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Discussione: Il caso "intelligence"

  1. #1
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    Predefinito Il caso "intelligence"

    In quell’appartamento del Sismi di via Nazionale 230 ci sono stato tre volte, accolto dal simpatico e cordiale agente Pio, che ora scopro chiamarsi Pompa di cognome. Leggo sui giornali di ieri, sempre ben informati dalle loro fonti di procura, che da quella centrale segreta colma di faldoni e dossier (ma che io però ho visto vuota e disadorna), Pio coordinasse attività di disinformazione e di depistaggio sul rapimento dell’islamista radicale Abu Omar. Con il Foglio non l’ha mai fatto, ma se ci avesse voluto dare qualche dritta sull’operazione Cia l’avremmo ricevuta volentieri e poi ovviamente valutata e controllata a dovere come si fa in tutti i giornali del mondo. I servizi sono segreti, ma non occulti, esattamente come le informative dei carabinieri e le soffiate delle procure. In gergo si chiamano fonti, ciascuna delle quali fornisce ai giornalisti notizie o mezze notizie. Accettarle, e poi magari anche pubblicarle, non significa esserne automaticamente arruolati come spioni o sbirri o uditori giudiziari.
    Questo per dire che se Renato Farina scambiava opinioni con Pio non può essere descritto come il diavolo, così come non sono l’acquasanta i segugi di Rep per effetto dei loro ottimi agganci in procura e altrove.
    D’Avanzo, per dire, sarebbe stato pedinato mentre andava a incontrare il pm Spataro, lo stesso che ha arrestato il vice di Pollari. Va da sé la piena solidarietà a D’Avanzo, se è vero che è stato intercettato illegalmente.
    Il primo nostro contatto con l’agente Pio è avvenuto dopo il mio primo articolo sulla bufala del Nigergate alla fine di ottobre dell’anno scorso.
    Dopo, non prima.
    Repubblica aveva appena pubblicato una lunga inchiesta di Bonini e D’Avanzo che – sulla base di fonti Sismi, ex Sismi e Cia – denunciava il ruolo che l’intelligence e il governo italiano avrebbero avuto nel fornire le false motivazioni per invadere l’Iraq.
    Mi ricordo che quella mattina, in riunione di redazione, il direttore – un po’ scherzando, un po’ no – si lamentò del fatto che noi non avessimo quelle gran fonti nei servizi, negli apparati e nelle procure di cui da anni dispongono i due segugi di Repubblica. Il caso volle che di quella storia del Niger sapevo tutto – non perché avessi rapporti misteriosi, mai avuti – ma perché da corrispondente negli Stati Uniti avevo seguito il dibattito congressuale su questo tema e, soprattutto, perché conoscevo le relazioni delle commissioni del Senato di Washington e quella inglese di Lord Butler che avevano trattato la materia.
    Quei testi smentivano clamorosamente la ricostruzione di Repubblica, come si è visto in seguito. Il direttore allora mi disse: scrivi, però prova a intervistare Nicolò Pollari come hanno fatto Bonini e D’Avanzo (con i quali Pollari era andato a pranzo).
    Ora non so per voi, ma per me trovare il numero del gran capo dei servizi segreti è stata un’impresa ciclopica. Il Sismi avrà un centralino? Si trova su Internet? E se ci riuscissi, il mio telefono sarà per sempre intercettato? In sintesi: ci ho messo 45 minuti per trovare un numero e parlare con un tizio che liquidandomi come un ragazzino mi ha spiegato che il capo del Sismi non dà interviste. Scrissi ugualmente l’articolo, con le mie informazioni americane reperibili facilmente su Internet.
    L’indomani ricevetti una cortese telefonata da Pollari, in risposta alla mia richiesta del giorno precedente. Il generale ribadì che non poteva concedere interviste e si stupì che avessi scritto quell’articolo senza alcun aiutino loro. Eppure era così, ma rimasi convinto che Pollari sospettasse miei agganci a Langley.
    Un paio di giorni dopo, il 27 ottobre mattina presto, mi chiama il direttore e mi chiede di venire di corsa a Roma perché aveva combinato un incontro con Pollari e voleva che ci venissi anch’io. All’appuntamento c’era Pio, analista di intelligence nonché esperto di dottrine politiche dal forte
    accento meridionale (“A noi del Sismi ci chiamano ‘Cristo si è fermato a Eboli’ non a caso”, disse in macchina).
    Incontrammo Pollari. Fu una lunga e piacevole chiacchierata di cui ricordo in modo particolare i crackers serviti come pasto unico. Pollari non fece altro che confermare le cose che avevo scritto nei giorni precedenti sulla base dei documenti pubblici americani. Era, però, molto seccato della notizia riportata da Repubblica a proposito di un suo incontro segreto alla Casa Bianca con il vice di Condoleezza Rice, Stephen Hadley.
    Tornati in redazione, Ferrara mi disse: chiama Hadley.
    E due: prima intervista Pollari, ora il viceconsigliere per la sicurezza nazionale di Bush.
    Con l’americano è stato più semplice. Sul sito della Casa Bianca c’è il numero del centralino. “White House, good morning”. “Mi può passare il portavoce del consigliere della Sicurezza nazionale?”. “Hold on, sir”. “Grazie”. (Attesa). “Frederick Jones, good morning”. Era il portavoce di Hadley. In cinque minuti smontò l’ipotesi dell’incontro segreto, cioè l’architrave su cui poggiava l’inchiesta di Repubblica.
    Da allora è stata tutta discesa. La Nigerbarzelletta e i nostri rapporti con il grande Pio sono diventati argomento cult in riunione di redazione, sempre alla luce del sole e senza mai pubblicare veline che del resto non ci sono mai state offerte. In quei giorni eravamo impegnati nella manifestazione davanti all’ambasciata iraniana di Roma. Pio ci disse che un gruppo di islamici italiani stava convocando una contromanifestazione. Contento di poter finalmente contare su una fonte qualificata, neanche fossi in un film o a Repubblica, entrai in redazione per comunicare la notizia e approntare un pezzo.
    La caporedattrice mi accolse con un lancio d’agenzia che aveva già battuto la notizia.

    C.Rocca

    su il Foglio del 7 luglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Forza, spie

    La sicurezza dello stato e dei cittadini ( noi siamo i cittadini) non si difende con i paternoster.

    Bravo Amato. Il ministro dell’Interno ha detto chiaro che nel nostro sistema non è ben definito il limite di legalità delle operazioni coperte dei servizi segreti, e ha aggiunto che quello che per lui, come per chiunque di noi, può essere un sequestro di persona in spregio alla legge, in una logica di sicurezza può risultare un’operazione di polizia internazionale.
    Se oltre a liberalizzare per quanto possibile, il governo si mette addirittura a dire la verità impossibile sul carattere sulfureo della politica in tempi di emergenza, quando saltano le Torri e le metropolitane in nome di una guerra santa all’occidente, scatterà un altro applauso, e seguirà una speriamo rapida rimessa in libertà dei capi del Sismi arrestati in nome di una cultura mediocre della legalità dai soliti guru della procura di Milano.
    Per gli uomini Cia non c’è da preoccuparsi, sono al sicuro in un paese come l’America, che non ama particolarmente Machiavelli ma almeno detesta l’ipocrisia e il pressappochismo.
    In realtà non c’è nessun caso Abu Omar, come non esistono gli altri casi a decine, a centinaia che in tutta Europa e in tutto il mondo hanno connotato gli anni di inizio della guerra al terrorismo internazionale dopo l’11 settembre. Non sappiamo nemmeno se l’imam di viale Jenner sia stato spedito in Egitto perché binladenista o per un’operazione benedetta di infiltrazione della “base” internazionale del terrore, e non lo sapremo mai.
    L’unico caso aperto è quello di magistrati che, stando alla lettera ordinaria della legge, interpretata anche un po’ viziosamente in tempi tutt’altro che ordinari, hanno rimesso in libertà e prosciolto agitatori e terroristi e reclutatori giudicandoli “resistenti” o “guerriglieri” con il bollo e l’approvazione della legge italiana. E il limite tra legale e illegale, per servizi che facciano il loro
    mestiere, che aderiscano alla politica estera e di sicurezza nel rispetto dei trattati e della prassi internazionale, sarà sempre una sottile linea grigia affidata alla responsabilità dell’esecutivo, ai controlli riservati del legislativo (Copaco docet) e alla serietà introvabile della stampa, che in Italia fa campagne ossessive contro i servizi e in America o in Inghilterra negozia con la Casa Bianca e Downing Street l’opportunità di pubblicare su questioni che riguardino l’interesse nazionale (a volte pubblicano, a volte no).
    E a proposito di etica del giornalismo, bravo Farinone. Se i dirimpettai del vicedirettore di Libero, i formidabili giornalisti investigativi D’Avanzo & Bonini, hanno incontrato quelli del Sismi, per fotterli, quelli della Cia dissidente e antibushiana, per lusingarla, quelli del Congresso che vogliono fare la pelle alla Casa Bianca, spioni vari francesi che la cantano come vuole Chirac, magistrati in lotta permanente per una loro idea di legalità spacciata come obbligatorietà dell’azione penale, Renato Farina e i suoi soci di redazione hanno fatto benissimo a schierarsi dall’altra parte.
    Come abbiamo fatto noi nel caso del Nigergate o Nigerbarzelletta, e leggetevi il racconto di Rocca. Se poi si sono fatti usare oltre i limiti del protocollo deontologico, chi se ne importa.
    Il protocollo della IV guerra mondiale è più degno di rispetto.
    E adesso non facciano le mezze vergini, rivendichino lo status tutt’altro che infamante di fonte Betulla e altre amenità.
    Forza, spie.

    Ferrara

    saluti

  3. #3
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    Mustang,
    ho capito che la danza la menano quelli di Repubblica che vogliono anche costruirsi un proprio servizio segreto ad uso dei propri affiliati politici.
    Ma come repubblica siamo anche peggio di quelle d'africa.

  4. #4
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    Persino il ministro Antonio Di Pietro, sul cui "giustizialismo" radicale non è lecito dubitare, dimostra di avere qualche nozione di logica e di cultura democratica, al contrario di molti suoi fans, privi di onestà (non solo intellettuale) e di cognizione alcuna sui valori dello Stato di Diritto e della Civiltà Occidentale.

    dal quotidiano LIBERO di oggi

    "Di Pietro e Marini fanno i garantisti

    ROMA « Non c'entrano i giornalisti. I servizi segreti, per definizione, sono strutture composte da persone che fanno altro nella vita, quantomeno come copertura. I giornalisti che cercano informazioni attraverso i servizi fanno il loro lavoro e a loro volta i servizi segreti che tante volte ricercano i giornalisti come agenti, fanno il loro lavoro » . Ad affermarlo è il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. « Adesso gli investigatori ci diranno se abbiamo a che fare con giornalisti che cercavano di carpire informazioni dai servizi segreti » , spiega il ministro, « e questo è un lavoro da giornalisti, o se c'erano alcuni agenti dei servizi segreti che si mascheravano da giornalisti per fare meglio il loro lavoro » . Ma, secondo Di Pietro, ciò rientra « nel gioco dialettico delle parti, che affronterei con spirito laico e senza scandalo. Mi pare " normale" che ci sia qualche giornalista che sia dei servizi segreti, così come mi pare " normale" che ci sia qualche esponente dei servizi segreti che si serva dell'informazione » . Inoltre, sulla vicenda del pm di Milano Armando Spataro, titolare dell'inchiesta su Abu Omar, criticato da Roberto Castelli e da Francesco Cossiga, e per il quale consiglieri togati del Csm vogliono aprire una pratica a tutela [a tutela di chi? della loro estraneità ai valori dello stato di diritto?], il presidente del Senato Franco Marini dichiara che non si può « non rimarcare il fondamentale diritto dei parlamentari di esprimere opinioni e valutazioni » . "


    Presidente Marini, che ci vuole fare se i "membri togati" del CSM, nonostante i loro altisonanti titoli, IGNORANO radicalmente i principi elementari dello Stato di Diritto ........ e l'ex presidente dello stesso CSM, senatore a vita Francesco Cossiga diventi loro insegnante di sostegno!

    Saluti liberali

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang
    La sicurezza dello stato e dei cittadini ( noi siamo i cittadini) non si difende con i paternoster.

    Bravo Amato. Il ministro dell’Interno ha detto chiaro che nel nostro sistema non è ben definito il limite di legalità delle operazioni coperte dei servizi segreti, e ha aggiunto che quello che per lui, come per chiunque di noi, può essere un sequestro di persona in spregio alla legge, in una logica di sicurezza può risultare un’operazione di polizia internazionale.

    [...]

    Il protocollo della IV guerra mondiale è più degno di rispetto.
    E adesso non facciano le mezze vergini, rivendichino lo status tutt’altro che infamante di fonte Betulla e altre amenità.
    Forza, spie.

    Ferrara

    saluti
    l' unico problema e' che la quarta guerra mondiale non c'e', ed essendo la premessa di tutto il ragionamento lo fa crollare.
    che poi Ferrara lodi le spie (cioe' se stesso) non sorprende. sorprende che faccia ancora il giornalista, ovvero uno che i fatti li racconta e non li manipola.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da robert jordan
    l' unico problema e' che la quarta guerra mondiale non c'e', ed essendo la premessa di tutto il ragionamento lo fa crollare.
    che poi Ferrara lodi le spie (cioe' se stesso) non sorprende. sorprende che faccia ancora il giornalista, ovvero uno che i fatti li racconta e non li manipola.
    ----------------------

    Dentro di te, jordan, si è insinuato e stà crescendo il verme che con astuzia l'islam, quello fanatico ed assassino, quello che uccide i suoi figli per ammazzare i nostri, quello che la guerra la fa ma mica la dichiara, da anni introduce nell'animo dei deboli e dei troppo benestanti occidentali.

  7. #7
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    Predefinito Renato Farina "confessa"

    I giudici mi hanno interrogato sette ore. Ho detto tutta la verità. Che è questa: sì, ho aiutato i nostri servizi segreti a difendere l'Italia dai terroristi. E adesso vi spiego perché e come

    Caro Direttore, ti scrivo come si fa a un amico e a un padre. Se ritieni ancora degna la mia firma, magari per oggi e poi più, passa questa lettera ai lettori e ai colleghi di Libero. Dopo di che mandami a casa, se credi. Privatamente in queste ore a te - che eri ignaro dei miei casini - ho detto tutto e anche di più, ma è meglio fermare le cose sulla carta. Quando è cominciata la quarta guerra mondiale, quella scatenata da Osama Bin Laden in nome dell'islam contro l'Occidente crociato ed ebreo, ero animato da propositi eroici. Mi conosci come le tue tasche. La mia ambizione è sempre stata inconsciamente quella di Karol Wojtyla: lui morire nei viaggi, io sul fronte, magari in Iraq o in Qatar. Sono immodesto anche nel paragone. Vanità e protagonismo della mutua, incoscienza, ma credendoci, buttandomi tutto. Sapevi già delle mie avventure in Serbia sul filo del rischio, convinto di riuscire a raccontare meglio le cose se però risolvevo anche i problemi del mondo. Hai sempre cercato di farmi ragionare, di trattenermi. Poi di solito ti arrendi tu: non riesco a concepire altro modo di fare il giornalista. Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto. Hai sempre voluto salvarmi la vita, sono un disgraziato ma mi vuoi bene. Forse però volermi bene oggi vuol dire farmi cambiare mestiere. Pensaci, Vittorio. Anche stavolta, dal 2001 a oggi, anzi ieri (se c'è un domani dipende se mi credi), mi sono comportato alla mia maniera: alè, in battaglia. Stavolta sono stato esaudito, ma così no, così è troppo pesante. Non mi sono rotto una gamba, non ho avuto bucato il polmone da una scheggia di piombo, ma è stato amputato il mio onore. Su quasi tutti i giornali e sugli schermi sono diventato l'immagine del tradimento dei lettori e della deontologia professionale, proprio lui, quel tizio grasso che fa tanto il moralista e tira fuori il nome di Dio ogni tre righe. Ipocrita di un Farina, anzi di "agente Betulla". Altro che giornalista o polemista. Solo un fantoccio nelle mani degli agenti segreti. Uno che depista indagini. Sono reduce da sette ore di interrogatorio, ve lo vorrei raccontare, ma è stato segretato. Scriverò quello che posso, a te, Direttore e amico, non ho taciuto nulla. Ho letto nei tuoi occhi qualcosa di bellissimo, che mi dà coraggio e voglia di vivere, come già mia moglie, e scusa se ti metto dopo di lei, anche se mi hai definito il tuo "moglio". Ma so anche che un direttore ha dei doveri, non può permettersi di rovinare il suo vero figlio che è il giornale e di danneggiare la sua ciurma di redattori. Oltretutto Libero è una bandiera. Sporcarla è un insulto anche per i nostri meravigliosi lettori, che non meritano di essere offesi. Allora confesso. Ho dato una mano ai nostri servizi segreti militari, il Sismi.
    Ho passato loro delle notizie. Ne ho ricevute. Ho cercato contatti persino con i terroristi, mettendo a disposizione le mie conoscenze ma anche il mio corpaccione per salvare qualche vita, e difendere i nostri fratelli uomini. Ti assicuro, e metto in gioco la salvezza della mia anima: non ho scritto su Libero una sola riga che non coincidesse con i miei convincimenti. ::: In ogni articolo dove ho difeso la nostra intelligence di Stato (Stato=Italia) e i suoi atti contro il terrorismo, ero ioproprio- io. Bello o brutto, ma me stesso. Ho combattuto con i miei articoli - mai con invettive, ma sempre argomentando - chi da anni non perde una giornata senza provare a demolire la credibilità delle istituzioni. Lo ritengo pericoloso per i figli dei miei lettori. Ho usato tutto, secondo me dentro i confini della legalità, di certo seguendo una scelta morale trepidante ma molto salda. Sono retorico lo so. Mi sto costruendo un monumento, ma tanto mi hanno già buttato giù preventivamente. Se avessero messo in giro la voce che ero una fonte del Kgb, si sarebbe alzato un coro di garantismo. Stare dalla parte dei nostri, giocandosela, merita invece la fucilazione immediata. ::: C'è stata un'eccezione (oltre alla tua), quella di Giuliano Ferrara. Mi ha dedicato parole di amicizia e stima straordinarie, mi ha capito perfettamente. È giunto a offrirmi un posto di lavoro, che è il massimo. Io gli ho detto, grazie, ma ho già il mio. Se tu, Vittorio, mi tieni. Ma se non mi tieni tu, smetto. C'è anche altro da fare nella vita, anche se mi spiacerebbe non scrivere più sbattendomi qua e là. Perché è chiaro: se nei miei lettori, quelli che mi stimano, e tra coloro che lavorano con me, leggendo la mia firma, ogni volta sorgesse un dubbio sulla mia lealtà, bisogna menare le tolle. I campi hanno bisogno di braccia, ma mi arrangerei meglio in cucina. Giulianone amatissimo mi ha chiesto di non fare la verginella e di rivendicare con orgoglio quanto ho fatto: cioè aver scelto con tutto me stesso a schierarmi dalla parte dell'occidente e di chi opera per tutelarlo. Confermo. Non muovo un passo indietro rispetto alla mia decisione. Ma io sono io. Non sono del livello di Ferrara o di Graham Greene, che se ne impippano di una deontologia professionale che vieta di essere giornalisti e attenti ai servizi. In guerra non solo si può, ma si deve, se c'è in ballo il bene grande della nostra discendenza e tradizione. D'accordo. Ma alla maniera di Andreotti mi fido della magistratura, e accetto con serenità la decisione dell'Ordine dei giornalisti. Peraltro essere accusati di combutta con il Sismi è un po' diverso dalla comunella con la camorra o con il vendersi ai traditori. Intanto continuo a confessare: non ho depistato un bel niente, non ho fatto il giornalista per essere una spia ben mimetizzata. Però un errore di certo l'ho fatto. Ho coinvolto in questa mia avventura di cinquantenne, un magnifico cronista come Claudio Antonelli. Il suo lavoro non ha alcuna macchia, ha fatto il suo mestiere e basta. Io ho le spalle larghe e sono vecchio. Ma lui è giovane, non dovevo fargli rischiare così la reputazione, senza che nulla sapesse di Sismi e affini. Gli chiedo scusa. Non sapevo di esporlo a dei colpi alla schiena. Me beccatemi pure, lui no. Allo stesso modo mi scuso con i colleghi redattori se si sentono traditi. La vostra stima è importante, non per lavorare ancora, ma proprio per tirare avanti.
    In questa guerra mondiale non sono salito sull'elicottero per raccontare dall'alto come i terroristi islamici seminano il terrore tra le popolazioni più o meno cristiane. Ma ho cercato di fare di tutto e di più per difendere questo nostro Paese e la sua civiltà cattolica. E dopo questo autoelogio, forse mi merito ancora di più il licenziamento. Ma voglimi bene lo stesso, con tutti i miei peccati.

    Caro Renato, noi di Libero, io per primo, siamo con te. Con l'Occidente. Calmati e dormici su. A domani.

    VITTORIO FELTRI su Libero del 8 luglio

    saluti

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang
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    Dentro di te, jordan, si è insinuato e stà crescendo il verme che con astuzia l'islam, quello fanatico ed assassino, quello che uccide i suoi figli per ammazzare i nostri, quello che la guerra la fa ma mica la dichiara, da anni introduce nell'animo dei deboli e dei troppo benestanti occidentali.
    dovresti smettere di fumare le stesse sigarette artigianali che fuma la fallaci. ti fa male, puo' alterare permanentemente il tuo stato cognitivo.

    Osama Bin Laden ha fatto piu' di tremila morti (e' un assassino fanatico),e dubia ne ha fatti quaranta volte tanto senza motivi sufficienti -al netto delle voci che gli dicevano che era la sua missione, le stesse che sentite tu pera e la fallaci- in iraq.
    le porcate si sommano, non si elidono.

  9. #9
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    Predefinito Il concorso in lotta al terrorismo....

    ....non è una colpa ma un dovere

    Roma. Where is the beef?, dicono gli americani. Qual è la ciccia di questo ennesimo scandalo di mezza estate? Di che cosa parlano i giornali, quando dedicano pagine e pagine agli arresti dei vertici dei servizi segreti, alle lotte di potere tra gli apparati dello stato, alle complicità dei governi amici di Bush e ai giornalisti costretti a spiegare ai magistrati i rapporti con le loro fonti?
    Parlano di tutte queste cose che raccontano con succosi retroscena oppure stanno clamorosamente perdendo di vista la sostanza della questione? The beef, appunto.
    La ciccia è questa: la procura della Repubblica di Milano ha fatto arrestare con l’accusa di “sequestro di persona” il numero due dei nostri servizi militari per aver agevolato la Cia a catturare un fondamentalista islamico giudicato pericoloso dall’intelligence internazionale.
    Se non emergerà altro, questo significa che il vertice dei nostri servizi di sicurezza è stato azzoppato perché ha svolto il suo mestiere di condurre azioni coperte di intelligence per difendere il nostro paese.
    E’normale? Ovvio che non lo è. Come non è normale – se fosse così come sospettano gli incorruttibili giornalisti di sinistra – che i governi italiani non possano dire apertamente di essere stati a conoscenza dell’operazione Cia. Ogni volta che negli Stati Uniti viene scoperto un programma segreto della Casa Bianca (e lo scopre la libera stampa, non la magistratura), comincia una lunga trattativa con i vertici istituzionali sull’opportunità o meno di pubblicare la notizia per non mettere a repentaglio la sicurezza nazionale e poi, quando i giornali si convincono che non c’è più pericolo e decidono di pubblicare, Bush rivendica senza reticenze le operazioni in difesa del suo paese.

    Settanta terroristi consegnati all’Egitto
    Il rapimento di Abu Omar a Milano è un’operazione di intelligence contro i tentacoli del terrorismo internazionale, una di quelle agognate alternative alla guerra preventiva sempre evocate come il vero strumento efficace per combattere il terrorismo, salvo essere criticate quando vengono scoperte. Non è un caso isolato, bensì di una tattica che ha dato i suoi frutti. L’anno scorso il governo egiziano ha dichiarato che sono stati 70 i sospetti terroristi consegnati al Cairo dalla Cia, uno dei quali era Abu Omar. Oltre alle “extraordinary rendition”, peraltro iniziate ben prima l’11 settembre, la Cia e il Mossad utilizzano anche gli omicidi mirati per eliminare i terroristi. Abu Omar è stato sequestrato a Milano il 17 febbraio 2003, mentre si stava recando alla moschea di viale Jenner. Almeno 13 agenti della Cia hanno partecipato alla cattura extragiudiziale, 22 sono indagati dalla procura di Milano. Al loro fianco c’era, per sua stessa ammissione, il maresciallo dei Ros, Luciano Pironi, diventato amico di Robert Seldon Lady, capocentro della Cia a Milano. Omar è stato fermato proprio dal carabiniere, soprannominato Ludwig, che gli ha chiesto i documenti. Sembra che l’egiziano abbia presentato l’originale del suo passaporto, come se temesse di dover “partire”.
    Fatto strano, dato che girava sempre con la fotocopia. In un attimo si è aperto il portellone di un furgone e due agenti hanno prelevato Abu Omar. Non è ancora chiaro se sul posto ci fossero agenti del Sismi, ma i due dirigenti arrestati, Marco Mancini e Gustavo Pignero, secondo l’accusa sarebbero stati al corrente delle intenzioni americane.
    Abu Omar è stato trasportato alla base americana di Aviano, da dove un volo della Cia lo ha portato, via Ramstein, in Egitto. Circa un anno dopo il “rapito” è riuscito a parlare al telefono con la moglie dal Cairo, raccontando di essere stato sequestrato e poi torturato nelle galere egiziane. Liberato una prima volta, sarebbe stato di nuovo arrestato e oggi non è chiaro che fine abbia fatto. Il suo vero nome è Hassan Mustafa Osama Nasr, ha 43 anni e la Digos di Milano lo teneva d’occhio ben prima del “rapimento”, tanto che successivamente dai magistrati di Milano è stato spiccato un mandato di cattura da cui emerge che si trattava di uno dei “colonnelli” del terrorismo internazionale in Europa capace di organizzare attentati contro obiettivi civili e reclutare kamikaze. L’organizzazione terroristica di riferimento in cui ha mosso i prima passi è la Jamaa Islamyah egiziana, ma a metà anni 90 è stato arrestato in Albania, dove secondo i servizi ha iniziato a collaborare, e poi rilasciato.
    Omar è arrivato in Italia nel 1997 ottenendo l’asilo politico. Nella moschea di viale Jenner ha preso il posto di Anwar Shaban, colonnello della Jamaa Islamyah in Italia, il quale era andato a combattere in Bosnia rincorso da un mandato di cattura per terrorismo della procura di Milano.
    Pochi sanno che il primo caso di extraordinary rendition è avvenuto a Zagabria nel 1995 e riguardava il capo in Europa della Jamaa, Talaat Fouad Qassem, “prelevato” dall’intelligence croata durante una sosta in transito all’aeroporto della capitale.
    Qassem è stato interrogato a bordo di una nave da guerra americana nell’Adriatico e poi consegnato agli egiziani, i quali lo hanno fatto sparire per sempre.
    Nel frattempo Osama bin Laden si era salvato per un soffio da un’imboscata organizzata da mercenari pagati dagli americani in Afghanistan, perché all’ultimo momento Bill Clinton non ha dato l’ok all’eliminazione.
    Nel 1998 il presidente americano ha cambiato idea, dopo che al Qaida fece saltare in aria le ambasciate americane in Kenya e Tanzania. La Cia ha iniziato ad aumentare le catture extragiudiziali autorizzate dalla direttiva presidenziale Pdd 39 del 1995. Spediti ai loro paesi di origine i terroristi non venivano trattati con i guanti, anche se talvolta si convincevano a collaborare come infiltrati.
    Alla Cia circolava il detto: “Se vuoi un interrogatorio serio devi mandare il prigioniero in Giordania, se vuoi che venga torturato mandalo in Siria e se vuoi che sparisca lo fai arrivare in Egitto”.
    Sospetti terroristi sono stati consegnati a quasi tutti i paesi del Nord Africa, all’Uzbekistan e all’Afghanistan, dove esiste una nutrita rete di prigioni segrete. Dopo l’11 settembre sono almeno un centinaio le “extraordinary rendition” segnalate e hanno coinvolto anche paesi europei.
    Nel 2002 è partito inconsapevolmente da Milano un altro caso di rendition, un anno prima del rapimento di Abu Omar. Il Ros dei carabinieri aveva individuato una rete di estremisti islamici tunisini, Habu Hani, Muhammad Abdul Ghafar, Sabri Ghilar. Dopo l’operazione dell’Arma, la Cia li ha fatti arrestare a Kuala Lampur, prelevandoli con un volo speciale per il solito Egitto.
    Non sempre fila tutto liscio. Khalid al Masri, un arabo con cittadinanza tedesca viene fermato in Macedonia, narcotizzato e trasferito in una prigione segreta di Kabul, dove la Cia comincia a interrogarlo. Con lui ci sono yemeniti, sudanesi e sauditi. Dopo qualche mese lo liberano con tante scuse, perché il suo nome è stato confuso per errore con quello di un vero terrorista. Sul caso la Cia ha aperto un’inchiesta interna.
    Oltre alla base di Comiso, da dove è decollato per l’Egitto Abu Omar, gli americani hanno utilizzato per il trasferimento dei prigionieri anche Camp Bondsteel in Kosovo e l’aeroporto militare di Ramstein in Germania. Secondo un’inchiesta del Parlamento europeo sono stati un migliaio i voli segreti della Cia nel vecchio continente. Alcuni paesi dell’Europa dell’Est avrebbero ospitato nelle loro carceri i sospetti terroristi islamici.
    Di fronte ai pruriti europei il segretario di stato americano, Condoleezza Rice, non ha vacillato: “Le restituzioni mettono fuori combattimento i terroristi e salvano vite innocenti”. Subito dopo l’11 settembre, Bush ha concesso alla Cia la “licenza di uccidere” 24 superterroristi, primi fra tutti Osama bin Laden e il suo braccio destro Ayman Al Zawahiri. Abu Musab Al Zarqawi è stato eliminato con un bombardamento mirato lo scorso mese in Iraq. Mohammed Atef, comandante militare di al Qaida, è stato polverizzato da un missile mentre fuggiva da Kabul. Nel 2002 un aereo senza pilota ha cercato di uccidere Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra afghano alleato dei talebani e di al Qaida.
    Nello Yemen, un aereo spia ha fatto a pezzi Sinan al Harethi, detto Abu Ali, luogotenente di bin Laden e organizzatore dell’attentato all’Uss Cole in cui persero la vita 17 marinai americani.
    La guerra al terrorismo continuerà anche con questi sistemi poco ortodossi, di cui il caso Abu Omar è solo un piccolo episodio.

    Da il Foglio di sabato 8 luglio

    saluti

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    Predefinito Moralità e legalità non coincidono

    Pare che nel corso dell’interrogatorio a Milano il giornalista Renato Farina abbia tenuto alta la testa. E abbia raccontato quel che i pm avevano in
    parte già scoperto, che lui lavorava per il Sismi (e il lavoro ad alto rischio si paga, si pagano pure i fannulloni, figuriamoci), che ha partecipato a una sorta di operazione coperta cercando di capire se la magistratura milanese fosse in grado oppure no di incastrare la nostra intelligence nella storia della deportazione forzata di un imam di viale Jenner sospettato di terrorismo, a quindici mesi dall’11 settembre.
    Parliamo di deportazione forzata perché Giuliano Amato, il ministro dell’Interno e non un passante, ha giustamente detto che quello che a uno può sembrare un sequestro di persona aggravato dalla partecipazione di pubblici ufficiali a un altro può parere un’operazione di polizia internazionale.
    Ecco, noi siamo quell’altro.
    E sui limiti di legalità entro cui devono operare i servizi, “eterno problema”, Amato ha aggiunto che vanno definiti bene, oggi sono grigi (e grigi resteranno – ci permettiamo di aggiungere noi – finché esisteranno confini, guerre, eserciti e intelligence).
    Non è la solita favoletta con i giornalisti di sinistra incorruttibili che lavorano
    per la genuina informazione mentre il giornalista di destra, corrotto, fiancheggia lo stato deviato.
    Repubblica ha fatto la sua campagna, legittima, facendo “la spola” con la procura di Milano, sollecitando testimonianze della Cia parallela e dissidente dalla Casa Bianca, pubblicando le tesi di spioni francesi che convenivano alla loro idea, fortemente politica, di un grande inganno italiano nel caso del Nigergate, e di una responsabilità di governo e servizi nel clamoroso caso di illegalità combinata tra la Cia e il Sismi per la traduzione di Abu Omar in Egitto via Aviano.
    E’ una campagna giornalistica e politica, punto.
    Farina si è schierato dall’altra parte, che è anche la parte in cui militano milioni
    di occidentali che non vogliono darla vinta alla guerra santa e alle sue bombe, e anche se avesse combinato qualche pasticcio minore, la sua è stata la scelta giusta.
    Morale e legalità non sempre coincidono, come sanno gli italiani rapiti dai
    “resistenti” in Iraq e liberati via riscatto inconfessabile da agenti che agivano in modo inconfessabile allo scopo umanitario di salvarli ad ogni costo, compresa la vita.
    Ora c’è da sperare che i funzionari del Sismi, dal vertice in giù, la piantino di mandare in giro testimonianze e veline malaccorte, in cui ciascuno dà l’impressione di difendere se stesso e buttare a mare un lavoro istituzionale che invece va difeso con le unghie e con i denti.
    E’ vero che siamo il paese dell’arte di arrangiarsi, ma sarebbe non tanto scandaloso quanto esiziale se i servizi e la classe dirigente che li ha governati e li governa, posti di fronte alla verifica di legalità, si dividessero in risibili faide interne.
    Per certe cose, quando l’obbligatorietà dell’azione penale cosiddetta entra in urto con la sicurezza del paese e dei cittadini, c’è il segreto di stato.
    Lo si usi.

    Giuliano Ferrara su il Foglio di sabato 8 luglio

    saluti

 

 
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