PAGANITAS

LA CULTURA DELLE EDIZIONI DI AR.




Nei momenti storici in cui la sapienza e la sua emanazione – la cultura – rischiano di essere fraintese e degradate, nasce una suprema esigenza di rettitudine interpretativa: di pervenire, dopo l’analisi orizzontale, alla sintesi verticale, che riporti alle sorgenti originarie dei casi dello Spirito. Il contesto in cui nacque l’idea di paganitas – allorché, nei primi secoli dell’èra cristiana, l’universo classico stava disperdendosi – presentava varie analogie con le circostanze attuali. La geografia dell’imago mundi si stava ridisegnando: quello che i Greci, i Romani avevano pensato a partire da sé, e con riferimento a sé, senza mai giungere a concepire propositi universalistici, velleità di conversione del ‘barbarico’, si confrontava smarrito con la mentalità del cristianesimo, il quale non intendeva, al contrario, accettare
limite, misura. Analogamente, oggi, le forme statali conchiuse sono incrinate dalle linee che i commerci (la mercatura) disegnano sul globo. La vastità inibisce la lucidità di pensiero. Così, nel paganesimo e nel riandare alla genealogia non-cristiana dell’Europa, le capacità speculative possono ristorarsi. Paganitas non è, infatti, un ciclo della storia già trascorso, ma è una categoria del pensabile: e, con ciò, un remedium in grado di influire positivamente sulla crisi di identità della civiltà occidentale.
Il neospiritualismo, che, oggi, sembra indurre un certo ritrarsi dei culti abramitici, è tutt’altro che alternativo a questi: ne è una suggestionata parafrasi. Il pensiero ‘desertico’, attraverso il processo di secolarizzazione, si è garantito la possibilità di plasmare tutte le strutture dell’esistente, e sèguita, così, ad alimentare la superstizione che l’Europa debba riconoscersi radici cristiane. [...]

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