Liberi Ufficiali, dopo avere scacciato il regolo fantoccio (sodale del re savoiardo traditore e fuggiasco), proclamato la repubblica, abolito la partitocrazia, avviato un vasto programma di riforme, nazionalizzato il capitale straniero, espulso i Britannici dal Canale di Suez, rifiutato le alleanze militari funzionali al dominio imperialista, concesso asilo ed aiuto agli esuli del Terzo Reich, si impegnava a costruire un socialismo nazionale che, nella prospettiva geopolitica nasseriana dell’unità della Nazione Araba, sarebbe dovuto diventare un vero e proprio socialismo panarabo, basato sui presupposti spirituali forniti dall’Islam. E quando nel 1956, in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez, l’Egitto dovette far fronte all’aggressione anglo-franco-sionista (3), molti di coloro che avevano combattuto con coscienza di soldati politici contro le "plutocrazie democratiche dell’Occidente" videro nell’Egitto una nuova linea di fronte contro i nemici di sempre e manifestarono la loro solidarietà nei confronti del popolo egiziano e del suo Rais, Gamal Abd el-Nasser (4).

    Julius Evola, che all’epoca collaborava attivamente con gli organi di stampa del cosiddetto "schieramento nazionale", il 3 marzo 1957 pubblicò sul "Meridiano d’Italia" (diretto da Franco Maria Servello) un articolo intitolato L’emancipazione dell’Islam è una strada verso il comunismo (5); lo stesso articolo, con qualche virgola in più e qualche punto e virgola in meno, fu riproposto il 25 giugno 1958 ai lettori del "Roma" di Napoli.

    Innanzitutto, scrive Evola, i "nostri ambienti nazionali", che guardano con simpatia "i movimenti irredentistici dei popoli arabi e le stesse iniziative egiziane", commettono l’errore di attaccare indiscriminatamente il colonialismo, "dimenticando come esso fino ad ieri si legasse al principio stesso dell’egemonia della razza bianca". In secondo luogo, prosegue, "è abbastanza evidente il pericolo che i detti movimenti di indipendenza finiscano in via naturale nelle acque del comunismo"; e l’Egitto nasseriano, secondo Evola, sarebbe il più avanzato su questa strada pericolosa. Alle posizioni rappresentate dal nasserismo e dagli altri movimenti di liberazione del mondo musulmano Evola contrappone "l’Islam ortodosso", il quale, a suo parere, "è ancora difeso dall’Arabia Saudita e dall’organizzazione dei Fratelli Musulmani", anche se questi ultimi hanno incluso nel programma "idee sociali riformiste e radicali assai spinte".

    "Quandoque bonus dormitat… Julius" – sarebbe il caso di dire, parafrasando il noto proverbio. Anzi, il buon Evola doveva proprio dormire della grossa, per fare affermazioni di questo genere, proprio lui che vent’anni prima aveva svolto, circa il carattere problematico della "supremazia della razza bianca" (6), considerazioni ben più profonde e più coerenti con l’essenza del suo pensiero. Altrettanto difficile è comprendere come Evola potesse individuare l’ortodossia islamica in un paese quale l’Arabia Saudita, governato da una tendenza (quella wahhabita) che in tutto il mondo dell’Islam, sia sunnita sia sciita, è sempre stata per lo più considerata come settaria ed eretica. Inoltre è veramente strano che proprio uno studioso come Evola, molto più smaliziato di tanti altri circa i retroscena della storia, trascurasse il fatto che l’Arabia Saudita era nata dalle operazioni più o meno occulte dell’Inghilterra, interessata a fomentare il nazionalismo arabo contro la Turchia e a garantirsi il controllo sulla penisola arabica. Come se non bastasse, verso la fine degli anni Cinquanta la monarchia saudita era una pedina di prim’ordine del nuovo imperialismo mondiale: quello statunitense. Ma Evola - duole parecchio essere costretti a ricordare certi limiti del suo pensiero - aveva stabilito che l’Occidente capitalista era, non certo "in sede di idea", bensì in una ricognizione tattica delle circostanze contingenti, il "male minore" (7). Il nemico principale, come è noto, per lui era il comunismo, che, nonostante l’evidenza della situazione configuratasi a Jalta, veniva visto da molti, anche in buona fede, come un rischio reale. E l’ossessione del comunismo indusse pure lui, come tanti altri, a vedere il pericolo comunista anche laddove esso non sussisteva: come, per l’appunto, nell’Egitto di Nasser, dove il partito comunista era stato messo al bando e i suoi dirigenti, che per per lo più erano ebrei, erano stati messi in condizione di non nuocere!

    Nell’articolo in esame ci appare invece più meritevole di considerazione un punto che l’autore stesso ritiene "essenziale" e che viene formulato nei termini seguenti, evidenziati dai caratteri corsivi: "gli stessi popoli islamici non si stanno rendendo indipendenti dall’Occidente che in quanto si occidentalizzano, ossia che in quanto subiscono spiritualmente e culturalmente l’invasione occidentale". Vale a dire, "essi non si emancipano materialmente che abbandonando in larga misura le proprie tradizioni e costituendosi a fac-simili più o meno imperfetti degli Stati occidentali".

    Ora, se Evola aveva torto allorché esprimeva il timore che l’occidentalizzazione portasse i paesi musulmani tra le braccia del comunismo, aveva invece ragione quando osservava che l’emancipazione politica dei paesi musulmani coloniali si accompagnava spesso all’adozione di elementi culturali estranei alla cultura islamica.

    Ciò che Evola non riusciva a scorgere, nel panorama dei tardi anni Cinquanta, erano le enormi potenzialità dell’Islam, che una ventina d’anni più tardi si sarebbero manifestate in un vero e proprio "risveglio" e avrebbero indotto avanguardie e popoli musulmani ad accantonare le ideologie importate e a rivolgersi nuovamente al modello ispiratore della Tradizione.




    di Claudio Mutti


    (1) Sui rapporti tra il fascismo e il mondo islamico si veda Enrico Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001.

    (2) Cfr. Stefano Fabei, Guerra santa nel Golfo, Parma 1990; Manfredi Martelli, Il Fascio e la Mezzaluna, Roma 2003.

    (3) Cfr. Gianfranco Peroncini, La guerra di Suez, Parma 1986.

    (4) Tra coloro che nel socialismo nazionale nasseriano riconobbero una delle forme di fascismo postbellico, vi fu Maurice Bardèche, del quale riportiamo qui di seguito alcuni brani. "’Rialza la testa, fratello, i giorni dell’umiliazione sono passati’. Con questa frase, che si sarebbe adattata alla Germania del 1934, Nasser annunciò sui muri del Cairo, nel 1954, l’avvento di un’era nuova. A venti anni di distanza, un altro popolo spezzava le sue catene. (…) La struttura della repubblica d’Egitto riproduce i caratteri della struttura politica fascista. Il capo dello Stato riunisce nelle sue mani i diversi poteri, (…) i partiti politici sono sciolti ed il contatto col popolo è mantenuto per mezzo del partito unico, l’Unione Nazionale. (…) Ma guardando ancor meglio, troviamo nel regime di Nasser caratteri visibili del fascismo d’anteguerra. In particolare quel carattere del fascismo (…) da cui si riconosce l’ispiratore di un movimento fascista e l’idea che questi si fa della sua missione. In ogni fascismo vi è una morale ed un’estetica (…) Nasser ed i suoi fascisti hanno trovato questa mistica fascista nell’Islam (…) Nel Corano vi è qualcosa di guerriero e di forte, qualcosa di virile, qualcosa che si può chiamare romano. Perciò Nasser è così ben compreso dagli arabi; parla la lingua che parla la loro razza nel profondo dei cuori" (M. Bardèche, Che cosa è il fascismo?, Roma 1980, pp. 88-92).

    (5) Rist. in: J. Evola, I testi del Meridiano d’Italia, Padova 2002, pp. 217-219.

    (6) J. Evola, Il problema della supremazia della razza bianca, "Lo Stato", luglio 1936; rist. in J. Evola, Lo Stato (1934-1943), Roma 1995, pp. 151-160.

    (7) J. Evola, Orientamenti. Undici punti, Padova 2000, p. 24.

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    Enrico Galoppini

    Il Fascismo e l'Islam

    Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2001







    «Fino ad alcuni decenni fa il turista italiano che sostasse sul Haram ash-Sharif di Gerusalemme, la splendida spianata fra la Cupola della Roccia e la Moschea di AI-Aqsa, poteva venir salutato -gli facesse piacere o no- da sonori "Viva il Duce!" proferiti dai vecchi Palestinesi in kefiyyeh che sedevano lì presso; e visitando la Moschea di AI-Aqsa veniva puntualmente informato dalla guida araba che le grandi colonne di marmo candido che sostengono il soffitto sono "un regalo del Duce"». Riportando questi semplici ma assai significativi aneddoti, Franco Cardini introduce il testo oggetto di questa recensione, anticipando l'interesse e la reciproca attrazione fra Mussolini e il Fascismo da una parte, e il mondo arabo e islamico dall'altra.



    Vi furono indubbiamente punti d'incontro dettati da convergenze tattiche ma, coi doverosi distingui e le necessarie precisazioni, emersero, sospinte nella loro proiezione storico politica, le affinità derivanti dalla discendenza comune dalla Tradizione Unica.



    L'interesse e l'attenzione del Fascismo nei confronti dell'Islám e del mondo arabo pervasero Mussolini ancora prima della sua salita a potere; in effetti, il capo del Fascismo riuscì acutamente a percepire il diffuso scontento ed il generale malessere delle popolazioni arabe derivanti dalla sistemazione a tavolino degli equilibri internazionali scaturiti dagli accordi di Versailles. Così come l'Italia denunciava la «vittoria mutilata», le aspirazioni delle masse arabe dall'affrancamento coloniale rimasero deluse. Inizia così, per concretizzarsi col tempo sul piano operativo, a svilupparsi una convergenza, frutto di una comune condizione e prodotto di un atteggiamento che rifiuta l'ordine imposto dal diktat degli alleati.



    Nonostante questa simile e reciproca situazione iniziale, i rapporti tra Fascismo e mondo arabo non rimasero sempre idilliaci, ma attraversarono alti e bassi grazie ad un'errata e non sempre limpida politica coloniale condotta dall'Italia; in alcuni casi dettata da un eccessivo sciovinismo e da meri interessi materiali; non per espressa responsabilità del Duce, ma per palese bassezza di alcuni gerarchi infervorati dal mito della conquista e dalla civilizzazione dei «popoli selvaggi». I momenti migliori possono essere individuati nel corso del governatorato di Italo Balbo in Libia (1934), grazie al quale il Fascismo mostra la capacità di trasformare la colonia libica, da potenziale elemento di contraddizione, a ruolo di vetrina delle «buone intenzioni» dell'Italia fascista nei confronti dell'Islam.



    II quadrumviro riesce a percepire e ad assecondare le aspirazioni delle popolazioni locali, preparando il terreno per una sfavillante propaganda messa in atto in occasione della campagna di Abissinia (1936), che fungerà da preludio alla simbolica consegna nella mani del Duce della «Spada dell'Islam» (1937).



    Nonostante alcuni errori sempre dettati dai residui di un retaggio sciovinista ottocentesco, la politica coloniale del Fascismo necessita doverosamente una distinzione dalla classica politica colonialistica di sfruttamento dettata dal becero e subdolo spirito prettamente mercantilistico delle potenze anglo‑francesi.



    «Si può dare qualsiasi giudizio sul periodo di espansione coloniale e si possono fare anche tutti i distinguo tra forma e forma di colonizzalzione: in molti casi non si è trattato di occupare spazi vuoti o posizioni geopoliticamente vanltaggiose, ma il puro e semplice imperialismo sostenuto dall'armamento ideologico giudeo-cristiano o da quello laico-illuministico, entrambi fusi nel nazionalismo sciovinista e borghese di stampo ottocentesco, a seconda dei bisogni e dei casi. Pur tuttavia, una cosa è certa: se lo sfruttamento delle risorse minerarie e territoriali rispondeva alle mire affaristiche delle grandi compagnie in combutta con le classi politiche borghesi, il sistema coloniale tendeva anche a valorizzare le potenzialità e le risorse agricole e agro-forestali proprio in vista di un irradicamento permanente sul territorio». [1]



    Nel caso specifico del Fascismo, le iniziali e predominanti tendenze borghesi improntate ad una forma di colonialismo similare a quello di matrice anglosassone, cedettero il passo, in ottemperanza all'autentica identità dello spirito rivoluzionario fascista, alla tendenza antiborghese proiettata in una politica filo-araba ligia alla naturale proiezione geopolitica dell'Italia e funzionale alla battaglia totale contro le plutocrazie occidentali. In alcuni casi questo fu reso possibile e facilitato grazie all'atteggiamento di simpatia dei popoli arabi che, soprattutto verso la fine degli anni Trenta e a maggior ragione con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, favorirono il rapporto con l'Italia Fascista, nella veste di potenza appartenente all'Asse, soprattutto in seguito allo sbarco degli anglo-americani nel Nord Africa. Nel corso della guerra uscì in evidenza «la disparità di vedute tra italiani e tedeschi -sempre esistita, acuitasi dopo i rovesci militari italiani che richiesero il soccorso tedesco addirittura nel Mediterraneo e sfruttata dalla parte araba- non favorì lo sviluppo chiaro ed univoco della politica islamica». [2]



    Questo perchè Adolf Hitler avrebbe voluto riprendere la politica dell'Imperatore Federico II nei confronti del mondo mussulmano e, fra gli ostacoli che impedirono la realizzazione di tale disegno, vi fu l'alleanza con l'Italia, la quale era -nonostante tutto- una potenza coloniale classica a tutti gli effetti. «Hitler era sempre stato convinto che il colonialismo e i fenomeni ad esso complementari, quali ad esempio il missionarismo cristiano avessero un solo obiettivo: quello di schiavizzare i popoli colonizzati e distruggerne la cultura, considerata, in una visione esclusivamente eurocentrica, barbara, animalesca e incivile». [3]



    Lo stesso Fuhrer nel suo Testamento Politico ebbe a dichiarare che «... l'alleato italiano ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord, perchè i nostri amici islamici d'un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori». L'acume politico del Fuhrer aveva percepito che «... l'Islám e l'Europa sono due mondi destinati ad incontrarsi; entrambi infatti hanno in comune alcuni valori fondamentali da difendere e hanno a che fare con gli stessi nemici: il razionalismo e il materialismo, l'oscurantismo democratico, l'ateismo marxista e capitalista, l'azione del giudeo sfruttatore». [4]



    I nemici comuni ai popoli arabi ed alle potenze dell'Asse non potevano che essere gli inglesi e gli ebrei; in alcune occasioni furono gli Arabi stessi a «premere sull'acceleratore di un impegno più consistente dell'Italia in funzione anti-inglese (...) Non erano però solo questi gli avversari in comune. In cima alla lista vennero a trovarsi progressivamente anche gli ebrei: gli arabi si vedevano progressivamente estromettere dalla loro stessa terra». [5]



    Tra i nemici delle popolazioni arabe non potevano mancare gli Stati Uniti, in quanto, «... l'America, da quando dopo l'ultima guerra si è rafforzata l'influenza degli ebrei, è diventata un ostacolo sulla via dell'indipendenza e della libertà degli Arabi. Essa ha sempre aiutato politicamente e finanziariamente il movimento sionista ed ha favorito I'ebraicizzazione della Palestina». [6]



    Il progetto sionista di edificazione di uno stato ebraico in Palestina è sempre stato appoggiato dalle potenze anglo-francesi quale frutto delle spartizioni di Versailles; ma ancor prima della fine del primo conflitto mondiale, e precisamente nel 1917, il ministro degli Esteri britannico Balfour, a capo di una missione diplomatica, giunge a Washington dove si incontra con influenti esponenti sionisti come Brandeis (presidente della Corte Suprema americana, nonchè consigliere del presidente statunitense Wilson), ottiene l'assenso americano alle intese che gli inglesi hanno concluso con i sionisti ed in particolare al rilascio di quella dichiarazione che da lì a pochi mesi avrebbe avviato l'insediamento ebraico in Palestina. AI grande pubblico il risultato di questi intrighi di palazzo emerge attraverso la forma dei documento storicamente denominato "Dichiarazione di Balfour", consegnata direttamente dal ministro britannico al presidente della Federazione Sionista britannica, lord Lionel Rothschild. Alla luce di queste condizioni storico-politiche non potevano che svilupparsi convergenze tattiche tra il mondo arabo e il Fascismo. Infatti, «i rappresentanti del mondo arabo‑islamico che -in tutta libertà- si rivolsero al fascismo, avevano un unico scopo: liberarsi dal giogo dal colonialismo franco-britannico, qualsivoglia travestimento indossasse, nel nome dell'arabismo e dell'Islam. (...) Le condizioni vollero che il fascismo e mondo arabo-mussulmano, o meglio la parte di esso insoddisfatta dello stato in cui versava, si trovassero -con tutti i distinguo del caso- sulla stessa barricata, ma entrambi avevano le idee chiare su come perseguire i propri interessi». [7]



    In quest'ottica, soprattutto le correnti più anti-borghesi ed espressione dell'identità autenticamente antigiudaica ed antiplutocratica del Fascismo, come quelle legate a "La Vita Italiana" di Giovanni Preziosi, proponevano numerosi e continui interventi a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islám; d'altra parte molte furono le espressioni di sostegno ed elogio provenienti dal mondo arabo-mussulmano nei confronti del Fascismo; specificatamente dopo il Congresso dei Mussulmani in Europa, tenuto a Ginevra, che ha visto la presenza di una delegazione italiana inviata dallo stesso Mussolini. Le conclusioni di tale Congresso mettevano in evidenza ampi apprezzamenti per la politica islamica condotta dall'Italia, e, in particolar modo, in seguito alla consegna della "Spada dell'Islám" al Duce, si sviluppavano sempre più le organizzazioni arabe filo-fasciste che, specificatamente in Palestina, intrattennero costanti e stretti rapporti con l'Italia al fine di contrastare il mandato britannico e l'infiltrazione ebraica. Questi movimenti politici o organizzazioni paramilitari ammiravano l'organizzazione, il culto del capo, il militarismo del Fascismo e, tra le loro fila, possiamo annoverare, tra gli altri, il Partito del Giovane Egitto, il Partito Nazionalsociale Siriano, le Camicie Verdi Egiziane, la Guarda Nazionale siriana, la Gioventù Nazionale siriana, la Falange Libanese ed i gruppi iracheni legati a Rashid Alì el-Kailani; nonchè il numeroso seguito di AI-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, personaggio ammirato e altamente tenuto in considerazione da Heinrich Himmler, e dal Fuhrer in persona, il quale concede all'alto dignitario islamico un privilegio mai concesso a nessuno prima di allora in Germania: lo ospita nel Palazzo Imperiale di Berlino, e dà disposizioni affinchè su tale edificio la bandiera della Palestina sventoli più alta di quella del Reich.



    Manuel Negri



    Note:



    1] Umberto Malafronte, "Razza e Usura", edizioni di Ar, Padova 1991, p. 15;



    2] "Il Fascismo e l'Islam", op. cit., p. 59;



    3] Stefano Fabei, "La politica Maghrebina del Terzo Reich", Edizioni all'insegna del Veltro, Parm, p. 84;



    4] Antonio Medrano, "Islam ed Europa", Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1978, p. 111



    5] Galoppini, op. cit., pp. 27-28;



    6] Fabei, op. cit., p. 63;


    7] Galoppini, op. cit., p. 15

  9. #9
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    L'Islam visto da Evola

    di Claudio Mutti

    L’inizio della fortuna dell’opera evoliana nel mondo islamico risale probabilmente agli inizi degli anni Novanta, allorché il filosofo musulmano di nazionalità azera Gejdar Dzemal (1), fondatore del Partito della Rinascita Islamica, curò per il primo canale della televisione russa una trasmissione dedicata a Julius Evola.
    Nel 1993 Rivolta contro il mondo moderno veniva evocata, in un’intervista pubblicata dal n. 77 di "Éléments", da un altro intellettuale musulmano: l’algerino Rachid Benaissa, allievo e continuatore di quel maître à penser della "rinascita dell’Islam" che è stato Malek Bennabi.
    Nel 1994, per iniziativa di un professore di teologia islamica dell’Università di Marmara usciva ad Istanbul, presso la casa editrice Insan, un libro intitolato Modern Dünyaya Baskaldiri: era la traduzione turca di Rivolta contro il mondo moderno. La presentazione editoriale faceva espresso riferimento a René Guénon, un autore del quale sono apparse in turco, negli stessi anni, due opere di critica del mondo moderno: La crise du monde moderne (Modern Dünyanin Bunalimi, Agac, Istanbul) e Le règne de la quantité et les signes des temps (Niceligin egemenligi ve çagin alâmetleri, Iz, Istanbul).
    Se alcuni ambienti musulmani hanno manifestato un certo interesse per l’opera di Evola, in quale misura Evola ha avuto conoscenza dell’Islam?
    Il quadro della tradizione islamica tracciato da Evola in Rivolta contro il mondo moderno non occupa più di un paio di pagine, ma presenta con sufficiente risalto quegli aspetti dell’Islam che nella prospettiva evoliana valgono a caratterizzarlo come "tradizione di livello superiore non solo all’ebraismo, ma anche alle credenze che conquistarono l’Occidente" (2), vale a dire alla religione cristiana.
    In primo luogo Evola fa notare come il simbolismo dell’Islam indichi chiaramente una riconnessione diretta con la Tradizione primordiale stessa, sicché l’Islam risulta indipendente dall’ebraismo e dal cristianesimo, religioni delle quali esso d’altronde respinge i temi peculiari: peccato originale, redenzione, mediazione sacerdotale eccetera. Leggiamo direttamente il brano evoliano:
    "Come nell’ebraismo sacerdotale, qui al centro sta la legge e la tradizione quale forza formatrice, cui però i ceppi arabi delle origini offrirono una materia assai più pura, nobile, improntata da spirito guerriero. La legge islamica, shariyah, è legge divina; la sua base, il Corano, viene concepita come la stessa parola di Dio – kalâm Allâh – come opera non-umana, libro "increato", esistente ab aeterno nei cieli. Se l’Islam si considera come "la religione di Abramo" e di questi ha voluto anche fare il fondatore della Kaaba, ove ricorre la "pietra", il simbolo del "Centro", pure sta di fatto che esso afferma la sua indipendenza dall’ebraismo non meno che dal cristianesimo, che il centro della Kaaba con quello stesso simbolo è preislamico ed ha origini remote difficili a determinare; che nella tradizione esoterica islamica il punto di riferimento è la figura misteriosa del Khidr, concepito come superiore ed anteriore ai profeti biblici. L’Islam esclude il tema caratteristico dell’ebraismo, che nel cristianesimo diverrà dogma e base del mistero cristico: mantiene, sensibilmente affievolito, il tema della caduta di Adamo, senza trarne tuttavia quello del "peccato originale". In questo esso vede una "illusione diabolica" – talbîs Iblîs -anzi, in un certo modo, tale motivo viene invertito, la caduta di Satana – Iblîs o Shaytân – essendo ricondotta, nel Corano (XVIII, 48), al rifiuto di questi di prostrarsi, insieme agli Angeli, davanti Adamo. Così viene respinta anche l’idea di "redentori" o "salvatori", centro del cristianesimo, non solo, ma viene esclusa la mediazione di una casta sacerdotale. (3)
    La radicale formulazione della dottrina dell’Unità, l’assenza di ogni macchia di antropomorfismo, la restaurazione del primordiale contatto diretto col Principio, l’integrazione di ogni settore dell’esistenza in un ordine rituale, l’ascesi dell’azione culminante nel rito del jihâd, la capacità di plasmare una "razza dello spirito" in termini di ummah: sono questi, successivamente, gli aspetti dell’Islam sui quali si sofferma l’attenzione di Evola.
    Concepito il Divino in assoluta purezza monoteistica, senza un "Figlio", senza una qualità di "Padre", senza una "Madre di Dio", ogni uomo come muslem appare direttamente connesso a Dio e santificato attraverso la legge, la quale permea ed organizza in qualcosa di assolutamente unitario la vita in ogni sua espressione, giuridica, religiosa, sociale. Come si è accennato, nell’Islam originario l’unica forma di ascesi che si concepì fu quella dell’azione, in termini di jihad, di "guerra santa", guerra, teoricamente, da non interrompere mai, fino al pieno consolidamento della legge divina. E appunto attraverso la guerra santa, non per un’azione di predicazione e di apostolato, l’Islam ebbe una espansione repentina, prodigiosa, formando non solo l’Impero dei Califfi, ma soprattutto l’unità propria ad una razza dello spirito – umma – la "nazione islamica".(4)
    L’Islam infine, osserva Evola, è una forma tradizionale completa, nel senso che nel suo contesto è vivo ed operante un essoterismo in grado di fornire, a chi sia dotato delle necessarie qualificazioni, i mezzi utili a conseguire una realizzazione spirituale che oltrepassi il traguardo esoterico della pura e semplice "salvezza dell’anima":
    Infine l’Islam presenta una completezza in alto grado tradizionale in quanto il mondo della Shariyah e della Sunna, della legge e della tradizione, ha il suo complemento non tanto in una mistica, quanto in vere e proprie organizzazioni iniziatiche – turuq – cui è proprio l’insegnamento esoterico, il ta’wil e la dottrina metafisica della Identità suprema, tawhid. La nozione, ricorrente in tali organizzazioni e, in genere, nella cosiddetta Shia, del ma’sum, della doppia prerogativa dell’isma, o infallibilità dottrinale, e dell’impossibilità di esser intaccati dalla colpa, per i capi, gli Imam visibili ed invisibili, e i mujtahid, rientra logicamente nella verità di una razza non spezzata e formata da una tradizione di livello superiore non solo all’ebraismo, ma anche alle credenze che conquistarono l’Occidente. (5)
    Fra tutti questi aspetti, quello che in modo più diretto interessa l’"equazione personale" di Evola è ovviamente il motivo dell’azione consacrata. È così che l’attenzione di Evola si fissa sul concetto di jihâd e sulla sua duplice applicazione, secondo la celebre frase attribuita al Profeta Muhammad: "Raja’nâ min al-jihâd al-açghar ilâ-l-jihâd al-akbar" Cioè: "Siamo tornati dal jihâd minore al jihâd maggiore". Questo detto tradizionale, che ispira il titolo di un capitolo di Rivolta contro il mondo moderno ("La grande e la piccola guerra santa"), viene commentato da Evola nei termini seguenti:
    Nella tradizione islamica vengono distinte due guerre sante: l’una è la "grande guerra santa" – el-jihadul akbar – l’altra la "piccola guerra santa" – el-jihadul açghar – da un detto del Profeta che, di ritorno da una spedizione di guerra, disse: "Siamo tornati dalla piccola guerra santa". La prima guerra è di ordine interno e spirituale; l’altra è la guerra materiale, quella che si combatte all’esterno contro un popolo nemico, in particolare, con l’intento di riprendere popoli "infedeli" nello spazio ove vige la "legge di Dio", dâr al-islâm.
    Tuttavia la "grande guerra santa" sta alla "piccola guerra santa" come l’anima sta al corpo; ed è fondamentale per la comprensione della "ascesi eroica" intendere la situazione nella quale le due cose divengono una sola, la "piccola guerra santa" facendosi il mezzo attraverso il quale si attua una "grande guerra santa" e viceversa: la "piccola guerra santa" – quella esteriore – divenendo quasi un’azione rituale che esprime e testimonia la realtà della prima. In effetti, in origine l’Islam ortodosso non concepì che una forma di ascesi: quella legantesi appunto al jihad, alla "guerra santa".
    La "grande guerra santa" è la lotta dell’uomo contro i nemici che egli porta in sé. Più esattamente, è la lotta dell’elemento non umano dell’uomo contro tutto ciò che in lui vi è di umano e, come tale, di legato al tronco profondo del desiderio e della passionalità, quindi di governato dal principio del caos e del disordine. (6)
    La dottrina islamica della piccola e della grande "guerra santa" occupa nel contesto dell’opera evoliana una posizione importante, poiché assume un valore paradigmatico; essa infatti esemplifica e rappresenta la concezione generale che il mondo della Tradizione riferisce all’esperienza guerriera e, in senso più ampio, all’azione intesa come via di realizzazione spirituale. Gl’insegnamenti riguardanti l’azione guerriera che si ritrovano in ambiti tradizionali diversi vengono dunque considerati alla luce della loro coincidenza essenziale con la dottrina del jihâd e vengono esposti mediante il ricorso a una nozione che è, pure essa, di derivazione islamica: la nozione della "Via di Dio" (sabîl Allâh).
    Nel mondo dell’ascesi guerriera tradizionale la "piccola guerra santa", ossia la guerra esteriore, viene additata od anche prescritta quale via per realizzare questa "grande guerra santa" e per tale ragione nell’Islam "guerra santa" – jihad – e "via di Allah" son termini spesso usati come sinonimi. In quest’ordine di idee l’azione ha rigorosamente la funzione e il compito di un rito sacrificale e purificatorio. Le situazioni esteriori della vicenda guerriera determinano un "affioramento" del nemico interiore, il quale come istinto animale di conservazione, paura, inerzia, pietà o passione, oppone una rivolta e una resistenza, che chi combatte deve vincere all’atto stesso di scendere in campo a combattere e a vincere il nemico esteriore o il "barbaro".
    Naturalmente, l’orientamento spirituale, la "giusta direzione" – niyyah – che è quella rivolta agli stati sopraindividuali dell’essere (simboli: il "cielo", il "paradiso", i "giardini di Allah", e via dicendo) è presupposta come base; altrimenti la guerra perde il carattere sacro e si degrada in una vicenda selvaggia e irrazionale ove al Guerriero si sostituisce il soldato e all’"eroe" nel senso antico la bestia, o, al più, l’esaltato. (7)
    Evola riporta tutta una serie di passi coranici relativi ai concetti di jihâd e di "Via di Allah"; si tratta dei seguenti versetti, che citiamo secondo la numerazione del Bonelli e nel medesimo ordine in cui vengono riferiti in Rivolta contro il mondo moderno (8): IV, 76; II, 186; II, 187; XLVII, 37; XLVII, 4; XLVII, 38; XLVII, 40; IX, 38; IX, 52; II, 212-213; IX, 88-89; IX, 90; XLVII, 5-7. Oltre a questi versetti vengono pure citate, a titolo esemplificativo ed illustrativo, due massime: "Il paradiso è all’ombra delle spade" e "Il sangue degli eroi è più vicino a Dio dell’inchiostro dei filosofi e delle preghiere dei devoti" (9). Ora, se la prima di queste due massime è effettivamente un hadîth, la seconda, desunta da una fonte di cui Evola non fornisce gli estremi, suona originariamente in termini alquanto diversi: "L’inchiostro dei sapienti e il sangue dei martiri saranno pesati nel Giorno della Resurrezione, e la bilancia penderà in favore dei sapienti" (hadîth riferito da Suyûtî, Al-jâmi’ aç-çaghîr).
    Prima di passare ad esporre le formulazioni secondo le quali la dottrina della "guerra santa" è stata enunciata in ambiti tradizionali diversi da quello islamico (soprattutto in quelli indù e cristiano), Evola individua un rapporto di analogia tra la morte conseguita dal mujâhide la mors triumphalis della tradizione romana (10); il tema viene ripreso più oltre, laddove il "significato di immortalamento" (11) attribuito alla vittoria guerriera da certe tradizioni europee è messo in stretto rapporto con "l’idea islamica, secondo la quale i guerrieri uccisi nella ‘guerra santa’ – jihad – non sarebbero mai veramente morti" (12). A tale proposito viene citato un versetto cranico: "Non dite morti coloro che furono uccisi nella via di Dio; no, anzi sono vivi, però voi non ve ne avvedete" (II, 149); il parallelo specifico è qui rintracciato in Platone (Resp 468 e), "secondo cui alcuni morti in guerra vanno a far corpo con la razza aurea che, secondo Esiodo, non è mai morta, ma sussiste e veglia, invisibile" (13).
    Un altro argomento che, in Rivolta contro il mondo moderno, fornisce lo spunto per alcuni riferimenti alla dottrina dell’Islam è quello trattato nel capitolo su "La Legge, lo Stato, l’Impero". Osservando che
    ancor fin nella civiltà medievale la ribellione contro l’autorità e la legge imperiale fu considerata allo stesso titolo dell’eresia religiosa e i ribelli valsero, non meno degli eretici, come i nemici della loro stessa natura, come coloro che contraddicono la legge della loro stessa essenza, (14)
    Evola rileva la presenza di una analoga concezione nell’Islam e rinvia il lettore alla sura IV del Corano, v. 111. Un altro parallelo che coinvolge l’Islam viene poi stabilito fra la concezione romano-bizantina da un lato, la quale contrappone la legge e la pax dell’ecumene imperiale al naturalismo dei barbari rivendicando al contempo l’universalità del proprio diritto, e la dottrina islamica dall’altro, poiché in quest’ultima si ha
    Su base analoga (…) la distinzione geografica fra il dar al-islam, o terra dell’Islam, retto dalla legge divina, e il dar al-harb, o terra della guerra, per comprendere genti, che nella prima vanno riprese attraverso il jihad, la "guerra santa". (15)
    Nel medesimo capitolo, trattando della funzione imperiale di Alessandro Magno, soggiogatore delle orde di Gog e di Magog, Evola rimanda alla figura coranica di Dhû’l-qarnayn (il Bicorne, che viene correntemente identificato con Alessandro), nonché alla sura XVIII del Corano. (16)
    * * *
    Le analogie fra determinati aspetti dell’Islam e i corrispondenti elementi di altri ambiti tradizionali vengono rilevate anche nel Mistero del Graal; ma, mentre in Rivolta si tratta di puri paralleli dottrinali, che talvolta vedono messe a confronto con l’Islam forme tradizionali mai venute a contatto col mondo musulmano, nel saggio sulla "idea imperiale ghibellina" le similitudini tra Islam e templarismo vengono invece puntualizzate nel quadro dei rapporti che sarebbero intercorsi fra esponenti dell’esoterismo cristiano e dell’esoterismo islamico:
    inoltre si accusavano i Templari di aver delle intese segrete con i mussulmani e di esser più vicini alla fede islamica che non a quella cristiana. Quest’ultimo accenno è probabilmente da intendersi sulla base del fatto, che a caratterizzare l’islamismo sta parimenti la anticristolatria. Quanto alle "intese segrete", esse debbono apparirci sinonimo di un punto di vista meno settario, più universale, quindi più esoterico di quello del cristianesimo militante. Le Crociate, nelle quali i Templari e, in genere, la cavalleria ghibellina ebbero una parte fondamentale, sotto vari riguardi crearono malgrado tutto un ponte supetradizionale fra Occidente e Oriente. La cavalleria crociata finì col trovarsi di fronte ad una specie di fac-simile di se stessa, cioè a guerrieri che avevano la stessa etica, gli stessi costumi cavallereschi, gli stessi ideali di una "guerra santa" e, in più, a corrispondenti vene esoteriche. (17)
    Evola passa così a tracciare un sommario profilo di quello che egli, con una certa improprietà, definisce "l’Ordine arabo degli Ismaeliti", cioè il movimento eterodosso d’origine sciita nato verso la metà del sec. VIII:
    Così ai Templari fece esatto riscontro, nell’Islàm, l’Ordine arabo degli Ismaeliti, che anch’essi si consideravano come i "guardiani della Terra Santa" (anche in senso esoterico, simbolico) e avevano una doppia gerarchia, una ufficiale e una segreta. E tale Ordine, con eguale doppio carattere, guerriero e religioso, corse pericolo di fare una fine analoga a quella dei Templari per un analogo motivo: per un suo fondo iniziatici e per l’affermazione di un essoterismo sprezzante la lettera dei testi sacri. È anche interessante che nell’esoterismo ismaelita riappare lo stesso tema della saga imperiale ghibellina: il dogma islamico della "resurrezione" (qiyama) qui viene interpretato come la nuova manifestazione del Capo supremo (Imam) divenuto invisibile nel cosiddetto periodo dell’"assenza" (ghayba): perciò l’Imam ad un dato momento era scomparso sottraendosi alla morte, sussistendo però pei suoi seguaci l’obbligo di giurargli fedeltà e sudditanza come allo stesso Allah. (18)
    L’esoterismo islamico è definito da Evola come "dottrina che giunge perfino a riconoscere nell’uomo la condizione in cui il Principio prende coscienza di sé, e che professa l’Identità Suprema" (19), sicché, grazie ad esso, l’Islam costituisce
    un esempio chiaro ed eloquente di un sistema che, pur comprendendo un dominio religioso a base rigorosamente ateistica, riconosce una verità e una via realizzativi più alte, l’elemento emozionale e devozionale, l’amore e il resto perdendo (…) ogni significato "morale" e ogni valore intrinseco e acquistando solo quello di una delle tante tecniche. (20)
    Ebbene, l’esoterismo islamico, con gl’insegnamenti dei suoi maestri e col suo mondo di nozioni e di simboli, fornisce ad Evola spunti e riferimenti di una certa importanza. Per quanto concerne simboli e nozioni, si noti il rilievo che nell’opera evoliana è assegnato alla funzione polare. Come spiega lo stesso Evola, "nel vicino Oriente" (ma sarebbe stato più corretto dire "nel mondo islamico") "il termine Qutb, ‘polo’, ha designato non solo il sovrano ma, più in genere, colui che dà legge ed è il capo della tradizione di un dato periodo storico" (21). (Per essere esatti, il Qutbrappresenta il vertice supremo della gerarchia iniziatica). Ora, c’è in Rivolta un capitolo intero, il terzo della prima parte, che verte su questa funzione tradizionale e impiega per l’appunto i termini "polo" e "polare"; lo strano è che esso non contiene nessun riferimento esplicito alla tradizione islamica! Per quel che invece riguarda i maestri dell’esoterismo islamico, ricorrono nell’opera evoliana i nomi di Ibn ‘Arabî, di Hallâj, di Rûmî, di Hâfez, di Ibn ‘Atâ’, di Ibn Fârid, di ‘Attâr.
    La prima menzione di Ibn ‘Arabî, ash-shaykh al-akbar (=magister maximus), appare in una glossa di Introduzione alla Magia che non è firmata, ma è dovuta certamente ad Evola: viene ivi citato "il caso di Ibn Arabi" al fine di esemplificare la "inversione delle parti rispetto allo stato in cui, creata la dualità, l’imagine divina incarnante l’Io superiore sta di fronte al mistico come un altro essere" (22). Per approfondire il concetto, Evola fa ricorso a un insegnamento del tasawwuf:
    È interessante notare che nell’esoterismo islamico vi è un termine tecnico per indicare questo mutamento: shath. Shath, letteralmente, significa proprio "scambio delle parti" ed esprime il punto in cui il mistico assorbe l’imagine divina, sente quella come il sé e il sé, invece, come un altro, e parla in funzione di quella. Sono anzi indicati, nell’Islam, alcuni "segni certi" per riconoscere in quali casi lo shath ha avuto luogo oggettivamente e non si tratta di un semplice sentimento della persona in questione. (23)
    Viene quindi ricordato che
    la fine di El Hallaj, il quale viene tuttavia considerato come uno dei principali maestri dell’Islamismo esoterico (sufismo), (24)
    fu una conseguenza della divulgazione del segreto che si connette al conseguimento della suddetta condizione. Su tale argomento Evola ritorna in un altro punto della sua opera, laddove scrive:
    Si vuole che la condanna e la stessa uccisione di alcuni iniziati di cui si era lungi dal disconoscere questa loro dignità (come caso tipico viene addotto quello di El Hallaj nell’Islam) siano dovute al loro non aver riconosciuto questa esigenza (cioè l’esigenza del segreto, n.d.r.): non si tratta di "eresia", ma di ragioni pratiche e pragmatiche. Un detto tipico è, a tale riguardo: "Che il sapiente con la sua sapienza non turbi la mente di coloro che non sanno". (25)
    L’altro breve accenno ad Ibn ‘Arabî contenuto nella medesima opera collettiva è pure esso dovuto a Evola, il quale, nello scritto firmato con lo pseudonimo "Ea" e intitolato Esoterismo e mistica cristiana, rileva come nell’ascesi del cristianesimo manchi, nonostante la disciplina del silenzio,
    la pratica di quel grado più interiorizzato di tale disciplina, che è il tacere non solo con la parola parlata, ma altresì col pensiero (il "non parlare con se stessi" di Ibn Arabi). (26)
    In Metafisica del sesso, dopo aver notato come nell’Islam, "legge destinata a chi vive nel mondo, e non all’asceta" (27), sia assente "l’idea della sessualità come qualcosa di peccaminoso e di osceno" (28), tant’è vero che prima di congiungersi sessualmente alla donna l’uomo pronuncia la formula rituale "Bismillâhi ‘r-Rahmâni ‘r-Rahîm" ("Nel nome di Allâh, il Misericordioso, il Misericorde"), Evola osserva che Ibn ‘Arabî
    giunge fino a parlare di una contemplazione di Dio nella donna, in una ritualizzazione dell’amplesso conforme a valenze metafisiche e teologiche. (29)
    Seguono due lunghe citazioni dai Fusûs al-hikam, nella traduzione di Titus Burckhardt, quindi la conclusione:
    In questa teologia sufistica (sic, n.d.r.) dell’amore devesi vedere solo l’amplificazione e la elevazione a una più precisa coscienza del mondo rituale in cui l’uomo di tale civiltà ha più o meno distintamente assunto e vissuto i rapporti coniugali in genere, partendo dalla santificazione che la Legge cranica conferisce all’atto sessuale in regime non solo monogamico ma anche poligamico. Da qui appare anche il significato particolare che può assumere il procreare, inteso appunto quasi come un amministrare il prolungamento, esistente nell’uomo, del potere creativo divino. (30)
    Un altro passo dei Fusûs al-hikam illustra in Metafisica del sesso la "chiave della tecnica islamica" (31), la quale consiste nell’assumere il "dissolversi attraverso la donna" (32) come un simbolo dell’estinzione nella divinità. Al medesimo ordine di idee viene riferito il significato delle "Esperienze tra gli Arabi" di Gallus, un capitolo di Introduzione alla Magia dal quale Evola estrae alcuni brani, relativi alle "pratiche orgiastiche a fini mistici (…) attestate (…) nell’area arabo-persiana" (33).
    In quello che Rûmî dice della danza ("Chi conosce la virtù della danza vive in Dio, perché sa come l’amore uccide") (34) Evola individua un’altra "chiave" delle tecniche iniziatiche islamiche:
    la chiave delle pratiche di una catena, o scuola, di mistica islamica, continuatasi attraverso i secoli, che in Gelâleddîn Rûmî considera il suo maestro. (35)
    Nella poesia del sufismo arabo-persiano, a lui nota attraverso l’antologia del Moreno (36), Evola ritrova motivi che per la sua "metafisica del sesso" sono di un certo interesse: ad esempio, l’applicazione del simbolismo maschile all’anima dell’iniziato, sicché
    la divinità (…) viene considerata come donna – come la "Fidanzata" o l’"Amata", invece che come lo "sposo celeste" dell’anima. Così per es. in Attâr, in Ibn Fârid, in Gelâleddîn el-Rûmî, ecc.(37)
    O, ancora, vi trova l’idea dell’amore quale "forza che uccide" l’io individuale, idea rintracciata in Rûmî (38) e in Ibn Fârid (39).
    Su una tecnica tipica del sufismo, il dhikr, si sofferma una glossa di Introduzione alla Magia che riteniamo di poter attribuire ad Evola. Essa rileva, in particolare, la corrispondenza di tale tecnica islamica col mantram indù e con la ripetizione dei nomi divini praticata dall’esicasmo (40). La glossa cita Al-Ghazâlî, del quale Evola deve aver letto qualcosa in qualche traduzione europea, poiché di questo maestro vengono citate, in altre pagine della stessa opera attribuibili ad Evola (41), un paio di affermazioni.
    Assai più proficuo è l’incontro di Evola con l’ermetismo islamico: l’autore musulmano più menzionato nella produzione evoliana è infatti Geber (= Jâbir Ibn Hayyân). Circa il ruolo svolto dagli ermestisti dell’Islam Evola scrive:
    Fra il VII e il XII secolo, essa (la tradizione ermetico-alchemica, n.d.r.) è attestata fra gli Arabi, che anche a tale riguardo fecero da mediatori per la ripresa, da parte dell’Occidente medievale, di un più antico retaggio della sapienza precristiana. (42)
    Nel suo studio specificamente consacrato alla tradizione ermetica, Evola si avvale di numerosissime citazioni tratte dai testi musulmani raccolti dal Berthelot e dal Manget. Primeggia, come si è detto, Geber, ed è ovvio, data la mole immensa del corpus geberiano; ma è pure menzionato Râzî e sono citati alcuni libri anonimi, fra i quali la celebre Turba Philosophorum, tradotta in italiano nel secondo volume di Introduzione alla Magia (43). Della Turba Philosophorum Evola dice che "è uno dei testi ermetico-alchemici occidentali più antichi" (44); in realtà nel 1931, anno in cui uscì la prima edizione della Tradizione ermetica, J. Ruska dimostrò in maniera inoppugnabile l’origine araba del testo in questione, sicché la Turba Philosophorum può esser detta occidentale solo in rapporto alla sua tradizione latina; ma ciò evidentemente sfuggì ad Evola, che anche nelle edizioni successive del suo libro sull’ermetismo mantenne l’inesatta definizione riportata più sopra.
    * * *
    Com’è noto, gran parte dell’opera di Evola si fonda su certi insegnamenti tradizionali divenuti per lo più accessibili in seguito all’esposizione fattane da René Guénon; Evola si è dunque basato in larga misura sull’opera di quest’ultimo, riprendendo concetti che ivi erano stati espressi e adattandoli spesso alla propria "equazione personale". Ora, data l’appartenenza di Guénon all’Islam e data la derivazione islamica di alcuni fondamentali insegnamenti contenuti nell’opera di Guénon, non sarà fuor di luogo considerare ciò che Evola ha scritto circa l’integrazione di Guénon nella tradizione islamica:
    Il Guénon era convinto del sussistere, in Oriente, malgrado tutto, di gruppi tuttora depositari della Tradizione. Praticamente egli ebbe rapporti diretti propriamente col mondo islamico, dove vene iniziatiche (sufi e ismaelite) esistono tuttora accanto alla tradizione esoterica (cioè religiosa). Ed egli si "islamizzò" ad oltranza. Stabilitosi in Egitto, aveva ricevuto il nome di sheikh Abdel Wahîd Yasha (sic, n.d.r.) ed anche la cittadinanza egiziana. In seconde nozze, sposò un’araba. (45)
    Nel caso del Guénon, quel collegamento (iniziatici, n.d.r.) deve essersi principalmente realizzato – come abbiamo detto – con "catene" islamiche. Ma a chi non se la sente di rimettersi a musulmani e ad Orientali, il Guénon offre assai poco. (46)
    Il "caso di Guénon" ha dunque costretto Evola ad ammettere che anche oggi esistono, nonostante tutto, le possibilità per un ricollegamento iniziatici; solo, nelle condizioni attuali la scelta dell’Islam risulta praticamente obbligata.
    Una tale conclusione riprende queste precedenti considerazioni:
    Si potrebbe aggiungere una testimonianza islamica che è data dalla corrente iniziatica ismaelita e in particolare da quella dei cosiddetti Duodecimani. La corrispondente veduta è che l’Imam, il capo supremo dell’Ordine, manifestazione di un potere dall’alto e principio anche delle iniziazioni, si sia parimenti "ritirato". Si attende bensì che egli si rimanifesti, ma l’epoca attuale sarebbe quella di una "assenza".
    Tuttavia ciò, a nostro parere, non implica che centri iniziatici in senso stretto siano ormai inesistenti. Senza dubbio, ne esistono ancora, anche se a tale riguardo l’Occidente entra scarsamente in questione e bisogna riferirsi ad altre aree, al mondo islamico e all’Oriente. (47)
    Potremmo qui rilevare che Evola ha probabilmente scambiato la Scia duodecimana per una diramazione particolare del movimento ismaelita, e una svista del genere sarebbe veramente eccessiva, anche se commessa da una persona non "addetta ai lavori"; parimenti, Evola sembra credere che l’Imam sia "il capo supremo dell’Ordine" tanto nella prospettiva degli Ismaeliti quanto in quella dei "cosiddetti Duodecimani" – e anche questa sarebbe una inesattezza considerevole, perché per la Scia duodecimana l’Imam, in quanto successore del Profeta, è "capo supremo" non solo di un Ordine, ma di tutta quanta la comunità.
    Ma non è questo che deve interessare. L’importante è, invece, che secondo Evola un ricollegamento iniziatici nell’epoca attuale è ancora possibile, purché ci si rivolga "al mondo islamico e all’Oriente".
    Un problema introdotto da Evola in questo contesto concerne il rapporto fra i centri iniziatici e il corso della storia umana e viene così formulato:
    il corso della storia ultima (…) ha, in genere, un carattere assolutamente involutivo e dissolutivo. Ora, di fronte alle forze che sono in opera in questi sviluppi, quale è la posizione dei centri iniziatici? (48)
    Il problema ovviamente coinvolge anche l’Islam:
    Ad esempio, nel caso dell’Islam sono certamente esistenti centri iniziatici (sufi), ma la loro presenza non ha affatto impedito l’"evolversi" dei paesi arabi nel senso antitradizionale, progressista e modernista, con tutte le inevitabili conseguenze. (49)
    Tale questione era stata posta da Evola nel quadro di uno "scambio d’idee con Titus Burckhardt" (50), noto studioso svizzero ricollegato all’esoterismo islamico e residente in un paese musulmano, il quale, con conoscenza di causa, gli "aveva fatto rilevare il sussistere di possibilità del genere (cioè di un ricollegamento iniziatici, n.d.r.) in aree non europee" (51). Non sappiamo se e come lo studioso svizzero abbia replicato alle obiezioni di Evola; da parte nostra, comunque, potremmo far innanzitutto notare che "i paesi arabi" costituiscono sotto il profilo demografico soltanto la quinta parte di tutto il mondo musulmano, sicché non è corretto far coincidere il loro "evolversi" con lo sviluppo della situazione generale dell’ummah islamica; in secondo luogo – e ciò possiamo forse osservarlo meglio oggi che non al tempo di Evola – anche all’interno di alcuni paesi arabi è in atto un "risveglio dell’Islam" che sembrerebbe annunciare un’inversione di tendenza; infine, quand’anche i "centri iniziatici (sufi)" non ostacolassero, con la loro azione, il processo generale di involuzione, non sarebbe tuttavia lecito affermare che la loro funzione è illusoria (52). Infatti il ricollegamento ai centri iniziatici – dai quali procede ogni trasmissione regolare delle influenze spirituali – costituisce l’unica soluzione possibile per coloro i quali intendano reagire alla tendenza discendente del mondo moderno: tendenza inesorabile, perché soggetta alle rigorose leggi cicliche che governano la manifestazione. È proprio il ricollegamento ad un centro iniziatico – e, mediante esso, al centro supremo – ad assicurare la continuità della trasmissione delle influenze spirituali per tutta la durata del presente ciclo d’umanità e quindi a consentire la partecipazione allo Spirito fino alla chiusura del ciclo. In questa prospettiva, è proprio il processo involutivo a rivelarsi illusorio: esso infatti concerne unicamente la manifestazione, la quale, dato il suo fondamentale carattere contingente, è rigorosamente nulla in rapporto all’Assoluto.
    Alcuni esponenti di quella varietà umana che qualcuno ha chiamato "evolomane", presi da una foga polemica degna di miglior causa, hanno citato, come rappresentative della posizione evoliana rispetto all’Islam, queste parole:
    lo stesso cattolicesimo (…) è una dottrina inconsciamente tragica, una dottrina quasi diremmo da disperati (il protestantesimo e l’islamismo lo sono ancora di più).(53)
    A onor del vero bisogna dire che questo brano, estratto dall’edizione del 1949 di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, venne eliminato dalla successiva edizione del 1971: evidentemente l’Autore si era reso conto che la frase non corrispondeva al suo pensiero. Sicuramente la frase non corrispondeva all’opinione evoliana dell’Islam.
    Infatti, come si è potuto dedurre dai passi riportati più sopra, Evola traccia un quadro della tradizione islamica che, se è talvolta inesatto in qualche particolare ed è spesso condizionato da una prospettiva piuttosto personale, costituisce tuttavia una rappresentazione ispirata al riconoscimento di ciò che è essenzialmente l’Islam: una manifestazione dello spirito tradizionale da cui non può prescindere la "rivolta contro il mondo moderno".
    NOTE
    (1) Gejdar Dzemal (n. 1947) ha pubblicato in italiano Tawhid. Prospettive dell’Islam nell’ex URSS, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1993. La videocassetta che riproduce la trasmissione di G. Dzemal su Julius Evola è distribuita dalle Edizioni all’insegna del Veltro. Su G. Dzemal, Michel Schneider ha scritto („Nationalisme et République", 18 settembre 1992) : "Parla il francese come i nostri figli non lo parlano più; altrettanto perfettamente padroneggia il tedesco. Vi può citare, a richiesta, i titoli dei romanzi di Anatole France. Quest’uomo ha la personalità fortissima dei geni… Con facilità e proprietà di linguaggio parla di Islam, di Dio, di metafisica. Dotato di un’intelligenza fuori dal comune e di una presenza fisica imponente, sa recitare su tutti i registri…" Da parte nostra aggiungeremo che Gejdar Dzemal parla anche l’arabo, il persiano e il turco; che conosce i film di Fellini e sa cantare in perfetto italiano le canzoni dello squadrismo fascista. Quanto ai libri di Evola, Dzemal li poté leggere durante il periodo comunista, accedendo con un documento contraffatto al reparto riservato della Biblioteca Lenin di Mosca in cui veniva custodita la "letteratura proibita".
    (2) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Milano 1951, p. 324.
    (3) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 323.
    (4) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., pp. 323-324.
    (5) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 324.
    (6) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., pp. 171-172. Cfr. anche J. Evola, La dottrina aria di lotta e vittoria, Padova 1970, p. 15, dove l’idea del jihâd è vista come il "rinascimento di una eredità aria primordiale", sicché "la tradizione islamica sta qui al posto della ario-iranica".
    (7) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., pp. 172-173. Cfr. anche La dottrina aria di lotta e vittoria, cit., p. 16 e Diorama filosofico, Roma 1974, pp. 307-308.
    (8) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., pp. 173-174.
    (9) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 180. Cfr. Diorama filosofico, cit., p. 308, dove la seconda massima è data in una forma un po’ differente.
    (10) J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 174.
    (11) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 193.
    (12) Ibidem.
    (13) Ibidem.
    (14) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., pp. 52-53.
    (15) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 59.
    (16) J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 58.
    (17) J.Evola, Il mistero del Graal, Milano 1962, p. 147.
    (18) J.Evola, Il mistero del Graal, cit., pp. 147-148.
    (19) J.Evola, Oriente e Occidente, Milano 1984, p. 212.
    (20) Ibidem.
    (21) J.Evola, Ricognizioni. Uomini e problemi, Roma 1974, p. 50.
    (22) Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur, Roma 1971, vol. I, p. 71.
    (23) Ibidem.
    (24) Ibidem.
    (25) J.Evola, L’arco e la clava, Milano 1968, p. 108.
    (26) Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur, cit., vol. III, p. 281.
    (27) J.Evola, Metafisica del sesso, Roma 1969, p. 262.
    (28) J.Evola, op. cit., p. 256.
    (29) J.Evola, op. cit., p. 257.
    (30) J.Evola, op. cit., p. 258.
    (31) J.Evola, op. cit., p. 372.
    (32) Ibidem.
    (33) J.Evola, op. cit., p. 370.
    (34) J.Evola, op. cit., p. 134. L’espressione è riportata anche in Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 191.
    (35) J.Evola, Metafisica del sesso, cit., p. 134.
    (36) M.M.Moreno, Antologia della mistica arabo-persiana, Bari 1951. Si tenga presente che la prima edizione di Metafisica del sesso è del 1958.
    (37) J.Evola, op. cit., p. 293.
    (38) J.Evola, op. cit., pp. 108-109 e 345.
    (39) J.Evola, op. cit., p. 288.
    (40) Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur, cit., vol. I, pp. 396-397.
    (41) Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur, cit., vol. II, pp. 135-136 e 239.
    (42) J.Evola, Il mistero del Graal, cit., p. 173.
    (43) Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur, vol. II, pp. 245-278.
    (44) J.Evola, La tradizione ermetica, Roma 1971, p. 8.
    (45) J.Evola, René Guénon e il "Tradizionalismo integrale", "La Destra", a. III, n. 4, aprile 1973, p. 22.
    (46) J.Evola, Ricognizioni. Uomini e problemi, cit., p. 212.
    (47) J.Evola, I centri iniziatici e la storia, "Vie della Tradizione", a. I, n. 3, luglio-settembre 1971, p. 120; inserito come cap. XVII nella seconda edizione di L’arco e la clava, Milano 1971, pp. 227-228.
    (48) J.Evola, L’arco e la clava, sec. ed., p. 228.
    (49) Ibidem.
    (50) J. Evola, Il cammino del cinabro, Milano 1963, p. 225. Lo "scambio d’idee" col Burckhardt risale dunque a una data anteriore al 1963.
    (51) Ibidem.
    (52) Evola infatti aveva esattamente scritto: "Il punto di vista realistico che ho creduto di dover assumere in Cavalcare la tigre mi ha portato, ultimamente, a qualche scontro polemico con ambienti che ancora nutrono delle illusioni (sottolineatura nostra, n.d.r.) sulle possibilità offerte dai ‘residui tradizionali’ esistenti nel mondo d’oggi" (J. Evola, Il cammino del cinabro, cit., ibidem).
    (53) J.Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Bari 1949, p. 131.

  10. #10
    Saloth Sâr
    Ospite

    Post

    Benito Mussolini
    a colloquio con
    il Gran Mufti
    Mohamed Amin el Husseini



    27 ottobre 1941

    APPUNTO IN DATA 31.X.XX

    Il Gran Mufti ha cosí riassunto il contenuto della conversazione da lui avuta con il Duce, nell'udienza accordatagli il 27 corrente e le sue impressioni.
    Dopo aver ringraziato il Duce e l'Italia per quanto hanno fatto per la Causa araba e per la sua persona in particolare, egli ha detto che il popolo arabo - il quale pone le sue speranze nel Duce - desidera l'unità, l'indipendenza e la sovranità completa sulle terre della Palestina, della Siria, del Libano, dell'Irak e di alcuni Emirati arabi soggetti all'Inghilterra.
    Egli ha illustrato i grandi interessi che legano l'Italia al popolo arabo che è cosí vicino all'Italia ed all'Impero.
    In nome della lotta che, da tanti anni, gli arabi combattono contro l'Inghilterra e dei sacrifici di sangue e di beni da loro incontrati, gli arabi chiedono un accordo chiaro con le Potenze dell'Asse per addivenire ad un trattato che garantisca la loro completa indipendenza.
    Essi chiedono che sia abolito il Foyer Ebreo in Palestina e che gli Ebrei ricevano nei Paesi arabi lo stesso trattamento riservato loro nei paesi dell'Asse.
    Un impegno solenne che consacri l'accordo delle Potenze dell'Asse con le aspirazioni del popolo arabo avrebbe immense ripercussioni in tutti i Paesi arabi e su quelli mussulmani e faciliterebbe la pronta conclusione di concreti accordi tra l'Italia e la Germania con il nuovo stato arabo per tutte quelle questioni politiche, commerciali, culturali e di altro genere che interessano i Paesi dell'Asse, e principalmente l'Italia.
    L'Eminenza ha poi illustrato al Duce come, tra i cristiani ed i mussulmani dei Paesi arabi, esista da molti anni la migliore collaborazione e come essi al di sopra della religione si considerano fratelli perché arabi. Molti dei collaboratori diretti del Mufti nella lotta in Palestina sono cristiani, e molti cristiani sono stati impiccati, fucilati od uccisi dagli inglesi nella lotta per l'indipendenza araba.
    Quando il Mufti ha finito di parlare il Duce gli ha risposto assicurandolo che egli si interessava alla causa araba da tempo rendendosi conto della importanza di intrattenere buone relazioni con gli 80 000 000 di arabi che sono vicinissimi all'Italia, appena a due ore di volo dalla Sicilia, nonché ai mussulmani che sono piú di 300 000 000 nel mondo intero.
    Avendo il Mufti accennato all'interessamento portato dal Duce, nel 1922 prima di salire al potere, verso le aspirazioni arabe espostegli a Ginevra dalla Commissione siro-palestinese, alla lettera inviata fino dal 1936 al Duce per invocarne l'aiuto ed al discorso del Duce a Tripoli nel 1937, il Duce ha detto che il suo discorso era stato determinato dalle manovre inglesi, che accusavano l'Italia di essere ostile agli arabi ed ai mussulmani in Libia ed in Etiopia.
    Il Duce ha proseguito che gli arabi hanno dato prova di meritare l'indipendenza e di essere pronto a fare in tal senso una dichiarazione. "Vi dichiaro che gli arabi hanno diritto di avere la loro completa indipendenza ed a governarsi da loro. Particolarmente gli arabi del Medio Oriente hanno diritto all'indipendenza ed a sfruttare le loro ricchezze, sviluppare i loro porti sul Mediterraneo ed i loro traffici in piena libertà. Sono pronto a fare ogni sforzo per aiutarli politicamente e spiritualmente e a dar loro armi".
    Il Duce ha continuato accennando alla difficile posizione degli inglesi nel Mediterraneo dopo la conquista di Creta. Tale posizione è poi migliorata in seguito all'occupazione della Siria e dell'Irak, ed in seguito agli avvenimenti in Iran ed a quelli che incombono nell'Afganistan. Ma le truppe dell'Asse minacciano sempre piú le posizioni degli inglesi che saranno cacciati dal Medio Oriente.
    Il Duce ha continuato dicendo che gli inglesi ripetono di voler continuare la guerra per dieci anni. Lo facciano pure. Anche noi siamo pronti a continuare la guerra per dieci anni e vinceremo e se essi pensano il contrario non ci conoscono. "Continueremo la guerra e resteremo a fianco della Germania fino alla fine". La forza inglese diminuisce ogni giorno. Nel 1942 sarà la guerra nel Mediterraneo: l'Egitto ed il Canale di Suez sono le piú sensibili arterie degli inglesi e colpirli là è piú importante che colpirli nella stessa Inghilterra.
    Gli arabi, ha continuato il Duce, possono svolgere un importante compito in questa fase e il Vostro arrivo è proprio nel momento opportuno in cui dobbiamo unire i nostri sforzi a quelli degli arabi. Il Duce si è dichiarato sicuro che gli arabi, i quali hanno dato prova della loro maturità per l'indipendenza, avranno l'occasione favorevole per fare il loro dovere.
    Sono deciso a rilasciare la dichiarazione per l'indipendenza dei Paesi Arabi e sono pronto a farlo, ha aggiunto il Duce, ma essa avrà piú forza se fatta ufficialmente a nome dell'Asse. Ne discuterò con il Führer e la faremo. Quando ho fede in una causa lo dichiaro e lo eseguisco immediatamente.
    Il Duce ha poi rilevato che gli ebrei non hanno alcuna ragione storica o razziale o altra per costituire uno stato in Palestina. Si è dichiarato anti-sionista da lungo tempo e d'accordo completamente con il Mufti per quanto riguarda lo Stato sionista in Palestina. "Se gli ebrei lo vogliono, che fondino Tel Aviv in America. Dove essi sono, come Voi Mufti avete detto, essi lavorano per l'Inghilterra come spie, come agenti, come propagandisti", perciò sono i nostri nemici, ha continuato il Duce, e non avranno alcun posto in Europa.
    Neppure in Italia, dove essi sono non piú di 45 000 su 45 000 000. Sono pochi ma ciò nonostante resteranno qui solo quelli che lo meritano: non piú di 2 500.
    Il Duce ha aggiunto di sapere che la lotta degli Arabi contro gli ebrei è basata sulla politica e non sulla religione. La religione degli Arabi infatti è molto tollerante con le altre religioni.
    Rispondendo ad un accenno del Mufti circa l'importanza di vedere l'Irak unito alla Siria ed alla Palestina per le sue inderogabili necessità di avere uno sbocco e gravitare verso il Mediterraneo, il Duce ha risposto: "Ciò è necessario".
    Il Mufti ha spiegato come, pur considerandosi fratello con tutti gli altri arabi e specialmente con quelli di Egitto dell'Hegiaz e dello Yemen, egli intendeva parlare solo a nome degli arabi del Medio Oriente che dipendono dall'Inghilterra, perché gli Stati hanno già un sovrano che può parlare per loro. Ciò non esclude che il futuro Stato Arabo patrocinato dal Mufti e dalla sua Organizzazione non abbia già, e non avrà nel futuro, ancora maggiori legami stretti con gli Stati già indipendenti. Tali legami gioveranno ora ed in avvenire all'Asse. Per tali Paesi il Mufti ha chiesto all'Asse di rispettarne l'indipendenza.
    Il Duce ha concluso di essere molto lieto di vedere il Mufti ospite di Roma. A nome suo personale e del Governo e del Regime lo ha assicurato che avrebbe trovato in Italia completa tranquillità e sicurezza come a casa sua. "Noi faremo quello che desiderate".
    Avendo il Mufti allora accennato che si sarebbe recato a Berlino fra qualche giorno e che sarebbe tornato con Gailani, il Duce gli ha manifestato il suo compiacimento e lo ha assicurato che sarebbe stato lieto di vedere in Italia anche Gailani e gli altri seguaci.
    Nell'accompagnarlo alla porta, nonostante che il Mufti avesse insistito per dispensarnelo, il Duce ha terminato: "Contate su di me personalmente ed abbiate fiducia. Io conto su di Voi e sono sicurissimo personalmente e per la causa del mio Paese. Siate sicuro che gli arabi avranno il loro Governo, la loro indipendenza, il loro Stato secondo le loro aspirazioni".
    Subito dopo l'udienza il Mufti mi ha detto di essere estremamente contento e soddisfatto. Nessuno degli esperti inglesi o degli altri stranieri con i quali ha discusso a lungo la questione araba hanno saputo dimostrare con cosí poche parole di conoscerla a fondo e con la massima chiarezza. Voi italiani avete, mi ha detto, la grande fortuna di essere guidati da un tale Capo che non appartiene però a voi soli ma al mondo intero.
    Mi ha poi detto di aver sentito sinora il peso della grave responsabilità di tante vite e di tanti interessi sacrificati per suo ordine nella lotta contro l'Inghilterra. Per ultimo il sacrificio del solo Governo che ancora rimaneva agli arabi del Medio Oriente: quello dell'Irak.
    Gravissima responsabilità egli si era assunto garantendo ai suoi seguaci che l'Asse li avrebbe aiutati, rispettando la loro indipendenza.
    Grande fiducia egli aveva posto, nonostante dubbi e diffidenze, nell'Italia, e per questo aveva desiderato di vedere, prima di tutto, il Duce.
    Oggi egli si sente completamente rassicurato e convinto di poter rassicurare i suoi seguaci.
    Mac Donald, egli mi ha detto, nel 1936, mi ha giurato sul suo onore e su quello dell'Impero britannico che il compromesso accettato dagli arabi per la Palestina sarebbe stato rispettato contro ogni pressione contraria degli Ebrei. Tale giuramento fu posto a verbale, ma non fu rispettato. Il Mufti non era però stato rassicurato dal giuramento di Mac Donald e dal verbale in sue mani. Oggi egli considera di aver molto piú: piú che in un trattato scritto egli ha fiducia nella parola, nello sguardo, nell'atteggiamento del Capo del Fascismo.


 

 
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