In Messico è in vantaggio Calderón il liberista
Il leader della destra avanti di un punto sul socialista Lopez Obrador
CITTÀ DEL MESSICO - Il margine è stretto, il risultato non è ufficiale, ma il presidente del Messico per i prossimi sei anni dovrebbe essere Felipe Calderón, candidato del centrodestra, in continuità con l'attuale leader Vicente Fox. Con oltre il 98% delle urne computate, Calderón ha un punto di vantaggio sul socialista Andrés Manuel Lopez Obrador: il 36,3% contro il 35,3%. Al terzo posto, assai distanziato, il candidato del Pri, Roberto Madrazo, con poco più del 20%. Il problema è che mancano una proclamazione e un'ammissione di sconfitta, ed è possibile che lo stallo duri ancora per qualche giorno, con ricorsi e polemiche. Novità assoluta e carica di emozioni: per decenni, sotto i governi monolitici del Pri, il nuovo presidente della Repubblica veniva scelto personalmente da quello uscente e agli elettori spettava poco più di una ratifica. Oggi il Messico è in ansia, ma almeno può festeggiare il passo avanti verso una democrazia compiuta. Entra nella schiera dei Paesi dove l'elettorato si divide in modo talmente perfetto da mandare in tilt il lavoro degli statistici, buono o cattivo che sia. Domenica sera, cinque ore dopo la fine delle votazioni, l'istituto elettorale ha tentato di sgombrare il campo dalle voci contraddittorie circolate per l'intera giornata, dichiarando impossibile la proclamazione di un vincitore certo. Ciascuno dei due candidati sosteneva di avere in possesso exit-poll che ne provavano la vittoria, ma i dati in mano all'authority - proiezioni su urne computate in anticipo - non confermavano. La differenza tra i voti ricevuti da Calderón e Obrador era inferiore al margine di errore, pur essendo questo soltanto dello 0,5%.
Appellandosi alla legge elettorale, l'istituto ha rimandato a domani la proclamazione, dopo la ratifica di un apposito tribunale.
Poi, nella notte, la situazione è diventata ulteriormente confusa. Lopez Obrador, davanti ai microfoni, si è proclamato vincitore certo, con un margine di «almeno 500.000 voti». Ha raggiunto i suoi aficionados nella piazza centrale di Città del Messico, lo Zocalo, e improvvisato un discorso. «Chiedo, esigo, che vengano rispettati i risultati. Abbiamo vinto e ringrazio la maggioranza dei messicani per l'appoggio. Ringrazio soprattutto i poveri, la gente umile di questo Paese». A quel punto anche Felipe Calderón, inizialmente cauto, è uscito allo scoperto. «Ho vinto io. Mi danno ragione sia i primi dati ufficiali, sia i sondaggi effettuati da quattro istituti di ricerca». L'invito alla prudenza, e al rispetto della legge, lanciato dal presidente Fox nella notte, ha sortito effetti solo nella mattinata di ieri. Obrador ha continuato a parlare di «situazione atipica» nel flusso dei risultati, ma ha promesso di rispettare l'eventuale sconfitta «dopo una revisione a fondo dello scrutinio». Calderón, confortato dal fatto che i dati ufficiali lo vedono costantemente in testa, ha chiesto che l'istituto elettorale affretti la proclamazione della sua vittoria.
Alla vigilia del voto Lopez Obrador aveva dichiarato di temere brogli. Nelle ultime ore ha evitato di pronunciare questa parola, preferendo lunghe riunioni con i suoi per decidere il da farsi, davanti ai numeri per lui poco confortanti. La cronaca della domenica elettorale parla di un Messico tranquillo, con pochissime irregolarità e nessun incidente di rilievo. Anche gli osservatori internazionali si sono detti soddisfatti, pur sottolineando che il processo elettorale è troppo lungo e dispendioso. Dagli Usa, potente vicino di casa, arrivano le congratulazioni per una giornata «corretta e libera» e la fiducia per il lavoro delle autorità fino ai risultati definitivi.
Comunque andrà a finire, in Messico una riforma del sistema politico appare non più rinviabile. Insieme al presidente, gli elettori hanno votato per il Parlamento, che risulterà diviso in tre blocchi del 30% ciascuno, con una lieve maggioranza per il centrodestra (Pan). Il crollo del Pri è notevole, ha dimezzato i voti ottenuti rispetto al già pessimo 2000 e confermato il declino storico. Ma anche così i voti raccolti dal suo apparato clientelare saranno necessari al futuro presidente per approvare leggi di rilievo e riforme. Vicente Fox, che lascia il potere senza essere riuscito a incidere sulle istituzioni come avrebbe voluto, ha chiesto negli ultimi giorni di modificare almeno la nomina presidenziale e istituire un sistema a doppio turno. In Messico l'astensionismo sfiora il 50%. Questo significa che sia Calderón sia Obrador diventerebbero presidenti soltanto con il voto del 10% dell'elettorato. Entrambi, in campagna elettorale, si sono detti pronti a guidare un governo di coalizione. Scenario difficile da immaginare oggi, dopo mesi e mesi di attacchi violenti, illazioni e insulti reciproci.
Calderón e Obrador, inoltre, si sono presentati agli elettori con due piattaforme chiaramente alternative. Il primo vuole continuare il lavoro di Fox, aprire ulteriormente il mercato alle importazioni, stimolare l'iniziativa privata. Per Obrador, invece, è giunto il momento di una iniezione di Stato, per controbilanciare le contraddizioni di un Paese ricco di materie prime, ma con livelli di povertà ancora inaccettabili. La Borsa messicana ieri è salita del 3%. Evidentemente già crede alla vittoria di Calderón, più di quanto osino gli statistici.
Rocco Cotroneo
Dal corriere di oggi
Cordiali Saluti




Rispondi Citando
