(Velino) - Il segnale arrivato ieri sera dal Senato, dove
a voto segreto sono state respinte le dimissioni dell'esponente di Rifondazione Malabarba, preoccupa molto l'Unione.
Malabarba e' uno degli otto "dissidenti" che hanno annunciato il loro voto contrario alla missione in Afghanistan, e ha presentato le dimissioni per far subentrare Haidi Giuliani, la madre del no global ucciso al G8 di Genova mentre dava l'assalto ad una camionetta delle forze dell'ordine.
E sara' un voto in meno per il centrosinistra (la Giuliani ha gia' fatto sapere che voterebbe a favore),
se le dimissioni non verrano accolte. A preoccupare la maggioranza e' il fatto che ieri si era stabilito un accordo tacito tra i gruppi per approvarle al primo colpo, a dispetto della regola di cortesia che imporrebbe di respingerle.
Qualcosa pero' non ha funzionato: ovviamente la Cdl ha votato contro, per mettere in difficolta' il centrosinistra, ma
anche un nutrito gruppo di senatori dell'Unione si e' ribellato. E a questo punto, anche se le dimissioni di Malabarba torneranno al voto la prossima settimana, c'e' grande pessimismo sul fatto che si riesca a farle passare.
Il voto di ieri viene considerato un segnale allarmante per l'appuntamento di martedi' prossimo, quando a Palazzo Madama si dovra' votare il ddl sulle missioni passato ieri tra molti mal di pancia alla Camera: a questo punto, spiegano dal partito che e' diventato il punto di maggior crisi dell'Unione, Rifondazione, i "no" di almeno cinque senatori (quattro di Rifondazione piu' il verde Bulgarelli) non rientreranno.
E il governo rischia di non avere l'autosufficienza sulla politica estera, e di dover dipendere palesemente dai voti della Cdl: "Certo, Prodi non cadrebbe subito: vivacchierebbe fino a novembre, e poi la maggioranza cambierebbe di segno e il premier salterebbe", e' la fosca previsione del Prc. Per questo ieri i bertinottiani hanno proseguito per tutta la giornata un pressing forsennato sul premier perche' si decida a porre la fiducia sul ddl: mettere in gioco il governo, spiegano, e' probabilmente l'unico modo per tentare il recupero dei dissidenti e il ricompattamento della maggioranza. Ma le resistenze del resto della coalizione sono forti: "La fiducia e' un rischio troppo alto: basta che manchi un voto, e il governo se ne va a dritto a casa. Non possiamo correrlo", spiega un ministro ds.