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Discussione: Per ridere un pò...

  1. #61
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    09 Feb 2006
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    "Cristo ha tradito l'ebraismo, ma, opinava Nietzsche in una pagina meravigliosa di previsioni, per meglio servire l'ebraismo rovesciando la tavole dei valori tradizionali della civiltà elleno-latina." Benito Mussolini, 4 giugno 1919
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    Predefinito Malcom X, il Gran Muftì e Adolph Hitler

    eccolo


    All'albergo Palace di Gedda, dove nel 1964 alloggiò per qualche giorno
    prima di compiere il Pellegrinaggio alla Mecca, Malcolm X fu testimone degli
    affettuosi omaggi di cui era destinatario un altro pellegrino, suo vicino di
    stanza. "Una folla gli si raccolse intorno per baciargli la mano -scrive
    il capo dei Black Muslims nella sua Autobiografia- (...) Più tardi, nell'albergo, avrei avuto occasione di parlare con lui per una mezz'ora. Era
    un uomo di grande dignità, dai modi molto cordiali, al corrente su tutte le
    questioni internazionali, compresi gli ultimi sviluppi della situazione
    americana" 1. Quell'uomo era al-Hâj Muhammad Amîn al-Husaynî, Gran Muftì di Gerusalemme. Ventitré anni prima di Malcolm X, era stato Adolf Hitler a parlarne in maniera ammirata, sottolineando la nobiltà della sua figura e la "superiorità della sua intelligenza" e concedendogli un privilegio mai concesso a nessuno: lo ospitò nel Palazzo Imperiale di Berlino e diede
    disposizioni affinché sull'edificio la bandiera della Palestina sventolasse
    più in alto di quella del Reich.

    Muhammad Amîn al-Husaynî era nato nel 1897 a Gerusalemme. La famiglia di discendenti del Profeta di cui era originario annoverava tra i propri membri tutti quegli esperti di diritto sacro che negli ultimi due secoli avevano ricoperto la carica di muftì nella città santa. Compiuti i primi studi in Palestina, all'età di sedici anni Muhammad Amîn frequentò l'università
    islamica dell'Azhar, al Cairo, dove fu tra gli animatori e gli organizzatori
    del movimento antibritannico. Dopo la prima guerra mondiale, nel corso
    della quale fu ufficiale nella 46a divisione dell'esercito ottomano, diventò
    l'ispiratore della lotta dei Palestinesi contro l'occupazione inglese e
    l'immigrazione sionista. Sfuggito alla polizia militare britannica che era
    andata ad arrestarlo, riparò in Transgiordania, dove proseguì nella sua
    attività rifornendo i Palestinesi di armi e munizioni e guadagnandosi una
    condanna in contumacia a dieci anni di carcere. Diventato Gran Muftì di
    Gerusalemme e presidente del Supremo Consiglio Islamico, al-Husaynî
    intensificò la lotta organizzando le sollevazioni del 1929 e del 1936, che
    videro i Palestinesi insorgere contro la presenza anglo-sionista.
    Successivamente continuò l'azione nella Siria sottoposta al controllo
    francese; poi, nel 1939, passò in Iraq. In Iraq i sentimenti anticolonialisti erano largamente diffusi tra la popolazione e un gruppo come al-Futuwwah aveva inviato al Congresso di Norimberga una propria delegazione, mentre il suo capo era stato ricevuto da Hitler. La presenza del Gran Muftì rinvigorì ulteriormente le tendenze indipendentistiche: il 21 marzo 1940 si installò a Bagdad un nuovo governo, presieduto da Rashîd cAlî al-Kilânî, che proclamò di voler mantenere la neutralità del paese riguardo al conflitto scoppiato in Europa. Londra rispose intimando al governo iracheno di rompere le relazioni diplomatiche con la Germania e l'Italia, ma l'autorevole appoggio del Gran Muftì consentì ad al-Kilânî di respingere l'ingiunzione. L'Inghilterra reagì aggredendo l'Iraq, tra l'aprile e il maggio 1941; il governo di Bagdad decretò la mobilitazione totale e il Gran Muftì lanciò un appello alla solidarietà araba, che fu accolto da migliaia di volontari siriani, transgiordani e palestinesi. Tuttavia, data la preponderanza materiale delle forze britanniche e il ritardo dell'intervento italo-tedesco, nel giro di un mese lo status quo coloniale venne ristabilito.

    Il Gran Muftì, insieme con al-Kilânî e i ministri del governo iracheno, dovette riparare in Iran; ma alla fine di agosto ebbe luogo in questo paese l'intervento militare anglo-sovietico che collocò sul Trono del Pavone Muhammad Reza Shâh. Fu così che al-Husaynî e al-Kilânî vennero in Europa.
    Dopo un viaggio rocambolesco attraverso il Vicino Oriente e i Balcani, il 24 ottobre il Gran Muftì è in Italia. A Roma viene ricevuto da Mussolini3 e da Ciano e si incontra coi dirigenti musulmani residenti in Italia; parla dai microfoni di Radio Roma ed esorta tutti i Musulmani del mondo a sostenere la battaglia dell'Asse. Poi, invitato a Berlino, parte per la Germania, dove
    il 20 novembre è ricevuto da Ribbentrop e il 28 è a colloquio con Hitler.
    Giornali e cinegiornali tedeschi lo mostrano all'uscita della Moschea di
    Berlino, a colloquio con Hitler e con i dirigenti del Reich, a contatto con
    la popolazione tedesca. Si registrano numerosi casi di Tedeschi che
    abbracciano l'Islam pronunciando la formula di rito davanti al Gran Muftì4.
    Dai microfoni della Deutscher Rundfunk, che trasmette in lingua araba e
    diffonde attraverso l'etere le parole del Corano, il Muftì dichiara che la
    vittoria della Germania significherebbe non solo la liberazione della
    Palestina, ma l'indipendenza di tutto il mondo arabo, dal Marocco alla
    Mesopotamia. Riportiamo un brano significativo del discorso che
    al-Husaynî pronuncia alla radio tedesca in occasione della Festa dei
    Sacrifici.

    "Oggi il mondo islamico si trova davanti al problema della lotta per
    l'indipendenza. Solo uno sforzo incondizionato e un sacrificio generoso
    giustificano la libertà dell'esistenza. Ai nemici che han fatto di tutto
    per umiliare gli Arabi e assoggettare l'Islam bisogna opporre la massima
    resistenza. Tra i nemici di sempre dell'Islam e degli Arabi si trovano, in
    primo luogo, i giudei; essi hanno avversato l'Islam fin dai suoi esordi e,
    allo scopo di realizzare il loro disegno di egemonia mondiale, hanno
    scatenato contro i popoli una guerra che deciderà della loro stessa
    esistenza. I giudei costringono il popolo arabo ad affrontare questa
    lotta per la vita o per la morte tentando, con tutti i mezzi suggeriti loro
    dall'odio per la nostra gente, di espellere e sterminare la popolazione
    araba della Palestina, che è Terrasanta anche per l'Islam. Già da tempo il
    capo sionista dr. Chaim Weizmann ha dichiarato che un giorno il Nordafrica
    sarà un ponte tra i due massimi centri giudaici: New York e Gerusalemme.
    Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna appoggiano in ogni maniera i piani
    giudaici, soffocando col terrore, col sangue e col fuoco tutte le proteste
    degli Arabi e dei Musulmani. Da un estremo all'altro del mondo islamico
    quattrocento milioni di Musulmani subiscono il dominio delle potenze
    alleate, alle quali si è unito il bolscevismo ateo e distruttore, che
    opprime crudelmente quaranta milioni di Musulmani. Luoghi d'orazione e
    moschee sono stati distrutti, dignitari islamici bestialmente assassinati.
    Anche la politica anglosassone ha mietuto numerose vittime tra i Musulmani:
    uomini, donne, bambini. Tutti questi fratelli, eliminati nell'interesse
    della plutocrazia giudaica in Palestina, nel Hadramaut, in Iraq, in Egitto e
    nell'Unione Sovietica, non saranno mai dimenticati, né dagli Arabi né dai
    Musulmani. La guerra attuale, scatenata dai giudei, è l'occasione che si
    presenta ai Musulmani per liberarsi dalla persecuzione e dal terrore che
    incombono continuamente sulla terra dei loro antenati. Che la Festa dei
    Sacrifici ricordi a ciascuno di voi che è necessario combattere questa lotta
    per la libertà con spirito di sacrificio sempre più grande".

    Nell'aprile del 1943 il Gran Muftì si reca personalmente in Croazia per
    invitare i Musulmani della regione a combattere il gihàd nei ranghi della
    Kroatische SS-Freiwilligen-Division, istituita nel febbraio di quello stesso
    anno. La divisione, forte di 20.000 Bosniaci e di alcune centinaia di
    Albanesi, viene trasferita nella Francia centro-meridionale, a Le Puy, 60
    chilometri a sud-ovest di St. Étienne, dove si addestra agli ordini dell'SS
    Obersturmbannführer bosniaco Husein-Beg Biscevic. Nel febbraio dell'anno
    successivo, quando la divisione musulmana sarà di nuovo in Bosnia, i
    volontari che accoglieranno l'appello del Muftì e correranno ad arruolarsi
    saranno tanto numerosi, che si renderà necessario costituire una seconda
    divisione. E così, accanto alla divisione addestrata a Le Puy, che il 15
    maggio 1944 riceverà la denominazione definitiva di 13.
    Waffen-Gebirgs-Division der SS "Handschar" (kroatische Nr. 1), nascerà la
    23. Waffen-Gebirgs-Division der SS (kroatische Nr. 2), che sarà poi chiamata "Kama". Nel settembre 1944 le due divisioni bosniache saranno riunite nel IX. Waffen-Gebirgs-Korps der SS, mentre gli elementi albanesi verranno inquadrati in una divisione di nuova formazione: la 21.
    Waffen-Gebirgs-Division der SS. Nell'ottobre del 1944, infine, si
    costituirà un altro reggimento musulmano. I residui di queste formazioni
    musulmane continueranno a combattere in Austria fino al 7 maggio 1945,
    quando gli Inglesi li cattureranno e li faranno massacrare tutti dai
    titoisti, a Maribor.

    *

    * *

    Dopo la sconfitta dell'Asse, il Gran Muftì fu arrestato alla frontiera
    francese e poi assegnato al domicilio coatto. Poiché i Francesi rifiutarono
    di consegnarlo ai Britannici, i quali lo avrebbero voluto processare come
    "criminale di guerra", i terroristi sionisti dell'Irgun architettarono un
    sequestro di persona. Avuto sentore di questo progetto, il Muftì fuggì
    dalla Francia e riuscì, il 29 maggio 1946, a raggiungere il Cairo. Anche il
    governo egiziano rispose con un diniego alla richiesta di consegna del Muftì
    avanzata dal console britannico in Egitto, ma si impegnò a tenerlo sotto
    stretto controllo e gli impedì di andare in Palestina.
    L'11 giugno, però, la Lega Araba nominò il Muftì alla presidenza del
    Supremo Comitato Arabo per la Palestina. Ottenuta così una pressoché totale libertà d'azione in Egitto e stabilito al Cairo il proprio quartier
    generale, al-Hâj Amîn al-Husaynî riorganizzò l'esercito di liberazione
    palestinese (al-Jihâd al-Muqaddas) sotto il comando di cAbd al-Qâdir
    al-Husaynî, unificò in un solo organismo politico organizzazioni e gruppi
    diversi e istituì un "Tesoro Arabo" incaricato di procurare i fondi per
    finanziare la lotta.

    Il 29 novembre 1947, allorché l'ONU adottò la risoluzione 181 che prevedeva
    lo smembramento della Palestina in uno Stato ebraico e uno palestinese, il
    Gran Muftì e i comitati religiosi della Palestina riaffermarono
    l'indivisibilità della Palestina. Anzi, il Muftì rispose alla risoluzione
    dell'ONU inviando i suoi mugiâhidîn a eseguire una serie di operazioni
    militari in territorio palestinese.
    Il 15 maggio 1948, quando gl'Inglesi lasciarono la Palestina e i sionisti
    proclamarono la nascita di una loro entità politica, gli eserciti arabi
    entrarono nel territorio palestinese. Il Muftì mantenne il comando della
    sua formazione militare e si diresse verso Safad, per fondare uno Stato
    arabo nel nord della Palestina; ma il re giordano cAbdallâh, che agiva nel
    quadro di un piano inglese ed era controllato dal gen. John Bagot Glubb,
    sabotò le mosse del Muftì e favorì i sionisti, sicché il 19 luglio il
    conflitto terminava con la sconfitta araba. Il 22 settembre si formò un
    governo palestinese a Gaza e il Muftì fu eletto presidente del nuovo Stato,
    che venne riconosciuto da tutti i governi arabi, eccetto quello di
    cAbdallâh, finché il Muftì fu costretto dagli Egiziani a tornare al Cairo e
    il re giordano poté procedere all'annessione della Striscia di Gaza.

    Se da una parte tutto ciò causò il declino delle fortune politiche del
    Muftì, d'altra parte quest'ultimo non cessò di impegnare ogni sua energia
    per la causa palestinese, conseguendo una serie di risultati sul piano
    internazionale. Nel febbraio 1951, presiedendo la Conferenza Mondiale
    Islamica a Karachi, egli dichiarò davanti alle delegazioni di quarantacinque
    paesi che la liberazione della Palestina era un dovere della comunità
    islamica, sicché la conferenza adottò una risoluzione che impegnava tutti i
    Musulmani del mondo ad appoggiare la lotta contro il sionismo. Il Muftì
    guidò una delegazione palestinese alla Conferenza Islamica dell'anno
    successivo, che approvò una risoluzione analoga. Il ruolo di al-Hâj Amîn
    al-Husaynî fu riconosciuto anche dall'URSS: alla fine del febbraio 1953, nel
    pieno della campagna stalinista contro i medici ebrei del Cremlino e due
    settimane dopo che Mosca ebbe rotto i rapporti diplomatici con Israele, il
    ministro degli esteri sovietico Andrej Visinskij invitò a Mosca il Gran
    Muftì5. Nel 1955 la delegazione guidata dal Muftì partecipò alla Conferenza
    di Bandung, dove i paesi afroasiatici dichiararono il loro appoggio alla
    causa palestinese.

    Deterioratosi il rapporto con cAbd al-Nâsir a causa del dissidio tra il
    Ra'îs egiziano e i Fratelli Musulmani, il 15 agosto 1959 Amîn al-Husaynî
    trasferì a Beirut il quartier generale del Supremo Comitato Arabo per la
    Palestina. Nel 1961 fu in India, in Pakistan e alla Mecca, dove organizzò
    la Conferenza Mondiale Islamica di sostegno alla causa palestinese che ebbe luogo a Bagdad nel maggio 1962.
    Due anni dopo, nel marzo 1964, il primo Consiglio Nazionale Palestinese
    sancì la formazione dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e
    ne elesse presidente Ahmad al-Shuqayrî. Per quanto convinto che l'unico
    rappresentante del popolo palestinese fosse il Supremo Comitato Arabo e
    quindi non approvasse la nascita dell'OLP, Amîn al-Husaynî diede tutto il
    suo appoggio al nuovo organismo quando vide che questo godeva della fiducia
    dei Palestinesi. Il 27 dicembre fu lui ad assumere, in Somalia, la
    presidenza della sesta Conferenza Islamica, che riconfermò l'appoggio alla
    causa palestinese.
    Dopo essere rimasto trent'anni lontano da Gerusalemme, il Gran Muftì vi fece
    ritorno nel marzo 1967, alla vigilia dell'aggressione sionista contro i
    paesi arabi. Fu un'accoglienza trionfale, superata soltanto
    dall'impressionante corteo di Beirut che sette anni più tardi accompagnò le
    spoglie mortali dell'instancabile mugiàhid: al-Hâj Amîn al-Husaynî accedette
    alla Terrasanta celeste il 4 luglio 1974.

    Claudio Mutti





    1. Autobiografia di Malcolm X, Torino 1967, p. 389.
    2. "Il Gran Muftì è un uomo che in politica non fa del sentimento. Capelli
    biondi e occhi azzurri, sembra, nonostante il viso sparuto, che abbia più di
    un antenato ariano. Non è impossibile che il miglior sangue romano sia
    all'origine della sua stirpe". A. Hitler, Idee sul destino del mondo (trad.
    it. dei Bormann-Vermerke), Padova 1980, vol.III, p. 478.
    3. Sui rapporti del Gran Muftì con Mussolini, cfr. Renzo De Felice, Il
    Fascismo e l'Oriente, Bologna 1988, passim e Luigi Goglia, Il Mufti e
    Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti tra nazionalismo
    palestinese e fascismo negli anni trenta, "Storia Contemporanea", a. XVII,
    n.6, dicembre 1986, pp. 1201-1253.
    4. Già prima dell'arrivo del Gran Muftì a Berlino, comunque, si erano
    verificate parecchie conversioni all'Islam. Nel novembre 1938 il periodico
    francese "L'Univers" aveva pubblicato un articolo (Les adorateurs de
    l'Islam) che, riprendendo notizie e affermazioni apparse su giornali
    tedeschi ("Der Arbeitsmann", "Fridericus" ecc.), lanciava questo grido
    d'allarme: "Gli Austriaci 'restituiti' al Reich devono sapere che, nella
    loro nuova capitale, le sfere dirigenti preferiscono la religione di
    Maometto al cristianesimo e che questa religione vede accrescersi il numero
    dei propri aderenti anche nei registri ufficiali".
    5. "L'invito, annunciato proprio il primo giorno della festa ebraica dei
    Purim, venne fatto mentre in tutto il Gulag collaborazionisti nazisti,
    ex-guardie fasciste e altri criminali di guerra aggredivano i prigionieri
    ebrei, che si sentivano dire: 'La vostra fine è vicina' ". Louis Rapoport,
    La guerra di Stalin contro gli ebrei, Milano 1991, p.212. Cfr. Yehoshua
    Gilboa, The Black Years of Soviet Jewry 1939-1953, Boston, Little-Brown
    1971, p.318. Così non sarebbe stato, poiché Stalin morì proprio per la festa dei Purim, che nel 1953 cadde tra domenica 1 marzo e lunedì 2 marzo.



  2. #62
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito

    Non chiedetemi di cantare l'inno


    Di Ron Holland


    La domenica del 4 luglio scorso, non sono andato a messa. In generale mi piace: tutte le domeniche dell’anno, quando sono in città, tranne quella del 4 luglio. In quest’occasione, infatti, puntualmente il coro intona l’inno nazionale americano. Vorrei farlo anch’io, proprio come voglio cantare allo stadio, ma non ci riesco.


    Ogni volta mi alzo in piedi, tentando di non attirare l’attenzione, come accade tra le migliaia di persone nelle gradinate, ma è difficile farlo se sei alto più di un metro e ottanta; 180 persone, tra cui mia moglie e le mie tre figlie, mi fisseranno, e so cosa staranno pensando: “Oh no, lo farà anche quest’anno e ci metterà in imbarazzo”.


    Mi dico sempre: “Quest’anno canterò l’inno, non è una grande fatica, lo fanno tutti”. La canzone verrà annunciata e tutti, me compreso, si alzeranno. Prenderò il testo come l’anno scorso, ma nessun suono uscirà dalla mia bocca. La mia famiglia mi guarderà storto, ci sarà qualche risatina dietro di me e le mie figlie mi bisbiglieranno: “sei matto!”. Ma non potrò aiutarle. Alla fine, l’inno terminerà e mi siederò velocemente sulla panca come un anno fa.


    Perché non riesco a celebrare il 4 luglio o cantare l’inno nazionale? Sono un orgoglioso americano del sud e c’è molto della storia americana di cui vado fiero. Mi piace-rebbe commemorare il 4 luglio 1776, quando il Congresso continentale si riunì a Filadelfia e proclamò la Dichiara-zione di indipendenza delle 13 colonie.


    Tutti sappiamo come comincia: “Quando, nel corso degli umani eventi, si rende necessario ad un popolo di progre-dire da quello stato di subordinazione in cui era fino ad allora rimasto ed assumere tra le altre potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per legge natu-rale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda note le cause che lo costringono a tale mutamento”.


    Il mio problema è un altro 4 luglio, 139 anni fa, quando il destino degli Stati Confederati d’America, che avevano dichiarato la propria indipendenza in base alle stesse ra-gioni del documento appena citato, venne decretato con le due sconfitte sudiste a Gettysburg e Vicksburg. Quando leggo le parole della canzone a proposito della battaglia a Fort McHenry nel porto di Baltimora: “O’er the ramparts we watched, were so gallantly streaming. And the rockets red glare, the bombs bursting in air”.


    Penso ai diecimila civili costretti nelle gallerie a mangiare ratti a causa del bombardamento dell’esercito unionista del generale Grant ai danni dei cittadini innocenti di Vi-cksburg (Mississippi). La guerra di Lincoln contro l’indipendenza del Sud ha fatto carta straccia della dichia-razione del 1776. E poi penso ai coraggiosi difensori di Charleston (South Carolina), e a come la flotta federale abbia distrutto, salva dopo salva, non solo l’ex ufficio fe-derale delle imposte a Fort Sumter nel porto, ma anche la città stessa uccidendo centinaia di civili nel corso di un assedio durato tre anni, più dell’aggressione tedesca a Le-ningrado.


    Quando il coro canta: “And where is that band who so vauntingly swore That the havoc of war and the battle's confusion A home and a country should leave us no more?”


    Allora io penso alla carica di Picket a Cemetery Ridge, ai cannoni e al disastro a Little Ground Top, quando le nostre forze ruppero le righe nella confusione della battaglia. Non posso farci niente, non riesco a non pensare a ciò che l’America ha perso con quelle due sconfitte sudiste. Il nostro governo originale, celebrato nella canzone, una repubblica costituzionale creata dai nostri Padri Ffondatori (originari del Sud) come Thomas Jefferson, Washington e Madison, sono stati sacrificati nell’aggressione incostituzionale di Lincoln. Tutti gli americani hanno perduto quel che crediamo di affermare nel nostro inno nazionale.


    Siamo entrati nella guerra di Lincoln con due repubbliche. Con la sconfitta del Sud, entrambe sono state mangiate da un Impero americano che vive ancora oggi, nella sua guer-ra non dichiarata con il mondo islamico all’estero e nel suo tentativo di rubare i nostri beni e di controllare ogni aspetto della nostra vita privata all’interno. Penso anche che la mia regione, Dixie, per un breve tempo fu indipendente e mi chiedo: “Verrà un giorno in cui il nostro paese non ci abbandonerà più?”. Una volta il generale Robert E. Lee pregò, chiedendo al Signore “di affrettare il momento in cui la guerra, con le sue sofferenze e pianti, sarà finita, ed Egli ci darà un nome e un posto tra le nazioni della terra”. L’inno prosegue: “Then conquer we must, when our cause is just, And this be our motto: "In God is our trust"; And the star-spangled banner in triumph shall wave O’er the land of the free and the home of the brave”.


    No, anche domenica 4 luglio scorso ho messo ancora una volta in imbarazzo mia moglie e la mia famiglia. Non ho cantato l’inno nazionale, né celebrerò la festa dell’Impero fino al giorno in cui queste grandi parole di libertà e indi-pendenza saranno di nuovo la verità di un’America rinata e di un Sud libero, quando i nostri capi si affideranno a Dio e seguiranno il saggio consiglio di George Washin-gton: “La grande regola di condotta per noi, riguardo alle nazioni straniere, è quella di estendere le nostre relazioni commerciali avendo con loro il minor legame politico possibile. La nostra vera politica consiste nell’evitare alle-anze permanenti con qualsiasi parte del mondo straniero”.


    Quando saremo di nuovo una repubblica e “la terra dei liberi e la casa dei coraggiosi”, come venne deciso il 4 luglio 1776, sarò fiero di cantare l’inno nazionale. Fino ad allora, starò in piedi zitto, la domenica mattina, finché la canzone non sarà finita.

  3. #63
    Saloth Sâr
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Hrodland

    P.S.: il portavoce dei manifestanti fa parte dell'organizzazione "Nation of Islam", organizzazione razzista e suprematista nera


    Nation of Islam suprematista ???

    Beh, detto da uno che sostiene la feccia suprematista anglosassone-protestante (veramente suprematista, altro che le tue favole !) del Ku Klux Klan (che considerava italiani e irlandesi dei "negri" e il cattolicesimo un "cancro da estirpare")...

    Malcom X comunque non era affatto suprematista, a differenza dei tuoi amici massoni ed ebrei del KKK

    Malcolm X e il Razzismo alla luce dell'Islàm

    "Non sono un razzista. Io credo nell'Islam"


    La seguente e' la lettera di Malcolm X (Al-Hajj Malik al-Shabbaz) ai suoi assistenti di Harlem durante il pellegrinaggio fatto alla Mecca nell'aprile del 1964:

    "Non ho mai sperimentato tanta sincera ospitalità ed un così profondo spirito di vera fratellanza quale quella praticata da gente di ogni razza e colore qui, in questa antica terra di Abramo, Maometto e tutti gli altri Profeti delle Sacre Scritture. Nell'ultima settimana, sono rimasto incantato e senza parole di fronte alla gentilezza mostrata verso di me da gente di ogni colore.
    Sono stato benedetto dalla visita alla città santa di Mecca; ho eseguito i miei sette giri attorno alla Ka'aba, condotto da un giovane Mutawwaf (guida) di nome Mohammed; ho bevuto l'acqua della sorgente di Zemzem. Ho corso sette volte avanti e indietro tra le colline di Safa e Marwa. Ho pregato nell'antica città di Mina, e sul monte Arafat.


    C'erano decine di migliaia di pellegrini, di tutto il mondo. Vi era gente d'ogni colore, dai biondi con occhi azzurri agli africani neri. Ma tutti partecipavamo allo stesso rituale, mostrando uno spirito di unità e di fratellanza che la mia esperienza in America mi aveva portato a credere non potesse mai esistere fra bianchi e non bianchi.

    L'America ha bisogno di comprendere l'Islam, perché questa e' l'unica religione che erode dalla società il problema della razza. In tutti i miei viaggi nel mondo islamico, ho incontrato, parlato e persino mangiato con persone che in America sarebbero state considerate bianche - ma in cui l'attitudine "bianca" era stata rimossa dalla religione dell'Islam. Non ho mai visto una più profonda e sincera fratellanza praticata da tutti i colori insieme, noncuranti dello stesso concetto di colore.

    Potrete restare sorpresi da queste mie parole. Ma, in questo pellegrinaggio, ciò che ho visto e sperimentato mi ha indotto a modificare alcuni principi da me ritenuti veritieri in precedenza, ed a mettere da parte alcune delle mie precedenti conclusioni. Ciò non e' stato troppo difficile per me. Nonostante le mie profonde convinzioni, sono sempre stato un uomo che ha cercato di confrontarsi con i fatti e di accettare la realtà della vita che si rivela attraverso nuove esperienze e conoscenze. Ho sempre mantenuto una mente aperta, necessaria alla flessibilità che deve sempre accompagnare ogni forma di intelligente ricerca della verità.

    Nel corso degli ultimi undici giorni qui nel mondo musulmano, ho mangiato dallo stesso piatto, bevuto dallo stesso bicchiere, dormito sullo stesso tappeto - e pregato lo stesso Dio - di musulmani i cui occhi erano più blu del blu, i cui capelli erano più biondi del biondo e la cui pelle era più bianca del bianco. E nelle parole e nelle azioni dei musulmani bianchi ho trovato la stessa sincerità che ho trovato tra i musulmani neri della Nigeria, del Sudan o del Ghana.
    Ed eravamo davvero tutti fratelli perché la fede in un solo Dio ha rimosso il bianco dalle loro menti, dal loro comportamento e dalla loro attitudine.

    Da questo posso capire che, forse, se i bianchi americani accettassero l'Unicità di Dio forse accetterebbero anche l'Unicità dell'Uomo - e cesserebbero di misurare, ostacolare e ferire gli altri a causa del loro differente colore.

    Con la piaga del razzismo che infetta l'America come un cancro incurabile, il cosiddetto cuore "cristiano" dei bianchi americani dovrebbe essere più ricettivo alla ricerca di una soluzione per un problema così distruttivo. Forse ciò potrebbe avvenire in tempo per salvare l'America da un imminente disastro - la stessa distruzione che il razzismo ha causato alla Germania ed ai tedeschi stessi.

    Ogni ora trascorsa qui nella Terra Santa mi da' la possibilità di comprendere meglio ciò che sta avvenendo in America tra bianchi e neri. Il negro americano non può davvero essere biasimato per la sua animosità razziale - egli sta solo reagendo a quattrocento anni di lucido razzismo praticato dai bianchi americani.
    Ma poiché il razzismo guida l'America verso un sentiero suicida, io credo, dalla mia esperienza con essi, che i bianchi delle generazioni più giovani, nei college e nelle università, vedranno la scritta sul muro e molti si volgeranno verso il sentiero spirituale della verità - l'unica strada che resta all'America per evitare il disastro a cui inevitabilmente il razzismo conduce.

    Non ho mai ricevuto tanto onore. Né mi sono mai sentito tanto umile ed insignificante. Chi potrebbe credere alle benedizioni che hanno coperto un Negro Americano? Alcune notti fa, un uomo che in America sarebbe stato definito bianco, un diplomatico alle Nazioni Unite, un ambasciatore, un amico di re, mi ha dato la sua suite d'albergo, il suo letto. Non avrei mai sognato di poter essere un giorno il destinatario di tale onorificenza - onorificenza che in America sarebbe stata concessa ad un re, non ad un Negro.

    E le lodi sono per Dio, Signore di tutti i mondi.
    Sinceramente vostro
    al-hajj Malik al-Shabbaz (Malcolm X)

    La compassione, l'altruismo, la fratellanza e la generosità che Malcolm sperimentò a Mecca durante il pellegrinaggio aprirono il suo cuore al vero spirito dell'Islam sunnita. Egli scrive nella sua autobiografia: "A causa dell'illuminazione spirituale con cui sono stato benedetto durante il mio recente pellegrinaggio nella città santa di Mecca, non sottoscrivo più alcun attacco contro alcuna razza. Ora cerco di vivere la vita di un vero musulmano sunnita. Ripeto che io non sono un razzista e non condivido alcuno dei principi del razzismo. In tutta sincerità posso dichiarare che non desidero altro che libertà, giustizia, eguaglianza, vita e perseguimento della felicità per tutti i popoli della terra. Io sono un musulmano".

  4. #64
    Saloth Sâr
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    Ah, ringrazio teschio rosso per aver postato l'articolo su Hitler, Malcom X ed il Gran Muftì

  5. #65
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    Citazione Originariamente Scritto da lupo1982
    io mi riferivo a quella dove c'era il cartone animato con il negro con lo sfondo nero
    ahhhhhhhhhhh
    ma mica e' la saila menta quella.........
    'gnurant

    grande il negrone delle tabu', sempre ziggail


  6. #66
    Paul Atreides
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    Un piccolo parere personale.

    Per capire un po' di questioni americane [schiavismo, Sud, guerra di secessione, pensiero conservatore 'sudista', ecc.] è consigliabile la lettura di qualche testo di Eugene Genovese, uno dei più grandi storici americani, oltre che marxista redento...

    http://en.wikipedia.org/wiki/Eugene_D._Genovese

  7. #67
    XLegione
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    Citazione Originariamente Scritto da RibelleDiVandea
    io in america non riesco a stare proprio con nessuno.
    sempre che, beninteso, ci si debba sempre e comunque schierare per qualcosa che non ci tocca.
    La' chi ha diritto di parola sono solo i nativi americani, il resto e' triste conseguenza del colonialismo anglosassone e del melting pot.
    in america hanno libertà di parola solo i nativi americani? cioè gli "indiani"?

    non mi sembra che i bianchi, che tu chiami nativi americani, siano veri nativi americani

  8. #68
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    Nation of Islam suprematista ???

    Beh, detto da uno che sostiene la feccia suprematista anglosassone-protestante (veramente suprematista, altro che le tue favole !) del Ku Klux Klan (che considerava italiani e irlandesi dei "negri" e il cattolicesimo un "cancro da estirpare")...

    Malcom X comunque non era affatto suprematista, a differenza dei tuoi amici massoni ed ebrei del KKK

    Malcolm X e il Razzismo alla luce dell'Islàm

    "Non sono un razzista. Io credo nell'Islam"


    La seguente e' la lettera di Malcolm X (Al-Hajj Malik al-Shabbaz) ai suoi assistenti di Harlem durante il pellegrinaggio fatto alla Mecca nell'aprile del 1964:

    "Non ho mai sperimentato tanta sincera ospitalità ed un così profondo spirito di vera fratellanza quale quella praticata da gente di ogni razza e colore qui, in questa antica terra di Abramo, Maometto e tutti gli altri Profeti delle Sacre Scritture. Nell'ultima settimana, sono rimasto incantato e senza parole di fronte alla gentilezza mostrata verso di me da gente di ogni colore.
    Sono stato benedetto dalla visita alla città santa di Mecca; ho eseguito i miei sette giri attorno alla Ka'aba, condotto da un giovane Mutawwaf (guida) di nome Mohammed; ho bevuto l'acqua della sorgente di Zemzem. Ho corso sette volte avanti e indietro tra le colline di Safa e Marwa. Ho pregato nell'antica città di Mina, e sul monte Arafat.


    C'erano decine di migliaia di pellegrini, di tutto il mondo. Vi era gente d'ogni colore, dai biondi con occhi azzurri agli africani neri. Ma tutti partecipavamo allo stesso rituale, mostrando uno spirito di unità e di fratellanza che la mia esperienza in America mi aveva portato a credere non potesse mai esistere fra bianchi e non bianchi.

    e' proprio questo l'errore in cui cadiamo tutti, avanguardisti o meno.
    e' impensabile la fratellanza tra neri e bianchi, tra chiunque.
    ecco perche' l'imperialismo e' la causa che scatena poi le societa' americana e francese.
    la fine dell imperialismo e' l unica soluzione di continuita' per salvare le Volkergemeinschaft



    L'America ha bisogno di comprendere l'Islam, perché questa e' l'unica religione che erode dalla società il problema della razza. In tutti i miei viaggi nel mondo islamico, ho incontrato, parlato e persino mangiato con persone che in America sarebbero state considerate bianche - ma in cui l'attitudine "bianca" era stata rimossa dalla religione dell'Islam. Non ho mai visto una più profonda e sincera fratellanza praticata da tutti i colori insieme, noncuranti dello stesso concetto di colore.

    perdonami l ignoranza, ma una domanda che ti rivolgo.
    puo' l islam avere questo atteggiamento proprio perche' uscito da una tradizione secolare di imperialismo?
    arrivando dunque fino alle propaggini d'Europa e oltre.


    Potrete restare sorpresi da queste mie parole. Ma, in questo pellegrinaggio, ciò che ho visto e sperimentato mi ha indotto a modificare alcuni principi da me ritenuti veritieri in precedenza, ed a mettere da parte alcune delle mie precedenti conclusioni. Ciò non e' stato troppo difficile per me. Nonostante le mie profonde convinzioni, sono sempre stato un uomo che ha cercato di confrontarsi con i fatti e di accettare la realtà della vita che si rivela attraverso nuove esperienze e conoscenze. Ho sempre mantenuto una mente aperta, necessaria alla flessibilità che deve sempre accompagnare ogni forma di intelligente ricerca della verità.

    questo deve pero' prescindere dalla appartenenza politica, etnica, religiosa.
    ma come gia' detto, solo una mentalita' livellatrice e globalizzante, paradossalmente, puo' aprire tanto le menti di diverse culture e diverse etnie.
    E' lo stesso atteggiamento di chi si mantiere democratico ovvero: apertura al diverso.


    Nel corso degli ultimi undici giorni qui nel mondo musulmano, ho mangiato dallo stesso piatto, bevuto dallo stesso bicchiere, dormito sullo stesso tappeto - e pregato lo stesso Dio - di musulmani i cui occhi erano più blu del blu, i cui capelli erano più biondi del biondo e la cui pelle era più bianca del bianco. E nelle parole e nelle azioni dei musulmani bianchi ho trovato la stessa sincerità che ho trovato tra i musulmani neri della Nigeria, del Sudan o del Ghana.
    Ed eravamo davvero tutti fratelli perché la fede in un solo Dio ha rimosso il bianco dalle loro menti, dal loro comportamento e dalla loro attitudine.


    questo anche si riconduce al discorso in rosso.

  9. #69
    Forumista assiduo
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    Citazione Originariamente Scritto da XLegione
    in america hanno libertà di parola solo i nativi americani? cioè gli "indiani"?

    non mi sembra che i bianchi, che tu chiami nativi americani, siano veri nativi americani
    non hai capito.
    per nativi americani naturalmente intendo "gli indiani d'America".
    il diritto a parlare di Vera patria e' loro, l'America non e' la vera terra di bianchi discendenti di inglesi.

  10. #70
    f.n.fano
    Ospite

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    [quote=Hrodland]http://www.liberavox.splinder.com/po...re+spaziali%21

    Balle nere spaziali!
    http://www.connpost.com/news/ci_4059079

    A Stratford, nel Connecticut, c'è stata la solita manifestazione dei neri contro il presunto "razzismo" dei poliziotti americani.

    Vittima di questa manifestazione è David Gugliotti.

    Il 21 marzo aveva trovato un ragazzo nero a commettere un crimine (non specificato, ma è molto probabilmente spaccio di droga) e, alla resistenza del ragazzo, lo picchia.

    Da questo fatto subito partono denunce dalla comunità nera: "Il bambino (era ragazzo, ma ora è un bambino, come vola la fantasia nera...) faceva un'attività legittima (spaccio...) e quel bastardo etc. etc. di poliziotto bianco lo ha brutalmente picchiato".

    Dopo 60 giorni di indagini, nelle quai fra l'altro si era evidenziato che il pestaggio non solo non era stato violento, da provocare danni, ma era scattato solo in seguito alle provocazioni continue del ragazzo.

    Ma nel frattempo la protesta nera si ingigantisce, e con essa le loro balle: 4 mesi dopo il fatto, David Gugliotti è diventato "schiavista" e "stupratore di donne nere".

    E ricordiamo, tutto è partito da una normale operazione di polizia!

    Nel frattempo, gli "sbirri" "razzisti" collaboratori di Gugliotti violentano pure le ragazzine nere, naturalmente pure loro fanno commercio di schiavi, naturalmente neri.

    Per completare l'opera, i neri della manifestazione hanno fatto distribuire volantini prodotti da loro, facendo finta che fossero di un gruppo bianco suprematista operante in città ("white wolves", lupi bianchi), nel quale si diceva, naturalmente, che volevano uccidere i neri e che cooperassero con la polizia.

    Peccato che, quando alcuni di loro vennero lì per fare una contromanifestazione, i poliziotti li abbiano allontanati.

    Che collaborazionismo...

    Quindi, in breve, da una semplice operazione di polizia i neri sono riusciti ad inventarsi che i poliziotti bianchi di Stratford non solo violentano donne e bambini neri, ma che fanno pure commercio di schiavi neri!

    ......i negri sono molto furbi,bisogna stare molto attenti per pura natura sono piu' massoni degli ebrei,quindi diabolici.......

 

 
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