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    Predefinito Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Quale valore magisteriale per il Concilio Vaticano II


    Il dibattito teologico negli ultimi anni verte intorno ai documenti del Concilio Vaticano II, alla loro redazione, alla loro interpretazione, alla loro ricezione nella vita della Chiesa; le discussioni intorno a questa pagina della storia della Chiesa hanno visto posizioni diverse, ideologiche talvolta al punto da soffocare il confronto tra studiosi. Pur nell’indifferenza ostile di molti, un vento nuovo e fresco soffia oggi nella Chiesa e le discussioni si fanno talvolta serie e serrate. L’amore della Verità e della Chiesa spinge ad una franchezza d’espressione che ha qualcosa di evangelico.
    A questo proposito la prima questione sulla quale bisogna sapersi interrogare è quella relativa alla natura del Concilio Vaticano II e quindi al tenore dei suoi documenti. Dopo questa risposta e non prima si potranno definire i limiti del dibattito possibile.


    L’OPINIONE DI UN AUTOREVOLE TEOLOGO DELLA SCUOLA ROMANA

    Per inaugurare questo argomento la redazione di “Disputationes theologicae” ha voluto chiedere il parere dell’ultimo grande teologo della cosiddetta Scuola Romana, Mons. Brunero Gherardini. Erede di una tradizione teologica che ha illustrato l’Urbe con nomi d’eccezione quali furono, a mero titolo d’esempio, i suoi maestri e poi colleghi Antonio Piolanti e Pietro Parente, Mons. Gherardini, nato nel 1925, ordinato sacerdote nel 1948, ha insegnato per anni alla Pontificia Università Lateranense, divenendone Decano della Facoltà di Teologia. Canonico di S. Pietro in Vaticano fin dal 1994, dirige la nota rivista di studi teologici “Divinitas” dal 2000; autore di circa ottanta volumi e di innumerevoli articoli su riviste specialistiche, si è sempre distinto, duce S. Tommaso, per la chiarezza dell’esposizione e per la limpidezza delle sue tesi e dei suoi studi coraggiosi. Recentissima è la sua documentata pubblicazione sul dialogo interreligioso dal titolo “Quale accordo fra Cristo e Beliar?”, per i tipi di Fede e Cultura.




    Valore "magisteriale" del Vaticano II
    di Brunero Gherardini




    M'è stato chiesto se il Concilio Ecumenico Vaticano II abbia valore magisteriale. La domanda è mal posta.
    Un Concilio – qualunque sia la sua indole ed a qualunque finalità o necessità contingente intenda rispondere – è sempre Supremo Magistero della Chiesa. Il più solenne, al livello più alto. Sotto questo profilo e prescindendo dalla materia presa in esame, ogni suo pronunciamento è sempre magisteriale. E magisteriale nel senso più proprio e più nobile del termine.
    Ciò non significa che sia in assoluto vincolante. Dogmaticamente, intendo, e sul piano dei comportamenti etici. Magisteriale, infatti, non necessariamente allude al dogma o all'ambito della dottrina morale, limitandosi a qualificare un asserto o un documento o una serie di documenti provenienti dal Magistero, supremo o no. Ho escluso che sia vincolante in assoluto, perché non in assoluto lo è sempre. Il fatto stesso che anche una semplice esortazione provenga da una cattedra di tale e tanta autorevolezza, crea certamente un vincolo. Non quello che esige l'assenso incondizionato di tutti (vescovi, preti, popolo di Dio) e ne impegna la fede; ma quello che a tutti richiede un religioso ossequio interno ed esterno.
    Perché insorga l'esigenza dell'assenso incondizionato e della sua traduzione in comportamenti coerenti occorre che intervengano alcune circostanze, mancando le quali un pronunciamento conciliare, indubbiamente magisteriale, resta privo della capacità giuridica e morale di vincolare la libertà della Chiesa e dei suoi singoli membri. Nel tal caso, ovviamente, la richiesta dell'attenzione, dell'ossequio, del rispetto non solo in pubblico ma anche in privato, tocca la responsabilità d'ogni singolo cristiano-cattolico.
    Quali sian le dette circostanze, è risaputo da tutti, immagino anche da coloro che non ne tengono conto. Poiché non vorrei che qualcuno le considerasse idee mie, le prendo dalle labbra d'una personalità non discutibile sia per i meriti ad essa universalmente riconosciuti, sia per l'ufficio ricoperto e per il compito che stava allora svolgendo, quando le manifestò pubblicamente ed ufficialmente: 16 nov. 1964, in pieno svolgimento del Vaticano II ed a chiarimento del suo valore conciliare. In risposta a reiterate domande, il Segretario del Concilio, S. E. Rev.ma Mons. Pericle Felici disse che "il testo dovrà sempre interpretarsi alla luce delle regole generali, da tutti conosciute". Secondo tali regole, tutta la Chiesa senz'eccezioni "è tenuta a professare le cose riguardanti la fede ed i costumi che il Concilio abbia apertamente dichiarato". Trattandosi però d'un Concilio pastorale, senz'escludere ch'esso potesse riesumare qualche enunciato dogmatico tra quelli da altri Concili ed in altre circostanze definiti, l'Ecc.mo Mons. Felici precisò che anche gl'indirizzi pastorali son dal Vaticano II proposti "come dottrina del Magistero Supremo della Chiesa" ed in quanto tali essi "vanno accettati ed abbracciati in conformità alla mente dello stesso Santo Sinodo; la quale mente, secondo le norme dell'ermeneutica teologica, è resa manifesta sia dalla dottrina trattata, sia dal tenore dell'espressione usata"[1].

    Come si vede, per indicare quale e di che natura fosse il valore stringente del Vaticano II, il Segretario del Concilio fece appello a diversi fattori. Parlando della sua pastoralità, richiamò:
    i limiti imposti al Concilio da Giovanni XXIII, in apertura del medesimo: non la condanna degli errori né la formulazione di nuovi dogmi, ma l'adeguamento della verità rivelata "al mondo contemporaneo, alla sua mentalità e cultura"[2];
    l'ermeneutica teologica, vale a dire l'analisi dei problemi emergenti, alla luce del dato rivelato e della Tradizione ecclesiastica;
    il tenore delle espressioni usate.
    Le prime due condizioni non abbisognan di molte spiegazioni; la terza si riferisce a moduli tecnici dai quali trasparisce l'intento o di dogmatizzare o più semplicemente d'esortare. E' da notare che un dogma insorge non perché un Concilio (anche il Vaticano II fece altrettanto) ricorre a moduli come questi: "Haec Sancta Synodus docet...Nos docemus et declaramus...definimus", o simili, ma perché il contenuto dottrinale d'un intero capitolo o dei suoi articoli vien sintetizzato in un "canone" che affermi il dogma e condanni l'errore contrario. Il tenore dell'espressione verbale è dunque formalmente decisivo. Si può serenamente asserire che un Concilio è o no dogmatico soprattutto in base alla sua "voluntas definiendi", chiaramente manifestata attraverso il suddetto tenore.
    Il Vaticano II mai manifestò tale "voluntas", come si rileva facilmente dal tenore dei suoi moduli e delle sue formulazioni: mai un "canone", mai una condanna, mai una nuova definizione, ma, tutt'al più, il richiamo a qualche definizione del passato. La conclusione che se ne trae è ovvia: si tratta d'un Concilio che, per principio, escluse la formulazione di nuove dottrine dogmatiche; queste, se pure di per sé non dogmatiche, avrebbero potuto assurgere a valore di dogma solo se la materia fosse stata definita in altri Concili ed ora riesumata. In ogni altro caso, le eventuali novità non son che tentativi di rispondere alle istanze del momento e sarebbe teologicamente scorretto, anzi privo d'effetti, l'innalzarle a validità dogmatica senza il supporto dell'accennata "voluntas definiendi". Ne consegue che un siffatto innalzamento equivarrebbe ad una forzatura del Vaticano II, il cui insegnamento potrà dirsi infallibile ed irreformabile solo là dove è un insegnamento precedentemente definito.
    In base ai principi ermeneutici di S. E. Mons Felici, ciò non comporta per nessuno – né per un vescovo, né per un prete o un teologo, né per il popolo di Dio - la libertà di "snobbare" gl'insegnamenti del Vaticano II. Provenendo essi dal Supremo Magistero, godono tutti d'una non comune dignità ed autorevolezza. Nessuno potrà impedire allo studioso di verificarne il fondamento - lo esige anzi l'invocata ermeneutica teologica – ma nessuno dovrebbe mai osare di negar loro religiosa attenzione interna ed esterna.
    C'è tuttavia un "ma" ed un "se". Facciamo l'ipotesi che in qualcuno dei sedici documenti del Vaticano II, o addirittura in tutti, si rilevino errori. In astratto, è possibile: si è sempre discusso se un Concilio possa venir meno alle sue dichiarate intenzioni e finalità, o se possa addirittura cader in eresia. Il mio sommesso parere è che ciò non sia da escludere, attesa la fragilità o la malizia del cuore umano; ritengo tuttavia che, ove ciò si verificasse, un Concilio cesserebbe d'esser tale. Quanto al Vaticano II, da circa cinquant'anni l'attenzione critica s'è come assopita dinanzi ad esso, soffocata dal continuo osanna che l'ha circondato. Eppure i problemi non mancano, ed estremamente seri. Non parlo ovviamente d'eresia, ma di spunti dottrinali non in linea con la Tradizione di sempre e quindi non facilmente riconducibili al "quod semper, quod ubique, quod ab omnibus" del Lerinense, mancando a tali spunti la continuità dell' "eodem sensu eademque sententia" del suo "Commonitorium". Per esempio, un "subsistit in" non può esser accolto a cuor leggero, se non si dimostri, attraverso la ricerca e la discussione critica - intendo ad alto livello scientifico - che tutto sommato può esser interpretato in maniera ortodossa: il che, a mio avviso, dovrebbe escludere il decantato allargamento della "cattolicità" e della capacità salvifica alle denominazioni cristiane non cattoliche. Se poi si consideri la "Dignitatis hnumanae" come l'antisillabo rispetto al famoso documento del beato Pio IX (1864), la continuità con la Tradizione viene infranta ancor prima di porne il problema. Ed infine, se si dichiara tradizionale la dottrina dei due titolari della suprema piena ed universale potestà di governo nella Chiesa – il Papa e il Collegio dei vescovi, con il Papa e sotto il Papa, mai senza né sopra - giustificandola con "la relazione reale inadeguata", s'afferma un nonsenso ancor prima d'un errore storico e teologico.
    C'è poi da tener presente un'altra circostanza, in base alla quale il valore dei documenti, pur se tutti conciliari e quindi magisteriali, non è sempre il medesimo: altro è una Costituzione, altro un Decreto ed altro ancora una Dichiarazione. C'è una validità decrescente da documento a documento. Ed anche se risultasse con ogni evidenza un eventuale errore del Vaticano II, la sua gravità varierebbe in base alla sua collocazione in una delle tre diverse tipologie di documenti.

    Riassumendo, dunque, direi:

    il Concilio Ecumenico Vaticano II è indubbiamente magisteriale;
    altrettanto indubbiamente non è dogmatico, bensì pastorale essendosi sempre come tale presentato;
    le sue dottrine son infallibili ed irreformabili solo se e là dove son desunte da pronunciamenti dogmatici;
    quelle che non godono di supporti tradizionali costituiscono, nel loro complesso, un insegnamento autenticamente conciliare e quindi magisteriale, se pur non dogmatico, ingenerando così l'obbligo non della fede, ma d'un'accoglienza attenta e rispettosa, nella linea d'una leale e riverente adesione;
    quelle, infine, la cui novità appare o inconciliabile con la Tradizione, o ad essa contrapposta, potranno e dovranno esser seriamente sottoposte ad esame critico sulla base della più rigorosa ermeneutica teologica.
    Salvo ovviamente "meliore iudicio".




    [1] Sacrosanctum Oecumenicum Concilium Vaticanum II, Constitutiones, Decreta, Declarationes, Poliglotta Vaticana 1966, p. 214-215.
    [2] Ibid. p. 865-866.

    Disputationes Theologicae: Quale valore magisteriale per il Concilio Vaticano II

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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Il magistero ordinario infallibile, l’Abbé Barthe difende la posizione di Mons. Gherardini





    La nostra redazione ha ricevuto un’obiezione di un certo interesse da parte di uno dei nostri lettori in relazione al rapporto tra possibilità di critica teologica dei testi del Vaticano II e sottomissione dell’intelligenza al Magistero ordinario infallibile; si tratta di un dibattito annoso e particolarmente spinoso per l’esiguità di pronunciamenti sulla natura e sulle note del magistero ordinario, tuttavia cercheremo di abbordarne la complessità con una serie di interventi. Ringraziamo il contraddittore, che preferisce restare anonimo, per il suo intervento e invitiamo i nostri lettori che vogliano esprimere una diversa visione teologica a partecipare alla disputa.





    Il testo del contraddittore :


    Paolo VI definì, in un discorso del 12 gennaio 1966, il Magistero dell'ultimo Concilio come 'Magistero ordinario supremo'. Ebbene, il Magistero ordinario universale (se non si vorrà riconoscere come tale quello del Concilio si dovrà farlo rispetto al Magistero di tutti i vescovi sparsi per il mondo in unione con il Papa che da quarant'anni ha per oggetto le dottrine del Vaticano II), laddove proponga dottrine fondate sulla divina Rivelazione, è totalmente vincolante. Lo afferma il Concilio Vaticano I:

    "Con fede divina e cattolica deve credersi tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o tramandata, e che è proposto dalla chiesa come divinamente rivelato sia con giudizio solenne, sia nel suo magistero ordinario universale".

    Dunque, come accade ad es. per la dottrina riguardante la libertà religiosa contenuta nella dichiarazione Dignitatis Humanae (I, 2), da parte del fedele vi è l'obbligo di credere, di esercitare l'atto di Fede e non solamente l'obbligo di avere per essa profondo rispetto.


    L'argomento è oggetto di scontri teologici piuttosto accesi, specie se si valutano alcune scuole teologiche, entrambe di tendenza tradizionale. La nostra redazione ha chiesto un parere ad un teologo che ha a lungo studiato la problematica in questione l'Abbé Claude Barthe. Nato nel 1947, laureato in storia e diritto, ha studiato al seminario tradizionale di Econe e all'Istituto Cattolico di Tolosa; ordinato sacerdote nel 1979 ha fondato e cura tuttora la rivista "Catholica". Tra le numerose monografie ricordiamo "Propositions pour une paix de l'Eglise" ("Proposte per una pace della Chiesa"), sulla situazione teologica e liturgica della Chiesa di oggi, ma anche opere di filologia come "Le IV livre du Rationel de Guillaume Durand de Mende", così come l'edizione francese commentata del "Cerimoniale Episcoporum" voluto dal Concilio di Trento; il suo ultimo lavoro, raccoglie uno studio sulle tendenze odierne tra politica ecclesiastica e scuole teologiche: "Les oppositions romaines à Benoit XVI" ("Le opposizioni romane a Benedetto XVI"). Conosciuto per la rapida intelligibilità delle sue tesi, l'abbé Barthe è anche apprezzato per l'immediatezza concisa dei suoi interventi sempre congiunti ad una ricerca approfondita.



    *********************************************




    CONSIDERAZIONI SUL MAGISTERO ORDINARIO INFALLIBILE

    dell'Abbé Claude Barthe





    (traduzione dall'originale francese di G. Lenzi)




    Vorrei in questa sede fare qualche riflessione sulle chiare analisi teologiche che Mons. Brunero Gherardini, ha espresso su "Disputationes Theologicae", le quali hanno anticipato e riassumono quelle del suo libro apparso in questi giorni su questa capitale questione, "Concilio Ecumenico Vaticano II, una discorso da fare". Allo stesso tempo questi miei accenni già pubblicati in buona parte sulla rivista "Objections", vogliono essere una risposta all'obiezione che è stata mossa a Mons. Gherardini su queste stesse pagine.




    Bisogna ricordare con fermezza i diversi gradi che impegnano l'insegnamento supremo del Papa solo o del Papa e dei vescovi uniti a Lui. E' necessario soprattutto specificare che il magistero più elevato deve collocarsi intorno a due gradi di autorità:




    1) Quello delle dottrine irreformabili del Papa solo oppure del collegio dei Vescovi (Lumen gentium N. 25 § 2, 3). Questo magistero infallibile al quale bisogna " obbedire nella obbedienza della Fede", può essere a sua volta proposto sotto due forme:



    a) Le dichiarazioni solenni del Papa solo o del Papa e dei vescovi riuniti in Concilio.



    b) Il magistero ordinario e universale(Dz 3011).




    2) Secondariamente quello degli insegnamenti del Papa o del Collegio dei Vescovi col Papa, senza intenzione di proporlo in maniera definitiva, ai quali è dovuto "un assenso religioso della volontà e dello spirito" ( Lumen gentium N.25 § 1). Si parla in questo caso, in genere, di "magistero autentico", sebbene l'espressione non sia stata fissata in maniera assoluta.




    Il contraddittore, come già l'aveva fatto notare l'Abbé Bernard Lucien, nel suo libro "Les degrès d'authorité du magistére", difende il magistero ordinario ed universale, magistero infallibile misconosciuto, schiacciato se così possiamo esprimerci, fra il magistero solenne infallibile ed il magistero autentico non infallibile. Questa giusta rivalutazione tuttavia non obbliga assolutamente a farvi rientrare tutto l'insieme dei testi del Vaticano II, né tutte le parti di ciascuno dei testi e specialmente le dottrine che sono state oggetto di molte discussioni, nello specifico:




    a) Il passaggio dalla dottrina tradizionale della tolleranza a quella della libertà religiosa contenuta nel n. 2 della dichiarazione "Dignitatis Humanae" del Vaticano II;




    b) La riverenza da portare alle religioni non cristiane nel n. 2 della dichiarazione "Nostra Aetate";




    c) L'ecclesialità "imperfetta" che sembrerebbe essere accordata alle religioni cristiane non cattoliche nel numero 3 del decreto "Unitatis redintegratio".



    I padri conciliari non intesero mai innalzare questi propositi, così come altri, la cui formulazione è evidentemente incompiuta, a livello di magistero infallibile da riceversi nell'obbedienza della fede. Il fatto che essi non siano connessi alla professione di Fede Cattolica è quindi una questione di buon senso.




    L'infallibilità del Concilio è paradossalmente un tema tradizionalista




    In effetti la questione tanto discussa non è stata mai sollevata altrove se non nel mondo tradizionalista, di cui una parte di teologi, in maniera senza dubbio molto bene intenzionata, ma di cui in fin dei conti non si riesce a percepire l'utilità, vorrebbe che queste dottrine si accordassero perfettamente con il magistero anteriore. Ma a dire il vero mai nessuna istanza romana ha preteso la cosa ed ancor meno ha preteso farne una dottrina infallibile! D'altro canto i teologi "non tradizionalisti" non sono obnubilati da "Dignitatis humanae", ma da "Humanae vitae". La loro letteratura a proposito dell'autorità del magistero è immensa, ma essa si occupa – o almeno si occupava fino a "Ordinatio sacerdotalis" sull'impossibilità di ordinare preti le donne – solo del valore dell'enciclica di Paolo VI sull'immoralità intrinseca della contraccezione. Certamente qualche rarissimo autore, tacciato di massimalismo, ha sostenuto che la dottrina del N. 14 di "Humanae vitae" fosse Magistero Ordinario Universale (espressa dal Papa ed approvata dai vescovi in comunione con Lui), magistero di conseguenza infallibile: si tratta dei moralisti C. Ford e Germain Grisez, ed del P. Ermenegildo Lio, i quali hanno inutilmente fatto pressione affinché questa infallibilità fosse riconosciuta ufficialmente.




    Per tutti gli altri teologi, "Humanae vitae" non voleva essere altro che "magistero autentico" (e ciò ci appare come un fatto storicamente certo, anche se noi consideriamo, da parte nostra, che questa dottrina in sé stessa sia di fatto infallibile, in quanto conseguenza diretta della legge naturale).




    I teologi della contestazione sostengono che una dottrina non sia vincolante se semplicemente autentica. I teologi, invece, favorevoli a "Humanae vitae", al seguito di Giovanni Paolo II, affermano che benché non sia infallibile, sia vincolante in maniera assoluta. Ma costoro hanno dovuto ammettere che può essere prudentemente discussa. Così anche S.E.R. Mons. William Levada, allora Arcivescovo di Portland: " Visto che l'insegnamento certo, ma non infallibile, non comporta l'assoluta garanzia a proposito della sua veridicità, è ben possibile, per una persona che sia arrivata a delle ragioni veramente convincenti, giustificare la sospensione dell'adesione."




    Se quindi "Humanae vitae", che è nella linea della continuità con l'insegnamento anteriore a riguardo della condanna della contraccezione, non è stata mai proposta come infallibile, a maggior ragione "Dignitatis humanae", la quale propone in una maniera che può essere intesa in diversi modi, una dottrina che ha tutte le apparenze di una novità, non può avere questa pretesa. L'argomento, sicuramente insufficiente se preso in se stesso, ci rimanda ad un'inquietudine delle origini per quanto riguarda l'infallibilità, la quale é introdotta dal famoso fine semplicemente "pastorale" del Concilio.




    Il contesto: un Concilio "semplicemente pastorale", cioè "semplicemente autentico"




    All'origine di tutto c'è la dichiarazione preliminare di Giovanni XXIII nel suo discorso " Gaudet mater Ecclesia" del 11 Ottobre 1962: visto che una dottrina infallibilmente definita è già stata sufficientemente espressa dai concili precedenti, ora non resta che presentarla "nella maniera che corrisponde alle esigenze della nostra epoca" e dare attraverso quest'azione "un insegnamento di carattere soprattutto pastorale". Il punto cruciale è dunque sapere se il Concilio abbia potuto essere infallibile senza volerlo veramente e ciò per il solo fatto che pronunciava delle dottrine che adempivano oggettivamente le "condizioni" tipiche degli enunciati che devono esse fermamente accettati e creduti. Ma bisognerebbe anche valutare la reale pertinenza della questione.




    Il Vaticano II è incontestabilmente un concilio eccezionale, unico nel suo genere, in tutta la storia della Chiesa, il quale ha provocato un sommovimento senza eguali nella fede e nella disciplina. Non si può dubitare che richiami un certo numero di insegnamenti tradizionali (come quello dell'infallibilità per esempio), e che abbia prodotto dei bei testi (sulle missioni o sulla Rivelazione per esempio). Ma è impossibile ragionare teologicamente fuori dal contesto pregnante del suo svolgimento e delle sue conseguenze, nel quale il fatto di volere attenuare le chiusure della dottrina tradizionale sembrava naturale nonché necessario per realizzare una "apertura verso il mondo". In questo contesto "pastorale", i Padri conciliari, coltivando una certa ambiguità che permetteva di scioccare un po' meno i propri contemporanei, i quali giudicavano come "tirannico" per le coscienze moderne, il potere di "scogliere e legare", hanno dovuto semplicemente lasciarsi trasportare dalla corrente generale. Questo Concilio ha si insegnato, ma "pastoralmente". Si può fare un parallelo in chiave analogica (un po' lontano ma che può illuminarci) con i sacramenti. La loro validità è dipendente dell'uso "serio" fattone dal ministro e richiesto dal rito essenziale (materia e forma), uso che manifesta oggettivamente che ha l'intenzione di fare ciò che la Chiesa vuol fare. Un uso "serio", cioè grazie al quale è visibile, secondo il senso comune, che il ministro vuole veramente compiere il rito efficace. Così un prete che, nel contesto di una semplice lezione di catechismo, compie i gesti e pronuncia le parole di un sacramento ciononostante non compie l'atto sacramentale. Supponiamo, per favorire la nostra riflessione, che un sacerdote, in un contesto ambiguo, lasci intendere almeno come idea diffusa, che non vuole veramente compiere un atto sacramentale formale (cosa che d'altronde capita oggigiorno in certe cerimonie). Quest'atto sarebbe almeno di validità discutibile. Mutatis mutandis, la situazione a-magisteriale che ha preceduto il Vaticano II rende almeno dubbia una delle specificità del Concilio, e non la meno importante, quella della volontà del Papa e dei vescovi sull' obbligo all'adesione. Invece, anche dopo tutte le dispute per l'interpretazione che conosciamo bene, è perfettamente presente la chiara volontà di "fissare una certa linea". Il Concilio Vaticano II ha creato una "disposizione dell'animo", ma non ha creato nessun corpo dottrinale. I teologi non-tradizionalisti, quasi unanimemente, non hanno mai smesso di conservare la spiegazione di "pastorale" come praticamente sinonimo di "autentico", cioè di non infallibile.




    L'interpretazione degli autori: una chiara volontà di non definire




    In ogni caso, le testimonianze ufficiali sono concordi sulla volontà di non "definire". A due riprese (6 marzo 1964, 16 novembre 1964), la Commissione Dottrinale, alla quale era stato chiesto quale dovesse essere la qualifica teologica della dottrina proposta nello schema sulla Chiesa (e la domanda mirava soprattutto alla dottrina della collegialità), rispose: "Tenendo conto della pratica conciliare e del fine pastorale dell'attuale Concilio, quest'ultimo definisce solo le cose concernenti la Fede e la Morale che esso stesso avrà esplicitamente dichiarato tali".




    Paolo VI spiegò che la cosa non era avvenuta. Una volta terminato il Concilio ritornò in effetti due volte sulla questione. Una prima volta, nel discorso di chiusura del 7 dicembre 1965: "Il Magistero (..), pur non volendo pronunciarsi con sentenze dogmatiche straordinarie, ha profuso il suo autorevole insegnamento sopra una quantità di questioni, che oggi impegnano la coscienza e l'attività dell'uomo". Una seconda volta nel discorso del 12 gennaio 1966: "Vi è chi si domanda quale sia l'autorità, la qualifica teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico (…), dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell'autorità del supremo magistero ordinario; il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti".




    La redazione di questi testi è in certa misura imbarazzata. Li si può interpretare in due modi a seconda che si insista sull'uno o l'altro versante della dichiarazione essenziale:




    1) il concilio non ha mai fatto uso di "definizioni dogmatiche solenni impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico", ma ha potuto far uso del magistero ordinario universale (infallibile). La cosa sarebbe sufficiente a fare del Vaticano II un Concilio "a parte" nella storia della Chiesa, il quale insegna su "materie nuove" (l'ecumenismo) ma rifiutando di definire;



    2) il Concilio non ha mai fatto uso di "definizioni dogmatiche solenni impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico". Se non ha mai fatto uso di definizioni solenni è perché non ha voluto essere infallibile. Il che conferma il fatto che questi testi evitino accuratamente di parlare di "obbedienza della fede": "(Questo Concilio ha tuttavia) profuso il suo autorevole insegnamento sopra un quantità di questioni che oggi impegnano la coscienza e l'attività dell'uomo"….. "ha munito i suoi insegnamenti dell'autorità del supremo magistero ordinario; il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli". La qual cosa rinvia all' "assenso religioso della volontà e dello spirito" richiesto dal magistero "palesemente autentico", e non già all'"obbedienza della fede" richiesta dal magistero infallibile.




    Il buon senso: il rifiuto di una "definizione forte" manifesta logicamente il rifiuto di una "definizione leggera"




    Nel caso volessimo supporre che siano state scartate chiaramente soltanto le definizioni solenni, resterebbe tuttavia qualcosa di incomprensibile: il Vaticano II avrebbe rifiutato le "definizioni forti" secondo un'espressione chiara e incontestabile (il magistero solenne), nella volontà tuttavia di accrescere il contenuto del Credo facendo scivolare alcune "definizioni leggere" (il magistero ordinario e universale). Inoltre i testi del Concilio – prescindendo dal contesto generale e dalle interpretazioni degli autori - contengono dei tipi di proposizione che, in un altro concilio, aldilà di questa congiuntura nella quale ci si rifiuta di porre una regola di fede, si sarebbero potuti considerare come definizioni solenni. E' il caso della sacramentalità dell'episcopato (che nessuno, è vero, metteva più in dubbio), oppure a proposito della "sussistenza" della Chiesa di Cristo nella Chiesa cattolica (del tutto nuova, ma il cui senso oscuro è ancora da precisare). Riguardo alla definizione della libertà religiosa, essa è formalizzata: "questa libertà consiste: ecc...; si fonda sulla dignità stessa della persona umana quale si conosce sia per mezzo della parola rivelata di Dio, sia mediante la stessa ragione", Dignitatis humanae, 2,1. Inoltre, ogni testo conciliare, ivi compresa la dichiarazione Dignitatis humanae è seguito da una formula come : "tutte e ciascuna delle cose proclamate in questa dichiarazione piacquero ai Padri del Concilio. E Noi in virtù del potere apostolico che abbiamo da Cristo, in unione con i venerabili Padri, Noi l'approviamo, stabiliamo e decretiamo nello Spirito Santo". A Firenze, Trento o al Vaticano I, non sarebbe stato impossibile che ci si fosse trovati in presenza di un dogma da credere.




    Eppure il commento più autentico che sia possibile, in quanto emana dagli autori stessi dei documenti, lo afferma senza ambiguità: non sono dei dogmi. Malgrado le apparenze, o malgrado la necessita intrinseca. Joseph Ratzinger commentava in un complemento all'opera classica di riferimento in Germania, il Lexicon fur Theologie und Kirche : "il Concilio non ha creato nessun nuovo dogma su nessuno dei punti abbordati. (…) Ma i testi includono, ognuno secondo il proprio genere letterario, una proposizione ferma per la loro coscienza di cattolici". Soltanto una "proposizione ferma": non l'obbligo a credere. Ciò che d'abitudine in un Concilio dovrebbe comportare l'impegno del magistero solenne non lo ha comportato nel caso del Vaticano II, quindi e a maggior ragione, se valutiamo il magistero non solenne, il quale, con la grande difficoltà che esso comporta nel discernimento del grado di impegno, si troverà al di sotto dell'infallibilità, altrimenti detto sarà semplicemente autentico.




    Inoltre, qualunque ipotesi si voglia considerare, "nessuna dottrina è considerata come infallibilmente definita se la cosa non è stata stabilita in maniera manifesta" (CJC, can. 749 c. 3). L'importanza di questo canone è enorme perché legata all'appartenenza alla Chiesa. In effetti tutti sono obbligati a evitare ogni dottrina contraria", tenentur devitare (CJC, can. 750). E chiunque nega una verità cade nell'eresia (can. 751). (Allorché nulla di simile succede a colui che rifiuta una verità del "magistero autentico": "i fedeli avranno cura di evitare ciò che non concorda con questa dottrina", curent devitare, can. 752). La cosa deriva, del resto, dal principio generale che vuole che non si imponga mai un fardello senza motivo, e dunque che ciò che è più esigente non si presume: "le leggi che impongono una pena (…) sono di interpretazione stretta" (can. 18).




    Provare a superare la difficoltà

    In definitiva ci si potrebbe chiedere se il dibattito stesso, oltre al fatto che non interessa affatto il mondo della teologia "conciliare", seppur interessato in prima persona, non sia del tutto inutile. Tutti i partecipanti al dibattito, o quasi, sono d'accordo sul fatto che alcune precisazioni magisteriali sui punti apparentemente o realmente anti-tradizionali del Vaticano II, sarebbero in ogni caso qualcosa di estremamente opportuno. Noi siamo per parte nostra convinti che queste precisazioni non possono arrivare se non per mezzo del solo "gioco" dello sviluppo omogeneo del magistero (del magistero in quanto tale, infallibile) confrontato ad una crisi della fede, va detto che questo movimento è già in gestazione in atti tra l'altro come Veritatis splendor e Dominus Jesus.




    Nell'attesa di queste precisazioni, che arriveranno ineluttabilmente, ma che è cosa buona sollecitare presso i pastori e i dottori, non si potrebbe parlare ad esempio di "magistero incompiuto"? "Magistero incompiuto", nel senso che quando ha abbordato soggetti nuovi, la volontà di insegnare del Vaticano II non è andata fino in fondo, fino all'infallibilità, o che nel caso in cui sia pervenuto a questa infallibilità non ha emesso altro che dei "canovacci" ("brouillons") di dottrina infallibile? Parlando di "magistero incompiuto" si lascerebbe ai teologi del futuro la possibilità di dibattere a piacimento sul fatto che il Vaticano II, a proposito di ecumenismo, di libertà religiosa, dello status delle religioni non cristiane, è stato in seguito sia rettificato, sia completato. Ciò che resta in ogni caso fondamentale per il bene della Chiesa è che la confessione della fede possa essere rimessa su un agevole cammino grazie ad un magistero preciso e chiaramente infallibile.

    Disputationes Theologicae: Il magistero ordinario infallibile, l’Abbé Barthe difende la posizione di Mons. Gherardini

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Si tratta di articoli di qualche mese fa, ma che evidenziano come i problemi dottrinali sollevati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X non siano questioni che riguardano solo una nicchia settaria all'interno della Cristianità ma l'intera Chiesa Cattolica, fondata da Cristo in persona.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Si tratta di articoli di qualche mese fa, ma che evidenziano come i problemi dottrinali sollevati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X non siano questioni che riguardano solo una nicchia settaria all'interno della Cristianità ma l'intera Chiesa Cattolica, fondata da Cristo in persona.
    Con la piccola, minima differenza che, al contrario di altri, i rispettabili studiosi di cui sopra porti gli interessanti interventi non hanno mai rifiutato di seguire le indicazioni dei Papi post-conciliari, non hanno ordinato Vescovi in spregio ai divieti dell'autorità, non hanno mai disatteso le norme cui tutta la Chiesa si è adeguata in materia di liturgia e di pastorale.

    E allora? Come la mettiamo?
    Il buon Padre Gherardini ribadisce che il Concilio vaticano II, essendo pastorale, non ha emesso dichiarazioni dogmatiche. Però ha prodotto una montagna di documenti costituenti altrettante fonti del magistero più alto possibile (sempre tenendo presente la distinzione tra costituzioni dogmatiche, dichiarazioni, etc).
    Lo stesso dice che la Chiesa è tenuta quindi all'osservanza di quanto in questi documenti contenuto.
    L'unica cosa che precisa, è che non essendo dotate di infallibilità, le dichiarazioni del Concilio vanno passate al vaglio di una seria ermeneutica teologica. Sbaglio o è quanto si è sempre detto?
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Piacerebbe tanto a Mons. Gherardini e all'abbé Barthe che il CV II non fosse infallibile... Per dissentire col cuore in pace... Purtroppo, però, si tratta di magistero infallibile... Rifiutare il CV II è come rifiutare il Concilio di Trento. Lo disse il card. Ratzinger a Vittorio Messori nel libro-intervista Rapporto sulla Fede. Se poi non bastasse non va dimenticato che le dottrine "problematiche" del concilio fanno parte da 40 anni del magistero ordinario universale, altrettanto infallibile.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Citazione Originariamente Scritto da Timoteo Visualizza Messaggio
    Piacerebbe tanto a Mons. Gherardini e all'abbé Barthe che il CV II non fosse infallibile... Per dissentire col cuore in pace... Purtroppo, però, si tratta di magistero infallibile... Rifiutare il CV II è come rifiutare il Concilio di Trento. Lo disse il card. Ratzinger a Vittorio Messori nel libro-intervista Rapporto sulla Fede. Se poi non bastasse non va dimenticato che le dottrine "problematiche" del concilio fanno parte da 40 anni del magistero ordinario universale, altrettanto infallibile.
    Il cardinale Ratzinger può opinare quanto vuole sull'infallibilità del Concilio Vaticano II. Ma la sua non infallibilità è detta pure dagli stessi che quel concilio lo fecero.
    Il problema è che s'è fatto di un concilio pastorale l'essenza di duemila anni di Tradizione Romana Cattolica e di un'intera Rivelazione divina.
    Il fatto che Monsignor Gherardini e l'abbé Barthe parlino in questo modo significa che finalmente nella Chiesa certe voci stanno avendo più spazio e che oggi dire che il CVII non è intoccabile non è più un tabù.
    Poi, per carità, all'interno della Chiesa postconciliare ci sono altri tremila problemi, per lo più connessi alla questione dottrinale.
    Ma almeno qualcosa si muove ed alla luce dei colloqui FSSPX-Commissione pontificia è un fatto importante.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Con la piccola, minima differenza che, al contrario di altri, i rispettabili studiosi di cui sopra porti gli interessanti interventi non hanno mai rifiutato di seguire le indicazioni dei Papi post-conciliari, non hanno ordinato Vescovi in spregio ai divieti dell'autorità, non hanno mai disatteso le norme cui tutta la Chiesa si è adeguata in materia di liturgia e di pastorale.

    E allora? Come la mettiamo?
    Il buon Padre Gherardini ribadisce che il Concilio vaticano II, essendo pastorale, non ha emesso dichiarazioni dogmatiche. Però ha prodotto una montagna di documenti costituenti altrettante fonti del magistero più alto possibile (sempre tenendo presente la distinzione tra costituzioni dogmatiche, dichiarazioni, etc).
    Lo stesso dice che la Chiesa è tenuta quindi all'osservanza di quanto in questi documenti contenuto.
    L'unica cosa che precisa, è che non essendo dotate di infallibilità, le dichiarazioni del Concilio vanno passate al vaglio di una seria ermeneutica teologica. Sbaglio o è quanto si è sempre detto?
    Monsignor Lefebvre agì in quel modo perchè la Chiesa si trovava in uno stato di crisi tale che la salvezza delle anime doveva essere messa davanti ad ogni cosa. Pertanto, Lefebvre agì in stato di necessità, facendo delle ordinazioni che il Papa giudicò valide ma illecite.
    Lefebvre venne scomunicato - anche se a quanto pare al momento della morte venne comunque comunicato dal nunzio svizzero - in maniera ingiusta dal Papa.
    Il Cardinale Siri sconsigliò il Papa dallo scomunicare Lefebvre, ma purtroppo non venne ascoltato.
    Infatti da quel momento in poi, il buon Siri si ritirò in un'opposizione silenziosa, cercando di preservare quelle comunità tradizionaliste che erano sopravvissute al CVII.

    Quello che dicono questi due articoli postati è molto importante, perchè si dice che non essendo infallibile il CVII poteva anche portare all'approvazione di documenti in contrasto con la Tradizione e che in quel caso fa sempre fede la Tradizione e i documenti di Magistero infallibile.
    Del resto, se si fa attenzione, si dice che di infallibile nel CVII c'è solo ed esclusivamente quello che già PRIMA del CVII era considerato infallibile.
    Pertanto, siamo ad un grado ordinario e non straordinario del magistero infallibile e quindi - anche in tal caso - si ribadisce che le novità del CVII non hanno nulla di vincolante allo stesso modo dell'atto di magistero infallibile. Anzi, de facto si dice che le 'novità conciliari' sono un qualcosa da legare al contesto storico in cui vennero fuori. Volutamente o meno, questo annichilisce la pretesa di chi fa dell'accettazione del CVII la conditio sine qua non per far parte della Chiesa.
    Ultima modifica di Giò; 24-01-10 alle 02:21

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Ancora??
    C'è una bella differenza tra Siri, Ottaviani e Lefebvre. Immagino non sia poi così difficile da cogliere.

    La visione ideologica che hai di questa parte della storia è preoccupante.

    Tanto più che fraintendi anche gli interventi che hai postato tu stesso a inizio thread!
    Esiste un'ermeneutica del Concilio? Sì. Esiste e viene sviluppata con sempre maggiore accuratezza dal presente pontefice.

    Serve un ulteriore approfondimento? Ci sarà, di sicuro.

    Sei tenuto, come cattolico, a seguire le indicazioni pastorali del Concilio vaticano II? . A detta anche degli studiosi che tu stesso citi.
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Sei tenuto, come cattolico, a seguire le indicazioni pastorali del Concilio vaticano II?
    Ma tu che sei l'obbedienza personificata come mai l'apertura di Papa BXVI ai lefebrviani e il motu proprio non te le fili manco a cannonate?

  10. #10
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II non è infallibile

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Ancora??
    C'è una bella differenza tra Siri, Ottaviani e Lefebvre. Immagino non sia poi così difficile da cogliere.

    La visione ideologica che hai di questa parte della storia è preoccupante.

    Tanto più che fraintendi anche gli interventi che hai postato tu stesso a inizio thread!
    Esiste un'ermeneutica del Concilio? Sì. Esiste e viene sviluppata con sempre maggiore accuratezza dal presente pontefice.

    Serve un ulteriore approfondimento? Ci sarà, di sicuro.

    Sei tenuto, come cattolico, a seguire le indicazioni pastorali del Concilio vaticano II? . A detta anche degli studiosi che tu stesso citi.
    Non c'è una nessuna lettura ideologica, ma una semplice constatazione di un dato di fatto. La Chiesa si trova da quasi 50 anni in uno stato di crisi. Siri, Ottaviani e Bacci fecero il possibile per evitare che il Concilio Vaticano II subisse una deriva modernista. Purtroppo anzichè prevalere la 'scuola romana', prevalsero i teologi svizzeri, francesi e tedeschi, tutti imbevuti di modernismo, hegelismo, immanentismo e neo-teologia post-cristiana.
    Il fatto che in quella che un conciliarista impettito chiamerebbe con orgoglio 'comunità dei credenti' abbia avuto finora più spazio uno come Hans Kung piuttosto che Giacomo Biffi - non dico Monsignor Lefebvre o Monsignor Fellay o Richard Williamson ma bensì Giacomo Biffi - la dice lunga su come sia messa la gerarchia ecclesiastica dell'ultimo mezzo secolo.

    Negli articoli da me riportati sta scritto, citando l'allora cardinale Ratzinger, che il Concilio Vaticano II non obbliga a credere al nuovo fideismo modernista conciliare. Tradotto in altri termini, riporto le parole dell'articolo:

    Eppure il commento più autentico che sia possibile, in quanto emana dagli autori stessi dei documenti, lo afferma senza ambiguità: non sono dei dogmi. Malgrado le apparenze, o malgrado la necessita intrinseca. Joseph Ratzinger commentava in un complemento all'opera classica di riferimento in Germania, il Lexicon fur Theologie und Kirche : "il Concilio non ha creato nessun nuovo dogma su nessuno dei punti abbordati. (…) Ma i testi includono, ognuno secondo il proprio genere letterario, una proposizione ferma per la loro coscienza di cattolici". Soltanto una "proposizione ferma": non l'obbligo a credere. Ciò che d'abitudine in un Concilio dovrebbe comportare l'impegno del magistero solenne non lo ha comportato nel caso del Vaticano II, quindi e a maggior ragione, se valutiamo il magistero non solenne, il quale, con la grande difficoltà che esso comporta nel discernimento del grado di impegno, si troverà al di sotto dell'infallibilità, altrimenti detto sarà semplicemente autentico.


    Caro mio Ugo, io non ho l'obbligo di credere al Concilio Vaticano II.
    Quello che monsignor Gherardini e l'abbé Barthe evidenziano è che il CVII è un concilio pastorale, non dogmatico e non infallibile, il cui grado di autorità è il più basso possibile all'interno della Chiesa.
    Inoltre, sempre nei due articoli da me postati, sta scritto che ciò che nei documenti del CVII non è in continuità netta e totale con la Tradizione non va considerato come vincolante.
    Ed è qui che sorge la questione dottrinale. Cosa è vincolante o meno del CVII? E per sapere cosa è vincolante o no, allora bisogna sapere, necessariamente, che cosa è conforme alla Tradizione o no.
    Detto in altri termini, più crudi ma per questo più chiari: cosa è eretico e cosa non lo è.
    Se tutto fosse così chiaro e limpido, come credi tu, allora Papa Benedetto XVI, che pure difende il Concilio, non avrebbe voluto i colloqui dottrinali con la FSSPX.
    Ciò che monsignor Gherardini propone - e che tu non hai saputo cogliere - non è la solita menata della continuità della Tradizione col CVII, ma, al contrario, il problema di interpretare il CVII alla luce della Tradizione proprio perchè nel CVII non tutto è considerabile come in continuità con il Magistero precedente.
    Ultima modifica di Giò; 25-01-10 alle 18:04

 

 
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