Di tutte queste riduzioni quella che sta destando più ansietà è la contrazione da 277 a 180 dei supercaccia Raptor. Si tratta del più avanzato velivolo da combattimento del mondo, superstealth (la sua superficie radar equivalente, o radar cross section, sarebbe quella di una pallina di golf) e capace di volo continuativo supersonico di crociera, con armamento interno alla fusoliera e radar di prestazioni inarrivabili. Appartiene a una generazione successiva a quella di qualsiasi più recente caccia, compreso Eurofighter che sta entrando in servizio nel vecchio continente. Rappresenta l'equivalente aeronautico della portaerei nucleare, ossia il segno del comando, la concretizzazione nei cieli della superiorità tecnologica degli Stati Uniti. E' stato detto che il messaggio che il Raptor deve trasmettere ai nemici della iperpotenza stellata - e anche ai suoi competitori geopolitici - è del tipo: "Non pensateci neppure (a sfidare la superiorità aerea degli Usa, ndr)".





La Legge di Murphy non ammette eccezioni ed è quindi inevitabile che tutte le iniziative e attività umane finiscano per trovare qualche brutto intoppo sulla loro strada. La cosa vale naturalmente (o forse soprattutto) anche per i programmi della difesa, per i quali - si tratti di un veicolo corazzato americano, di una fregata cinese o di un aereo da caccia europeo - problemi di sviluppo, ritardi e aumenti dei costi costituiscono una piaga pressoché costante.
Ma per qualche strana ragione, o forse senza nessuna ragione, ci sono dei programmi che sembrano essere colpiti da una speciale maledizione "attirasfiga", che scarica loro addosso tutti i guai possibili e immaginabili. Un posto d'onore in questa sventurata categoria spetta senza dubbio all'Eurofighter. In aggiunta a tutti i problemi passati, l'apparentemente inesplicabile decisione delle autorità di Singapore di eliminare l'Eurofighter dalla loro competizione per un nuovo caccia multi-ruolo ha ora portato alla luce un nuovo problema, che era stato sinora tenuto accuratamente nascosto ma che potrebbe sfociare in una vera e propria montagna di guai.

Com'è noto, il 14 dicembre 2004 la Eurofighter GmbH e la Netma, cioè l'agenzia Nato che gestisce il programma Eurofighter per conto delle quattro nazioni partecipanti, firmarono il contratto, ad un valore annunciato di "più di 13 miliardi di euro", per la produzione di una seconda serie (Tranche 2) di 236 aerei per Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna più altri 18 per l'Austria. Questo contratto, che venne firmato con un ritardo di circa 18 mesi sui tempi previsti e alla conclusione di una vera e propria maratona di estenuanti trattative e discussioni a livello sia ufficiale che industriale, era sempre stato presentato e descritto come comprendente non solo l'ordine di produzione in quanto tale, ma anche l'integrazione di tutta una nuova serie di armi aria-aria e sopratutto aria-superficie.

Queste attività di integrazione sono assolutamente essenziali per permettere all'Eurofighter di evolvere progressivamente dalle capacità esclusivamente aria-aria dei velivoli della Tranche 1 a delle reali capacità multi-ruolo, corrispondenti ai requisiti operativi delle quattro forze aeree nonché a quanto richiesto dal mercato delle esportazioni.

Bene, volete sapere una cosa? Non è vero niente. I quattro paesi, che dovrebbero "collaborare" per questo programma, non sono riusciti a mettersi d'accordo circa la lista delle nuove armi da integrare e la ripartizione dei relativi costi, in base al tristemente noto principio di "non siamo disposti a pagare per l'integrazione del vostro petardo, salvo che voi non paghiate per l'integrazione della nostra bombetta puzzolente", e così via. Così, questo punto è stato puramente e semplicemente rinviato a un futuro più o meno nebuloso e rimosso dal contratto - che quindi in realtà copre aerei al livello Tranche 1.

All' epoca della firma dell'ordine, tutti gli interessati - l'industria, la Netma, i quattro ministeri della Difesa e le quattro Aeronautiche - si trovarono peraltro perfettamente d'accordo, in una specie di patto omertoso, per evitare anche la più piccola menzione di questo trascurabile dettaglio, al nobile scopo di evitare che il cervello del contribuente venisse affaticato da informazioni superflue. Un altro piccolo dettaglio, che il contribuente non aveva a quanto pare nessun bisogno di conoscere, è che il valore annunciato del contratto a "circa 13 miliardi di euro" in realtà copre solo le cellule nude. Quando si aggiungono i sotto-contratti separati per i motori (come se degli aerei potessero farne a meno!), l'avionica e così via, si arriva attorno ai 25 miliardi di euro, cioè alla non trascurabile somma di circa 100 milioni di euro per ogni aereo.

Al momento attuale, una lista delle armi da integrare è stata finalmente concordata in linea di massima ed è già stata approvata da tre aeronautiche mentre la Raf dovrebbe anch'essa apporre la sua firma nelle prossime settimane. Una volta completata questa fase, il documento verrà passato alla Eurofighter GmbH, che preparerà la relativa proposta industriale per dare l'avvio alle trattative commerciali. Si spera (si badi bene: si spera) di riuscire a firmare il relativo contratto, che naturalmente comporterà dei costi addizionali di circa 2-3 miliardi di euro, nella primavera del 2006.

La stessa Eurofighter GmbH ammette tranquillamente che questa situazione comporta un ritardo di almeno due anni - almeno due anni! - nell'inizio delle consegne degli aerei nella "vera" configurazione Tranche 2. A questo punto, si capisce benissimo come mai l'Aeronautica di Singapore, non appena aperta l'offerta della società europea, l'abbia subito gettata nel cestino della carta straccia!

Ma questi ritardi, per quanto gravissimi per le capacità operative delle quattro aeronautiche e addirittura esiziali per le esportazioni, non costituiscono ancora il vero problema. Il guaio davvero grosso consiste invece nel fatto che le attività di produzione industriale devono necessariamente rispettare certe regole e che non è quindi nemmeno pensabile che la Eurofighter GmbH possa tenere ferme per due anni le quattro linee di montaggio finale, nell'attesa che il processo di integrazione delle nuove armi venga completato. In base ai termini del contratto, le consegne degli aerei della Tranche 2 debbono iniziare ai primi del 2008 e la società ha tutte le intenzioni di rispettare questa data.

Ma per le ragioni che si sono viste, questi aerei saranno in realtà in una configurazione più o meno corrispondente al livello Tranche 1 e dovranno semmai essere rimodernati in un apposito programma successivo (tanto paga sempre Pantalone). Il che ci porta a un punto delicato: come reagiranno le quattro aeronautiche all'idea di dover accettare aerei che costano 100 milioni l'uno, ma che non corrispondono neppure lontanamente ai loro requisiti?

La Eurofighter GmbH ha la sua parte di colpe passate, ma le responsabilità per il "pasticciaccio brutto" attuale sono da attribuire quasi completamente alle autorità politiche e militari dei quattro paesi. Nonostante questo, vi sono degli indizi piuttosto allarmanti che la situazione stia rapidamente portando a un ulteriore peggioramento delle relazioni tra la società e i suoi clienti, relazioni che erano già tutt'altro che rosee. Non è del tutto escluso che la Netma possa rifiutarsi di firmare il documento per la qualifica ("Type Acceptance") dei primi aerei Tranche 2 che usciranno dalle linee di produzione o che qualche Aeronautica decida autonomamente di non accettare le consegne dei suoi aerei.

Per peggiorare ancora le cose, le trattative commerciali per la firma del contratto per la terza serie (Tranche 3) dovrebbero iniziare nel 2007 ed è sin troppo facile prevedere quale ne sarebbe l'esito nelle attuali condizioni. Questo riguarda sopratutto l'Aeronautica militare italiana, che ha apparentemente già deciso su una futura prima linea di circa 80 Eurofighter (cioè quelli già ordinati con i contratti Tranche 1 e Tranche 2) e altrettanti F-35 Jsf e che sarebbe quindi felicissima di trovare una valida scusa per svincolarsi da ulteriori ordini per l'Eurofighter.

La melanconica lezione che si può ricavare da tutto questo è che i grandi programmi multi-nazionali con più di due partecipanti su in piano paritario semplicemente non funzionano. Nonostante la loro grande importanza sul piano strategico e politico e nonostante i grandi vantaggi (teorici) sul piano economico e industriale, non funzionano, almeno non funzionano se il loro fine ultimo rimane quello di sviluppare, produrre e mettere in servizio un sistema d'arma più o meno nello stesso secolo che era stato previsto in origine e a un costo complessivo che non sia proprio vergognoso. A questo punto, viva la faccia del programma Jsf, dove almeno c'è uno solo che comanda e sa benissimo quello che vuole!

Ci sarebbero poi delle altre spiacevoli considerazioni da fare circa le inevitabili conseguenze della decisione, che venne a suo tempo presa dai nostri governi, di accettare e anzi incoraggiare entusiasticamente la nascita e crescita di un fornitore industriale in una posizione di assoluto monopolio.

La conoscete la storia del telegramma di Stalin? Giuro che è vera. Nel dicembre 1941, i direttori degli stabilimenti aeronautici nr.18 a Chenkman e nr.1 a Tretyakov ricevettero il seguente telegramma:

"Voi state giocando uno sporco tiro alla Patria e all'Armata Rossa - stop - Voi non vi siete sinora curati di produrre un sufficiente numero di Il-2 - stop - L'Armata Rossa ha bisogno di Il-2 come del pane e dell'aria - stop - Chenkman consegna un solo Il-2 al giorno, mentre Tretyakov consegna uno o due MiG-2 - stop - Questo significa prendersi gioco della Patria e dell'Armata Rossa - stop - Abbiamo bisogno di più Il-2, non di MiG - stop - Se lo Stabilimento nr.18 crede di poter continuare a sabotare la Patria consegnando un solo Il-2 al giorno, commette un grave errore e dovrà subirne le conseguenze - stop - Vi prego di non abusare ulteriormente della pazienza del governo e vi ordino di aumentare la produzione di Il-2 - stop - Questo è l'ultimo avviso - stop - Stalin".

Chiunque conosca anche solo vagamente la storia dell'Unione Sovietica - e in particolare il carattere e la mentalità di Stalin - potrà facilmente immaginare che cosa significasse ricevere un telegramma del genere nel dicembre 1941 e farsi quindi un'idea delle reazioni dei destinatari.

Oggi viviamo fortunatamente in tempi ben diversi, e le relazioni tra i nostri governi e le industrie sono di tutt'altro genere. Però, forse forse, se in passato un paio di telegrammi del genere fossero partiti da Bonn, Roma, Madrid o Londra…




Sulla famosa intervista del generale Giulio Fraticelli sono entrati in campo grossi calibri e la questione mi pare si stia sollevando dal generico polverone iniziale, sollevato dal Corriere, per volare più alto. Ha parlato dalle pagine dello stesso giornale l'ambasciatore Sergio Romano, l'autorevole oracolo di Delfi del moderatismo nazionale e da queste pagine virtuali anche due fra le più lucide intelligenze del mondo militare italiano del dopoguerra: i generali Fabio Mini e Luigi Caligaris. Tutti concordano sulla opportunità dell'intervento del capo di stato maggiore dell'Esercito, pur dissentendo - il terzo - sui contenuti o astenendosi dai giudizi di merito, col sovrano distacco che si conviene all'oracle-in-chief, il primo (il generale Mini non si è espresso nettamente, ma ha cercato di dire, mi pare: "Capitelo!"
Mi sembra però che qui non sia in discussione il diritto-dovere dei capi militari a rivolgersi alla pubblica opinione quando lo ritengono necessario o solo utile. Altri lo hanno fatto e anche con maggiore aggressività (e rischio personale) a cominciare da una famosa intervista dell'ammiraglio medaglia d'oro al valor mlitare Gino Birindelli del 1969, nella quale l'allora comandante della squadra navale metteva in luce le penose condizioni del personale militare e il totale disinteresse dell'establishment al tema, nel quadro di una generale noncuranza delle classi dirigenti del paese verso le tematiche strategiche dell'Italia.

Dopo vari decenni siamo più o meno sempre allo stesso punto, nonostante il rivolgimento globale in atto e il mutato contesto politico, come ha messo in luce Luigi Caligaris. Ma molti capi militari lo hanno detto ripetutamente in varie sedi e su questo mi permetto di non concordare con il generale. Il fatto che il potere non ascolti e non sia neanche consapevole dei termini del problema - a sinistra come a destra come al centro - non cancella questa realtà. Semmai descrive meglio di tante analisi sociologiche il mediocre humus culturale del nostro personale politico e - parliamoci chiaro - anche di noi elettori che li mandiamo e li manteniamo al vertice di un paese che si meriterebbe di meglio.

Il problema sollevato dall'intervista del capo di Sme è stato esaurientemente commentato nel merito dalla lettera di Giuliano Martinelli da queste Pagine, con la quale è difficile dissentire. Quello che colpisce maggiormente, al di là degli argomenti, è l'incredibile superficialità con la quale nella intervista è stata liquidata l'importanza e la crucialità degli strumenti militari che concorrono, assieme all'Esercito, a dare consistenza globale alle capacità militari italiane. Non si discute il diritto di parlare: si discute solo il diritto di dire le cose che si sono lette - non smentite, mi pare - avendo le competenze e le qualificazioni di un altissimo funzionario della Difesa che ha operato in modo integrato nella sua struttura da forse un decennio, come sono quelle del generale Fraticelli.

Vogliamo scendere sul concreto e disputare l'affermazione secondo la quale fregate e aerei da combattimento non sono indispensabili alla sesta o settima potenza industriale di un pianeta ricoperto per il 90% da mari profondi (dove passa il 95% dei beni e servizi che le nazioni si scambiano) e circondato per il 100% da un'atmosfera piuttosto spessa (attraversata dal restante 5%)? Nonché popolato - il pianeta - da oltre duecento Stati tutt'altro che concordi nella loro weltenschaaung, mossi da interessi e pulsioni contraddittorie e spesso contrastanti e armati di forze armate regolari pesanti che hanno dato prova di sé alla grande negli ultimi tremila anni.

Il tema contemporaneo del terrorismo e della esplosione delle tematiche militari asimmetriche fa dimenticare che sono ancora questi soggetti geopolitici l'origine delle preoccupazioni più corpose degli stati maggiori e che le peggiori contingenze ipotizzabili oggi non riguardano attacchi terroristici o immigrazioni clandestine, ma guerre classiche, nucleari e convenzionali, che possono affiancarsi a tutte le asimmetrie possibili, ma non sono certo da esse sostituite. Il confine fra le due tipologie è peraltro sempre più sfumato. Un gruppo terroristico può impadronirsi di qualche testata nucleare; la Russia ne ha già migliaia. Le uniche due bombe atomiche utlizzate nella storia sono state sganciate da due aerei di un'aeronautica di uno Stato, e neanche di quelli peggiori.

E, comunque, guerre classiche o conflittualità asimmetriche sono tutte oggetto delle attenzioni e delle preoccupazioni di strumenti militari sempre più integrati, dove le missioni e gli obiettivi possono essere diversi ma sempre meno il modo di farvi fronte, che prescinde dalle mostrine degli addetti ai lavori. In tempo di Network Centric Operations si tratta di ovvietà quasi insultanti, che possono essere prese di peso da qualsiasi dichiarazione ed esternazione di qualunque capo militare occidentale. E anche orientale. Che senso ha affermare che nelle contingenze attuali in pratica servono solo i soldati e tutto il resto arrugginisce negli hangar, quando non è impegnato a sfilare in parata? Ma che vuole dire? Anche i bambini sanno che la Serbia - uno Stato agguerrito - è stata messa in ginocchio dal solo potere aereo e che la Us Navy ha svolto un ruolo essenziale nella campagna afgana, in un teatro operativo che più continentale non poteva essere.

Limitandosi alle cose di casa nostra, si può veramente asserire che gli Eurofighter siano lussuosi sfoggi di tecnologia buoni solo per sfamare l'industria e che le Fremm servono a placare le megalomanie della Marina militare, ma che più che sfilare a Napoli davanti al Ciampi del 2015 non potranno fare? Verrebbe voglia di richiamare tutti gli innumerevoli casi in cui le componenti aeree e navali sono state determinanti per sviluppare una strategia operativa, anche nell'oggi asimmetrico che il generale Fraticelli sottintende come pressocché esclusivo, ma sembrerebbe un'offesa al buon senso e alla cultura professionale dell'illustre ufficiale.

Ma se non è convinto dell'abbiccì strategico contemporaneo un membro dei Comitato dei capi di stato maggiore nonché ex vice direttore nazionale degli armamenti, nonché consigliere militare del segretario dell'Onu e chissà quanti altri incarichi prestigiosi, ma come si pretende che si convincano gli avvocati, geometri, contadini, commercialisti, imprenditori, medici, portaborse che formano il Gotha politico - si fa per dire - o la platea dei semplici tax payer e elettori, nonché Vespa-watchers?

Insomma il diritto alla libera espressione è sacrosanto - e ovviamente anche a quello della critica delle decisioni delle quali non si è responsabili, sennò si scende nella sfera psicoanalitica - ma anche il dovere di esprimere al meglio la propria cultura professionale è altrettanto sacrosanto. Soprattutto quando le conseguenze delle proprie parole fanno male e possono essere strumentalizzate da chi non ha alcun interesse al bene del paese (non parliamo di quello delle forze armate) e contribuire alla catastrofica disinformazione che ha condotto la dimensione strategica dell'Italia al livello attuale. Se non è scesa più in basso, si deve soprattutto all'opera generosa, disinteressata e strenua di centinaia di migliaia di brave persone, siano in kaki, azzurro o blu, le quali non si meritano di vedere la propria fatica sbeffeggiata, anche se ciò avviene in buona fede.




Sempre dal sito del ministero difesa.